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    Predefinito La Fine Ingloriosa di Romano Prodi

    La breve parabola di Prodi a Palazzo Chigi. Appena 281 giorni fa diceva: «Dureremo tutta la legislatura. Divisioni nel centrosinistra? Sciocchezze, siamo coesi»
    Il premier affonda e sospetta degli alleati I prodiani accusano il ministro D’Alema e il presidente del Senato Marini di non aver fatto nulla per evitare la crisi. Come nel ’98



    di Alessandro M. Caprettini da Il Giornale

    Il Professore dimissionario medita la vendetta contro chi gli ha messo i bastoni tra le ruote

    Meno di un mesetto e avrebbe superato i 300 giorni, che è cifra misera - diciamolo - anche per quei governi balneari della prima Repubblica che impazzavano quando altre soluzioni alle viste non ce n’erano. Ma diversamente dagli esecutivi gestiti da Leone piuttosto che da Rumor, Romano Prodi aveva alle spalle una vittoria elettorale, sia pur risicata. E mai era accaduto nelle ultime tre legislature - col crescere del bipolarismo e, di fatto, con la scelta del premier - che un esecutivo spirasse dopo solo 9 mesi. Praticamente ancora in culla.
    Appena 281 giorni fa, il professore in realtà, prefigurava tutt’altre sorti per il suo governo: «Ci accingiamo a operare, con l’impegno di governare per la durata della legislatura perché solo stabilità e continuità possono portarci a centrare gli obbiettivi che ci poniamo» aveva tenuto a rimarcare proprio in quel Senato dove già si captava l’importanza della squadra dei senatori a vita come bombola d’ossigeno. Ma lui, come già due legislature fa, mostrava il testone di granito.
    E a chi gli chiedeva se non rischiasse di subire scossoni, visti i distinguo che spuntavano in maggioranza come funghi, rispondeva ilare: «Sciocchezze! Siamo coesi».
    S’è visto. Come si è rivista - guarda te il destino! - l’accoppiata D’Alema-Marini. Era l’ottobre del ’98 quando Prodi, complice il nyet di Bertinotti e i conti fatti male dai suoi uomini dovette amaramente farsi da parte. All’inizio si tuonò contro l’estremismo rifondarolo, poi dalle budella uliviste sgorgò in piena il fiume delle accuse contro il duo diessin-popolare, impegnato a garantirsi - secondo quanto venne detto - la presidenza del Consiglio per il primo, il Quirinale per il secondo.
    Mitologia? Può darsi. Ma nessuno può certo negare che il suddetto duo fosse ancora una volta sul proscenio nel mercoledì delle ceneri che al professore è ricostata la poltrona. Dicono ora i prodiani di stretta osservanza che D’Alema forse qualcosa in più la poteva concedere, che Marini magari avrebbe potuto controllare meglio l’amico Andreotti. Chissà. Certo che di complotti la sinistra si nutre a prescindere.
    E se ancora non può sparare a palle incatenate contro i presunti disegni di ministro degli Esteri e presidente del Senato, ecco che già comincia a farlo prendendo di mira quello che si dice ordito in coppia da altri soggetti: Usa e Vaticano, magari con un pizzico di Confindustria (Pininfarina non ne era forse il presidente?) in aggiunta. Si fa notare che Scalfaro si è dato malato, che Cossiga ha votato contro, che Andreotti si è astenuto a sorpresa, che pure Follini il quale magari poteva dare una mano, se n’è guardato bene.
    Vuoi vedere che non c’entrano i Pacs, sia pur ribattezzati pudicamente Dico? E pensare che a sinistra si era urlato alla «pace» con gli ecclesiastici appena due giorni fa. Corrono le voci, corrono i dissapori. E il professore dicono sia nero, nerissimo. Perché ad onta dell’aspetto curiale, Romano Prodi è uno di quelli che non dimentica. E che se può si vendica.
    Così anche se la sua Quaresima potrebbe durar poco - nel caso Napolitano lo reincaricasse - molti dei suoi fedeli son convinti che stavolta reclamerebbe non il bilancino di spartizione, ma una daga con cui fare a fette chi gli si è messo di traverso. E qui non si parla dei Rossi o dei Turigliatto, ma dei destabilizzatori dell’Ulivo, di chi si oppone al Partito democratico, di chi non gli fa strada.
    È forse anche per questo che a piazza Santissimi Apostoli, negli uffici prodiani, i sanfedisti dell’Ulivo temono che al fondo del giro di consultazioni l’incarico sparisca. E che dal cilindro di Napolitano - uno di cui il professore si fida poco assai dopo un paio di recenti screzi - esca qualcosa d’altro.
    Strano il destino. Nove anni fa furono gli estremismi di Bertinotti a colarlo a picco, complici i maneggi di Cossiga, Mastella e dei loro «straccioni di Valmy». Stavolta è a destra che subisce il colpo di picca, da parte di vecchi commilitoni dc tra cui - ancora! - Francesco Cossiga. E poi uno dice che dagli amici ci si aspetta soprattutto amicizia...

