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    Predefinito Stefano Vaj eletto segretario nazionale dei transumanisti!

    Da http://www.mirorenzaglia.com:


    IL DOTTOR STRANAMORE

    ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi
    e ad amare la trasformazione postumana

    di Stefano Vaj


    "Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!", scrive Marinetti.

    Risponde Jünger: "Ci troviamo [oggi] ad una svolta tra due epoche, la cui importanza corrisponde pressappoco a quella del passaggio dall'età della pietra all'età dei metalli".

    Aggiunge Gehlen: "la rivoluzione industriale che oggi volge al termine segna infatti la fine delle cosiddette 'culture superiori', affermatesi dal 3500 a.C. fino oltre il 1800 d.C. e promuove la nascita di un nuovo tipo di cultura, oggi ancora non ben delineato. Seguendo questa linea di pensiero, si potrebbe addirittura arrivare a pensare che l''era civile' come periodo storico sia vicina a spirare, se intendiamo la parola civiltà nel senso che ci viene illustrato dalla storia delle culture superiori dell'umanità sino ad oggi".

    Ed ancora Faye: "La tecnoscienza contemporanea è un fattore storico d'importanza capitale. Essa può sconvolgere tutte le carte. Persino quelle della geopolitica e delle capacità genetiche innate dei popoli. Influenza la spiritualità e trasforma i dati della religione e della filosofia. Senza entrare nei dettagli, sappiamo sin d'ora che 1) la potenza degli elaboratori sarà centuplicata o più da ora al 2020; 2) dei ponti vengono stabiliti tra l'ingegneria genetica e l'informatica; 3) le capacità di intervento sul genoma (umani, animali, piante) segue una progressione geometrica... Ciò che si sa, è che, come aveva predetto Michel Foucault, la tendenza umanista è destinata a sprofondare, e la nozione stessa di 'uomo' a relativizzarsi. Questo sconvolgimento sarà un maëlstrom, a fronte del quale la rivoluzione neolitica e la rivoluzione industriale saranno stati un ballo di campagna e la Rivoluzione francese un non-evento".

    "Nietzsche è il primo a riconoscere il momento storico in cui l'uomo si prepara ad assumere il dominio di tutta la Terra. Nietzsche è il primo pensatore che, in vista di una storia mondiale per la prima volta emergente, pone la domanda decisiva e pensa tutte le sue più profonde implicazioni. La domanda è: l'uomo, in quanto uomo nella sua natura sinora, è pronto ad assumere la signoria del pianeta? Se no, cosa deve succedere all'uomo perché egli sia capace di sottomettere la terra e rivendicare così un antico legato? Non deve l'uomo, così com'è ora, essere portato oltre se stesso per adempiere a questo compito?", conclude Heidegger.

    Ora, sono quasi vent'anni che tale domanda costituisce il tema soggiacente della maggiorparte dei miei scritti, distribuiti su un ventaglio di pubblicazioni piuttosto eterogeneo per pubblico ed orientamento, ma con un filo comune inerente alla riflessione sulla tecnica.

    Ancora Heidegger: "Ciò che è stato pensato e poetato agli albori dell'antichità greca è oggi ancora attuale, così presente che la sua essenza rimasta chiusa a esso stesso ci sta davanti e ci viene incontro da ogni parte, soprattutto e proprio là dove meno ce lo aspettiamo, cioè appunto nel dominio dispiegato della tecnica moderna, che è assolutamente estranea a tale ancestralità, ma che tuttavia ha la propria origine essenziale proprio in quest'ultima".

    L'arco di considerazioni che vanno da "L'uomo, la tecnica, il futuro" (http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=101) che pubblico nel 1985, a Biopolitica. Il nuovo paradigma (http://www.biopolitica.it), uscito nel 2005 per i tipi della SEB, si salda così nel constatare che la tecnica resta la chiave non solo dell'autodeterminazione faustiana dell'uomo, ma anche di ogni possibilità di autodeterminazione futura di qualsiasi comunità politica, in termini di sovranità, autonomia ed identità, contro la fine della storia ed in vista di un mondo destinato a restare plurale, diverso ed in divenire.

