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  1. #1
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    Predefinito D'Alema Sbaglia Nemico (parte II°,Afghanistan)

    Dopo le Gaffes del nostro funambolico Ministro degli Esteri sulla Somalia ed i raid aerei USA,D'Alema rincara la dose,come al solito,sbagliando nemico per compiacere gli amici a Sinistra...

    Dura la Casa Bianca: inaccettabili i paragoni tra noi e i terroristi

    di Laura Cesaretti da il Giornale

    Washington replica alle critiche degli alleati, italiani inclusi, contro i suoi soldati. Il senatore comunista Rossi conferma il suo voto contrario alla missione afghana: «Anche Prodi ha le mani insanguinate»

    «Inaccettabile». Il portavoce della Casa Bianca Tony Snow condanna aspramente ogni equiparazione tra l’operato dei militari americani in Afghanistan e quello dei loro nemici talebani. E reagisce con durezza alle critiche, anche di alcuni alleati, dopo gli attentati e gli scontri a fuoco nei quali hanno perso la vita civili afghani.
    Snow ha respinto con forza «ogni tentativo di tracciare un paragone morale tra terroristi che uccidono civili come linea politica e gli Stati Uniti che come linea politica hanno quella di cercare di salvare questa gente». Ma a Washington non devono aver fatto piacere neppure le pur caute prese di distanza del governo italiano, «preoccupato e turbato» dagli ultimi eventi afghani, con Massimo D’Alema che ha dato il suo appoggio alla richiesta di un’indagine «indipendente» sull’accaduto avanzata da Karzai e chiesto una «riflessione seria» sul fatto che «non uccidere civili potrebbe contribuire a far andare meglio le cose».
    D’altronde il ministro degli Esteri italiano è alle prese con un voto complicato, quello per il rinnovo della missione italiana a Kabul, e il peggioramento della situazione in loco sta causando contraccolpi politici dentro la maggioranza. Sul dibattito, che si è aperto ieri alla Camera, aleggia il fantasma di quello che la presidente della commissione Difesa, la ds Roberta Pinotti, ha chiamato «il rischio di irachizzazione della situazione in Afghanistan».
    Scottati dalla recente crisi di governo, i partiti della sinistra pacifista sono pronti a votare il loro sì al decreto «anche se gli Usa buttano l’atomica», ironizza un loro esponente, ma dalle loro file si levano attacchi durissimi agli americani («Gli Usa fanno rappresaglie come i nazisti», dice ad esempio Marco Rizzo del Pdci), e le difficoltà per contenere il dissenso al Senato aumentano. Anche se il governo sta facendo molte concessioni: oltre all’aumento dei fondi per la cooperazione civile ha fatto sua la proposta di una conferenza internazionale di pace («Una belinata», la definì D’Alema che ora promette di perorarne la causa) e ha aperto all’ordine del giorno per lanciare in sede internazionale l’ipotesi di acquisto dell’oppio a fini farmaceutici.
    Il voto a Montecitorio è previsto per oggi, e le uniche defezioni annunciate sono quelle di Paolo Cacciari, che ha chiesto al Prc di lasciargli libertà di voto, e del trozkista Salvatore Cannavò, prossimo all’espulsione da Rifondazione come il suo collega del Senato Franco Turigliatto. Il problema però è come si sa a Palazzo Madama, dove - oltre a Turigliatto - è certo il voto contrario di Fernando Rossi, che dichiara provocatoriamente: «Non si capisce perché Berlusconi e Bush sono dei sanguinari e si parla di Prodi come se indossasse i guanti». Il rischio è quello di un’estensione del dissenso che renda la maggioranza nuovamente «non autosufficiente». Rischio molto concreto, che tutti gli esponenti del centrosinistra si affannano ad esorcizzare in anticipo. Non per nulla proprio oggi, intervistato dal Corriere della Sera, il ministro Giuliano Amato ha elaborato un’apologia delle «maggioranze variabili», diverse da quella che dà la fiducia al governo. «Sarà il Quirinale a non consentire che vadano oltre un certo limite», teorizza Amato. E il messaggio preventivo è diretto proprio a Napolitano, che (temono ad esempio dentro Rifondazione) «potrebbe risollevare il problema se il decreto passa con i voti determinanti del centrodestra».
    L’opposizione intanto cavalca la questione, con Casini che avverte che «se i nostri voti non saranno solo aggiuntivi la maggioranza dovrà trarne le conseguenze». Gli replica il segretario ds Fassino: «Se l'esecutivo presenta un provvedimento e il 90 per cento del Parlamento lo vota perché considera che sia giusto, come si fa a spiegare che bisogna aprire una crisi?». L’Udeur di Mastella celebra le «larghe convergenze» e avverte: «Non dobbiamo più commettere l’errore di porre la fiducia su questi argomenti». Idea che in effetti non sfiora più il premier Prodi.

