MEMORA I MARTIRI DELLE FOIBE
Sabato 10 febbraio, una delegazione della Sez. “Piero Fioravanti” della Fiamma Tricolore di Nettuno, guidata dal Federale Paolo Salvoni e dal locale Segretario Bruno Sacchi, ha preso parte al corteo organizzato dal Blocco Studentesco di Latina in ricordo dei martiri delle foibe.
La manifestazione ha preso vita da Piazza Dante, dove ancor oggi campeggia un masso del Monte Grappa donato dagli operai veneti alla neonata Littoria negli anni ‘30. Un monumento che rappresenta una continuità ideale: la prima guerra mondiale, i volontari, gli interventisti, i veri italiani uniti per “Trento e Trieste”. Oggi, proprio Trieste rimane a simboleggiare l’Italia che fu, quella dei suoi confini naturali, mutilata da un infame trattato di pace e dalla viltà dei Governi democratici succedutisi negli ultimi 60 anni.
Con lo stesso spirito dei giovani volontari corsi alle armi perché l’Italia potesse essere una Nazione, gli studenti di Latina si sono concentrati in Piazza Dante, dando vita ad un corteo che ha percorso le vie della città per giungere a Villaggio “Trieste”, simbolo delle sofferenze di un popolo tradito dai comunisti al servizio di Stalin e di Tito e venduto allo straniero dal servilismo democristiano.
I giovani hanno più volte gridato slogan anticomunisti, tra i più gettonati: «Tito – Boia!», che rappresenta nella sua semplicità il vero volto del marxismo-leninismo, il vero volto dei “senza Dio e senza Patria”.
Particolare commozione vi è stata all’ingresso di Villaggio “Trieste” dove i ragazzi del Blocco Studentesco hanno intonato la storica canzone “Avanti ragazzi di Buda!”, che ricorda il sacrificio degli operai, degli studenti e dei braccianti ungheresi nella prima grande ribellione anticomunista in Europa orientale.
Il corteo si è concluso con un omaggio floreale alla lapide che ricorda i martiri delle foibe e dall’inno d’Italia cantato a squarciagola dai numerosi presenti alla manifestazione.
«Quella di oggi – ha commentato il Dott. Pietro Cappellari, ricercatore della Fondazione Istituto Storico della RSI – è un’importante manifestazione di popolo, di un popolo, quello italiano. E’ l’omaggio a quello che si può definire giustamente l’Olocausto del popolo italiano. Un Olocausto che è rimasto impunito, anche se chi sono i colpevoli lo si è sempre saputo. In Istria e in Dalmazia Tito attuò una vera e propria pulizia etnica con l’appoggio dei comunisti italiani che furono tra i primi a tradire i propri fratelli. Una volta sbrigato questo “gratificante” compito, finirono anche loro nelle maglie della repressione slava e furono costretti a scappare dal “Paradiso socialista”, un paradiso fatto di miserie, di fame, di morte. Gli italiani furono fucilati, furono inghiottiti dalle foibe, finirono nei famigerati campi di concentramento slavi dai quali più nessuno tornò. Fatti di cui si è persa ogni memoria storica. Si calcola che vennero eliminati dai 10.000 ai 15.000 italiani, per gli altri non vi fu scelta. Abbandonati dal Governo italiano, dovettero fuggire. Fu un esodo senza precedenti nella storia della nostra Patria: 350.000 uomini, donne, vecchi e bambini. In Italia vennero accolti a sassate e a sputi, mentre in Istria si devastavano anche i cimiteri per cancellare i nomi italiani dalle tombe… I comunisti di Bologna inscenarono una manifestazione antifascista, perché coloro che fuggivano dal “Paradiso socialista” non potevano che essere dei fascisti irriducibili. I bolscevichi bolognesi arrivarono addirittura a gettare tra le rotaie il latte destinato ai bambini profughi da giorni rinchiusi in carri bestiame. Ebbene, su tutto questo il regime democratico ha imposto un sessantennale silenzio, rendendosi complice delle sofferenze inflitte dai comunisti agli italiani dell’Istria e della Dalmazia. Dobbiamo ricordare, però, chi ha difeso fino all’ultimo l’italianità di queste terre. Perché, tra tanti tradimenti, c’è chi si immolò perché in Istria e in Dalmazia restasse il tricolore. Ricordiamo in silenzio il sacrificio dei combattenti della RSI che respinsero la marea slava fino agli ultimi giorni dell’aprile 1945. Furono quei piccoli presidi che difesero strenuamente le conquiste della prima guerra mondiale, di quei giovani – volontari come loro – che nel ’15-’18 si immolarono per Trieste, per Gorizia, per l’Istria, per l’Italia cantata da Dante Alighieri. In quei piccoli presidi, fino all’ultimo, sventolò il tricolore italiano, forse anche un pezzo di stoffa rovinato dalle intemperie, ma un pezzo di stoffa che simboleggiava la Patria italiana e “gridava” ai nemici il motto dannunziano: “Hic manebimus optime”, qui rimarremo ottimamente. E rimasero arroccati sui monti per mesi, circondati da preponderanti forze nemiche, fino all’ultimo. Negli occhi dei giovani Bersaglieri del “Mussolini”, degli Alpini del “Tagliamento”, in quelli delle Camicie Nere della GNR-MDT o in quelli dei Marò della Decima MAS si leggeva una storia millenaria: quella dei Legionari di Roma che fecondarono queste terre, quella del Leone di S. Marco della Repubblica di Venezia, quella dei volontari della prima guerra mondiale che riconsacrarono alla Patria le terre irredente dell’Istria e della Dalmazia. E furono questi giovanissimi volontari della RSI i primi a finire nelle foibe, quei pozzi oscuri dove molti comunisti gettarono anche la propria coscienza di esseri umani. Mi si permetta un ultimo aneddoto – ha continuato Cappellari –, gli slavo-comunisti alla fine del massacro gettavano nella foiba anche un cane nero vivo, perché si riteneva che così facendo le anime degli uccisi non avrebbero mai trovato pace e sarebbero state condannate alla disperazione eterna. Ecco il volto del “Paradiso socialista”.
Oggi si celebra la “Giornata del ricordo”. Ebbene, noi auspichiamo che presto possa celebrarsi la “Giornata del ritorno”. Perché chiunque si reca oggi a Capodistria, a Pola, a Pisino, a Fiume, a Zara, a Ragusa e in altri cento paesi della costa istriano-dalmata sa benissimo di trovarsi in Italia: “Ascolta in silenzio la voce delle onde, ti porterà sicura verità profonde. Perché in Istria, non ti sembri strano, anche le pietre parlano italiano”».
Lemmonio Boreo




Rispondi Citando