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  1. #1
    CON LA RESISTENZA!
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    "Il Ribelle è deciso ad opporre Resistenza. Il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata"
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    Arrow Il nuovo tentativo di Usa e Israele per il Grande Medio Oriente

    Il nuovo tentativo di Usa ed Israele per il Grande Medio Oriente

    di Marie Nassif-Debs

    L'escalation della violenza che il Libano vive da tre settimane, e che ha lasciato le proprie impronte mortali su molte regioni del paese e su molti quartieri della capitale, Beirut, costituisce un nuova svolta estremamente pericolosa: rischia, se non viene contenuta, di degenerare in un caos sanguinoso trascinando il nostro paese in una situazione simile all'Iraq e alla Palestina.

    Per comprendere le ragioni e gli obiettivi di questa escalation bisogna tornare sulle conseguenze delle due aggressioni che, a tre anni di intervallo, sono state, malgrado tutta la tecnologia dispiegata e le armi di distruzione di massa utilizzate (di cui certune per la prima volta nella storia contemporanea), delle cocenti sconfitte nella strategia mediorientale dell'amministrazione americana diretta da Bush e Cheney. La prima è stata quella condotta contro l'Iraq e il suo popolo, la seconda è la guerra contro il Libano che continua dal 1978, e che ha avuto, come ultima tappa, l'aggressione israeliana del luglio-agosto 2006.

    L'ultima guerra statunitense contro l'Iraq, preparata ben prima dell'11 settembre 2001, mirava, secondo gli strateghi "sionisti - cristiani" che l'avevano preparata, a raggiungere tre obiettivi: innanzitutto controllare il cuore della penisola arabica e il suo petrolio; tener sotto mira l'Iran e gli stati dell'ex Unione Sovietica; infine, ridisegnare la carta politica della regione, a partire dal progetto del Grande Medio Oriente, cominciando dal Libano per arrivare ai confini con la Cina.

    Le sconfitte statunitensi e le loro conseguenze

    Nonostante siano trascorsi 4 anni e siano stati uccisi (secondo stime britanniche) 600.000 di iracheni dall'esercito USA o nella guerra civile che l'amministrazione Bush ha provocato con il pretesto di ricondurre questo paese alla democrazia, Washington è in difficoltà e non riesce a controllare l'Iraq. Dall'altro lato, i suoi alleati israeliani sono sempre messi in difficoltà dall'Intifada palestinese.

    Quanto alla resistenza libanese e al suo zoccolo duro, Hezbollah, sono sempre più presenti e rappresentativi, soprattutto dopo che il ritiro delle truppe siriane in seguito all'assassinio dell'ex presidente del Consiglio libanese nel febbraio 2005, Rafik Hariri, ha dato luogo alla creazione di nuove intese politiche, i cui primi effetti sono stati la scissione dei cristiani libanesi, alleati storici USA, in due campi antagonisti: quello "legalista", diretto da Samir Geagea, capo delle Forze Libanesi, e l'altro, di opposizione, presieduto dalle generale Aoun.

    Che fare, allora, per applicare il progetto del Grande Medio Oriente, se non ricorrere alla guerra civile un po' dappertutto. Non è così che i popoli impegnati in ostilità vengono messi in condizioni di non nuocere ai grandi interessi delle società produttrici d'armi e di petrolio?

    E' così che si determina la nuova svolta libanese.

    Il Libano, la cui esistenza era ignota a George Bush durante il primo mandato, è divenuta la priorità principale della politica statunitense. Il governo libanese, che almeno la metà del suo popolo rifiuta, è "legittimato" di forza dalla terza Conferenza di Parigi la quale ha stabilito che i prestiti per la ricostruzione accordati al Libano dalla società internazionale, poggino su una condizione sine qua non: il denaro in cambio della guida di Fouad Siniora alla testa del governo libanese. E, nonostante la metà dei libanesi abbiano manifestato il proprio scontento contro questo governo che non ha fatto nulla in due anni se non aumentare le imposte indirette, predisporre progetti di privatizzazione della previdenza sociale, dell'elettricità e del telefono, tentare di prendere le armi della Resistenza libanese per compiacere Condoleeza Rice e i suoi superiori gerarchici ed infine seguire i consigli dell'ambasciatore statunitense Jeffrey Filtman, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e, con lui, tutti i capi degli "Stati Democratici", giudicano questo governo, sminuito e accerchiato dalla folla, il più "legittimo" del mondo. Evviva la democrazia all'americana!