  2. #2
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    Afghanistan, botta e risposta tra D'Alema e gli Usa
    Lanciata offensiva Nato nel sud


    di Stefano Filippi da Il Giornale

    Dopo le vittime civili a Jalalabad, il vicepremier Ds attacca: "La crescita di ostilità verso la Nato preoccupa". La dura replica della Casa Bianca: inaccettabili i paragoni tra noi e i terroristi. Intanto le truppe Nato attaccano i talebani nel Sud: scattata l'operazione Achille

    Milano - È ridisceso il grande freddo tra la diplomazia italiana e gli Stati Uniti. In Afghanistan s’intensifica la violenza, aumenta la tensione, le forze occidentali reagiscono agli assalti dei terroristi e Massimo D’Alema non spende una parola a favore delle truppe Nato. Non le attacca («Nessuno ha dato ordine di sparare sui civili, non ci sono comandi che ordinano queste cose») ma neppure le difende. Il ministro degli Esteri dice che la strage di civili a Jalalabad provocata dalla reazione americana «crea in noi grande turbamento», e lo crea «al di là degli aspetti giuridici perché sono rimasti uccisi molti innocenti». Appoggia la richiesta del presidente Hamid Karzai di «aprire un’inchiesta indipendente per appurare come sono andate le cose e chiarire le responsabilità». Ritiene che «la situazione sia molto preoccupante» perché «nei cittadini afghani si può diffondere un sentimento di ostilità verso i militari della Nato: questa sarebbe la più disastrosa sconfitta per noi, perché siamo lì per proteggere la popolazione».

    «Tutto ciò richiede una riflessione molto seria - ha aggiunto D’Alema a Bruxelles al termine del Consiglio dei ministri degli Esteri Ue - su come stanno andando le cose e su che cosa si può fare perché possano migliorare. Ad esempio, non uccidere civili sarebbe un grosso passo avanti per contribuire a farle andare meglio». Preoccupazione e turbamento: sono questi i sentimenti su cui insiste il vicepremier. Ma l’escalation della tensione non influenzerà il voto del Parlamento italiano sul rifinanziamento della missione militare.
    D’Alema lo dice apertamente in serata, arrivando alla cena di gala della fondazione Italia-Cina presieduta da Cesare Romiti. I giornalisti gli chiedono se la violenza crescente in Afghanistan potrà portare a ripensamenti sulla nostra presenza. «Che c’entra?», ribatte secco il ministro degli Esteri. «Sapevamo che c’era tensione. Siamo lì per cercare di superare le difficoltà e contribuire alla pacificazione del Paese».

    La diplomazia italiana tenta di muoversi dunque in un solco strettissimo: «Rafforzare le istituzioni democratiche, che è lo scopo della missione internazionale in Afghanistan» senza però fare nessuno sconto sul comportamento delle forze di sicurezza. Il capo della Farnesina annuncia che il prossimo 20 marzo alla riunione dell’Onu sul rinnovo del mandato alla missione spiegherà che «l’Italia ritiene essenziale una conferenza per la pace dell’Afghanistan che coinvolga tutti i Paesi vicini e l’intera comunità internazionale».
    Una posizione che dovrebbe tranquillizzare la sinistra radicale italiana. Ma D’Alema si spinge ancora oltre in questa direzione. E annuncia che il governo è disponibile a valutare l’ordine del giorno che sarà presentato da Rifondazione, Verdi e Rosa nel pugno per spingere la comunità internazionale ad acquistare l’oppio afghano da trasformare in farmaci (morfina e codeina). Ovviamente «il governo italiano non può decidere di comprare l’oppio: sarebbe una decisione illegale, visto che il governo afghano ne considera illegale la coltivazione e fa una campagna per distruggerlo».