    Conseguente traduzione metapolitica di questo punto di vista è stata la mia decisione di contribuire alla formalizzazione dell'Associazione Italiana Transumanisti (http://www.transumanisti.it) e di accettare il ruolo di segretario nazionale dell'associazione.

    Tale associazione, sia chiaro, è "laica", nel senso che accoglie nel suo seno chiunque sia motivato ad opporsi al proibizionismo neoluddita, e chiunque accetti, anzi pretenda, che all'uomo continui ad essere riconosciuto il ruolo prometeico di artefice del suo destino, contro i miti decadenti della decrescita o del ritorno ad uno "stato di natura" tanto rinunciatario quanto immaginario. Specie a livello internazionale, i filoni che convergono a formare il movimento transumanista sono del resto variegati: dalla tradizione del movimento eugenetico alla mentalità superomista ed al senso del meraviglioso che pervade tanta parte della fantascienza classica (vedi Heinlein, Anderson, Clarke); dalla difesa della libertà di ricerca al sovrumanismo filosofico alle visioni cyberpunk; dal futurismo al longevismo alla nostalgia per la "corsa allo spazio" degli anni sessanta al filonucleare alla preoccupazione per le conseguenze disumanizzanti e potenzialmente catastrofiche di meccanismi di rimozione che lasciano senza una guida trasformazioni che sono comunque destinate a prodursi.

    In tale ambito, è anche normale che un sondaggio un po' risalente sugli orientamenti "politici" all'interno dell'ambiente in questione abbia finito per ritrovare uno spaccato relativamente fedele delle varie famiglie ideologiche ottocentesche che tuttora agitano e pervadono gli schieramenti contemporanei. Ciò che d'altronde appare significativo è che già oggi in tutto il mondo più di un quarto del movimento non si riconosce più in alcuna di esse, oppure ritiene di averle già superate e si dichiara "upwingers": come dice il mantra del protagonista del mondo bidimensionale di Flatlandia di Abbott, finito come prigioniero politico per aver predicato l'esistenza della terza dimensione, "Non verso nord [o verso sud], verso l'alto".

    Non a caso, secondo Fukuyama, che annunciava soddisfatto qualche anno fa la fine della storia ed il definitivo successo dell'"ultimo uomo", ed ora denuncia in toni apocalittici la minaccia del "nostro futuro postumano" ("Our Posthuman Future", titolo originale del libro L'uomo oltre l'uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica), il transumanismo è la prima minaccia al mondo: non gli Stati-canaglia, non l'Islam, non i complotti nazisti o bolscevichi, non il "riscaldamento globale".

    Leggiamo così, significativamente: "La minaccia più significativa posta dalle biotecnologie contemporanee è la possibilità che esse finiscano per alterare l'umana natura, epperciò condurci in una fase storica 'post-umana'... La natura umana modella e costringe i possibili generi di regime politico, così che una tecnologia abbastanza potente da rimodellare ciò che siamo avrebbe potenzialmente perniciose conseguenze per la democrazia liberale e la natura stessa della politica [...]. Dobbiamo usare il potere dello Stato per impedire l'accesso a tecnologie che possano minare la nostra attuale nozione di umanità, che potrebbero permettere a taluni di superare le limitazioni fisiche e mentali che oggi conosciamo".

    La stessa attuale amministrazione americana, che certamente non ha solo questo di cui occuparsi, in certa misura sembra dargli retta, se è vero che non esita a buttare sul piatto tutto il peso politico degli USA per tentare di imporre (in particolare con la combattuta dichiarazione ONU di due anni fa) un bando mondiale alla manipolazione eugenetica delle linee germinali ed alla clonazione; e sembra accettare di subire le conseguenze di un ritardo tecnologico dalle conseguenze imprevedibili nei confronti di Cina, India, Corea, Cuba, etc. pur di limitare ricerche e pratiche ritenute moralmente insopportabili e potenzialmente destabilizzanti per l'entropico Brave New World, il Mondo Nuovo globalizzato ed immobile che vorrebbe veder consolidato.

