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  1. #1
    Affus
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    Predefinito Manifesto Giudaico filosofico-politico

    UNA RISPOSTA AGLI SCIENZIATI AI DOCENTI E AGLI STUDENTI NEMICI DEL SAPERE E DEL DIRITTO

    Una risposta a Pera Savoia Nolte Segev Irving Finkelstein Faurisson D'Alema Cofferati Rossanda Asor Rosa Epifani Chomsky Romano Ovadia Garaudy Benigni Gitai Mel Gibson Strada Ratzinger per aiutarli a fare teshuvà, come è detto: “Tu dirai loro: Come è vero che Io vivo, dice il Signore D-o, Io non desidero la morte del malvagio, bensì che si detragga il malvagio dalla sua via e possa vivere!”



    Gli ebrei non vogliono essere chiamati "razza", ogni elucubrazione dialettica, filologica o filosofica e qualsiasi interpretazione che vuole giustificare l'impiego di questo termine è inaccettabile. Non usate questa espressione altrimenti vi dichiariamo razzisti e antisemiti.

    Gli ebrei non vogliono essere chiamati "deicidi", ogni elucubrazione dialettica, filologica o filosofica e qualsiasi interpretazione che vuole giustificare l'impiego di questo termine è inaccettabile. Non usate questa espressione altrimenti vi dichiariamo razzisti e antisemiti.

    Gesù non era il figlio Dio, non era un profeta, non era un maestro, non era il messia, come sostiene anche il domenicano Giordano Bruno. Il tribunale ebraico, nel pieno delle sue funzioni e facoltà, ha condannato il cittadino ebreo Gesù. La sentenza espressa dal tribunale ebraico è stata eseguita dalla Potenza Occupante Romana. Tutto è avvenuto secondo la norma e secondo la procedura, quindi regolare.



    Gli ebrei non vogliono essere chiamati “razzisti” o “praticatori dell'apartheid” o “razza persecutrice”, ogni elucubrazione dialettica, filologica o filosofica e qualsiasi interpretazione che vuole giustificare l'impiego di questi termini è inaccettabile. Non usate queste espressioni altrimenti vi dichiariamo razzisti e antisemiti.



    La Torà, il Tanakh, il Talmud, la Gemarah, la Mishnà, i Midrashim appartengono agli ebrei. Non è vero che il cristianesimo è il verus Israel, non è vero che la redenzione viene solo da Gesù, non è vero che gli ebrei sono i fratelli maggiori dei cristiani.



    La tzedakà, cioè la solidarietà, la carità, la giustizia sociale è un precetto fondamentale nell’ebraismo sia verso gli ebrei che i non ebrei, e non è un’invenzione del cristianesimo.



    Gli ebrei si chiamano o yehudim cioè ebrei, o am Israel cioè popolo di Israele o goy kadosh cioè nazione santa.



    La Costituzione Europea non deve contenere alcun riferimento ad origini cristiane a meno che non si riferisca esplicitamente alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei, alla persecuzione e allo sterminio dei popoli pagani e dei Roma, alle crociate, alla conquista dell’America e allo sterminio degli Indiani, alla schiavitù africana, ai ghetti, all’inquisizione, ai pogrom, alle leggi razziali, tutto ad opera degli stessi cristiani. La Costituzione Europea deve avere come riferimento di origine la diversità culturale e i suoi diritti. La variegata diversità culturale che ancora esiste deve essere mantenuta protetta e sviluppata.



    Niente esiste che possa essere denominato giudeo-cristiano.



    L’arte non è universale, la scienza non è universale, la morale non è universale. Solo la cultura di ciascun popolo, nazione, tribù, è oggettiva e universale nel suo universo, perché “esistono infiniti mondi ed eterni”.



    Il cristianesimo, arbitrariamente, si avvale del giudizio morale universale del bene e del male come strumento di potere e propaganda. Con il cristianesimo, il moralismo ha prevalso sulla giustizia, sul diritto e sulla diversità culturale. Esercitare il proprio potere imponendo agli altri la verità e la morale universale, fino alla follia del deicidio, è più dispotico e distruttivo dell’idea di dominare gli altri con il potere economico o militare. Il cristianesimo è strutturalmente antisemita.



    L’evangelizzazione di tutti i popoli e nazioni, è un progetto razzista che si fonda sull’idea che esiste una verità superiore e popoli inferiori. L’evangelizzazione è il più potente fattore uniformante dell’umanità e le conseguenze sono note: annientamento di culture millenarie, genocidio di popoli indigeni, distruzioni di ambienti e natura, depredazioni di risorse e ricchezze, schiavitù di massa.



    Il papa non è il padrone del bene e del male, della verità religiosa, della morale universale. Le dichiarazioni e i discorsi del papa sembrano essere manipolazioni moralistiche, semplicistiche e banali della realtà. L’esprimersi come un bambino che si rivolge ai bambini permette di consolidare il potere con la gestione industriale delle presunte sofferenze dell’umanità e della carità. Sofferenze che lo stesso cristianesimo e occidente hanno provocato e provocano.



    La Cappella Sistina in Vaticano è un’opera di regime, intollerante e antisemita, realizzata nei tempi in cui ebrei ed eretici erano discriminati, processati e condannati: le rappresentazioni tratte dall’antico testamento e dalla tradizione pagana, estrapolate dalla propria tradizione culturale e opportunamente manipolate e falsate, celebrano Gesù quale unico vero salvatore dell’umanità, cosa evidentemente non vera.



    Nella Casa de Contratacion di Siviglia, che ancora oggi si visita come luogo artistico benedetto, gli schiavi erano battuti all’asta e battezzati. Arabi islamici e cristiani hanno praticato la schiavitù di massa per oltre mille anni. In alcuni paesi africani la schiavitù è tuttora praticata.



    Prima viene la giustizia, poi la misericordia e infine il perdono. La giustizia deve essere sempre applicata da parte del tribunale; la misericordia può essere o non essere applicata da parte del giudice, secondo le circostanze; il perdono può essere o non essere concesso dalla parte offesa, secondo le circostanze.