    Come un esperto equilibrista il capo della nostra diplomazia appoggia Karzai quando vuole indagare sulle truppe Nato, ma ne ostacola la battaglia contro i produttori di oppio se questo fa comodo all’ala radicale e antiproibizionista della maggioranza, cui il ministro degli Esteri tende una mano in vista del voto imminente sul rifinanziamento della missione. D’Alema non respinge l’ordine del giorno dell’estrema sinistra perché esso «propone di discutere in sede internazionale questa ipotesi». Idea che peraltro non è nuova: è stata suggerita da organizzazioni umanitarie e se ne è parlato anche all’Organizzazione mondiale della sanità. «Sarebbe la comunità internazionale, non i singoli governi in via unilaterale, ad acquistare parte della produzione di oppio per produrre medicinali».
    A Bruxelles, dove ha incontrato il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, D’Alema ha parlato anche di Medio Oriente difendendo il governo che si sta formando in Palestina dopo l’accordo tra Hamas e Fatah: «È l’unica alternativa alla guerra civile».

  3. #3
    Super Troll
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    Citazione Originariamente Scritto da Mantide Visualizza Messaggio
    Dura la Casa Bianca: inaccettabili i paragoni tra noi e i terroristi
    Hanno ragione gli americani: nessun terrorista ha mai fatto tanto danno all'universo mondo quanto loro!

  4. #4
    Super Troll
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    Citazione Originariamente Scritto da Mantide Visualizza Messaggio
    Dura la Casa Bianca: inaccettabili i paragoni tra noi e i terroristi
    Hanno ragione gli americani: nessun terrorista ha mai fatto tanto danno all'universo mondo quanto loro!

    Ma D'Alema, povero cucciolo...
    Non ha ancora capito che l'Italia ha perso la seconda guerra mondiale, e che da noi comandano i nostri "liberatori"?

  5. #5
    a.k.a. tolomeo
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    Comunque, queste affermazioni di D'Alema e la doverosa replica del Dipartimento di Stato americano fanno notizia solo in Italia, è un episodio nato morto. Forse addirittura concordato.
    La finta "querelle" è riportata a grandi caratteri solo dai giornali italiani, quelli esteri ignorano la posizione del nostro ministro degli esteri: non gliene può fregare di meno.
    L'uscita di D'Alema è unicamente a beneficio della sinistra radicale e dei suoi accoliti.
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  6. #6
    a.k.a. tolomeo
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    CVD

    Civili uccisi, D'Alema: «Siamo turbati».
    E gli Usa si difendono

    questo è il corsera.

    Stragi, gli Usa si difendono
    questo è repubblica. "Stragi"... ahahah

    sono due giorni che questi due ìgiornali insistono su questi titoloni, che non hanno riscontro in alcun altro media estero.
    il caso è stato chiuso ormai da tempo dal Dipertimento di Stato, che ci ha precisato - manco fossimo all'asilo - che i talebani uccidono i civili intenzionalmente, mentre a noi succede di uccidere per errore.
    è la guerra, bellezza.
    intanto, i nostri soldati sono in Afghanistan con le pallottole contate, ma ai pacifinti non importa un fico secco.
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  7. #7
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    Predefinito D’Alema si (s)copre a sinistra

