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    Omia Patria si bella e perduta
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    Contro l'Unione Europea prigione dei Popoli Per un'Europa di Nazioni libere, eguali e sovrane!
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    Post Cambiare passo di G. La Grassa

    CAMBIARE PASSO
    Inizierò con passo da blog, ma fra un paio di pagine cambierò gradualmente tono, affrontando
    via via temi più teorici e complessi. Non posso esimermi dal tornare brevemente sull’ultima “caduta
    libera” della sinistra che si dice “estrema”. Mi riferisco ai “dissidenti” (alla Turigliatto) che hanno
    votato la fiducia al Governo (di pagliacci ma anche di individui assai pericolosi a causa di chi, ben
    più potente, sta dietro di loro a tramare). La scusa addotta da questi in-coerenti è sempre la solita:
    non voler favorire Berlusconi e la destra. Non diverse motivazioni sostengono gli altri rifondatori e
    avanzi “comunisti” vari; non faccio nomi, pur se qualcuno era persona di cui avevo un minimo di
    stima fino a poco tempo fa. Poiché non credo affatto alla stupidità totale di questi personaggi – di
    essi non si può certo dire ciò che Petrolini affermò di Marinetti: “Un idiota con lampi di imbecillità”;
    oppure: “E’ cretino, ma così cretino, che ci mette del suo” (e non era vero nemmeno di Marinetti)
    – è evidente che siamo semplicemente in presenza di uomini di poca spina dorsale (“non camminano
    eretti”), in pieno sbandamento e senza prospettive; navigano a vista, si arrangicchiano alla
    bell’e meglio. E sono dei servi nati; sono passati dalle maleodoranti pizzerie di periferia ai ristoranti
    di lusso del centro, e ormai non capiscono più nulla, poiché il loro “comunismo” personale è veramente
    quello “reale”.
    E’ stato così fornito al Governo l’ossigeno concordato dal centrosinistra (e non solo) con il Presidente
    della Repubblica, grazie anche al voto di un (soltanto apparente) transfuga dall’UDC, semplice
    avanguardia di più ampie schiere; e con la connivenza appena nascosta dello stesso Fini, preoccupato
    che si potesse andare presto ad elezioni anticipate, cosicché non avrebbe avuto nessuna
    chance di sostituire Berlusconi come leader della destra. Il tempo guadagnato da questo Governo
    servirà – con o senza Prodi – ad accelerare le manovre neocentriste, che renderanno inutili i voti di
    questi falsi dissidenti sulle missioni all’estero, sulle pensioni, ecc. (sulla Tav sono molto perplesso,
    quindi non mi pronuncio in questa sede). Non si tratterà comunque di una passeggiata come non lo
    fu quella del Pds nel 1994, quando grazie all’operazione di “mani sporchine” – patrocinata dagli
    USA – Occhetto pensò di essere a cavallo, ma gli si mise in mezzo ai piedi Berlusconi che raccolse
    l’elettorato sbandato (e pieno di livore) di DC-PSI. Anche oggi, in mezzo ai piedi dell’operazione
    neocentrista – che, anticipata con troppa fretta, rischia di mettere in crisi i progetti di Partito democratico
    – si pone Berlusconi con un partito ben più solido rispetto a tredici anni fa e che, sicuramente,
    ha in questo momento oltre il quarto degli elettori.
    Comunque, questi “dissidenti” sedicenti comunisti – avanzi indigesti di un fallimento storico
    che si precisa sempre più in tutto il suo abominio e rinnegamento di ogni principio, cui questi piccoli
    uomini si dichiarano a parole “ortodossamente” attaccati (una vera perversione dell’animo) –
    hanno fatto la loro parte per dare fiato alle trombe neocentriste; se poi queste suoneranno veramente
    o steccheranno, lo si vedrà entro quest’anno al massimo.
    Mi dispiace per qualche ignaro commentatore sul blog, ma non sono un moralista, e tanto meno
    un uomo di fede, offeso perché quest’ultima è stata tradita da simili quaquaraqua. Non sono mai stato,
    intanto, religioso in senso tradizionale. Sono andato in Chiesa fino ai 14-15 anni, perché di famiglia
    “abitudinaria” (non tanto religiosa nemmeno essa), ma in genere ne approfittavo per contrattare
    direttamente con Dio (non mi piacevano i Santi e, in fondo, nemmeno troppo le altre due persone
    della Trinità) circa le interrogazioni a scuola e altri fatti della “multiforme” vita di un adolescente.
    A 18 anni mi sono avvicinato al comunismo non certo per ragioni teoriche. E’ indubbio che mi affascinava
    l’idea di “un mondo migliore” (non aspettando l’Al di Là), e avevo della pena per i sottoposti,
    gli “umiliati e offesi”, i massacrati o comunque sempre costretti a tirare la carretta. Comunismo
    però significava a quel tempo anche PCI; e non ho mai creduto nel “grande partito”. E poi, mi ci ero
    avvicinato nel 1953 e già tre anni dopo ero disgustato; lo ammetto, non tanto per il ’56 ungherese
    quanto per la togliattiana “via italiana al socialismo”, che giudico tuttora come l’inizio della lunga
    via al rinnegamento di ogni pur minima tradizione di lotta per il cambiamento sociale.
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    In ogni caso, la frequentazione del PCI, cui non fui mai iscritto, mi ha “scafato” contro i miti
    della “Classe”; potevo nutrire simpatia per gli operai, non certo vederli come capaci di egemonia in
    questo tipo di società. Non sono stato “un militante”, sono sempre stato attaccato all’idea di Marx
    secondo cui il comunismo doveva inverare sostanzialmente ciò che il liberalesimo afferma solo
    formalmente: la più completa e piena libertà individuale. Ho odiato fin da subito ogni tipo di inquadramento
    senza cervello; e, anche se di nascosto, mi divertivo alle vignette sui “trinariciuti” (nessuno
    forse si ricorderà più di quella mitica “tutti stretti intorno al caco”, della serie “contrordine compagni,
    c’è un errore di stampa nell’Unità”). Non parliamo del modo di intendere la “libertà sessuale”,
    uno “scopa scopa” trincerato dietro il “libero amore” e la “famiglia aperta” (non che la volessi
    chiusa; semplicemente che ognuno facesse quello che rientrava nelle sue credenze e “incrostazioni”,
    pur se talvolta un po’ consuetudinarie).