    Il perdono non può sostituirsi alla giustizia. Il perdono universale, com’è regolato dal cristianesimo, non esiste. Il perdono deve essere concesso da chi è stato offeso e richiesto da colui che ha offeso. Nessuno può concedere il perdono per conto della parte offesa o addirittura contro il suo volere.



    Il perdono, anche se concesso, non può sostituire la giustizia, né può cancellare la condanna. Gli ebrei devono essere riparati delle perdite e dei danni che hanno subito. Ciò che hanno ricevuto non è ancora sufficiente a riparare il danno. Anche i popoli indigeni, i popoli Africani, i Roma devono essere riparati.



    Il moralismo semplicista non rappresenta la realtà che è sempre complessa. La sinistra ha assunto il moralismo semplicista come unico punto di vista e come strumento della lotta politica, della difesa dell’ambiente, delle ragioni della pace, perdendo per la strada fondamenti e ragione di esistere. La sinistra, in maniera del tutto paradossale, ha assunto come principale riferimento un capo di stato straniero da molti denominato “Santo Padre” che è diventato l’unico ispiratore della propria azione politica e delle false posizioni pacifiste. La sinistra ha fatto inginocchiare il Parlamento della Repubblica Italiana davanti ad un capo di stato straniero. La sinistra ha fatto accogliere un cittadino qualunque di nome Savoia con onori ingiustificati, offendendo gli Ebrei e gli altri Popoli oppressi dai Savoia.



    Il moralismo semplicista non deve prevalere sul diritto, sulla diversità culturale e sulla politica e per questo la sinistra, semplicista moralista e pacifista, è destinata a diventare razzista o a scomparire. L’ambiente, la pace, la guerra, l’etica non hanno valore assoluto. La società etica e ambientalista per eccellenza è la società nazista.



    Gli ebrei sono orgogliosi di appartenere ad am Israel. Am Israel non ha mai fatto crociate, non ha mai fatto inquisizioni e ghetti, non ha mai fatto campi di sterminio, né leggi razziali, e non hai mai discriminato o considerato alcun popolo inferiore.



    La shoà appartiene agli ebrei. Non banalizzate, non minimizzate, non negate, riformate, sublimate, assimilate, paragonate, parificate, non universalizzate, non appropriatevi della shoà altrimenti vi dichiariamo razzisti e antisemiti.

    La shoà, organizzata ed eseguita dai nazi-fascisti, non è frutto della banalità del male né è frutto dell'ignoranza né della paura dell'altro o del diverso, ma è l'apice e la chiara conclusione di un processo discriminatorio e persecutorio verso gli ebrei in Europa per opera di cristiani, illuministi, comunisti, socialisti, cattolici.

    L'antisemitismo non è frutto della banalità del male né frutto dell'ignoranza né della paura dell'altro o del diverso. L'antisemitismo è una vera e propria cultura che ha origini precise, responsabili precisi, sostenitori precisi. La cultura dell’antisemitismo e del razzismo ha radici antiche e consolidate e ha interessato gran parte della letteratura, dell’arte, della scienza e del sapere occidentale. L'antisemitismo è molto più forte del filosemitismo, da sempre. L'antisemitismo per secoli ha mistificato la realtà storica e del diritto utilizzando termini e strumenti riconoscibili, identificabili e documentati.



    L'antisemitismo si fonda sulla faziosità, sulla calunnia e sulla diffamazione. Non riducete l'antisemitismo ad episodi sporadici o contingenti, né a valutazioni psicologiche, né ad interpretazioni che fanno riferimento al carattere intrinseco della natura umana o all’attualità o alla mondanità altrimenti vi dichiariamo razzisti e antisemiti.



    Sublimare concetti per trasferirli o attribuirli, inventandosi inesistenti analogie, a situazioni diverse da quelle che le hanno prodotte è un'operazione razzista e antisemita. Né gli ebrei né lo stato ebraico di Israele sono razzisti né praticano l'apartheid. L'affermazione contraria è falsa. Il razzismo e l'apartheid hanno precise connotazioni geografiche, etiche e politiche e sono frutto di una precisa cultura, quella bianca cristiana occidentale. Non vi azzardate a spostarli dalla loro origine altrimenti vi dichiariamo razzisti e antisemiti.

    Assimilare il destino degli ebrei a quello degli islamici e l’antisemitismo all’islamofobia, mistificando l’uso dei termini semita e antisemita, è un’operazione razzista e antisemita e culturalmente infondata.



    I massimi esperti di razzismo sono gli ebrei i quali sono gli unici che possono stabilire chi è razzista e antisemita e chi non lo è. Gli ebrei non hanno bisogno di consulenti esterni per valutare quello che avviene sulla loro pelle, nei loro cuori e nella loro testa.

    I no global (hassafsuf) e i loro alleati medio orientali e della sinistra sono semplicisti, razzisti e antisemiti, ragionano solo per sentito dire e schifosamente festeggiano la morte di uno scienziato israeliano, il linciaggio di prigionieri, l'uccisione di appartenenti al popolo e alla nazione ebraica, l'uccisione di appartenenti al popolo e alla nazione americana, proteggono tiranni sanguinari, insultano e boicottano il popolo e lo stato sovrano di Israele di cui desiderano la scomparsa, accusandoli di nefandezze mai effettuate, di massacri che non esistono, di genocidi che non esistono, di colonie che non esistono, di persecuzioni che non esistono. Essi ricattano chi non li sostiene e minacciano attività industriali ed economiche, attività sociali e sindacali, attività culturali e scientifiche. Essi affermano di essere contro la guerra ma sono solo contro la parvenza della guerra. Essi affermano di essere contro la povertà ma sono solo contro la parvenza della povertà. Sono esseri immondi che sognano una nuova shoà.