    Roma. “E’ un principio costituzionale: il governo non c’è senza maggioranza”, dichiarava il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, alla vigilia del voto al Senato sulla politica estera.
    Poi il consenso non è arrivato, c’è stata la crisi, il serrate le fila in 12 punti, un nuovo mandato, la fiducia, e via di nuovo con spavalderia, senza più citare l’autosufficienza del governo, ché le maggioranze variabili sono un rifugio sicuro.
    Soprattutto se c’è il rifinanziamento delle missioni da votare.
    Così la politica estera del centrosinistra ha ottenuto un unico obiettivo: la discontinuità con il passato.
    Per il resto, non è riuscito né il tentativo di agganciarsi alla Germania - Angela Merkel era il di riferimento dell’Italia a governo appena nato – né di uniformarsi alle politiche europee (basta vedere il dossier sulla questione israelo-palestinese) o dell’Alleanza atlantica né di mettersi in coda alla Francia (sulla missione in Libano ci sono stati dissensi) né di sancire un distacco dalla politica americana abbastanza convincente da tenere insieme la fragile coalizione di governo.
    Da quando D’Alema si è insediato alla Farnesina, si sono moltiplicate le questioni su cui è stata testata l’affidabilità dell’alleato italiano.
    La più urgente è l’Afghanistan: al richiamo delle forze della Nato, Roma ha risposto con sei aerei di ricognizione e trasporto: secondo gli ultimi report dell’Alleanza, il nostro settore è il più sguarnito di tutto il paese.
    L’offensiva talebana è più che cominciata, ma dall’Italia continua la politica della minimizzazione e il rilancio di una Conferenza di pace (su cui neppure la Farnesina riesce a dare dettagli precisi) che prevede un coinvolgimento anche dei talebani, gli stessi che ieri hanno “arrestato” il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo.
    In compenso, le vittime civili degli attacchi della Nato costituiscono motivo di grande turbamento per D’Alema.
    Poco importa se Washington dice che l’equiparazione tra i terroristi e i soldati delle forze alleate è “inaccettabile”, perché quelle belle frasi hanno fatto sì che ieri un Paolo Cento qualsiasi confermasse il tanto sospirato sì al rifinanziamento.
    L’antiamericanismo un po’ paga, D’Alema lo sa.
    Ci sono il caso Abu Omar, il caso Calipari e la rinnovata minaccia islamica in Somalia sempre lì, pronti all’occorrenza, per dare contentini alla sinistra affamata di accuse a “quei nazisti” – per dirla alla Marco Rizzo – di americani.
    Sul governo d’unità palestinese, D’Alema si è ridotto a uno splendido isolamento. L’esecutivo dei Territori che ancora deve nascere, infatti, suscita perplessità nel pur generoso consesso europeo, e Bruxelles ha imposto la linea della cautela.
    D’Alema invece ha detto che l’accordo siglato alla Mecca prevede “l’implicito riconoscimento di Israele”, che il governo che nascerà “è un gran passo in avanti”, e insomma “non mi sento di vestire gli abiti del notaio”. Eppure quel governo non ottempera alle condizioni – fine del terrorismo, disarmo, riconoscimento degli accordi siglati dall’Olp e dell’esistenza di Israele – imposte non dagli americani, ma dal Quartetto.
    Allo stesso modo, mentre tutta Europa discute del nuovo progetto antimissile di Washington nell’Europa dell’est, con Berlino impegnata a una mediazione “calma” in sede Nato, l’Italia è già dalla parte dei “critici”.
    Così sull’Iran l’Italia vuole un rafforzamento della risoluzione 1.737 dell’Onu, come hanno chiesto anche i francesi, e non un nuovo pacchetto di sanzioni come chiede Washington.
    Il dialogo deve continuare, come ha ribadito anche Emma Bonino, ministro del Commercio estero e delle Politiche europee, perché gli interessi italiani a Teheran sono molto consistenti.
    Eppure anche la Germania, che ha relazioni commerciali assimilabili alle nostre, ha scelto la linea dura: le banche tedesche hanno congelato i conti con l’Iran e gli scambi sono diminuiti del 20 per cento. In questo caso, vince la linea francese, cioè una scoppola alla compattezza del fronte occidentale in un momento in cui pareva sortire qualche effetto.
    Del resto, il premier Prodi ha incontrato Ahmadinejad, ma ancora aspetta di essere ricevuto alla Casa Bianca.

    Da il Foglio di oggi

    p.s. il "nostro" ministro degli Esteri prima ha tentato di far cadere il governo Prodi, ora tenta di cancellare la Nato per aprirsi la strada alla presidenza degli Usa.
    Ce la farà?