    Il progetto: promuovere l'aggressione israeliana e la guerra civile

    Ed è così che è nato il nuovo progetto per il Libano: promuovere una guerra civile, basata questa volta non su una divisione tra cristiani e mussulmani, ché i cristiani sono già divisi tra loro, ma tra mussulmani sunniti e sciiti; con l'impiego di raids aerei israeliani, visto che l'esercito di terra, ritenuto invincibile, è in caduta libera, dopo i colpi che hezbollah e le altre fazioni della resistenza nazionale libanese hanno inferto tra il luglio e l'agosto 2006.

    E mentre gli studenti si azzuffavano all'università araba di Beirut, degli assassini, imboscati sui tetti degli edifici circostanti compivano, tanto per cambiare, un massacro tra la folla. Il tutto in un clima in cui risuonano discorsi infiammati, dove agli sbarramenti gli automobilisti sono interrogati sul loro credo confessionale e, soprattutto, in un crescendo di voci sui preparativi di guerra civile e di distribuzione di armi in certi quartieri e certe regioni.

    E mentre Bush condanna davanti al mondo "civilizzato" Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina, dove le battaglie per le strade hanno provocato anche lì, in qualche giorno, numerose vittime, occultamente si facevano preparativi militari contro Baghdad e gli israeliani si avvicinavano pericolosamente alle frontiere libanesi per modificare i confini della "linea blu" a proprio vantaggio, sotto gli occhi indifferenti delle truppe dell'ONU che dovrebbero invece far rispettare la risoluzione 1701 impedendo gli atti offensivi condotti da Israele contro il Libano.

    D'altra parte i nuovi capi militari israeliani, che hanno rimpiazzato i generali decaduti, non si sforzano di nascondere che si preparano ad una nuova aggressione contro il Libano; alcuni indicano persino le date possibili: la primavera o l'estate prossime... ciò significa che i sorvoli sul territorio libanese mirano ad individuare i nuovi bersagli per i bombardamenti statunitensi; e significa anche che la guerra civile che Bush e i suoi accoliti fanno risaltare ai nostri occhi è volta ad impedirci di guardare dove è necessario, cosa che permetterebbe ad Israele di restaurare la propria immagine e quella del suo "invincibile" esercito. Senza dimenticare il bene che, in caso di successo, porterebbe alla società israeliana che vive i traumi della guerra, dopo i bombardamenti dell'estate scorsa.

    Ecco perché una guerra civile è pressante. Non solamente perché turba la pace sociale ed impedisce l'unione della popolazione libanese attorno alle forze che realmente la difendono, ma anche perché la guerra che si profila mira in ultima analisi non tanto al Libano, quanto alla Siria e all'Iran. Ciò implica che in una prima battuta il Libano sia "epurato" degli oppositori cosicché in un secondo tempo possa essere il punto di partenza della campagna per la "democratizzazione" della Siria.

    Ancora una volta il Libano e il suo popolo sono sotto tiro. Solo un governo sovrano che fronteggi la "tutela" statunitense e si appoggi alla resistenza, può tirarcene fuori.

    Traduzione dal francese a cura di Stefano Pancaldi per www.resistenze.org

  2. #2
    Intifada fino alla vittoria!
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    Predefinito Destabilizzare il Libano per colpire Damasco

    Una bomba ad orologeria...