    I no global (hassafsuf) e i loro alleati mediorientali e della sinistra si avvalgono e sono supportati da immondizia intellettuale e politica, costituita da revisionisti giustificazionisti e negazionisti della Shoà e dell’ebraismo. Attribuire al complotto internazionale ebraico-sionista-israeliano la sorte dell’Europa e del mondo Islamico è un’operazione razzista e antisemita. Il mito della cospirazione mondiale ebraica, esaltazione del ruolo preminente assunto nella storia dall’antica Israele prima e dall’ebraismo e Israele poi per la conquista del potere, è falso ed è il fondamento dell’ideologia cristiana nazista e comunista.



    I no global (hassafsuf) e i loro alleati mediorientali e della sinistra supportano e incoraggiano gli idolatri. I suicidi-bomba sono idolatri. Essi muoiono e uccidono solo per pubblicità e per propaganda nel nome di una arbitraria sacralità della eliminazione totale del nemico impuro. La disperazione è un’infame invenzione dei no global, dei cristiani, della sinistra per giustificare la propria inutile esistenza. In verità esiste una vera e propria carriera da profugo che garantisce un notevole reddito. I suicidi bomba sono carne da macello abbietta, razzista e antisemita e venduta al chilo.



    La libertà è strutturalmente correlata alla violenza e non alla pace. La pace vuota, come viene da più parti evocata, è solo un idolo vuoto che dà alimento solo ai pacifisti vuoti e non ai combattenti. La pace nella cultura di tutti i popoli, compreso quello ebraico, è semplicemente la fine della guerra. Qualunque altro significato che si dà alla pace è errato o moralistico o un idolo. Chi vuole continuare a combattere e a suicidare, nonostante le circostanze avverse, lo fa o perché ha una reale possibilità di vincere, oppure perché è un idolatra e adora i sacrifici umani e questo è un motivo abbietto che non è ammesso da alcun diritto. La guerra può finire, vale a dire la pace può essere raggiunta, solo in due modi: o uno vince sull'altro o i due si mettono d'accordo sulle cose possibili, il che implica anche riconoscere lo stato dei rapporti di forza. Chi percorre l’idea del negoziato non può esaltare una parte e disprezzarne un'altra, come fanno i pacifisti vuoti. Questo significa alimentare la guerra e non la pace.



    L'identità del popolo e della nazione ebraica non può essere alterata, modificata, assimilata, corretta, validata dai goym. Chiunque non riconosce la legge e la cultura degli ebrei e il loro legame alla terra di Israele immagina un nuovo sterminio fisico o culturale ed è razzista e antisemita. La diversità fra gli ebrei all'interno dell'ebraismo sono affari interni degli ebrei. Mealam haiu vead akhshav yehudim scello kannaim, vekhaelle hikhpat lachem, vebogdim (hassafsuf), da sempre e anche ora esistono ebrei appartenenti, ebrei non ebrei, ebrei traditori (hassafsuf). Chiunque si erge a giudice degli affari interni degli ebrei e usa una parte contro l'altra o una parte per il tutto o i traditori (hassafsuf) per giudicare gli appartenenti è razzista e antisemita.

    Gli ebrei sono stati discriminati, perseguitati, massacrati, sterminati, eliminati nel pensiero e/o nell'azione dai cristiani cattolici cristiani illuministi comunisti socialisti anarchici nazisti fascisti cristiani islamici arabi. Forse è vero che qualcuno di questi ha aiutato qualche ebreo ma è certo che nessuno di questi ha fatto niente per modificare il tragico destino degli ebrei. In realtà questi pensano ad un mondo senza ebrei o perché eliminati con l'assimilazione o perché eliminati fisicamente.



    Eretz Israel è la terra di Israele cioè la terra della nazione e del popolo ebraico. Eretz Israel era costituita dall'attuale stato di Israele, da Shomron (West Bank), dall'attuale Giordania, da una parte dell'attuale Iraq e da una parte dell'attuale Siria. Chi vuole acquisire per mezzo delle bombe un diritto che non ha o chi aiuta e sostiene chi vuole acquisire per mezzo delle bombe un tale diritto, quasi fosse un "pizzo" da pagare, è razzista e antisemita.

    Il popolo e la nazione ebraica ha sempre aspirato a ritornare nella sua terra Eretz Israel nonostante le persecuzioni, come è bene espresso, dal "sionista" Giuseppe Verdi, nel Nabucco. Esiste un paradosso insostenibile: i Curdi, massacrati a decine di migliaia dagli arabi e non da Israele, sono comunque loro amici e nemici di Israele; gli abitanti della "Palestina", massacrati a decine di migliaia da Giordani Siriani e Libanesi e non da Israele, sono comunque loro amici e nemici di Israele.

    La Palestina non esiste. Il termine "Palaestina" è stato inventato per motivi dispregiativi verso gli ebrei e verso Eretz Israel dalla Potenza Occupante Romana dalla Potenza Occupante Inglese e dalla Potenza Occupante Islamico Araba ma non ha mai avuto alcun’attinenza politica o culturale con quella terra che è rimasta sempre Eretz Israel.



    L’Iraq non esiste, è uno stato artificiale creato dalla Potenza Occupante Inglese. La soluzione che tiene conto delle diversità culturali presenti nella regione è l’ipotesi di federalismo culturale, già sperimentato in Russia dal Bund ma rigettato dalla sinistra e dal cristianesimo.



    Cristianesimo fascismo e comunismo hanno tentato di cancellare l'identità culturale del popolo e della nazione ebraica nel nome della purezza della fede, purezza della razza e purezza della classe, ma non ci sono riusciti. Chiunque oggi continua a pensare e ad agire in quei termini desidera una nuova shoà ed è razzista e antisemita.

    Oggi la stessa soluzione è tentata nel nome della modernità, del moralismo e del laicismo. Quelli che hanno questi riferimenti per giudicare gli ebrei hanno in mente una nuova ipotesi di sterminio culturale, in nome del quale reiterano i vecchi concetti di razza, lobby, deicidio, sacrifici umani, complotto, denaro e perciò sono razzisti e antisemiti.