    Rispetto a tutto questo, una recente trasmissione di RAI3 (tuttora visibile a:
    http://www.media.rai.it/mpmedia/0,,ceraunavolta%5E13784,00.html) presenta i transumanisti come gli iniziati di una una tentacolare società segreta tecnofascista, un incrocio tra i Templari e la Spectre, che starebbe gradualmente innervando i centri del potere scientifico e culturale mondiale per distruggere i valori della political correctness oggi dominante.

    Più modestamente, l'Associazione Italiana Transumanisti rappresenta un quadro nel cui ambito un gruppo di ricercatori, intellettuali, studenti e più in generale cittadini si sono riuniti per approfondire una riflessione comune sulle prospettive che si aprono al nostro futuro, e promuovere la cultura della trasformazione postumana.

    Chi fosse interessato a confrontarsi su tali temi, d'accordo o meno che sia, o a far presente le sue opinioni al riguardo ad altre persone parimenti interessate, trova così su Internet, anche in italiano, un gruppo di discussione animato dalla suddetta associazione cui è possibile iscriversi all'indirizzo http://it.groups.yahoo.com/group/transumanisti.

    Lo stesso non è moderato, se non contro trolls, spam e messaggi platealmente off-topic.

    Ci vediamo là...


    Stefano Vaj

  2. #2
    ulfenor
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    Bah sinceramente con il sottoscritto mal si colloca visto che se fosse per me butterei nel cesso la modernita...

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da ulfenor Visualizza Messaggio
    Bah sinceramente con il sottoscritto mal si colloca visto che se fosse per me butterei nel cesso la modernita...
    Qui in effetti parliamo di postmodernità più che di modernità... Moderni gli umanisti, non i futuristi o i transumanisti.

    Guarda un po' qui:
    Jesse, l’uomo bionico sognato da Marinetti

    Il Secolo d'Italia del 24 settembre 2006

    Adriano Scianca


    Forse non ce ne siamo accorti, ma quando qualche giorno fa Jesse e Claudia si sono stretti la mano la storia, in qualche modo, ha compiuto un sommovimento epocale. Eppure Jesse e Claudia non sono grandi politici, big della finanza o capi guerriglieri: lui è un ex elettricista, lei un ex soldatessa. Solo – ed è questo il punto – tanto a Jesse che a Claudia sono state amputate le braccia. Gli arti con cui i due si sono scambiati il gesto di intesa sono in tutto e per tutto artificiali. Delle braccia bioniche.

    Jesse e Claudia, infatti, sono rispettivamente il primo uomo e la prima donna ad aver sperimentato su se stessi la rivoluzionaria tecnologia del dottor Todd Kuiken del Rehabilitation Institute di Chicago. Lui, 59 anni, era un elettricista del Tennessee. Nel 2001, in seguito ad una gravissima ustione i medici hanno dovuto amputargli entrambe le braccia fino alla spalla. Lei, 26 anni, è un'ex marine che ha perso il braccio sinistro dopo una caduta dalla motocicletta in Arkansas. I loro nuovi arti rispondono direttamente agli stimoli del cervello, dando la possibilità di eseguire quattro movimenti (contro i ventidue di un braccio naturale). Presto però, assicura Kuiken, le prestazioni miglioreranno e l’interazione braccio-mente diventerà anche biunivoca, permettendo ai due possessori delle protesi di percepire la sensazione del tatto.

    Storie come queste hanno se non altro il pregio di non lasciare indifferenti. E di metterci di fronte a quesiti fondamentali: quanto puoi aggiungere di meccanico ad un uomo per chiamarlo ancora “uomo”? A pensarci bene un brivido corre lungo la schiena e le gambe tremano. Sappiamo la risposta? Meglio: siamo pronti per essa?