  2. #2
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    E Romano sfida gli alleati: dove andate senza di me?
    di Laura Cesaretti da Il Giornale
    Irritazione con D’Alema Diktat ai partiti: ora scelgo io i ministri, maggioranza blindata senza altri innesti

    «Voglio vedere dove vanno senza di me». Fin dal pomeriggio, molto prima delle dimissioni e dell’apertura formale della crisi, il messaggio che arrivava dalle stanze blindate di Palazzo Chigi era quello della sfida di Romano Prodi alla sua maggioranza.
    La sconfitta al Senato brucia, il premier non ha nascosto la propria irritazione per «l’ingovernabilità» dimostrata dai settori della sinistra estrema dell’Unione ma anche e soprattutto dall’eccesso di «drammatizzazione» che è stato impresso al dibattito di ieri sulla politica estera. Un dibattito che Prodi avrebbe volentieri evitato, che il Quirinale però gli ha imposto come verifica della sua maggioranza dopo lo scivolone nel voto sulla base di Vicenza. E Massimo D’Alema, con gli aut aut lanciati alla vigilia e con i toni usati ieri in aula, ha contribuito a rendere il voto di ieri un triplo salto mortale per il governo. Con l’esito che si è visto.
    Ma incassato il colpo e sfogata l’irritazione, Prodi ieri si è mostrato «molto duro», dicono in casa ds, nei suoi colloqui con gli alleati. Ai quali ha illustrato un rapido e deciso percorso di guerra: dimissioni, consultazioni, conferma dell’appoggio a Prodi da parte di tutti i gruppi del centrosinistra, formazione di un nuovo governo «snello, con pochi ministri scelti da me», fiducia delle Camere e blindatura dell’attuale maggioranza: «Nessun allargamento, sarebbe un tradimento del mandato elettorale», spiegava ai suoi Parisi dopo un incontro con il Professore e alcuni dei suoi fedelissimi. Piuttosto, una sorta di «governo del premier», con un mandato pieno a decidere e governare sulla base del programma già sancito dal voto di aprile.«Se qualcuno nella maggioranza non ci sta, sono pronto a farmi da parte: io non sono un uomo per tutte le stagioni», avverte Prodi, con il sottinteso che - con lui ritirato sull’Aventino - il centrosinistra «non va da nessuna parte». È stato il premier ad insistere con i suoi alleati sulla scelta «irrevocabile» di dare le dimissioni: «Non hai alcun obbligo istituzionale di farlo, il voto di oggi al Senato è solo politico, non c’è alcuna sfiducia formale al tuo governo», hanno argomentato Clemente Mastella, Francesco Rutelli e lo stato maggiore di Rifondazione. Suggerendo un percorso più soft, niente crisi e un rinvio alle Camere per la fiducia: «E nella fiducia si inserisce pure il sì alla missione in Afghanistan, altrimenti tra venti giorni siamo da capo a dodici», spiegava il capogruppo Udeur Fabris. L’unico ad opporsi fermamente alla linea «soft» è stato D’Alema: «Il governo non ha maggioranza sulla politica estera: ho detto che ne avrei tratto le conseguenze e per quanto mi riguarda lo farò, dimettendomi». E ieri a tarda sera D’Alema faceva sapere che in queste condizioni lui comunque alla Farnesina non ci torna, neppure con un Prodi bis: «Il premier sembra non cogliere un punto fondamentale - spiega un dirigente ds - ossia che la maggioranza cui sta chiedendo di riconfermarlo non c’è già più, oggi si è rotta e domani sull’Afghanistan si romperà di nuovo». E quindi? Formalmente, tutti i partiti - Ds e Margherita compresi - ieri sera hanno fatto la loro parte, offrendo appoggio incondizionato e obbligato a Prodi. Al quale, dicono a una voce dalla sinistra radicale, «non esistono alternative». Resta però «il problema dei numeri», fanno notare dalle parti di Rutelli, perché «non possiamo stare appesi a uno o due voti al Senato su scelte di fondo». Un handicap «strutturale» di questa maggioranza, incalza il ds Cabras, che «su un tema come la politica estera non è accettabile». Tanto più, nota Fabris, che «il voto di oggi può essere il segnale che serve un governo in grado, per esempio, di combattere in Afghanistan. E questo non lo è». E ricorda: «Successe la stessa cosa nel ’98 sul Kosovo. E Prodi cadde».

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    C’è un limite anche per il ridicolo
    di Lodovico Festa

    Paolo Mieli ha spiegato nei giorni scorsi che il governo Prodi si trovava in una singolare situazione: più si indeboliva, più si rafforzava, da una parte diventava meno minaccioso e più disponibile a mediare, dall'altra dimostrava sotto l'aspetto sfilacciato una fibra d'acciaio in grado di resistere. E in Italia un potere capace di resistere è particolarmente affascinante. Come al solito l'analisi del direttore del Corriere della Sera è fine.

    Ma poteva funzionare se dal voto del 9 aprile fosse uscito sfasciato Silvio Berlusconi e il nucleo forte della maggioranza avesse potuto contare su due punti di appoggio, sinistra radicale e un'area ampia di centristi. Questo era il sogno di Mieli (e del nostro estenuato establishment) quando scrisse il famoso editoriale che aiutò la vittoria di Romano Prodi.Ma non è andata così: il voto alle politiche è stato di pareggio e non poteva reggere un esecutivo condizionato almeno da un terzo di parlamentari estremisti. Nel caso di Prodi ogni debolezza ha generato un'altra debolezza e così fino alla caduta. Le crisi erano risolte con furbate che rapidamente tornavano a squassare la maggioranza. La base di Vicenza era questione urbanistica, in Afghanistan facevamo solo giardinaggio, avevamo aumentato le tasse per abbassarle, eravamo per i Pacs o Dico ma li mandavamo al Senato ad affossarsi, eravamo per la Tav ma tra sei, otto, dodici mesi, dài Bersani inventati una lenzuolata, eravamo per bloccare i disobbedienti Benetton ma siccome adesso ci serviva Zapatero autorizzavamo la fusione Abertis-Autostrade, volevamo dare un colpo a Geronzi e Tronchetti Provera ma siccome ci era utile il Corriere rimandavamo l'affondo, eravamo per la riforma delle pensioni (un giorno vi diremo quale) ma siccome la Fiat poteva aiutare autorizzavamo i prepensionamenti.