    La sinistra vuota, i no global vuoti e i pacifisti vuoti, gli scienziati, i professori e gli studenti nemici del sapere e del diritto, svolgono attività criminali inventando, nel delirio totale, fatti e analisi privi di qualunque fondamento o di attinenza con la realtà e incitando la popolazione, in particolare i giovani, alla pratica dell’antisemitismo e alla solidarietà con i suicidi-bomba. Con l’unico fine di colpire, in maniera razzista e antisemita, ebrei e Israeliani sostengono il complotto ebraico-sionista per dominare il mondo e l’uso del sangue cristiano da parte degli ebrei e denigrano le pratiche tradizionali ebraiche.



    Il popolo italiano tedesco e austriaco e altri popoli cristiani sono stati responsabili materiali e morali, come popoli, dell'idea dello sterminio del popolo e della nazione ebraica.

    La sinistra non ha mai fatto teshuvà per il proprio antisemitismo. La sinistra non ha espresso alcuna solidarietà verso gli ebrei perseguitati. Karl Marx era un antisemita. Solo un antisemita può avere scritto un libercolo come "Sulla Questione Ebraica". Solo un antisemita può avere scritto il testo "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", tornati di moda soprattutto tra i no global, che li hanno distribuiti alla conferenza di Durban e li proiettano nei loro siti e nei paesi arabi.

    Nei paesi occupati dagli arabi gli ebrei sono stati sempre discriminati e sottomessi e hanno subito costanti persecuzioni pogrom e schiavitù.



    Esistono i "coloni" ebrei e i "coloni" arabi. Esistono i profughi ebrei e i profughi arabi.

    Se voi considerate il problema ebraico-israeliano come l'unico problema e, come sedicenti improbabili squalificati giudici, lo riducete al vostro giudizio moralistico giocando a rovesciare le vittime e i carnefici, vi dichiariamo razzisti e antisemiti.

    Sharon non è un criminale di guerra, così come non lo è Bush. Ogni elucubrazione dialettica, filologica o filosofica e qualsiasi interpretazione che vuole giustificare l'impiego di questo termine è inaccettabile. Non usate questa espressione altrimenti vi dichiariamo razzisti e antisemiti.



    I tentativi di criminalizzare Sharon o altri rappresentanti del mondo ebraico e israeliano da parte del Belgio sono inattendibili, viste le forti tendenze razziste e antisemite presenti in questo paese. Se voi criticate o disprezzate Sharon, prima di aver criticato cristiani cattolici illuministi arabi comunisti fascisti socialisti pacifisti nazisti laici di ora e di sempre, vi dichiariamo razzisti e antisemiti.



    Anahnu holkim kavod ugdullà le zahal Noi rendiamo onore e grandezza all’esercito ebraico israeliano perché ha sempre agito con valore e generosità, sia per difendere la propria gente che per combattere e rispettare il nemico.

    NO a "TERRA IN CAMBIO DI PACE"

    SI a "PACE IN CAMBIO DI PACE CON I TRE PRINCIPI: SOLIDARIETA’ RIPARAZIONE NEGOZIATO"



    Stefano Mannacio

  2. #2
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    Dedicato ai giudeo-cristiani

  3. #3
    .... .....
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    Dopo questo manifesto..non ci troverei nulla di strano ..se chi lo condivide.. venisse rimpatriato a forza in Israele..come forza estranea al vivere civile...
    .............
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  4. #4
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    Ma guarda un po',
    loro che hanno fomentato per secoli il distacco dalla tradizione (cristiana) e ogni sorta di dottrina razio-ateistico-scientistico-apolide,
    ora reclamano l'identitarismo, quando ad essere in gioco è la loro di identità!

  5. #5
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    Gesù non era il figlio Dio, non era un profeta, non era un maestro, non era il messia, come sostiene anche il domenicano Giordano Bruno. Il tribunale ebraico, nel pieno delle sue funzioni e facoltà, ha condannato il cittadino ebreo Gesù. La sentenza espressa dal tribunale ebraico è stata eseguita dalla Potenza Occupante Romana. Tutto è avvenuto secondo la norma e secondo la procedura, quindi regolare.
    Il bello che la personcina che ha postato questo capolavoro poi si propone come insegnante di religione (cattolica)


    Eretz Israel è la terra di Israele cioè la terra della nazione e del popolo ebraico. Eretz Israel era costituita dall'attuale stato di Israele, da Shomron (West Bank), dall'attuale Giordania, da una parte dell'attuale Iraq e da una parte dell'attuale Siria. Chi vuole acquisire per mezzo delle bombe un diritto che non ha o chi aiuta e sostiene chi vuole acquisire per mezzo delle bombe un tale diritto, quasi fosse un "pizzo" da pagare, è razzista e antisemita.
    Sarà da ridere quando anche la giordania e la siria dovranno essere liberate..dai nativi.
    La famosa artista idolo delle folle :" si figuri che uno ha addirittura scritto che avrei dovuto investire i MIEI soldi comprando un bar! Io!!!! La barista!!!!"

  6. #6
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    parenti serpenti: le liti in famiglia, specie se religiose, sono sempre le più aspre: a quando il lancio di talmud contundenti?

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da stuart mill Visualizza Messaggio
    parenti serpenti: le liti in famiglia, specie se religiose, sono sempre le più aspre: a quando il lancio di talmud contundenti?


    Ah perché voi neopagani siete degli angeli ...
    Che ci dici della lite tra magia crowleyana e magia odinista (come qualcuno ha -non senza una qualche ragione - analizzato la Seconda Guerra Mondiale)?

  8. #8
    Breiner252
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    Perchè avete riesumato questa immondizia, sepolta ben 4 anni fa???

    PS: dicono che Affus...sia IloveIsrael! AHAHA...stessa follia nei loro discorsi.