    Soprattutto, ho imparato presto a diffidare e ad essere schifato dai moralisti e, ancor più, da
    quelli con la bocca sempre piena di “afflati sociali”, di amore per i “più deboli e diseredati”. Non ce
    n’è stato uno solo, e la mia vita non è breve, che io non abbia visto tradire i suoi “ideali”, che non
    abbia intrigato e fatto gli affaracci suoi (spesso in politica), mettendola in c….al mondo intero (con
    o senza vaselina). Veramente: non ne ricordo uno che non si sia comportato così. Quelli che amano
    il “genere umano” sono i più fottuti e nauseabondi intriganti (quando non addirittura massacratori)
    nei confronti degli individui empirici, degli uomini in carne ed ossa. Del resto, studiando la storia,
    ci si rinforza in questa idea, pur se vanno comunque esaltati certi processi di cambiamento rivoluzionario.
    Io inneggio tuttora al 1789 francese (ivi compresa la sana e meritoria invenzione del dott.
    Guillotin) come al 1917 sovietico e a molti altri processi del genere. So però benissimo che,
    all’interno di questi ultimi, agiscono i soliti uomini con i loro slanci generosi strettamente intrecciati
    a porcherie di ogni fatta. Comunque, non credo che alcun dirigente dei gruppi agenti in questi processi
    sia mai stato mosso da meri “afflati sociali” (alla larga, fallirebbero in “due balletti” o tradirebbero
    in ancor minor tempo). Amo quelli che hanno un bel po’ di “pelo sullo stomaco”; di loro ci
    si può fidare.
    Tuttavia la durezza, a volte perfino ferocia e crudeltà, deve essere al servizio di cause molto diverse,
    e di ben diversa grandezza e ampiezza di visione strategica, rispetto a quelle perseguite dai
    nani odierni. Amo i personaggi e gli avvenimenti da tragedia greca o shakespeariana, non la miserabile
    politica, per tornare ai tempi nostri, di meschini omuncoli del tipo dei Berlusca o dei Fini e
    Casini, o quella dei Prodi o Fassino, Rutelli, Veltroni, Bertinotti (e anche di questo Turigliatto, “povero
    cristo”). Ci sono poi due vizi capitali che non sopporto: il rinnegamento e l’ipocrisia. Per questi
    due, soltanto, sarei disposto a comminare la pena di morte. Non nei processi regolari in tempi
    normali; in questi pretendo che non si emetta nessuna condanna del genere. Ma nei periodi di rivolgimento,
    di caos, quando i rinnegati e gli ipocriti vengono presi in flagranza, sul fatto, allora
    l’eliminarli è spesso purtroppo obbligatorio.
    Non siamo però adesso in un periodo di caos e di rivolgimento profondi. Ci sono solo sintomi e
    scricchiolii sinistri e certamente non credo che la situazione andrà avanti così per decenni; immagino
    solo per anni, al massimo. Nella fase attuale, intanto, è indispensabile cambiare passo. L’ho già
    detto: è inutile lasciare “cadaveri” insepolti; puzzano ed emettono esalazioni pestifere. Ci si dovrà
    pur chiedere come mai un cattivo odore così forte esista in pratica solo in Italia; almeno nell’ambito
    del continente europeo, che pure è anch’esso in pieno degrado politico-culturale. Da noi era appunto
    presente il “grande, grande” partito comunista, orgoglioso della sua diversità rispetto agli altri PC
    europei (a partire dal più importante, quello francese). Tale diversità era soltanto l’anticipazione di
    un processo di totale abiura, di tradimento, di rinnegamento di ogni principio. Questo ha fatto si che
    in Italia – unico fra i paesi europei “occidentali” – il blocco sociale dominante, mutatis mutandis,
    fosse (e sia) simile a quello esistente in URSS e nei paesi europei del “socialismo reale”. In essi,
    sussistendo l’ideologicamente ingannatrice proprietà “pubblica”, il sistema di potere si concentrava
    nel partito-Stato; ed era coagulato attorno ai gruppi dirigenti del “Piano centrale”, dei grandi com3
    plessi industriali (e della banca di Stato), strettamente uniti a quelli degli organismi sindacali ufficiali
    che ottenevano per la “Classe” ritmi lavorativi ridicoli in cambio di salari bassi (ma comunque
    superiori perfino a quelli degli scienziati nucleari, tanto per fare un esempio). Stritolati fra
    l’incudine e il martello erano i sedicenti ceti medi, in crescita anche in quei paesi (in alcuni dei quali,
    nell’Europa orientale, esistevano pure gruppi consistenti di “borghesia” pregressa).
    In Italia, la situazione era diversa perché i patti di Yalta ci hanno tenuto dentro il “mondo occidentale”
    e costretti all’alleanza atlantica nel campo soggetto al predominio USA. Quindi, da noi è
    rimasta la “borghesia” capitalistica privata, la “Classe” ha dovuto assoggettarsi a ritmi lavorativi da
    capitalismo avanzato, ma con i dovuti aumenti salariali e con condizioni generali di vita in crescita
    tendenziale. La stessa imprenditoria pubblica (vastissima all’inizio; il 50% dell’industria e tutte le
    grandi banche di interesse nazionale) ha operato, in prevalenza, come nelle imprese private. Non
    completamente però; la politica ci ha messo ben bene il becco e nell’IRI, contrariamente a quanto
    ufficialmente ammesso, il compromesso storico tra DC e PCI funzionò molto presto, come minimo
    dall’epoca del boom. In ogni caso, il blocco sociale è stato quasi da sempre, ma almeno dagli anni
    ’60 e poi, in modo compiuto, da quelli ’70, quello costituito dalla grande imprenditoria – privata e
    pubblica (quest’ultima in stretto intreccio con i gruppi politici, anche piciisti) – e dai comparti del
    lavoro dipendente controllati dagli apparati sindacali riconosciuti e ampiamente foraggiati dai dominanti;
    ecco la somiglianza con il “socialismo reale”.