    Queste sono state alcune delle debolezze-furbate che avrebbero dovuto rafforzare Prodi. Ma l'esecutivo isolato dal consenso popolare è caduto. In particolare è crollata la sua credibilità internazionale (basta vedere gli scappellotti che riceviamo da Bruxelles). D'altra i poveri Parisi e D'Alema con che faccia potevano continuare a prendere impegni internazionali subordinandoli al voto di Franca Rame, Rossi e Giannini. All'estero, poi, è stato particolarmente rovinoso il ruolo di Prodi: non solo per le sue amicizie ambigue con l'Iran, non solo per gli errori nel rapporto con i russi. Ma soprattutto per gli «assi» con Stati europei che il presidente del Consiglio ha costruito e ricostruito. Era partito con un rapporto privilegiato con la Merkel, ma il cancelliere non si è prestato a sparate di stile prodiano. Poi si è lanciato su Chirac ma qualcuno deve averlo informato che il presidente francese non contava più niente. Infine ha fatto rotta su Zapatero per una richiestina di conferenza sull'Afghanistan che consentisse di recuperare il voto di un qualche Rossi. Zapatero non solo conta pochissimo nel mondo dopo l'incontrollata fuga dall'Irak ma è anche nei guai in Spagna per le gaffe sull'Eta.
    Per fortuna le debolezze non hanno rafforzato Prodi. Se no, altri guai del tipo descritto ci sarebbero capitati addosso. Ci sarà ora un Prodi bis? Mah. Anche il ridicolo ha un suo limite.

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    La fine di Prodi e la scelta di Berlusconi

    Fausto Carioti

    Primo punto fermo: il governo Prodi è morto.

    Secondo punto fermo: anche Romano Prodi politicamente è morto. Certo, farà finta di essere ancora vivo, proverà a mettere in piedi un Prodi-bis, ma la sua sorte nel breve-medio periodo (più breve che medio) è segnata.

    Terzo punto fermo: il presidente della Repubblica farà di tutto per evitare che le elezioni politiche si tengano a primavera, ed è pronto a tirare fuori dal cilindro ogni coniglio a sua disposizione, compreso l’incarico di formare un governo tecnico – istituzionale – parlamentare - di decantazione (l’aggettivazione potrebbe continuare a lungo) a un Franco Marini o a un Lamberto Dini, per dare alla sinistra il tempo di riprendere fiato e preparare una candidatura che abbia qualche chance di spuntarla contro Silvio Berlusconi. Vedi alla voce Walter Veltroni, ammesso che il sindaco di Roma abbia voglia di correre adesso un simile rischio invece di aspettare il giro successivo. Ovviamente, c’è la scusa alta e nobile a portata di mano: la necessità di cambiare la legge elettorale e magari di riformare il sistema previdenziale (qualche altro provvedimento da aggiungere alla lista “per migliorare la competitività del sistema-paese” e altre robe simili si trova sempre).

    Quarto e ultimo punto fermo: i sondaggi oggi danno la Cdl in clamoroso vantaggio sull’Unione, e dopo la figura atroce rimediata al Senato è probabile che il divario sia cresciuto ulteriormente. La coalizione guidata da Berlusconi la spunterebbe sul centrosinistra anche senza l’Udc.

    Fissati questi paletti, cosa può succedere? La cosa probabile è che Prodi provi a ottenere un reincarico e a tirare avanti per qualche tempo, dopo aver fatto il maquillage alla compagine dei suoi ministri. Anche se ci riuscirà, durerà poco. Un Prodi-bis sarebbe inevitabilmente molto più debole del governo che l’ha preceduto, già debolissimo.

    Presto, quindi, anche se ottiene il reincarico, ci sarà il problema di cosa fare una volta seppellito Prodi. Spazio per tenere in vita la coalizione di centrosinistra con un premier diverso da Prodi non sembra esserci. L’unico che, per la considerazione di cui gode, avrebbe le spalle per assumersi l’incarico e (forse) riuscire ad evitare i veti incrociati dei moderati e della sinistra estremista è lo stesso D’Alema. Che però è stato il primo a cadere del governo Prodi, l’uomo che volontariamente («tutti a casa») ha trascinato con sé il premier e gli altri ministri. Sarebbe stravagante che dalle ceneri di Prodi spuntasse proprio lui.

    Nuova maggioranza, dunque. Con chi? Tolti dal conto i “dissenzienti” di estrema sinistra, ormai ritenuti inaffidabili (scusate, ma qui la parola "dissidenti" la si riserva per gente tipo Aleksandr Solženicyn), e posto che i partiti della sinistra estrema non hanno intenzione di allargare la coalizione all’Udc (chi glielo spiega agli elettori di Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio che la maggioranza si sposta al centro?), considerato che l’Udc da sola non ha i numeri per rimpiazzare questi partiti e assodato che all’Udc proprio non converrebbe (chi glielo spiega agli elettori di Casini che i loro voti servono a mantenere in piedi un governo di centrosinistra?), a meno di nuove alchimie al momento improbabili (come nuove alleanze o scissioni tra partiti), la soluzione non potrà essere il semplice aggancio dell’Udc all’Unione. Quanto all'adescamento di qualche senatore "border line", come Marco Follini o quelli del Movimento per le autonomie, che consentirebbe di compensare lo sganciamento dei dissenzienti senza snaturare troppo la coalizione, è nulla più di un wishful thinking. Sia perché il malessere è assai più profondo di un paio di numeri che mancano all'appello, sia perché nessuno è così scemo da salire sulla barca che affonda. In altre parole, qualunque ipotesi di cambio di alleanze deve passare da Forza Italia. Cioè da Berlusconi. Che presto diventerà la vera incognita decisiva della partita.