  9. #9
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    Sì vabbè, ora vi posto anch' io una dichiarazione di intenti "giudaica", che dice esattamente l' opposto. Ma per favore!

    Faccio parte della generazione del primo decennio dopo la Shoah (uso il termine ebraico, piuttosto che quello di Olocausto). Sono nato nel 1954; e come i miei compagni, ho conosciuto i superstiti.
    Li abbiamo visti, i sopravvissuti della Shoah, li abbiamo sentiti a volte urlare di notte nei loro incubi. Quando trovavamo il coraggio di chiedere ai nostri genitori di raccontarci quelle esperienze, spesso rifiutavano di parlarne. Siamo cresciuti in questo silenzio. Una ventina d´anni dopo, il mio primogenito, che aveva appena tre anni, è tornato dall´asilo sconvolto e mi ha chiesto cos´era la Shoah, chi erano i nazisti, cosa ci avevano fatto e perché lo avevano fatto. E ho scoperto all´improvviso la mia riluttanza a parlarne a mio figlio. Perché mi rendevo conto che una volta esposto alla nozione di quelle atrocità, al paesaggio della crudeltà del genere umano, quel bambino ancora così candido e ingenuo sarebbe stato in qualche modo contaminato, cambiato. Non sarebbe stato mai più lo stesso. E pensavo che mentre altrove, in altre culture, i genitori sono imbarazzati quando devono esporre ai loro figli i fatti della vita, noi qui dobbiamo incominciare dai fatti della morte, così strettamente intrecciati con la nostra vita qui.
    Farò una brevissima «visita guidata» in quest´area sconvolta da una catastrofe, dove i fatti della vita e i fatti della morte sono legati a doppio filo nella nostra psiche, nel nostro essere ebrei e israeliani.
    Ricorderò un episodio che mi è stato raccontato una volta da due fratelli nati a Vilnius, in Lituania. Erano bambini durante la Seconda guerra mondiale, e un pomeriggio stavano giocando a calcio con alcuni amici nel cortile della loro scuola, quando improvvisamente ci fu una retata in città, e vennero catturati.
    Un´ora dopo erano già rinchiusi nel treno che li portava al campo di sterminio. E guardando fuori, attraverso le fessure del vagone videro i loro amici che continuavano a giocare a pallone nel cortile della scuola. Per loro fu l´esperienza cruciale, della quale vollero dare testimonianza, dopo i lunghi anni di sofferenze della Shoah: quest´insulto profondo, e la nozione di quanto fosse facile strapparli al tessuto della vita, alla loro realtà quotidiana. Per me questa storia ha un´eco più vasta.
    È quasi una parabola della facilità con cui tuttora gli ebrei possono essere sradicati dalle società, dai paesi, dagli Stati in cui sono vissuti, a volte per generazioni. In quei paesi e in quelle società, anche quando riescono ad assimilarsi, in un certo senso rimarranno sempre stranieri, si muoveranno come se fossero perennemente circondati da una linea punteggiata.
    Per me, la mancanza di fiducia esistenziale è uno dei sintomi tipici della condizione ebraica, da generazioni e forse da millenni; il fatto che noi ebrei non ci sentiamo a casa nostra nel mondo - una sensazione giunta alla sua manifestazione più orrenda al tempo della Shoah.
    A cinquantanove anni dalla nascita dello Stato di Israele ci rendiamo conto di aver portato anche qui questo senso di incertezza. Benché viviamo da quasi sei decenni nel nostro Stato sovrano, la terra continua a muoversi sotto i nostri piedi. La nostra esistenza non ci è garantita. Lo Stato di Israele è stato fondato per dare una casa e un rifugio al popolo ebraico, ma chiaramente questo non è il miglior rifugio per gli ebrei, non è un luogo ove possano stare al sicuro. Al contrario, spesso vediamo che gli ebrei sono il bersaglio di una violenza incessante, e la nostra esistenza qui è in gioco, forse più che in molti altri luoghi del mondo. Sfortunatamente, Israele non è ancora per noi ciò che avremmo voluto, il luogo in cui ogni ebreo possa sentirsi assolutamente a casa sua, come si sente ciascuno di voi nel proprio paese. Agli israeliani manca tuttora questo senso di tranquillità e di fiducia che dovrebbe poter avere chiunque si trovi veramente a casa propria.
    Ma prima di parlare di questa casa vorrei soffermarmi sui suoi muri, sui confini del nostro paese. Come sapete, in questi ultimi sessant´anni, dal giorno della nascita dello Stato di Israele, non è mai trascorso un decennio senza che i suoi confini mutassero.
    Non passerò in rassegna tutte le turbolenze, le guerre e i cambiamenti delle linee di confine tra noi e i nostri vicini; basti dire che questi cambiamenti sono stati incessanti, ovviamente a nord e ad est, dove le frontiere sono più ambigue, ma anche a sud, tra noi e i nostri vicini egiziani. Nella mente degli israeliani, il solo confine stabile è quello occidentale: il mare. E mi colpisce il fatto che per noi, intuitivamente, proprio l´elemento più fluido, più labile e mutevole del paesaggio rappresenti la linea di confine più solida e stabile. Gli israeliani non hanno una nozione inerente, chiara e reale dei loro confini. Vivere così è un po´ come stare in una casa dalle pareti mobili, che vengono spostate continuamente; e non sapere mai di preciso dove finisca il proprio spazio e dove incominci quello altrui. Se uno vive in uno stato d´animo del genere, gli altri hanno sempre la tentazione di invaderlo, e per istinto tenderà all´eccesso di difesa, cioè alle reazioni aggressive. I suoi comportamenti saranno sempre caratterizzati da qualcosa di estremo, di virulento. E sarà incapace di rispondere a una situazione in maniera articolata, di percepirne le sfumature. In un certo senso, Israele sta riproducendo, ricostruendo qui una delle più tenaci anomalie che hanno caratterizzato il popolo ebraico nella diaspora, e la tragedia della sua esistenza negli ultimi duemila anni. L´anomalia di un popolo che vive presso altri popoli, il più delle volte ostili e sospettosi. Le linee di demarcazione tra gli ebrei e gli altri popoli sono state il più delle volte problematiche o non del tutto chiare; e ogni contatto rischiava sempre di essere percepito dagli uni e dagli altri come una minaccia, un pericolo di penetrazione in aree di identità sensibili e potenzialmente esplosive.