    In quegli anni, la conflittualità sindacale e la “modernizzazione” mascherata da “lotta di casse”
    (come ad es. nel 1968-69) – considerati quali processi intrecciati, mentre erano in realtà ben diversi
    e distinti (il “movimento operaio” era saldamente controllato dai piciisti, non dagli studentelli che
    giocavano al maoismo in quanto neoleninismo) – soltanto coprirono le trame di pieno avvicinamento
    tra i maggiori partiti, di maggioranza e di opposizione, per stringere in una morsa la società italiana;
    e fu in questo periodo, soprattutto dopo gli avvenimenti cileni del 1973, che Berlinguer scalò
    il gradino decisivo nell’abiura degli “ideali” comunisti. Diciamolo una buona volta: anche il fenomeno
    vergognosamente definito “terroristico” (BR ecc.) fu solo una risposta – sbagliata e anzi catastrofica
    – al tradimento piciista, che proveniva però da lontano: dall’immediato dopoguerra (forse
    già dall’incarcerazione e poi morte di Gramsci, probabilmente l’unico dirigente comunista italiano),
    e proprio per la decantata “diversità” di questo partito, i cui dirigenti furono in definitiva rinnegati
    ante litteram. Fu per questo che si errò all’epoca prendendoli semplicemente per una riproposizione
    del revisionismo kautskiano; e ci si illuse che un movimento effettivamente “piccolo-borghese”
    come quello studentesco (partito non a caso dagli Stati Uniti) – saldandosi (processo che avvenne in
    realtà nella semplice rappresentazione ideologica degli “estremisti”, in particolare degli “operaisti”,
    altra sciagura della sinistra italiana) con una lotta operaia, radicale ma in definitiva ormai tradunionistica
    – rappresentasse la nuova corrente neoleninista.
    Nel periodo successivo alla caduta “del Muro”, e al finalmente aperto cambio anche di vestito
    da parte dei rinnegati piciisti – con i drammatici processi politici di mutamento di regime, di cui ho
    già scritto recentemente nel blog – si mise in moto un vasto processo di privatizzazione del settore
    pubblico, a partire dalla dismissione dell’intero apparato bancario, processo aperto e accelerato da
    Ciampi (già Governatore della Banca d’Italia e nel 1993 Premier) e da Prodi (ai vertici dell’IRI); e
    con l’aiuto dell’allora (mi sembra) direttore generale del Tesoro, Draghi, anch’esso ben noto per
    quello che è oggi e per quello che fu a lungo: vicepresidente della punta di diamante della finanza
    americana, la Goldman Sachs. La privatizzazione riguardò in primo luogo proprio il settore bancario
    e poi, via via, l’apparato industriale. Non cambiò però nella sostanza il blocco sociale che ha
    sempre costituito l’arretratezza e debolezza capitalistiche dell’Italia, pur nei suoi periodi di sviluppo
    e di modernizzazione. Nella nuova situazione internazionale, più nettamente e globalmente monocentrica,
    che venne a instaurarsi – e che richiederebbe certo una analisi a parte – si accentuò il parassitismo
    insito in questo blocco sociale.
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    Quali le sue caratteristiche principali? Subordinazione agli USA perfino maggiore che
    nell’epoca del Governo DC-PSI, poiché l’esistenza del campo “socialista” consentiva qualche modesto
    margine di autonomia. Il dominio statunitense in Italia prese soprattutto la via della forte influenza
    sul nostro apparato finanziario privatizzato, investito da intensi processi di centralizzazione
    capitalistica. Come paradigma di tali manovre di subordinazione del nostro sistema economico
    prendiamo gli ultimi avvenimenti. Si è creata una grossa (per l’Italia) concentrazione finanziaria
    con il gruppo Intesa-San Paolo – dopo che era fortunatamente fallita (per il momento) l’operazione
    di una CapIntesa in grado di stringere il cappio su Mediobanca e Generali – sotto la non troppo coperta
    egida della Goldman Sachs (e del Carlyle Group, ecc.). Nel contempo vengono portate avanti
    con insistenza – per quanto ancora avversate dalla forte resistenza di certi gruppi dirigenti – manovre
    tese a scorporare e separare produzione e rete di distribuzione nell’ambito dell’ENI, decisione
    che provocherebbe un chiaro indebolimento di tale impresa, a rischio in tal caso di essere fagocitata,
    nella sostanza se non nella forma, da qualche colosso energetico statunitense; o anche semplicemente
    da qualche grossa concentrazione finanziaria del paese cui siamo subordinati.
    Il teatrino della politica – con i due schieramenti contrapposti (che si tenta reiteratamente di
    scomporre e ricomporre altrimenti) ormai putridi fino all’inverosimile – cela alla vista della popolazione
    quanto di ben più decisivo, e di fortemente negativo per la nostra autonomia, avviene nel sistema
    economico (produttivo-finanziario). Cela lo strapotere e il parassitismo della finanza – subordinata
    a quella americana – e il continuo degrado, con imbrogli e manovre varie per tirare avanti
    qualche anno, della nostra grande impresa, ancora centrata sul metalmeccanico (e l’auto in particolare)
    e con forte ritardo e debolezza di fondo nei settori di punta di un sistema avanzato. Un degrado
    che si copre con continue sovvenzioni “pubbliche” a tale settore grande-imprenditoriale decotto, arretrato;
    sovvenzioni per sostenere le quali diventa ormai urgente colpire a fondo quel settore piccolo-
    imprenditoriale (e il lavoro detto autonomo) che prima era stato gonfiato per ragioni di equilibrio
    sociale, ma anche per una sorta di intenso “autosfruttamento” del lavoro a favore del profitto della
    impresa finanziaria e di quella della grande industria sempre assistita dal settore pubblico, cioè dalle
    forze politiche ad essa asservite.