    In verità, la nostra mente snervata da troppa televisione non ha difficoltà a rintracciare riferimenti utili per inquadrare l’episodio: come non pensare, ad esempio, alla serie televisiva americana degli anni Settanta “The Six Million Dollar Man” ed alla faccia inespressiva del colonnello Steve Austin, alias Lee Majors. Oppure, per avvicinarci ai giorni nostri, torna alla mente il ferocissimo golem redivivo nel cyborg palestrato del primo e più riuscito Terminator. Due modi opposti di raccontare l’interazione uomo-macchina, forse uniti sotterraneamente da un’ispirazione buonista e politicamente corretta, se è vero che in entrambi i casi è comunque la placida esistenza dell’americano medio che trionfa, indipendentemente dal fatto che ciò avvenga grazie alla tecnica o contro di essa.

    Tutt’altre atmosfere le ritroviamo piuttosto in Blade Runner, l’insuperato cultmovie fantascientifico di Ridley Scott. Il fascino faustiano del replicante Roy Batty, interpretato magistralmente da Rutger Hauer, dischiude veramente un modo nuovo di rapportarci alla tecnica e al nostro destino che con essa viene perennemente rimesso in gioco. Immerso in un’umanità globalizzata, alienata e decadente, il replicante assume qui le sembianze dell’unico essere autenticamente umano. Tutti presi a campare squallidamente alla giornata nelle loro brulicanti metropoli, gli uomini non vivono più appieno le proprie esistenze, sono ormai solo i replicanti ad andare alla ricerca di un senso, di un destino, di un bagliore eroico, di un istinto di libertà. Figure europee, troppo europee, i replicanti incarnano il sogno tragico ed omerico di un’esistenza breve – forzatamente, nel loro caso di macchine a morte programmata – ma carico di senso. Loro “hanno visto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare”.

    Certo, il goffo e primitivo braccio bionico di Claudia Mitchel sta alle mirabolanti evoluzioni dei replicanti di Ridley Scott più o meno come la locomotiva del celebre cortometraggio naif dei fratelli Lumiére sta agli effetti speciali di Matrix. Del resto da qualche parte si deve pur cominciare e se la fantascienza ha un senso, questo è senz’altro dato dalla capacità di immaginare, attingendo magari a valori ancestrali ed arcaici, il futuro che la scienza tenta prosaicamente di mettere insieme passo dopo passo.

    Ma se è di “anticipazione” e di messa in forma mitica degli algidi algoritmi bioingegneristici che si sta parlando, allora la palma della provocazione più visionaria e precoce va, più che a Ridley Scott, a Filippo Tommaso Marinetti. Ed in effetti è proprio il genio futurista quello che prima e meglio ha sondato i fondali inesplorati della modernità, scorgendovi, inespresse, le possibilità del mito. In un incredibile saggio del 1910 su “L’Uomo Moltiplicato ed il Regno della Macchina”, ad esempio, gran parte delle problematiche biopolitiche attuali sono anticipate con lucidità sorprendente. “Bisogna preparare”, dice Marinetti, “l’imminente e inevitabile identificazione dell’uomo col motore, facilitando e perfezionando uno scambio incessante di intuizione, di ritmo, d’istinto e di disciplina metallica”; “Noi crediamo alla possibilità di un numero incalcolabile di trasformazioni umane e dichiariamo senza sorridere che nella carne dell’uomo dormono le ali”. Il risultato di un simile sforzo demiurgico e sovrumano dovrà essere l’Uomo Moltiplicato, il “tipo non umano e meccanico” che “non conoscerà la tragedia della vecchiaia”.

    Merita di essere sottolineato il fatto che tali parole assolutamente profetiche, oltre che essere in siderale anticipo rispetto alle suggestioni cyberpunk di fine novecento ed alle problematiche transumaniste del nuovo millennio, abbiano addirittura anticipato quella Grande Guerra pure così determinante nell’avvicinare uomini come Jünger alla questione della tecnica moderna e della sua capacità di “mobilitazione totale”. Il che testimonia una volta di più l’originalità e l’attualità di certe correnti d’avanguardia troppo sbrigativamente accantonate per far posto a postmodernismi modaioli che hanno detto, dopo e peggio, le stesse cose. Chissà che invece non sia proprio grazie a Marinetti e ai futuristi che in un domani ormai prossimo venturo non si possa andare alla ricerca del nostro destino “al largo dei bastioni di Orione”.
    Da: Il Secolo d'Italia del 24 settembre 2006

  4. #4
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    Al Secolo però non sono troppo decisi: Hanno pubblicato un mese fa un'intervista a Vaj, poi però hanno scritto anche questo.di Matteo Simonetti.