    Il Cavaliere sinora non ha chiesto il ricorso alle urne, ma le semplici dimissioni di Prodi. Il che, di per sé, non vuol dire nulla, se non che Berlusconi sta bene attento a non pestare i piedi al Quirinale e intende rispettare tutte le prerogative del presidente della Repubblica. Scelta saggia. Sulla carta, come detto, a Berlusconi converrebbe andare al voto. Due cose potrebbero spingerlo però ad appoggiare un governicchio tecnico come quello che prima o poi, con ogni probabilità, gli prospetterà Napolitano. Innanzitutto il ricordo del governo Dini, sul quale lui non volle mettere il cappello, e la scelta gli si ritorse dolorosamente contro. E poi il peso che su di lui hanno certi consiglieri, primo tra tutti Gianni Letta, che preferiscono soluzioni felpate, concordate con le istituzioni e i cosiddetti poteri forti (che premono per un governo tecnico) a scelte drastiche. (A proposito di poteri forti: si prega di notare che, due giorni dopo la concessione della mobilità lunga alla Fiat, il senatore a vita Sergio Pininfarina si è presentato in aula per staccare la spina al governo Prodi. Al quale, evidentemente, certi ambienti non avevano più nulla da chiedere).

    L’impressione è che presto Berlusconi sarà chiamato a scegliere: appoggio a un esecutivo di larghe intese o ricorso al voto. Qui, per quello che conta, si spera che punti dritto a ottenere le elezioni per capitalizzare al più presto il suo attuale patrimonio di consensi. Un’occasione simile potrebbe non presentarsi più. Tra un anno non è assolutamente detto che la situazione possa essere per lui altrettanto vantaggiosa. Soprattutto se lo avrà trascorso alleato con margheritini, udierrini e diessini: certe alleanze imbarazzanti (da una parte come dall’altra) riescono a massacrare un forte consenso nel giro di brevissimo tempo. E mentre a sinistra non hanno nulla da perdere (peggio di come stanno adesso non possono ridursi), Berlusconi rischierebbe di uscirne ridimensionato di brutto. Quanto alla riforma delle legge elettorale, non si vede per quale motivo Berlusconi dovrebbe desiderarla, dal momento che la legge attuale oggi, sondaggi alla mano, gli darebbe una maggioranza forte e robusta in ambedue le Camere.

    Certo, c’è il problema - molto più importante di quanto si possa credere - della pensione dei parlamentari: quelli di prima nomina ci rimetterebbero da uno scioglimento così rapido della legislatura (il riscatto dei contributi per l’intera legislatura è fattibile solo passata la metà di essa, cioè dopo due anni e mezzo dal suo inizio). Ma è un problema di facile soluzione: basta che Berlusconi e gli altri leader della Cdl assicurino pubblicamente ai parlamentari dei loro gruppi che saranno tutti ricandidati, in cima alle liste. E siccome nessuno sano di mente pensa che da una nuova elezione in tempi ravvicinati la Cdl possa prendere meno parlamentari di quelli che ha adesso, il gioco diventerebbe conveniente anche per deputati e senatori al loro primo incarico.

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    Diviso perde, unito si uccide

    Il centrosinistra secondo Brambilla

    Comunque vada a finire questa crisi, un fatto è evidente: in Italia il centrosinistra non è in grado di governare. Perché i casi sono due: o si presenta senza la sinistra radicale, e allora non ottiene mai la maggioranza; oppure si presenta con la sinistra radicale, e allora può anche vincere, ma poi finisce per autodistruggersi. È successo nel 1998, è riaccaduto oggi.

    Qualcuno obietterà che nel 1996 Prodi vinse senza una formale alleanza con Rifondazione. Si tratta di un sofisma. Le liste erano separate, è vero, ma c'era il famoso «patto di desistenza», e nel concreto il governo si reggeva con i voti di Bertinotti. Venuti a mancare quelli, nel '98 Prodi cadde. A1 suo posto si insediò D'Alema, che riuscì a mettere insieme una maggioranza con i transfughi di Rifondazione e altri centristi. Ma durò poco anche lui.

    L'anno scorso, a riprova di quel che stiamo dicendo, Prodi riuscì a ridiventare premier solo metfendo insieme tutto quello che c'era da mettere insieme: da Di Pietro fino non solo a Rifondazione, ma pure a tutta l'area dei no global e dei Disobbedienti. Nonostante una simile ammucchiata, il centrosinistra vinse per meno di un soffio. Ammesso che non ci siano stati brogli, lo scarto fu di 24.000 voti alla Camera, mentre al Senato il centrodestra andò in minoranza solo per il voto all'estero e altre bizzarrie della legge elettorale.

    La prova della nostra prima affermazione («senza la sinistra radicale il centrosinistra non ha la maggioranza») sta dunque nei numeri. Ma la prova della seconda affermazione («quando anche va al governo, finisce con 1'autodistruggersi») sta nei fatti.
    Perché diciamo la verità: questa volta nessuno immaginava che sarebbero durati così poco. Certo, si sapeva che mettere insieme un Mastella con un Bertinotti, un Diliberto e un Caruso è un'impresa più che ardua. Ma la variegatissima maggioranza di Prodi aveva una motivazione formidabile per non litigare: il ricordo dell'autogol del 1998, e la ferma determinazione a non ripeterlo. Quante volte abbiamo sentito esponenti del centrosinistra pronunciare, in questi mesi, frasi tipo «abbiamo imparato la lezione del passato, sappiamo che se litighiamo riconsegniamo il Paese a Berlusconi». E perfmo nel centrodestra c'era una certa rassegnazione: si diceva che il vero collante della maggioranza è il potere, e che per questo motivo il governo sarebbe (purtroppo) durato cinque anni.
    Insomma tutto faceva pensare che, a costo di rinunciare agli irrinunciabili principi, pur di restare in sella comunisti e centristi un accordo avrebbero finito con il trovarlo sempre.