    Se e quando si parla di economia, ci si limita a cianciare di liberalizzazioni che colpiscono solo
    tale lavoro autonomo, rafforzando i settori oligopolistici; ci si batte sul fronte fiscale (e chi vuole difenderci
    dalle tasse vuole accelerare la riforma-distruzione delle pensioni; e viceversa per l’altra
    parte politica). Si fa sempre un gran parlare del mercato del lavoro: e chi lo vuole rendere più flessibile,
    accrescendo il precariato, chi vuol invece difendere gli stabili (e sindacalizzati, quindi facenti
    parte del blocco sociale già indicato) con inevitabili riflessi sull’occupazione complessiva; anche se
    i sindacati, per mantenere il loro potere nel blocco sociale suddetto, continuano a mentire sostenendo
    che essi sarebbero in grado di centrare l’irraggiungibile obiettivo “della botte piena e la moglie
    ubriaca”. Naturalmente, ci sono poi le tradizionali scaramucce sul fronte degli aumenti salariali,
    sempre comunque ridicoli di fronte ad un aumento del costo della vita per almeno tre quarti occultato
    dal nostro Istat su precise indicazioni politiche.
    Di tutto si discute, salvo che di effettive strategie di reale crescita fondata sul rafforzamento della
    nostra autonomia, incrementando le risorse per la ricerca scientifico-tecnica, per le imprese dei
    settori di eccellenza, per una politica economica estera di maggiore penetrazione in mercati altrui e
    in altrui aree di investimento di capitali. In questa non discussione sulle questioni strategiche essenziali,
    il nostro blocco sociale dominante – ripeto: grande imprenditoria finanziaria e industriale
    sempre assistita dallo Stato (cioè dai loro manutengoli politici) più i lavoratori dipendenti protetti
    dai sindacati corrotti e legati al potere “costituito” – è coadiuvato anche dalla cosiddetta “sinistra
    critica” o “alternativa”, costituita da sciocchi (o furbi?) sostenitori della decrescita, delle energie
    “pulite” (ma quelle del Sole e del vento, che non saranno mai in grado di fornire il grosso del fabbisogno
    energetico), della “difesa” dei consumatori, di quella dei salari, dell’occupazione fissa (e magari
    nel settore pubblico), della lotta al Capitale, ecc. Tutti detriti, terriccio “di riporto”, piccoli ma5
    teriali d’appoggio al blocco sociale parassitario, che ci sta facendo marcire a tutto vantaggio di subdominanti
    ormai legati al complesso finanziario-politico dei predominanti statunitensi.
    Ecco perché non si riesce mai a seppellire il “comunismo” e il “marxismo” (quelli ormai degenerati
    irreversibilmente). Rivoli di denaro, appoggio editoriale, spazio nei massmedia, cattedre universitarie,
    centri di studio e ricerca, tutto arriva, pur in proporzioni modeste (ma sufficienti allo scopo
    che i subdominanti si prefiggono), a coloro che giocano ancora ai “comunisti” e “marxisti”; ma
    solo a quelli completamente devitalizzati, sclerotizzati, che riuniscono alcune aree di (giustamente)
    incazzati, mettendole di fatto “in naftalina”. Quando poi alcuni di questi capiscono di essere stati
    presi in giro da questi finti “radicali”, essi rischiano di riprodurre una sterile stagione di lotte “violente”,
    così che si possa stigmatizzare e soffocare ogni più che lecita e naturale voglia di cambiare
    una situazione dominata, e cristallizzata, da un blocco sociale così conservatore e “succhiasangue”.
    Ecco perché è invece necessario cambiare passo: seppellire quei cadaveri (in modo onorato,
    senza minimamente vergognarsi di aver appartenuto a quel movimento) per ripensare radicalmente
    una nuova teoria della società capitalistica e una nuova prassi per almeno avviare alcuni cambiamenti
    sociali con intento veramente radicale; ma anche, sia chiaro, riprendendo alcuni temi più che
    rilevanti della vecchia prassi comunista (io non disdegno nemmeno certi insegnamenti, magari rivisitati
    e ripensati, della Comune di Parigi) e della teoria marxista: non però semplicemente ridotta a
    teoria del valore-lavoro, a ricerca dell’eguaglianza tra plusvalore e pluslavoro, ecc. da imbecilli patentati
    nonché meschini maneggioni truffaldini, degli “intellettuali” piccoli piccoli, che si fingono
    radicalissimi contro il Capitale (sostenendo di distruggerlo con le loro dimostrazioni matematiche)
    mentre sono invece pronti a dirottare le energie dei più giovani verso binari morti, verso stagni
    melmosi dove ci si impantani, a tutto vantaggio dei dominanti parassiti che ci subordinano all’altrui
    egemonia.
    Non voglio assolutamente enfatizzare, come farebbe uno dei marxisti sclerotici di cui sopra, lo
    scricchiolio indubbio proveniente questa volta dalla Cina. Tale paese, che ancora viene definito comunista
    (e non soltanto dai reazionari), è al contrario una nuova forma di capitalismo, certo da analizzare
    a fondo. Potrebbe però anche trovarsi “in mezzo al guado”, in un Limbo da cui dovrà infine
    uscire. In ogni caso, il “partito unico” al potere, che ingannevolmente si autodenomina tuttora comunista,
    ha perfino introdotto nella Costituzione un nuovo articolo in cui si esalta l’imprenditoria
    privata capitalistica. Inoltre, è stato dato ampio spazio ai giochi della finanza internazionale, con –
    se non ricordo male certe notizie lette – la presenza nel mercato cinese perfino degli hedge fund (ad
    altissimo rischio); e con la ripetizione dell’imbroglio argentino, in cui alcuni ingenui – attirati da
    tassi di interesse, su titoli, a due cifre – cominceranno adesso a rimetterci le penne. Ad un certo punto,
    l’autorità centrale cinese non ha potuto fare a meno di intervenire con un minimo di sorveglianza
    e regolamentazione in più; e si è così prodotto un, per ora, piccolo crac, che ha scottato intanto i più
    sprovveduti.