    Io sogno il giorno in cui lo Stato di Israele avrà finalmente frontiere stabili, fisse e difendibili, riconosciute dalle Nazioni Unite e dal mondo intero, compresi i paesi arabi, gli Stati Uniti e ovviamente l´Europa. Frontiere fissate con un processo non unilaterale, attraverso negoziati con gli ex nemici e accordi reciproci, e non come sta facendo oggi Israele, con l´imposizione del muro di cui si sta circondando. Il senso di questa nuova frontiera concordata sarà quello della sicurezza e dell´identità, che consentirà al popolo di Israele di sentirsi per la prima volta a casa propria. E di poter dirimere infine interiormente, per la prima volta, il dilemma che ha segnato tutta la sua esistenza.
    Decidere se siamo popolo dello spazio o del tempo. Siamo il popolo dell´eternità, am leolam, come diciamo in ebraico? Seimila anni di coscienza - dice il filosofo George Steiner - sono una patria.
    Dunque, siamo un popolo sei volte millenario, un popolo dell´eternità, con la nostalgia per questo luogo - Eretz Israel - ma senza fretta di stabilirci qui, anche se ci si offre questa possibilità, perché possiamo esistere anche nella sfera più universale, più astratta della religione e della cultura, della pura e semplice nostalgia. Oppure oggi siamo maturi, preparati a dare inizio a una nuova fase - una fase che sarà quella della realizzazione piena del processo iniziato nel 1948 con la creazione dello Stato di Israele.
    Ho parlato di spazio, ma vorrei parlare un po´ anche del tempo. A sessant´anni dalla creazione dello Stato di Israele, molti israeliani non hanno certezze sul suo futuro, e si chiedono se nei prossimi cinquanta o sessant´anni questo Stato potrà continuare a sussistere. Ovviamente ognuno di noi lo vuole fortemente, è talmente importante per il nostro stesso essere. Ma c´è sempre una certa paura che trema nei cuori. Gli israeliani non possono essere certi di avere un futuro in Israele come può esserlo, credo, ognuno di voi nel proprio paese. Penso che probabilmente un dubbio di questo genere non sia mai venuto in mente a un cittadino egiziano, cinese, italiano, tedesco o americano. Mentre per noi è un´ombra perenne sopra le nostre teste. E´ del tutto naturale ad esempio che un giornale americano pubblichi le proiezioni sui raccolti di grano previsti negli Usa nel 2025. Ma nessun israeliano sano di mente farà mai previsioni per un futuro così lontano. E´ forse proprio per questo che spesso la politica di piano del nostro governo lascia molto a desiderare. Quanto a me, posso testimoniare che quando penso a Israele nel 2025 sento immediatamente nel mio intimo una specie di click - come se avessi violato un tabù concedendomi una dose troppo abbondante di futuro.
    Il mio auspicio, la mia speranza è che se si arriverà a fissare linee di confine stabili e a risolvere i problemi tra Israele e i suoi vicini, si potrà anche incominciare a curare alcuni mali, a superare quel senso di non accettazione degli israeliani e degli ebrei. E a riconquistare una normalità politica universale che nei secoli passati è stata preclusa a noi ebrei - anche se da ormai cinquantanove anni abbiamo uno Stato. Perché questa è forse la più grande tragedia del popolo ebraico: il fatto che nel corso della storia gli altri popoli, le altre religioni, e in particolare la cristianità e l´islam, abbiano visto gli ebrei come simbolo o metafora di qualcosa d´altro - come una parabola, una lezione religiosa su un qualche peccato originale. Non lo hanno considerato mai per quello che è in sé: un popolo tra gli altri popoli - esseri umani tra gli altri esseri umani.
    Sto parlando di qualcosa di molto sottile, di un senso di estraneità profonda rispetto al resto del mondo. Questo senso di alienazione esistenziale del popolo ebraico nei rapporti con gli altri popoli può forse essere veramente compreso solo dagli stessi ebrei. Sto parlando di quell´aura di mistero, di enigma che ha avvolto il popolo ebraico nel corso delle generazioni. Un enigma che sempre di nuovo ha spinto altri popoli a cercarne la soluzione in tanti modi, attribuendo agli ebrei definizioni biologiche e razziste, o rinchiudendoli nei ghetti, dietro a steccati, confinando la loro esistenza in determinate aree, in professioni specifiche, fino all´ultimo, orrendo tentativo di dare all´enigma ebraico una «soluzione finale». Per duemila anni gli ebrei sono stati espulsi ed esiliati in tanti modi diversi, aperti o sapientemente mascherati, dalla realtà politica, dalla normalità, dalla realtà pratica di quella che viene chiamata la famiglia dei popoli, la famiglia umana. Sono stati spogliati della loro umanità, con misure a volte molto sofisticate e sapienti di demonizzazione, e a volte anche di idealizzazione. Ma demonizzare e idealizzare di fatto vuol dire la stessa cosa: sono le due facce di una stessa medaglia, la disumanizzazione. L´ebreo è stato trattato come un´entità eccezionale, misteriosa, metafisica, metaforica, dotata di un sistema di regolazione interno, di una costituzione diversa dal comune, con poteri soprannaturali o anche di natura inferiore - come nella definizione di Untermensch coniata dai nazisti.
    Giuda, il deicida, l´Anticristo, l´ebreo errante, l´eterno ebreo, l´ebreo avvelenatore di pozzi e generatore di piaghe, e naturalmente i Savi di Sion che cospirano per prendere il dominio del mondo, e tante altre figure sataniche e grottesche come quella di Shylock o altre consimili, che costellano il folklore, la religione, la cultura e persino la scienza. Forse per questo gli ebrei hanno trovato un certo conforto nell´auto-idealizzazione, nel considerarsi come il popolo eletto - una percezione che a mio parere è pure molto problematica.