    Invece non ce l'hanno fatta. E se l'altra volta avevano resistito due anni, questa volta - pur «memori della lezione del passato» - hanno retto 281 giorni. Anche stavolta non sono riusciti a non litigare, e non ci sono riusciti per un motivo molto semplice: non possono non litigare. Possono anche vincere le elezioni, forti di una martellante e grottesca campagna di disinformazia, appoggiata anche dà Confmdustria e dai suoi grandi giornaloni (nessun mea culpa, da quelle parti?) che ha dipinto l'Italia come un Paese sull'orlo della bancarotta. Possono anche prendersi tutte le cariche dello Stato - Quirinale, Camera e Senato - ignorando un sostanziale pareggio elettorale. Possono perfino prendere per i fondelli gli italiani sostenendo che la ripresa economica del 2006 è merito di un esecutivo che si è insediato a giugno e ha fatto la Finanziaria a dicembre. Ma non possono governare.
    Non possono perché neppure il Padreterno riuscirebbe a mettere d'accordo gli ex democristiani con chi sbraita che bisogna andare in tv a dire che Berlusconi fa schifo, con chi sostiene che l'arresto di quindici brigatisti è «un'operazione che fa ridere», con chi - stando alla presidenza di Montecitorio - fa sapere che con il cuore è a Vicenza a sfilare contro gli yankees.

    Ecco, al di là di come si risolverà l'attuale impasse, questo è il dato vero su cui riflettere: il centrosinistra che può avere i numeri per vincere un'elezione è una coalizione che non ha valori comuni sufficientemente solidi per mantenersi viva. Finora, a tenerla insieme è stato solo l'odio contro Berlusconi. E con l'odio si può fare propaganda, ma non si governa.

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    La preoccupata solitudine di Prodi

    Labate su "Il Riformista"

    «Così non va, non va proprio». Durante una giornata passata tra incontri e tante telefo nate, Romano Prodi ha più volte scosso la testa. Il presidente del Consiglio dimissionario - in attesa del vertice con i segretari della maggioranza iniziato ieri sera quando questo giornale era già andato in stampa - è preoccupato. Molto preoccupato. Se possibile, ieri lo era ancor di più rispetto al mercoledì nero di Palazzo Madama che si è poi concluso con l'ascesa al Colle con tanto di dimissioni in mano. Tra i tanti ragionamenti che affollano la mente del Professore, quello che più lo tiene in apprensione - nella sintesi di alcuni dei suoi più stretti collabora tori - suona più o meno così: «I segretari dei partiti mi avevano promesso che avrebbero trovato senza problemi i voti aggiuntivi che mancano al Senato. Da come si mettono le cose, sembra che l'operazione stia fallendo. Vuol dire che alcuni leader non sono così bravi come dicono di essere?».

    II dossier che più preoccupa chi vive la crisi dalla stanza dei bottoni di palazzo Chigi è quello con cui si doveva arrivare alla soluzione: l'operazione allargamento. Allargamento, s'intende, ai singoli senatori che - per dirla con Anna Finocchiaro - «si riconosceranno nel governo». A1 momento, l'operazione - dall'osservatorio privilegiato di Prodi - viene considerata a rischio. Un rischio che, di conseguenza, fa scendere ulteriormente le quotazioni di un qualsivoglia esecutivo (quello dimissionario o uno nuovo) a guida Prodi.

    «Non entreremo nel governo né nella maggioranza per un dovere di lealtà nei confronti degli elettori», ha fatto sapere il leader autonomista Raffaele Lombardo (nascondendo comunque un minibluff), uno di quelli su cui gli sherpa unionisti facevano più affidamento. Il corteggiatissimo Marco Follini (che ieri ha sentito più volte Prodi e D'Alema ma anche Gianfranco Fini) ha dato la sua disponibilità a sostenere la maggioranza, vincolando però il suo «sì» a un «nuovo inizio» e a una significativa «correzione di rotta» dell'attuale politica unionista. Mentre Sergio De Gregorio ha manifestato al capo dello Stato la sua volontà di aprire qualche spiraglio «a patto che l'esecutivo rinunci al provvedimento sul riassetto del sistema radiotelevisivo (il ddl Gentiloni, ndr) e ai Dico». L'impressione generale, alternata a momenti di speranza, è che la coperta del Senato sia troppo corta per andare incontro ai desiderata dei singoli entranti. Da qui gli oscuri presagi che si intravedono dalla finestra di palazzo Chigi.