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Lo scudo cambia le alleanze

    Lo scudo di Bush, come le guerre stellari di Reagan, ridisegna rapporti di forza e alleanze.
    Le frontiere euroatlantiche toccano Russia e Iran, e la Nuova Europa è la nuova protagonista della Nato.
    Mosca reagisce alla sovietica, rielaborando la dottrina militare e puntando i missili contro Polonia e Repubblica ceca, che ospiteranno un radar e una batteria di intercettori.
    Non bastano le rassicurazioni di Washington che “lo scudo non è diretto contro la Russia”, ma serve a “proteggersi” da Iran e Corea del Nord.
    Mosca vuole tornare a guidare l’altra polarità del mondo.
    Vittima colpevole di questa “pace fredda” è l’Europa che, priva di una strategia di difesa e alle prese con la guerriglia energetica russa, si dimostra divisa, incapace di scegliere da che parte stare.
    Austria e Lussemburgo stigmatizzano la Nuova Europa, la Francia è defilata ma non appoggia l’iniziativa americana.
    Danimarca e Regno Unito preferiscono il sistema di difesa ai “missili sulle nostre teste”.
    Angela Merkel vuole una discussione “calma” alla Nato perché lo scudo rimette in discussione l’Alleanza.
    La cancelliera chiede più “dialogo” con Mosca, ma sta con gli Stati Uniti perché lo scudo è essenziale alla nuova Nato.
    Anche il nostro ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, vuole un dibattito europeo, ma per invitare alla prudenza Varsavia e Praga.
    In realtà –come ha detto il suo omologo ceco Karel Schwarzenberg – chi ha a cuore “la sicurezza europea del futuro sa che abbiamo tutti bisogno di un sistema di difesa contro i missili”.

    Da il Foglio

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Equovicinanza; equolontananza; quante....

    ....parole stupidamente false

    Non finirò mai di fare autocritica per l'incauta previsione circa la politica corretta che Massimo D'Alema avrebbe sviluppato nei confronti di Israele.
    Andrea Romano, suo autorevole e colto ex collaboratore, giudica che ''Il migliore'' sia addirittura ''affetto da un pregiudizio'' nei confronti di Israele. Frase esplicita che si ferma ad un passo dall'accusa di antisemitismo, a cui apertamente allude.
    In questi giorni, il nostro ministro degli Esteri, però, è andato ben oltre. In pessima buona compagnia -dei francesi, innanzitutto- D'Alema si è infatti espresso per una riapertura dei rapporti dell'Ue con il governo Hamas-al Fatah, nonostante l'aperto, reiterato rifiuto di riconoscere l'esistenza di Israele.
    Questa pervicace posizione di Hanyeh, ora purtroppo avallata da Abu Mazen -che si spiega solo con la statuaria volontà di Hamas di distruggere Israele- non scandalizza per nulla D'Alema, che anzi la giustifica e critica implicitamente Israele per la sua rigidità
    Il punto, per il Nostro, è che questo governo evita la guerra civile tra palestinesi.
    Naturalmente - per la sua mentalità- i palestinesi vanno compresi sempre, hanno ragione sempre, anche quando fanno le guerre civili.
    D'Alema non sa neanche porsi, per estrema ignoranza politica, la domanda sul perché poi i palestinesi facciano la guerra civile tra di loro. La risposta a questa domanda, infatti, spiegherebbe tutto sui torti dei palestinesi da 80 anni in qua e sulle ragioni di Israele da sempre.
    Israele -sempre secondo D'Alema- non ha quindi il diritto di farsi riconoscere la sua esistenza, e deve abbozzare, per i superiori interessi dei palestinesi.
    Insomma, lo Stato degli ebrei può benissimo non essere riconosciuto, anzi, non deve essere riconosciuto se questo soddisfa i palestinesi che devono essere premiati per questa loro orribile scelta, aprendo i rubinetti dei milioni di dollari dell'Ue.
    Pazzesco.
    Si apra il dibattito: questo è antisemitismo?