    E’ bene però fare un passo indietro per chiarire brevemente ciò che andrà invece sviluppato seriamente
    in futuro. Nell’epoca dell’imperialismo – o come dico io, in termini più generali, del policentrismo
    onde sfuggire alle tesi circa “l’ultimo stadio del capitalismo”, dando invece a quella fase
    un carattere semplicemente ricorsivo – che va grosso modo dagli ultimi decenni dell’ottocento fino
    al confronto interimperialistico definitivo rappresentato dalla seconda guerra mondiale, si produssero
    i più gravi sconvolgimenti subiti dal sistema capitalistico, tra cui, appunto, le due guerre mondiali,
    la rivoluzione sovietica, la grande crisi del 1929-33, il nazifascismo, ecc. Credo che si possa fare
    un’analogia con fenomeni naturali che ha un buon carattere esplicativo. Pensiamo ai terremoti, di
    diversa intensità, che scrollano comunque la superficie terrestre, provocando eventi per noi drammatici
    e che sono quelli più evidenti, quelli che ci toccano più da vicino, quelli apertamente visibili
    e unanimemente avvertiti in tutta la loro violenza. Tuttavia, sono appunto fenomeni superficiali; la
    loro causa decisiva, studiata scientificamente, risiede nella frizione e scontro, a diversi livelli di profondità,
    tra falde tettoniche. E quanto più in profondità si verifica tale processo, tanto più ampie e
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    violente sono le ripercussioni in superficie, laddove sono situate le popolazioni di uomini; non quali
    scienziati bensì come individui che stanno conducendo la “normale” vita quotidiana, e vengono improvvisamente
    investiti da simili disastri.
    Crisi economiche, guerre, rivoluzioni, ecc. sono i terremoti; e sono questi i fenomeni che ci aggrediscono
    con la loro drammatica e improvvisa evidenza, sconvolgendo la nostra vita di tutti i
    giorni. Le cause profonde – e di diversa profondità, dunque con esiti di differente gravità e ampiezza
    – si trovano nelle strutture dei rapporti sociali capitalistici. Ma non tanto, mi dispiace dirlo, al livello
    “verticale” della notoria “lotta di classe”, della lotta tra capitale e lavoro, tra proprietà capitalistica
    e lavoro salariato, ecc. Nella formazione sociale a modo di produzione capitalistico (dominante),
    una volta che questa raggiunge determinati livelli di “maturazione”, cioè di sviluppo – e via via,
    nel corso di un paio di secoli, quest’ultimo sta arrivando anche nei due più popolosi paesi del mondo
    – la lotta in questione assume carattere sempre meno drammatico, diventa – come aveva intuito
    Lenin, ma senza poterne trarre le debite conseguenze – tradunionistica, riguarda cioè la distribuzione
    della torta prodotta, e i conseguenti livelli e modi di vita di comparti sociali in via di crescente
    moltiplicazione e differenziazione a livello sia verticale che orizzontale (in uno “spazio sociale” teorico,
    configurato solo “idealmente”, ma non per questo solo frutto di fantasticherie).
    Ciò che assomiglia, per analogia, all’urto delle falde tettoniche è lo scontro tra formazioni sociali
    particolari (finora sempre nazionali o relative a gruppi di nazioni), che sono condotte al conflitto
    reciproco dai gruppi in esse dominanti; fra loro in perpetua competizione per il predominio
    all’interno di ognuna di queste particolari formazioni, ma che poi – nelle epoche di pieno policentrismo
    e di tumultuoso sviluppo ineguale delle formazioni in oggetto – si saldano in determinate, e
    spesso provvisorie e transeunti, alleanze, lottando tra loro per la supremazia sul piano (geopolitico)
    mondiale. In questo urto violento tra “falde tettoniche” (paesi capitalistici) si mettono in moto – nei
    punti e luoghi (dello spazio sociale globale) in cui il “terremoto” provoca maggiori sconquassi: di
    superficie, nella vita quotidiana dei popoli, nelle istituzioni politiche e culturali che essi hanno storicamente
    costruito, ecc. – processi di sfaldamento dell’egemonia tramite la quale dati gruppi dominanti
    avevano costruito certi blocchi sociali a protezione e consolidamento della loro preminenza.
    Qui allora si acutizza anche lo “scontro di classe” (chiamiamolo provvisoriamente ancora così) e
    scoppiano movimenti rivoluzionari; che tuttavia non avvengono affatto sempre nella direzione prevista
    e preconizzata dal comunismo marxista, bensì secondo quella doppia modalità che ho intanto
    indicato come rivoluzioni dentro e contro il capitale. Proprio per questo, rivoluzione nazifascista e
    rivoluzione sovietica, nettamente antagoniste fra loro, hanno potuto essere facilmente, ma falsamente
    (ideologicamente), accostate fra loro dalle forze politiche della “liberaldemocrazia” – che Lenin,
    con folgorante intuizione, ritenne il “migliore involucro della dittatura borghese” per il suo carattere
    multiforme e polivalente, viscido e scivoloso, avvolgente e inglobante alla guisa di una ameba – uscita
    vincente dallo scontro policentrico conclusosi con la seconda guerra mondiale e dalla susseguente
    “guerra fredda” tra i “due campi”.