    Sul versante quirinalizio, Napolitano - ricevendo i presidenti delle Camere - ha chiarito che tra le diverse opzioni quella prevalente consiste nel rinviare l'esecutivo dimissionario in Parlamento. Se così fosse, la road map sarebbe più o meno definita: domani mattina Prodi salirebbe al Colle per vedersi respinte le dimissioni e, con l'inizio della settimana, andrebbe a chiedere la fiducia alla Camera e al Senato. Ma sull'opzione pende più d'un punto interrogativo. Come sottolinea il prodiano Franco Monaco, «l'allargamento è un passo successivo rispetto a un chiarimento all'interno della stessa maggioranza». Un chiarimento che, è il sottotesto, deve andare ben al di là delle manifestazioni pro Prodi (di piazza e non) messe in cantiere dalle segreterie dei partiti di maggioranza. «Finirà con un Prodi-bis con l'appoggio esterno dell'Udc e senza D'Alema nella squadra di governo», scommetteva ieri pomeriggio il presidente emerito Francesco Cossiga, secondo il quale «a quel punto,Arturo Parisi sarebbe il principale candidato per la guida della Farnesina». La verità è che servono numeri che, al momento, al Senato non ci sono. Da qui l'irritazione del Professore, che nella serata di mercoledì ha travolto anche l'incolpevole Fausto Bertinotti.

    A tal proposito, c'è chi giura che quei tre minuti che il premier ha trascorso alla Camera per informare la terza carica dello Stato delle dimissioni rappresentano forse un unicum nella recente storia istituzionale del paese. Dicono che Prodi sia entrato nella stanza di Bertinotti proferendo un freddissimo «buonasera». E che all'invito di Bertinotti di trattenersi qualche minuto in più («Romano, siediti almeno un attimo») il Professore abbia replicato gelido: «Scusami ma ho tante cose da fare». Ieri l'umore di Prodi era ancora peggiore. Perché - nonostante l'Ulivo e Rifondazione abbiano i senatori blindati (il Prc ha annunciato il sì compatto sulla missione afghana) - il Prof, almeno su un punto, comincia a pensarla come Gianfranco Fmi. E cioè che, al momento, «nessuno della Cdl passerà dall'altra parte». Sullo sfondo, anche se sfocata, si intravede la figura di Franco Marini.

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    La crisi della formula prodiana

    di Arturo Diaconale

    Votano i dissidenti, vota Giulio Andreotti folgorato dalla rinuncia ai Dico, vota Oscar Luigi Scalfaro appena risanato. E con ogni probabilità vota anche Rita Levi Montalcini, che si trova in Estremo Oriente e dovrebbe andare negli Stati Uniti ma per l'occasione è disposta a fare il giro più lungo, tornare indietro e fare tappa a Roma. Per non far mancare a Romano Prodi il suo sostegno al momento della fiducia al governo. Non c'è bisogno di calcolare Marco Follini per pronosticare che il governo riuscirà a spuntarla al Senato. Ma lo scontato risultato positivo in termini numerici, non modificherà di una virgola il disastro politico conseguito dall'esecutivo di Romano Prodi. Dalle elezioni ad oggi sono passati appena nove mesi.

    Ed in questo brevissimo periodo la coalizione di centro sinistra uscita vincitrice per un soffio dalla campagna elettorale, è riuscita nell'impresa miracolistica di perdere più di dieci punti nei sondaggi del consenso del Paese. Molti minimizzano tale fenomeno sostenendo che per le prossime elezioni c'è tempo. Ed anche in caso di interruzione anticipata della legislatura, Romano Prodi ed i suoi alleati hanno la possibilità di compiere una adeguata azione di recupero. Ma questa tesi non tiene conto della eccezionalità del crollo di consenso subito dal governo nell'arco di nove mesi. E' la prima volta da quando esiste il sistema bipolare ed il maggioritario che la coalizione uscita vincitrice dalle elezioni perde tanta fiducia da parte del proprio elettorato in così poco tempo. Si tratta di un autentico record negativo. E come tale è destinato a non essere dimenticato.

    E' possibile (ma non proprio probabile) che nei prossimi mesi la coalizione di governo risalga di qualche punto nei grafici dei sondaggi. Ma quanto è avvenuto non si cancella. E rimane come una ferita aperta le cui conseguenze condizioneranno fatalmente e non poco i risultati delle future elezioni. Il perché di questo disastro dagli effetti anche lontani è tutto nella formula che il presidente del Consiglio ha voluto dare alla propria coalizione. Memore dell'esperienza della legislatura del '96, quando gli venne meno il sostegno della sinistra radicale ed antagonista, Prodi ha realizzato un asse di ferro con quella stessa sinistra nella convinzione che solo in questo modo avrebbe potuto evitare la ripetizione della storia. Il risultato è che i partiti di lotta hanno assunto un ruolo innaturale e determinante nell'azione del governo. E che, grazie alla insoddisfazione ed irritazione della maggioranza degli italiani, la formula degli equilibri più avanzati è entrata inguaribilmente in crisi. Il probabile voto di fiducia dei prossimi giorni non cambia questa realtà. E da qui alla fine anticipata della legislatura il dibattito politico ruoterà attorno ad un unico dilemma. Quando sarà scaricata la sinistra antagonista?

  9. #9
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    DIAVOLO di un Professore!