    Il Vicino Oriente fa gola, si sa. La vicenda dell'Iraq ce lo dimostra quotidianamente con la guerra che gli americani hanno scatenato per appropriarsi delle sue riserve petrolifere. La presenza di Israele al centro
    di quest'area, poi, rende qualunque evento accada nei Paesi circostanti parte di un processo più ampio. L'invasione della Mesopotamia si inscrive così in un ampio progetto che mira alla creazione di un cordone di sicurezza attorno all'entità sionista, strettissima alleata della Casa Bianca grazie ai potenti gruppi di pressione che agiscono a tutti i livelli nella politica
    di Washington.
    Le pressioni più volte attuate nei confronti della Siria e, di conseguenza, le ingerenze nei rapporti tra Damasco e il Libano fanno parte di questa strategia. L'accordo di "riconciliazione nazionale" di Taef, stipulato nel 1989 tra questi due Paesi, costituisce, in quest'ottica, un ostacolo al controllo statunitense dell'area. Con questo patto bilaterale venne posta la
    parola fine ai 15 anni di guerra civile libanese riconoscendo ufficialmente la presenza della Siria in Libano, iniziata nel 1976 quando Damasco inviò
    circa 30.000 soldati a Beirut come parte della missione di pace della Lega Araba. Il legame si è poi rafforzato nel 1991 con il "Trattato di fraternità, amicizia e cooperazione" in base al quale la Siria ha
    confermato la sua presenza in Libano con 16.000 militari stanziati nel Paese. Accordi tra Paesi sovrani quindi, e non occupazione come invece sostiene da tempo l'amministrazione americana, appoggiata dall'Onu.
    Il 21 settembre scorso, però, unità militari siriane hanno iniziato un parziale ridispiegamento lasciando le loro posizioni a sud di Beirut, per tornare in patria. La risoluzione 1559 dell'Onu, caldeggiata da Stati Uniti
    e Francia, aveva infatti 'esortato' Damasco a ritirare il proprio contingente militare dal Libano, mentre 'consigliava' a Beirut l'elezione di un nuovo presidente. All'indomani del voto alle Nazioni Unite il parlamento libanese aveva varato un emendamento costituzionale per estendere di tre anni il mandato del presidente Emile Lahoud, in ottimi rapporti con Damasco, e questo non rientrava certamente nei piani stabiliti dallo studio ovale per il futuro del Libano. Quattro ministri del governo di Rafik Hariri si erano dimessi immediatamente aprendo una crisi culminata il 20 ottobre scorso con le dimissioni del premier libanese.
    L'ingerenza delle Nazioni Unite e le intromissioni nelle relazioni politiche tra Libano e Siria sono quindi proseguite con nuove sollecitazioni e minacce
    di sanzioni nei confronti della Siria (peraltro già sotto embargo americano con il Syrian accountability act) e le pressioni internazionali hanno trovato in Libano una sponda nell'opposizione parlamentare, che da tempo
    chiedeva il ritiro dei siriani da Beirut.
    A questi reclami si era unito negli ultimi mesi, uscendo allo scoperto, proprio Rafik Hariri, da tempo considerato uno dei sostenitori occulti della linea politica, emersa in alcuni ambienti libanesi, di progressiva presa di distanza dalla Siria.
    Difatti l'ex primo ministro era sospettato di non essere stato del tutto estraneo alla risoluzione 1559 dell'Onu. Una politica foraggiata e sollecitata dagli Stati Uniti in chiara contrapposizione a Damasco specie in vista delle elezioni che a maggio rinnoveranno la dirigenza libanese.
    E' chiaro, quindi, che chi ha pianificato e portato a termine l'assassinio di Hariri sapeva perfettamente su chi si sarebbero concentrati dopo i sospetti. Gli immediati commenti statunitensi sono infatti andati a toccare quella che Washington definisce "l'occupazione siriana" del Libano.
    ''Condanniamo questo attacco brutale nei termini più forti possibile", ha detto il portavoce della Casa Bianca, Scott McClellan, ricordando come l'ex
    primo ministro abbia ''lavorato instancabilmente per ricostruire un Libano libero, indipendente e prospero a seguito della guerra civile e dell'occupazione straniera''. ''L'assassinio di oggi - ha sottolineato
    McClellan - ci ricorda terribilmente che il popolo libanese deve poter perseguire le proprie aspirazioni e determinare il proprio futuro politico, libero dalla violenza e dall'intimidazione e libero dall'occupazione
    siriana''.
    Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente francese Jacques Chirac, amico di Hariri e sostenitore dalla risoluzione 1556 assieme agli Usa. Finito il periodo delle invettive contro gli americani che invadevano l'Iraq, Chiraq ha plaudito alle elezioni del 30 gennaio come ad un passo importante verso la 'democrazia'. Oggi quindi può permettersi di ingerire con più
    tranquillità nelle vicende libanesi, da sempre nei suoi interessi. Addirittura, Chirac ha chiesto l'intervento internazionale: "La Francia condanna con forza questo crimine e chiede che sia avviata senza indugi
    un'indagine internazionale per chiarire circostanze e scoprire i mandanti", si leggeva ieri in una nota diffusa dalla presidenza. La nota della presidenza della Repubblica si conclude con un ''omaggio'' ad Hariri, ''colui che ha incarnato la volontà di indipendenza, libertà e democrazia del Libano''. Ora le 'democrazia' è anche una priorità francese...
    Non serviranno le affermazioni del presidente siriano a placare la smania 'democratizzatrice' degli Stati Uniti e dei novelli moralizzatori francesi.
    Bashar al Asad ha definito "un terribile atto criminale" la strage di Beirut esortando poi il popolo libanese a dare prova di unità respingendo "quanti vogliono creare problemi e divisioni". Un inequivocabile
    riferimento alle vicinissime elezioni che a maggio dovranno rinnovare il parlamento libanese e alle manovre internazionali che mirano ad influenzarle.

    Rinascita

 

 

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