    Carlo Panella

    saluti

  10. #10
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    Predefinito Kabul, ieri e oggi

    Il ministro D’Alema dedica sguardi sufficienti al suo prossimo, che deve parergli ogni volta incapace di capire quanto lui invece comunque capirebbe.
    Anche riguardo ai casi afghani, quando col suo tono più saputo dice «sciocco strumentalizzare».
    Ma intanto quel contorno di furbi e travestiti di ogni sorta ormai al governo, nonché comunisti falliti, si sgomenta e gli resiste. Ed eccoli i governativi più molesti con Luxuria battere i piedi, ormai in tormento isterico, mentre il povero Prodi si dispera, e D'Alema ammaestra alla pace una Nato già in guerra.
    Predica tanto più ridicola, tra l'altro considerando i molti tagliagole con cui si ha a che fare in Afghanistan. Come se quelle anime di atavici, aduse a scannarsi tra di loro appena non scannano bastanti russi, indiani o inglesi, fossero da trattare coi Pacs. E dire che presso gli afghani gli italiani potrebbero vantare, dall'Ottocento, fama ben altrimenti utile, grazie al napoletano generale Paolo Avitabile.
    Il cui nome ancora pare sia usato dagli abitanti di Peshawar come minaccia per i bambini.
    Nato il 25 ottobre del 1791 egli era stato artigliere di Murat; e alle miserie della sconfitta aveva cercato rimedi nei commerci. Finiti male però, tra naufragi e pesti che lo decisero ad andare in Oriente. Là dove il re di Persia reclutava i reduci delle guerre napoleoniche. Rimase al suo servizio per sei anni: e riuscì a domare le tribù ribelli della frontiera. Ma per convincerli non usò metodi congeniali all'onorevole Luxuria. Adoprò piuttosto ecatombi e terrore. Gli guadagnarono di venir chiamato «eletto della Cristianità» dallo Scià, e insignito della decorazione della Corona e del Leone e del Sole. Una fama di spietatezza lo precedette a Kabul e fin nel Punjab, dove il maharaja Ranjit Singh, riconobbe i suoi talenti sanguinari.
    Lo assunse, gli affidò l'artiglieria e una provincia. Prima di arrivare a Peshavar il nostro mandò avanti dei carri coi pali di legno che fece piantare davanti alla città, tra le risa di scherno degli abitanti. Ma nessuno rise allorché il giorno dopo vi pendevano impiccati cinquanta ribelli. A bugiardi e spie fece poi tagliare la lingua e quando arrivò un santone, che protestava, la tagliò pure a lui.
    Il nostro malommo e generale era del resto di carattere tale che volle la sua guardia del corpo fatta dai parenti di afghani o khiberiti fatti squartare o impiccati per suo ordine.
    Tuttavia proprio per questi suoi talenti piacque agli afghani, come del resto agli inglesi. Un loro tenente lo descrisse uomo robusto, e alto, piacevole, barba lunga, in splendida veste verde con lacci e i bottoni d'oro, e la sciabola di un principe. Pare fosse ospitale per quant'era spietato. Inoltre salvò gli inglesi in ritirata da Kabul. Ma lo prese la nostalgia di godersi i frutti sanguinolenti delle sue ruberie. A Londra venne onorato con un solenne banchetto alla East India House. E finì rovinato dai buoni sentimenti: nel suo Paese, dove era tornato, avvelenato forse dall'amante della giovane moglie ch'aveva preferito agli harem.
    Ora non dico che Avitabile possa o debba imitarsi. Ma il ricordarsene è auspicabile.
    Perché in quelle valli desolate ben poco è cambiato. E i talenti effeminati di questo governo sono non meno perniciosi. La sua viltà avrà l'esito di attirare gli attentati sui nostri alpini; intanto già ne è sortito un rapimento.

    Geminello Alvi su il Giornale di oggi

    Kabul, Afghanistan, come scordare che sono state il Vietnam dell’armata sovietica?
    Si son dimenticati, a sinistra, in quella sinistra-fascista alleata sovietica dei D’Alema, Berlinguer e compagni, il tifo filo-russo col quale hanno per anni seguito quelle squallide “invasioni” .
    E mica era il tentativo di esportare la democrazia.
    Già: loro la parola “democrazia” la mettevano dovunque. Come fanno anche oggi.

    saluti

 

 

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