    da Il Tempo

    Dopo essere stato per anni il profeta della guerra di posizione, l’ostinato difensore della più precaria linea Maginot della politica, ieri Romano Prodi ha fatto la mossa, aprendo al dialogo sulla riforma elettorale. Un cambio di strategia che non risolve il problema della fragilità del governo. Ma che probabilmente permetterà al premier di prolungare la permanenza a Palazzo Chigi. La natura politica della crisi, come lo stesso Presidente del Consiglio ha riconosciuto in Senato, ha mostrato chiaramente che restare nel bunker solo con la maggioranza uscita dalle urne gli può costare la pelle. E allora coraggio: si va fuori dal bunker. O perlomeno, si fa finta di uscire. Una scelta obbligata, visto che i 12 punti concordati con i leader dell’Unione sono una capanna di paglia, troppo fragile per resistere all’arrivo di uragani che hanno il nome di Afghanistan, pensioni, Dico.
    Prodi, quindi, ha giocato l’asso nella manica, cercando il massimo risultato (restare al governo) con il minimo sforzo (avviare il dibattito sulla riforma del voto, magari all’interno di una nuova commissione bicamerale). Se poi questo dibattito porterà effettivamente a una nuova legge elettorale, si vedrà. Perchè una cosa è sicura: con le indicazioni fornite nel discorso di ieri, il Professore ha sostanzialmente bocciato il modello proporzionale tedesco, possibile terreno di incontro tra D’Alema e Casini. E poiché il modello francese, che piace tanto a Fassino, piace invece pochissimo ai cespugli che tengono in piedi il Centrosinistra, non sarà facile trovare quel consenso ampio auspicato da Prodi (e preteso da Napolitano). Per partecipare al confronto, però, i partiti non avranno altra scelta che sopportare ancora questo governo. Con grande soddisfazione per l’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Dunque, a meno di un clamoroso incidente di percorso, oggi il Senato accorderà la fiducia al governo.

  10. #10
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    Utopia prodiana al capolinea. Sinistra in ritardo con la storia

    di Federico Punzi da L'Opinione

    Ancora 48 ore o qualche mese, ma l’ "utopia prodiana" sembra volgere al termine. Ma in cosa consisteva esattamente l’ "utopia prodiana"? Nell’idea che l’Ulivo, alleandosi con la sinistra neocomunista e massimalista, potesse non solo "cacciare" Berlusconi e vincere le elezioni, ma anche governare il paese. “Senza l’ala radicale non si vince, ma con l’ala radicale non si governa". L’impegno dei vertici del centrosinistra negli ultimi undici anni è stato sempre volto a smentire la seconda di queste due proposizioni. Mai si è tentato di smentire la prima. Chi ha detto, infatti, che senza l’ala "radicale" – che qui preferiamo chiamare con il suo nome: "comunista", o "neocomunista" – non si vince? Per undici anni Prodi, come Berlusconi per il centrodestra, è stato l’unico possibile interprete e collante dell’eterogeneità della coalizione. L’altra faccia della medaglia, però, è che il prodismo, nell’arco di questo lungo periodo, ha impedito alla sinistra di fare i conti con se stessa, di accorgersi di quanto fosse ingombrante il suo passato, seppure oggi nella veste di un antagonismo post-ideologico, e quindi di diventare forza di governo.

    Per assenza di coraggio la classe dirigente ex comunista si è illusa che il prodismo fosse la scorciatoia per arrivare al governo del Paese senza alcuna reale trasformazione culturale e politica. Ha quindi coltivato i rapporti con l’estrema sinistra e con l’ex sinistra democristiana, mortificando invece le componenti socialiste e liberali, vissute come un pericolo “mortale” perché capaci di far esplodere le contraddizioni interne. E’ la malattia del “continuismo”, l’istinto di conservazione dell’eredità del comunismo italiano – percepita come ricchezza collettiva e non, invece, come un cumulo di errori – a spiegare le tante “svolte”, tutte di mera facciata, degli eredi del Pci dalla caduta del Muro in poi. Un credo “riformista” di volta in volta rinnovato e rilanciato, purché non implicasse atti effettivi che, rompendo con l’area massimalista e pacifista, mettessero in discussione il tabù dell’unità della sinistra costruendo sulle sue ceneri.

    Dunque, il Governo Prodi è in crisi non a causa di una fragilità meramente numerica della sua maggioranza al Senato. Né a causa dei due senatori dissenzienti, Turigliatto e Rossi, il cui voto non sarebbe comunque stato sufficiente, poiché nel contempo con la loro presenza in aula si sarebbe alzato il quorum a 161; né a causa dei senatori a vita Cossiga, Andreotti e Pininfarina, dietro i quali può essere suggestivo, ma fin troppo comodo autoconsolatorio, vedere le lunghe leve di tre “poteri forti” come Stati Uniti, Vaticano e Confindustria, secondo le ormai abusate teorie complottistiche. Dal punto di vista politico assai più che numerico è certamente la sinistra neocomunista e massimalista la causa scatenante di questa crisi. Tuttavia, la responsabilità politica – a partire dal deludente risultato elettorale dell’Ulivo a fronte del successo dei partiti neocomunisti – va ricercata ancora più indietro nel tempo e investe le stesse forze “riformiste”.

    Durante i cinque anni di governo di Berlusconi come è stato impiegato il prezioso tempo passato all’opposizione? Non producendo nient’altro che chiacchiere riguardo formule e contenitori, come il Partito democratico, senza alcuna elaborazione politica e culturale sui contenuti. Peggio, gli stessi Ds e Margherita hanno pensato di blandire partiti e movimenti neocomunisti o massimalisti, hanno cavalcato e legittimato la piazza pacifista e antagonista, coltivato l’anti-americanismo, appoggiato e coccolato gli istinti più conservatori dei Sindacati. Qualunque “girotondo” faceva comodo contro l’odiato Berlusconi. Nessun confine è stato tracciato a sinistra nella costruzione della coalizione che di lì a poco avrebbe dovuto sfidare la Cdl. Era inevitabile che prima o poi si pagasse il prezzo politico di scelte, quelle sì, davvero “scellerate” e “irresponsabili”. Lo si è pagato nelle urne e, una volta al governo, con lo spazio regalato all’estrema sinistra, che ha potuto ottenere poltrone pesanti (perfino la Presidenza della Camera) e porre veti su tutto, fino a manifestare in piazza contro il suo stesso governo e a “sfiduciare” la politica estera e di difesa al Senato.