    <<IMMORTALITA', UN MITO PER SCIENZIATI VIRTUALI

    Partiamo dal recente film di Daniel Aronofsky, "L'albero della vita". La pellicola, tiepidamente accolta dai critici, narra le vicende di un esploratore nell'impero dei Maya, di uno scienziato contemporaneo e di una sorta di santone che vive nel 2600. I tre personaggi, tutti interpretati da Hugh Hackman, sono alle prese con il tentativo di impedire la morte della propria donna, di giungere all'immortalità violando il mistero della caducità. I tre episodi sono presentati dal regista ad intermittenza, creando qualche problema di comprensione ad uno spettatore già alle prese con temi ostici quali la vita, la morte, il tempo e la corporeità. Praticamente Aronofsky ci propone un pastrocchio, un po' New Age (con la sua spiritualità a buon mercato) e un po' barocco, sulla ricerca dell'immortalità e non proprio della trascendenza, come qualche critico cinematografico ha invece sentenziato.

    L'attenzione attuale sul tema dell'immortalità è confermata anche da un'intervista apparsa sull'ultimo numero della rivista Newton, nella quale il futurologo Arthur C. Clarke si dice certo del prossimo raggiungimento dell'immortalità, almeno quella virtuale. Si tratta in pratica della perpetuazione dell'intera nostra memoria (che per i non credenti è l'equivalente dell'anima) attraverslo l' uploading, cioè il prelievo dal cervello di ogni suo contenuto, la sua conservazione, o addirittura il suo riversamento in un altro cervello "disponibile". Attenzione, non si tratta di uno signore qualunque, o di uno scrittore di fantascienza che poco si cura del reale (Clarke ha effettivamente collaborato con Kubrick per 2001 Odissea nello spazio) ma del personaggio che ha ideato e brevettato il sistema di comunicazione satellitare, uno che insomma di anticipazioni scientifiche se ne intende.

    Ora, è indubbio che il pensiero della morte sia da sempre centrale nell'insieme delle preoccupazioni umane, nodo cruciale di ogni filosofia e religione, ma dobbiamo chiederci se oggi la nuova tecnologia consente un cambiamento essenziale nella riflessione in tal senso e soprattutto quale atteggiamento culturale è alla base del culto dell'immortalità. Possiamo riflettere su questi temi solo prendendo in esame la corrente di pensiero che più di ogni altra punta sul prolungamento della vita e sul raggiungimento dell'immortalità: il transumanismo.

    I transumanisti sono presenti in circa cento nazioni e hanno rappresentanti ai più alti gradi del mondo accademico, soprattutto anglosassone. Max More (sarebbe uno strano cognome in Italia per un cultore della vita eterna!), una delle figure di riferimento, sostiene che "la morte è un'imposizione sulla razza non più tollerabile". I transumanisti credono che l'uomo ormai sia inadeguato e promuovono un progetto articolato per una "postumanità". Sostengono la clonazione e la crioconservazione umana, la manipolazione genetica degli embrioni per avere figli sani, belli e capaci, la scelta del loro sesso e il loro commercio, la libertà di sperimentare sull'uomo ogni sorta di ritrovato genetico e robotico per arginare la malattia, la vecchiaia, l'inefficienza, al di là di ogni controllo etico. Vogliono una sorta di edonismo scientifico, insomma.