    Quando lo scontro policentrico si conclude con la supremazia di uno dei contendenti, si entra in
    una nuova epoca monocentrica, dove continua la conflittualità interdominanti (intercapitalistica),
    ma con modalità meno acute e non laceranti (“terremoti” di un grado basso della scala Richter o
    Mercalli). In particolare, si stabilisce il predominio politico (di potenza) di una formazione sociale
    particolare sul sistema a livello mondiale. Continua quindi la competizione soprattutto nella sfera
    sociale economica; senza questa competizione (quella interimprenditoriale) verrebbe meno lo sviluppo
    capitalistico, e dunque la complessiva capacità egemonica dell’insieme dei gruppi dominanti
    nell’insieme delle varie formazioni sociali particolari, con i loro blocchi sociali ricostituitisi dopo lo
    sconvolgimento policentrico. E’ la finanza, coadiuvata dagli apparati politici (statali, partitici, ecc.)
    e culturali, a condurre il gioco di coordinamento del sistema strutturato dalle formazioni particolari
    in questione. Anche in tale ambito permangono scontri, ma decisamente subordinati al controllo di
    massima esercitato dalla formazione centralmente dominante, mentre più vivace rimane la situazio7
    ne a livello produttivo; in questa sfera sociale, tuttavia, soprattutto quando si aprano – com’è accaduto
    nel campo capitalistico negli ultimi decenni – nuove fasi di forte “rivoluzione industriale” (di
    innovazioni di prodotto e di processo, di fonti di energia, ecc. con l’apertura di completamente nuove
    branche produttive), il complesso finanziario-politico del paese predominante, anch’esso suddiviso
    in gruppi di agenti intercompetitivi (quindi con diverse visioni tattiche di coordinamento), esercita
    un certa “vigilanza”, cercando soprattutto di far si che la parte preponderante delle nuove
    branche, e della ricerca scientifico-tecnica collegata, resti principalmente di prerogativa di detto paese.
    Dopo il 1945 si è in effetti aperta una nuova epoca monocentrica; tuttavia “sbilanciata” poiché
    esisteva il campo “socialista” e un sostanziale equilibrio (soprattutto politico-militare, non certo economico-
    finanziario) tra le due superpotenze e dunque tra i due campi (uno dei due si scisse poi a
    sua volta in due, perché la Cina era un “boccone troppo grosso” per rimanere sotto il controllo
    dell’URSS). Questa situazione ha creato nel campo del capitalismo avanzato una lunga “era di pace”,
    mentre i conflitti si spostavano ai margini dei due campi e favorivano l’ascesa di vari movimenti
    di liberazione nel cosiddetto terzo mondo (abbastanza omogeneamente sottosviluppato,
    all’inizio); una liberazione dal colonialismo più tradizionale con l’affermarsi di nuove forme di subordinazione
    più soft (ma alla lunga penetranti), epperò con l’inizio di un impetuoso sviluppo in alcuni
    paesi di quest’area, in specie asiatici, sviluppo che oggi coinvolge in pieno i due maggiori (Cina
    e India).
    Il problema che non è per nulla chiaro, e che ci mette in difficoltà nel definire più appropriatamente
    l’epoca che va dal 1945 fino al crollo del socialismo reale, è precisamente la cosiddetta “natura”
    (sociale ovviamente) di quest’ultimo. Abbiamo già detto che, mutatis mutandis, il blocco sociale
    costituitosi in URSS intorno ai gruppi dominanti del partito-Stato aveva rassomiglianze con
    quello esistente in Italia, in particolare dopo il cambio di regime avvenuto, su input statunitense, con
    “mani sporchine”, dove i gruppi dominanti furono (e sono) quelli parassitari della GFeID (grande
    finanza e industria decotta), che hanno accelerato il mutamento delle prospettive di predominio capitalistico
    in direzione della “privatizzazione” di ciò che era “pubblico” (dove privato e pubblico
    sono forme tattico-strategiche diverse di tale predominio; ne riparleremo in altra sede).
    Tuttavia, resta il problema della “natura” dell’URSS e subordinati. Le tesi del socialimperialismo
    avevano una funzione di propaganda, forse utile in quella congiuntura in cui si credeva ancora
    di poter rinnovare e riformare il comunismo. Le tesi del “capitalismo di Stato” – avente come classe
    dominante la “borghesia di Stato e di partito” (conclusioni di Bettelheim e althusseriani in genere) –
    sono state a mio avviso un degno tentativo di rinnovare il marxismo, che poneva l’enfasi sulla proprietà
    privata dei mezzi di produzione e sul mercato quali caratteristiche essenziali del capitalismo.
    Continuo a tutt’oggi a ritenere più avanzata l’analisi di Bettelheim rispetto a Sweezy che insisteva
    sulle vecchie concezioni del marxismo tradizionale, per di più condite con il keynesiano primato
    della domanda complessiva (consumi più investimenti), sul concetto di surplus al posto del marxiano
    plusvalore (pluslavoro) che non superava affatto l’economicismo marxista bensì lo peggiorava di
    gran lunga, ecc. Tuttavia, ciò che effettivamente appartiene alla “essenza” del capitalismo è la competizione
    tra gruppi dominanti. Ora, quella che si manifesta tra di essi sul piano della formazione
    (geopolitica) globale poteva magari essere pensata allora (pur se in definitiva ci sbagliammo a ritenerla
    tale) nella forma del sedicente “equilibrio del terrore” tra USA e URSS, con spostamento del
    confronto più acuto e violento ai “confini” tra i due campi, dove però esistevano reali e radicati movimenti
    per la liberazione nazionale dal colonialismo (e dintorni).
    La questione è invece molto più complessa, e ancora non risolta, per quanto concerne la struttura
    dei rapporti sociali interna al sedicente “socialismo”. Escludo che si possa mai più tornare a pensare
    che in URSS e negli altri paesi di quell’area esistesse qualcosa da potersi definire “costruzione del
    socialismo”; così come oggi è irritante chi ancora crede al “socialismo di mercato” in Cina; “o c’è o
    ci fa”! Senza dubbio però, tra il 1917 e il 1989-91 – e passando per fasi intermedie ben differenziate
    – esistette in quei paesi il “né carne né pesce” (ma qualcosa pur erano, e noi non lo sappiamo anco8
    ra!), per cui il sistema capitalistico, ormai rientrato in un’epoca monocentrica, fu come dimidiato.
    Non poteva scatenarsi un vero e duro conflitto politico-militare aperto, tipico delle epoche policentriche;
    ma non poteva nemmeno esserci un sistema globale nella sostanza coordinato da una formazione
    sociale particolare predominante. Era un vero equilibrio instabile (lasciamo stare “del terrore”,
    formula enfatica buona solo in fase propagandistica); un equilibrio che non poteva affatto rompersi
    con il precipitare di eventi bellici (una grande bugia fu quella secondo cui nel 1962, con la crisi
    di Cuba, si sfiorò la terza guerra mondiale; a intuito lo sostenni fin da allora e irrisi a tutti i “compagni”
    preoccupati). Non esistevano in URSS & C. vere strutture di rapporti capitalistici che esigessero
    un’autentica espansione imperialistica con lo scontro (policentrico) per la supremazia mondiale.