    Anche oggi il presidente di uno Stato membro delle Nazioni Unite, l´Iran, può dichiarare apertamente che Israele deve essere sradicato perché è la causa dei mali del mondo. Ai suoi occhi Israele è qualcosa come un male, una piaga esistenziale. E il suo appello trova un´accoglienza entusiastica presso molti nel mondo, provenienti da diverse religioni e culture.
    Se guardiamo a un passato molto recente - gli anni 1993-1994, all´inizio del processo di Oslo - possiamo ricordare un cambiamento straordinario della percezione che gli israeliani avevano del mondo e di se stessi. In quel breve periodo gli israeliani incominciarono a conoscere il gusto inebriante di far parte di un mondo nuovo e moderno, di essere accettati in un´universalità più progressista, civile, liberale e laica, in una sorta di normalità: quella di un popolo tra i popoli. Si era delineata una nuova opportunità di creare tra Israele e il resto del mondo un sistema di relazioni diverso, meno convulso, più egualitario e basato sulla reciprocità. Ma fu un momento breve, troppo breve. Chiaramente, in questi ultimi anni, dopo che i rapporti con i palestinesi sono finiti in un vicolo cieco, si sono perse le speranze e ha prevalso la percezione della minaccia, anche per l´animosità crescente del mondo nei confronti di quanto accade in Israele e a volte della sua stessa esistenza. Con il rafforzamento dell´antisemitismo, la demonizzazione di Israele, gli appelli a cancellare lo Stato ebraico. Tutto questo ha risucchiato di nuovo gli israeliani nella tragica ferita ebraica, ravvivando le cicatrici più dolorose, le memorie più paralizzanti. Tanto che anche gli israeliani da sempre più aperti alle opportunità, alle speranze, alla possibilità di rigenerarsi, quella parte di Israele che per noi è stata una sorta di permanente promessa, in questi ultimi anni, si va riducendo sempre più, viene spazzata via, ricacciata nei vecchi canali traumatici e dolorosi della storia e della memoria del popolo ebraico.
    L´ansia ebraica, l´esperienza della persecuzione, il passato di vittime, il senso di isolamento e di solitudine nel mondo sono profondamente incisi in noi, nella nostra psiche collettiva. Perché per noi la paura esiste tuttora. A volte è deprimente constatare fino a che punto è sempre presente. Quando mi trovo all´estero, soprattutto in Europa, mi capita spesso di notare che quando si parla della Shoah si fa riferimento a ciò che accadde allora, in un tempo passato - mentre quando ne parliamo noi, in ebraico o in qualunque altra lingua, ci riferiamo in cui quei fatti sono accaduti là: c´è una differenza enorme, gigantesca, tra il concetto del «quando» e quello del «dove». Chi parla degli eventi collocandoli nel tempo si riferisce a un passato che non si ripeterà mai. Chiuso. Mentre se li riferiamo a un luogo, ciò significa che nell´ambito delle potenzialità dei comportamenti umani, da qualche altra parte, in parallelo con la nostra esistenza qui, quel pericolo può sempre ripresentarsi. A questo gli israeliani non sfuggono. Come se fossero condannati a questo modo di percepire la realtà dall´intensità e dall´unicità del trauma subito, ma anche dalla reiterazione delle minacce che incombono su Israele.
    Ancora una volta dobbiamo constatare che anche l´ultima generazione di israeliani - i «nuovi ebrei», che pure credevamo ormai liberati dalle ansie dei loro genitori - si è confrontata ogni giorno con la memoria della Shoah, quasi condannata a tornare continuamente su quel passato, a tutti i livelli della vita, nelle associazioni, nei codici di comportamento, nella visione del mondo, nelle decisioni etiche e politiche, e fin nelle più piccole cose, nei problemi minuti della vita quotidiana. Sempre di nuovo ci rendiamo conto che anche se non lo vogliamo, siamo sempre sotto la greve ombra di quanto è accaduto là, in quel paese. Siamo sempre i piccioni viaggiatori della Shoah. Sarà molto difficile per gli israeliani liberarsi dalle loro ansie, dalle distorsioni causate dal loro passato, dalla guerra, dalla violenza che sperimentano ogni giorno, così come è difficile a volte per una persona liberarsi da un difetto, da una tara fisica o mentale attorno al quale si è costruita tutta la sua personalità. A volte mi sembra che la nostra tragica storia, insieme alla tragica situazione che viviamo qui in Medio Oriente, ci ricada addosso proprio come una tara, personale e nazionale. Molti di noi si sono ormai assuefatti alla distorsione della nostra situazione, tanto che rifiutano di credere alla possibilità di alternative. C´è chi si costruisce tutta un´ideologia politica e religiosa per garantire la continuità di questa deformazione. Sono questi i pericoli reali che Israele deve superare al più presto.
    Questo paese ha bisogno di vivere l´esperienza della pace, e non solo perché la pace è fondamentale per la sua sicurezza, la sua economia eccetera, ma anche per essere in grado, in un certo senso, di conoscere se stesso, prendendo coscienza di quanto è ancora incapsulato, come in letargo nel suo essere. Per scoprire i percorsi della sua identità e del suo carattere, le opzioni esistenziali che sono state volontariamente sospese in attesa che la guerra finisca, in attesa che sia consentito e legittimo vivere pienamente la vita, esplorarne tutte le dimensioni, e non soltanto quella ristretta della sopravvivenza ad ogni costo. E´ questa la capziosa trappola che per generazioni si è chiusa su noi ebrei e israeliani. Siamo un popolo che in tutta la sua storia è sopravvissuto per vivere la sua vita; ma ora viviamo solo per sopravvivere. E questo è nulla. La vita è molto più della mera sopravvivenza - soprattutto quando si può disporre di una potenza militare capace di garantire, o di sostenere nella realtà, qualche passo più coraggioso e razionale. A volte, quando sento gli israeliani - a volte anche giovanissimi - parlare di se stessi, delle loro ansie, del fatto che non osano neppure aspirare a un futuro migliore, quando mi si rivela, in me stesso o in chi mi è vicino, l´intensità dell´ansia esistenziale, il peso della memoria storica, misuro tutta la profondità di questo danno, della cicatrice che la storia ha inciso su di noi. In un clima di pace durevole e stabile potremo forse guarire da queste tare, da queste ansie.