    Come sembrò ineluttabile all’indomani delle elezioni, con la lista dell’Ulivo anemica al 31 per cento (i Ds lontani dal 20 e la Margherita sotto l’11) e la Rosa nel Pugno ferma al 2,5, il “motore riformista” si è inceppato alla prima accelerata della sinistra massimalista, che invece lo scorso aprile fece il pieno di voti, estremizzando l’asse politico della coalizione. Alla luce di quei risultati elettorali, e memore della lezione del ‘98, quando furono proprio i dissidi con l’ala estrema della coalizione a far mancare i numeri al suo primo governo, Prodi ha deciso di puntellare il nuovo Esecutivo con un asse privilegiato con Bertinotti, eletto presidente della Camera. Il problema è che in politica i nodi vengono al pettine e quando accade non se ne può uscire gratis. Se in nessun paese europeo la sinistra democratica e liberale governa insieme a quella neocomunista ci sarà pure un motivo. In Gran Bretagna Blair ha svecchiato il Labour dopo un decennio di coraggiose scommesse politiche; in Germania il socialdemocratico Schroeder si è rifiutato di allearsi con i Bertinotti di lì ed ha sostanzialmente pareggiato nel confronto con la Merkel.

    Nei paesi scandinavi, o in Danimarca, Olanda, e anche in Spagna, la sinistra non governa con i comunisti. Se davvero aspiriamo a riformare la sinistra in senso liberale dobbiamo capire che portare al governo la sinistra massimalista è un’anomalia solo italiana e che la resa dei conti con i neocomunisti non va rinviata ma provocata, e passa per il fallimento dell’ "utopia prodiana". La decisione di Prodi di blindare il suo governo così com’è, vincolando i partiti su 12 punti che ripropongono le solite ambiguità, e gli effimeri giuramenti di lealtà dei leader, sono la conferma che il “prodismo” non si basava su un accordo fatto per governare, ma per evitare che Berlusconi mantenesse, o riconquistasse, il potere. Ma è proprio vero che il centrosinistra non può vincere facendo a meno dell’alleanza con l’ala comunista e massimalista? Parte dei consensi sarebbe recuperata da sinistra, da quanti farebbero confluire il loro voto su chi avrebbe chance reali di battere la destra. Ma una parte decisiva di voti verrebbe da quel “centro” politico dell’elettorato, da quel ceto medio produttivo, de- ideologizzato e pragmatico, che il “riformismo debole” alleato con i comunisti non potrà mai conquistare. Una leadership lungimirante avrebbe dovuto progettare tutto ciò anni fa, ma rinviare ancora vorrebbe dire pagare un conto ancora più salato.

    L’unica certezza a questo punto è che Prodi – non importa se dura ancora 48 ore o sei mesi – è “bruciato”, ma nessuno si vuole prendere la responsabilità del suo incenerimento. Ds e Margherita lo sanno perfettamente, ma hanno bisogno di circa un anno – meglio con Prodi, ma se non fosse possibile anche senza – prima delle elezioni anticipate, per far partire il progetto del Partito democratico e presentare un nuovo leader, per esempio Veltroni. E forse in quel nuovo “centro-sinistra” vedremo l’Udc al posto di Rifondazione e Pdci, i cui leader sono molto spaventati dalla crisi. Non può sfuggire, infatti, come un D’Alema spazientito nella sua replica al Senato abbia sfidato i dissenzienti comunisti (“è questa la politica internazionale dell’Italia, se non vi piace non votatela”) e non si può del tutto escludere che lo abbia fatto per calcolo: se avesse vinto, si sarebbe preso i meriti dello statista, altrimenti avrebbe aperto la fase del dopo-Prodi, com’è poi accaduto. Inoltre, nei giorni scorsi le sue dure parole contro quella “sinistra che non serve al paese”, l’apertura al sistema elettorale tedesco, modello caro a Casini, e il retroscena di Francesco Verderami, sul Corriere della Sera, che vede D’Alema e Rutelli uniti dal progetto di un nuovo centrosinistra che vada dai Ds all’Udc.

    Ma perché in Italia per conquistare nuovi consensi, e allargare la propria coalizione, si tentano alleanze con i piccoli partiti contigui piuttosto che cercarli politicamente nel paese, convincendo gli elettori della bontà della propria proposta di governo? L’assenza di un sistema elettorale veramente maggioritario e di una cultura bipartitica non aiuta, spingendo i partiti più grandi ad allearsi con i partiti minori anziché contendergli i voti. Il vantaggio del collegio uninominale, invece, sarebbe proprio quello di costringere le forze politiche maggiori a trovare candidati che possano intercettare il consenso dell’elettorato “di mezzo”, o addirittura avversario, allargando così la loro base elettorale politicamente, non “geograficamente”, subendo i ricatti dei partiti centristi che mirano alla palude o di quelli estremisti, con i quali è impossibile governare.

    Purtroppo, vecchi schemi e pregiudizi ideologici impediscono ancora oggi al centrosinistra di allargare politicamente il proprio consenso e il punto debole rischia di trovarsi proprio nei “riformisti”. Nelle classi dirigenti ex comuniste ed ex democristiane permane una certa resistenza al prevalere delle idee liberali. L’adesione al libero mercato in economia, la scelta “occidentale” in politica estera, persino i diritti civili, sembrano atti dovuti per realismo piuttosto che convinzioni di fondo e opzioni ideali di modernità, e ciò riduce il loro appeal. La sinistra sembra ancora ignorare che la libertà dell’individuo dai poteri coercitivi dello Stato dovrebbe rappresentare la motivazione ideale e l’obiettivo concreto di una forza di sinistra democratica, liberale e moderna.

 

 
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