    Quello che fu effettivamente il cosiddetto “socialismo” è ancora per noi sconosciuto. Diciamo,
    molto “volgarmente”, che fu un periodo (relativamente breve e accelerato) di accumulazione originaria
    capitalistica; del tutto differente da quella studiata da Marx e che ha quindi condotto a formazioni
    sociali capitalistiche di tipo nuovo; come del resto – e nemmeno questo lo abbiamo ancora capito
    e nemmeno indagato – la progressiva assunzione di preminenza da parte della formazione capitalistica
    statunitense ha condotto nel “mondo occidentale” a quella che ho genericamente definito
    società dei funzionari del capitale, dove questi ultimi hanno tuttora, e anzi oggi più che negli anni
    trenta e quaranta (quando si poté parlare di “rivoluzione manageriale”, oggi tramontata), il controllo
    dei mezzi produttivi tramite la proprietà giuridicamente privata; ma non è questa la condizione sostanziale
    del loro predominio, bensì quella, l’attività strategica, che ho analizzata nel mio testo Gli
    strateghi del capitale. Si tratta di formazione sociale capitalistica, che non ha più però come classe
    dominante la “classica” borghesia e come classe dominata il proletariato o classe operaia, nel senso
    attribuito a tali espressioni dalla tradizione marxista (decrepita e oggi coltivata solo da gruppetti cristallizzati
    in sette).
    Quel “né carne né pesce” (qualsiasi cosa sia stata, ma sarebbe meglio alla fine saperlo) non poteva
    durare, e non durò. Dopo il 1989-91, ci fu chi credé – la maggioranza – che il capitalismo (del
    tipo più noto, quello dei funzionari del capitale) si fosse rimondializzato; e chi si ostinò a ritenere i
    pochi lembi di “socialismo reale” rimasti (Cina, Corea del Nord, Vietnam, Cuba, ecc.) come bastioni
    della resistenza alla dissoluzione capitalistica. In realtà, si sono negli ultimi quindici anni precisati
    gli effetti della pluridecennale, ma molto differenziata in diverse formazioni sociali particolari,
    accumulazione capitalistica. I paesi est-europei sono in definitiva rifluiti per la maggior parte da
    dove provenivano: sono sempre più simili al capitalismo “occidentale”, a quello dei funzionari del
    capitale. La Russia fu in bilico; in essa gli USA, tramite Eltsin, tentarono il “colpaccio” di assorbirla
    nella propria orbita, ma alla fine fallirono. La Russia è sicuramente capitalistica, in essa impresa e
    competizione interimprenditoriale hanno ampio sviluppo, ma il controllo centralizzato, l’influenza
    penetrante della sfera politica in quella economica, sono evidenti. Non torniamo, per carità, alle tesi
    del capitalismo di Stato, ma certo si tratta di una formazione capitalistica che richiederà attente indagini
    poiché, appunto, la centralizzazione è la sua ben marcata caratteristica e non sembra affatto
    indicare una semplice fase di transizione al capitalismo tradizionale che conosciamo. E lo stesso dicasi
    della Cina; sarà socialmente e culturalmente diversa dalla Russia – come anche in occidente lo
    è in fondo ogni singola società capitalistica rispetto alle altre – ma appartiene più o meno alla stessa
    categoria del capitalismo con robusta centralizzazione politica.
    La forte crescita di questa nuova formazione sociale capitalistica – dopo la “sbandata” russa degli
    anni ’90 – sta conducendo la configurazione geopolitica mondiale verso la progressiva riaffermazione
    del conflitto interdominanti di tipo policentrico. Quando si parlava – e quanto ne ho parlato
    io stesso (ma ancora più ingannevoli sono le tesi della “globalizzazione” dei mercati, vera ideologia
    d’accatto, sostenuta perfino dai “deboli pensatori” moltitudinari) – di rimondializzazione capitalistica,
    si aveva in testa il capitalismo tradizionale; e molti nemmeno quello dei funzionari del capitale,
    bensì quello analizzato da Marx – in base al modello della borghese Inghilterra – circa centocinquant’anni
    fa (sic!). Pensate quale catastrofe teorica hanno prodotto i marxisti sclerotizzati, che per9
    severano nell’errore. Oggi è ancora preminente il paese centrale del capitalismo dei funzionari del
    capitale (“occidentale”). Si stanno però producendo chiari fenomeni che indicano il progressivo avvicinamento
    di due “falde tettoniche”: il predetto capitalismo “occidentale” e la nuova formazione
    capitalistica a forte centralizzazione politica. Quando l’avvicinamento avrà prodotto la frizione acuta
    – fra 20-30 anni; forse più, forse meno – si produrranno nuovi “terremoti”, di cui adesso avvertiamo
    solo gli scricchiolii (per quanto sinistri). Personalmente, non penso che avranno la stessa forma
    dei conflitti novecenteschi. Tuttavia, non possiamo fare i profeti; sono comunque decisamente
    convinto che non saranno meno gravi, violenti e ampi di questi ultimi. Forse anche di più.