    Se Israele sarà in pace coi suoi vicini, potrà avere l´opportunità di esplorare e di esprimere tutti i suoi talenti, la sua unicità, e di sperimentare in condizioni normali quanto è capace di realizzare in quanto popolo, in quanto società. Si vedrà se nello Stato di Israele si saprà creare una realtà a un tempo spirituale e pratica, piena di vita e di ispirazione e di spirito di solidarietà; se noi, cittadini israeliani, sapremo liberarci da quella metafora distruttiva che altre nazioni hanno proiettato su di noi, vedendo in noi gli eterni stranieri, gli scomunicati, in perenne nomadismo tra altri popoli, se sapremo tornare ad essere un popolo di carne e di sangue, e non solo un simbolo, non solo un´idea astratta o una favola o uno stereotipo. Né idealizzati né demoni, ma un popolo sulla sua propria terra, un popolo il cui paese sia circondato da confini internazionalmente e pacificamente convenuti e difendibili. Un popolo che possa godere non solo di un senso di continuità e di sicurezza, ma anche di una rara esperienza di realtà, di concretezza, di essere infine parte della vita e non di una storia più grande della vita, come nel nostro passato. Forse allora gli israeliani saranno capaci di sperimentare e di gustare qualcosa che dopo sei decenni di indipendenza ancora non conoscono realmente: un profondo senso di sicurezza, di sicurezza esistenziale, qualcosa che vorrei chiamare una solidità dell´esistenza, così come la esprimiamo in maniera commovente nella nostra preghiera del sabato sera, la preghiera di Mussaf: «Che tu possa piantarci entro i nostri confini».
    Voi delegati, che risiedete qui in rappresentanza dei vostri rispettivi paesi, avete un ruolo importantissimo da svolgere per venire incontro a queste speranze e aspirazioni. Per molti versi, Israele non è uno Stato come gli altri coi quali intrattenete le vostre relazioni. Se volete svolgere un ruolo positivo in quest´area, aiutando Israele a risolvere i conflitti con i suoi vicini e i suoi nemici, dovrete essere attenti non solo come diplomatici ma come esseri umani, non solo nel vostro ruolo formale di rappresentanti di uno Stato estero, ma quasi come psicologi, per poter cogliere tutte le sfumature, tutti i moti, anche i più sottili, che attraversano l´anima, la psiche degli israeliani. Essere attenti alle loro ansie, alla loro esperienza di vita, che è veramente unica. E aiutarli a distinguere tra le paure immaginarie, risultanti dai traumi passati, dagli echi della loro storia, e i pericoli reali e concreti che devono affrontare nella loro vita d´ogni giorno. La vostra responsabilità, il vostro impegno per il bene di Israele e la sua stessa esistenza nasce anche al fatto che una parte non piccola delle infermità e delle debolezze di questo paese è il risultato, la conseguenza di quello che è stato l´atteggiamento dell´Europa, l´atteggiamento del mondo intero verso gli ebrei.
    Certo, Israele non è al disopra di ogni critica. Credo sia vostro dovere criticare Israele quando lo merita, ma al tempo stesso aiutare questo paese a non ricadere sempre di nuovo nelle trappole che gli sono tese dalle sue stesse debolezze. E far sentire agli israeliani ciò che nel loro intimo ancora non riescono a credere: che possono avere un posto sicuro e legittimo nel mondo. Che il mondo può essere la casa, la patria degli ebrei. Dovete ricordare loro che esistono alternative a una vita di violenza, di odio e di paura. E fare di tutto per rendere possibile un clima che dia a Israele la possibilità di comunicare coi suoi vicini, per poter essere in grado di realizzare lo straordinario potenziale umano che abbiamo qui. Potete fare molto più di quanto state facendo oggi. Non lasciate nelle sole mani degli americani tutta la responsabilità di quest´opera di mediazione per arrivare alla pace tra Israele e i suoi vicini. Perché gli americani - sono spiacente di dirlo - in questi ultimi anni non stanno facendo quasi nulla, e a volte fanno anzi di tutto per precludere ogni possibilità di dialogo tra Israele e i suoi vicini. Come stanno facendo proprio in questi giorni, con riguardo ai negoziati, possibili e auspicabili, con la Siria. Non esitate. E tenete presente che in periodi come quello attuale, quando si è in presenza di un vuoto d´azione, un vuoto di visione, di leadership a livello mondiale, è assai più facile agire per il cambiamento. La storia non vi perdonerà se continuerete a rimanere in disparte, permettendo a Israele e ai suoi vicini di lasciar passare invano gli ultimi margini di tempo utili, quando è ancora possibile risolvere questo conflitto.


  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da bsiviglia Visualizza Messaggio
    Sì vabbè, ora vi posto anch' io una dichiarazione di intenti "giudaica", che dice esattamente l' opposto. Ma per favore!


    [/B]
    Almeno quella postata dal bravo Affus è firmata da Stefano Mannacio ("COBASE" Organismo Scientifico Indipendente accreditato dalla Convention sulla "Diversità Biologica" dal Congresso Mondiale Ebraico come Commissione sui Diritti Umani)*
    E poi hai provato a leggerla prima di appiccicare il tuo manifesto? Hai capito almeno di cosa parla?



    *http://www-5.radioradicale.it/servle...0825201940.txt

 

 
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