    E' chiaro come il transumanismo sia legato all'illuminismo e alla fiducia nel progresso, allo scientismo e al razionalismo, che sfociano in un'adulazione acritica del futuro tecnologico. Il "transuomo" dovrebbe aprire una fase postdarwiniana ed controllare direttamente ogni variabile evolutiva, eliminando il caso, l'ingiustizia e il male dal mondo. A questa "missione" di miglioramento viene poi data una coloritura spirituale, tipica sia del marxismo che di alcune religioni. Non a caso Francis Fukuyama ha sostenuto che la visione transumanista del mondo non è compatibile con la democrazia liberale.

    I transumanisti sostengono che il prolungamento radicale della vita verrà realizzato grazie a tre rivoluzioni (appunto): genetica , nanotecnologica e robotica, dopo le quali l'uomo diventerà una specie di uomo bionico di televisiva memoria, mezzo ciccia e mezzo macchina, che si autoringiovanisce e si autocura. Un "Uomo 2.0", come dice il loro guru, Ray Kurzweil.

    Oltre che a previsioni magari strampalate, perché non tengono conto di molteplici variabili, ambientali, geopolitiche, ecc., siamo di fronte alla solita non accettazione del reale, alla solita fuga nel virtuale, alla solita incapacità di godere delle differenze che la natura ci regala, alla solita colpevole inconsapevolezza del valore estetico di questo mondo così com'è, al solito rifiuto del presente e del passato, segno certo di una decadenza che si esprime soprattutto nell'indebolimento del coraggio.

    Molti hanno collegato il transuomo al superuomo nietzschano. Niente di più errato, perché Nietzsche predica la fedeltà alla terra e l'accettazione di sé, perché la morale del superuomo è quella aristocratica che disprezza il plebeo tirare a campare, ed è invece quella della bella morte [per vecchiaia?! NdT] e dell'onore. L'eternità di questo mezzo uomo, invece, sembra tanto il prolungamento di un nulla, nulla che in realtà deriva proprio dalla sostituzione dell'umano con la la tecnica [ed ecco che lo "umanisti di tutto il mondo unitevi!" risalta puntualmente fuori... :-)]. Cento volte meglio la morte che la vita in un mondo sovrappopolato di pecore umane, senza boschi né mari, né deserti.

    Siamo alla costante di questa tarda modernità: la sopravvalutazione dell'esistenza rispetto all'essenza [bella perla di nietzschano... aristotelico]. Ricordiamoci che la prima è solo il presupposto della seconda, senza la quale la persona rimane indistinta da una felce o da un verme. L'esistenza è passività informe, materia da plasmare, l'essenza può spingersi fino alle vette dell'opera d'arte, del sacrificio, dell'eroismo, dove gli uomini mettono in gioco la stessa propria sopravvivenza (non la vita!), subordinandola ad un'idea superiore.>>

  5. #5
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    Interessante il discorso di Vaj, ma temo che il brevetto per il soffio vitale non sia concesso all'uomo.
    A parte Lazzaro...e Cristo, per chi ci crede, nessuno è mai più tornato indietro.
    Comunque sempre meglio e più affascinante della decrescita, di Bovè, del reazionariume folkloristico da sagra paesana...

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Gaio Mario Visualizza Messaggio
    Interessante il discorso di Vaj, ma temo che il brevetto per il soffio vitale non sia concesso all'uomo.
    A parte Lazzaro...e Cristo, per chi ci crede, nessuno è mai più tornato indietro.
    Comunque sempre meglio e più affascinante della decrescita, di Bovè, del reazionariume folkloristico da sagra paesana...
    A proposito, nell'articolo del Secolo riportato da Sergio Cannata Simonetti parla della "bella morte". Ma se non sbaglio questa è quella che ti colpisce nel fiore degli anni, e che magari è voluta o almeno accettata, non quella che finisce per succedere tuo malgrado a causa del decadimento fisico, magari quando sei rincoglionito. Non è meglio essere in forma quando si decide di morire?

    E a tale ultimo proposito credo che l'idea dietro il longevismo sia appunto quella che data la difficoltà di tornare indietro che citi, sarebbe meglio partire, per quanto possibile, in un momento a nostra scelta... :-)

 

 

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