    Fin d’ora dobbiamo attrezzarci alla nuova epoca policentrica che avanza. Non tanto nell’attività
    politica, dove si deve tatticamente tenere conto che mancano ancora alcuni decenni prima del vero
    scontro tra “falde tettoniche”. In teoria però si, dobbiamo sconvolgere i vecchi assetti della scienza
    della società, vecchia e oggi perfino in regresso. Siamo ancora allo scontro tra un marxismo
    dell’epoca di Marco Cacco e liberalesimo (e liberismo) che inneggia alle taumaturgiche virtù (smithiane
    e marshalliane) del mercato e dell’impresa, della libera concorrenza e della funzione innovativa
    degli animal spirits imprenditoriali; siamo alla menzognera ideologia – tipica di ogni epoca
    monocentrica – della competizione mercantile globale con superamento della funzione degli Stati
    nazionali (superficiali e false conclusioni sostenute anche da alcuni personaggi che si pretendono
    collocati sulla “estrema sinistra”), ideologia di supporto – come quella di Ricardo relativa alla “teoria
    dei costi comparati” in favore del monocentrismo inglese – all’azione statunitense tesa ad impedire
    che sorga una agguerrita competizione nelle branche della nuova rivoluzione industriale, e della
    scienza e tecnica connesse.
    Di più: oggi il marxismo è sostanzialmente fatto fuori, si riduce a disquisizioni accademiche,
    perde la sua carica rivoluzionaria nella ridiscussione di temi “eccitanti” quali la “trasformazione”
    (dei valori in prezzi di produzione), la “caduta tendenziale del saggio del profitto”, e altre questioni
    di “vitale” importanza. La reale battaglia ideologica si sposta sul confronto tra liberalesimo (e liberismo)
    radicale alla Von Hayek e quello mitigato, già cavallo di battaglia dei fu riformisti socialdemocratici
    (quelli più seri degli anni 1950-80), di derivazione keynesiana. A questi rigurgiti di ormai
    superate teorie-ideologie si sta riducendo l’intellettualità in questa disgraziata parte del mondo che è
    l’Europa, con particolare nota di demerito per l’Italia (sempre all’avanguardia nella pochezza del
    suo ceto scientifico; e stendiamo un pietoso velo su quello dei suoi filosofi, in specie politicosociali).
    L’Europa ormai rischia di essere espulsa dalla “grande Storia”, che sembra dover essere giocata
    tra USA e nuove potenze ad est, forse con rivitalizzazione di nuove aree dell’ancora terzo mondo
    (una rivitalizzazione che tanto più sarà però profonda e duratura quanto più acuto e lungo sarà il
    conflitto tra i contendenti appena indicati per la supremazia globale). L’Europa è in procinto di vedersi
    assegnare un ruolo subordinato all’interno dell’area occupata dalla formazione dei funzionari
    del capitale. Il fremito di autonomia gollista è ormai praticamente rientrato (probabilmente le prossime
    elezioni presidenziali in Francia, chiunque vinca, lo spegneranno del tutto). Della Germania
    non parliamo nemmeno. L’Italia – dopo il cambio di regime dell’inizio anni ’90, propugnato dagli
    USA quando sembrava che non dovesse contare più gran che, dal punto di vista geopolitico, in seguito
    alla caduta del “socialismo” e dell’URSS – è tornata ad avere una discreta rilevanza, per il paese
    dominante centrale dell’area, solo in funzione sia di un consolidamento del predominio statunitense
    in Europa sia come pied-à-terre in direzione del Medio Oriente, Iran, certi paesi est-europei.
    Effettivamente, non sembra per nulla facile che l’Europa, a questo punto, riesca a liberarsi in
    modo netto dalla presa statunitense, senza d’altronde cadere sotto quella delle nuove potenze in crescita.
    Sia chiaro che USA, Cina, Russia e altre sono incamminate verso un nuovo confronto che, interpretando
    il futuro con le vecchie categorie ancora in uso, dovremmo definire imperialistico. Sono
    in ogni caso convinto che si tratterà della decisa entrata in una nuova fase policentrica, di aspre contese
    per la supremazia, con o senza guerre mondiali di tipo novecentesco. Se continuiamo così, noi
    10
    europei ci troveremo tra l’incudine e il martello, essendo però decisamente schierati nell’area della
    società dei funzionari del capitale (area statunitense). Sarebbe possibile una prospettiva diversa?
    Non certo affidandosi alle forze che si muovono nella “competizione globale” di tipo economico
    (mercantile); forze fondamentalmente manovrate dal complesso finanziario-politico del paese attualmente
    ancora predominante, e che si servono di schieramenti politici strutturati secondo la corrotta
    e ormai socialmente disgregante, e anarcoide, “liberal-democrazia”. Occorrerebbe una radicale
    rivoluzione con l’affermarsi di, per ora non visibili, gruppi fortemente organizzati e molto decisi a
    porre la politica al primo posto, tagliando le radici tra le forze economiche appena nominate e il
    preminente complesso-finanziario politico statunitense.
    Bisognerebbe però passare sul “cadavere”, e forse in senso non tanto metaforico, degli schieramenti
    politici oggi esistenti, che – pur con diverse tattiche, che del resto si adeguano a quelle, altrettanto
    differenti, dei vari gruppi in conflitto all’interno del suddetto complesso finanziario-politico
    USA – assicurano la dipendenza europea, e specialmente quella italiana, alla strategia “imperiale”
    (di egemonia globale) di quel sistema-paese. La liberal-democrazia garantisce quello che ho recentemente
    segnalato quale “gioco degli specchi”, in cui destra e sinistra, questa melassa suddivisa secondo
    denominazioni vecchie e non più rispondenti ad alcun contenuto reale, si affrontano in un
    gioco di rinvii all’infinito, che serve solo a non individuare correttamente le modalità concrete del
    predominio statunitense. Anche perché questi specchi sono pure deformanti, e trasmettono la falsa
    idea di una sinistra più autonoma e “progressista”. Mentre è vero il contrario: ciò che appare sul
    palcoscenico politico è esattamente l’inverso di quanto esiste, in profondità e dunque più nascostamente,
    sul piano delle strutture economico-finanziarie e anche nel campo della egemonia culturale.
    I gruppi finanziari europei (e gli italiani in primo luogo), succubi della finanza statunitense e della
    sua azione di sostegno alla politica di predominio del proprio paese, sono in gran prevalenza, e in
    Italia completamente, attivi in politica nello schieramento detto di sinistra. La cultura predominante,
    il politically correct – fatto di mendace buonismo, di annientamento di ogni valore di ampio respiro,
    di relativismo debosciato, di senso comune depotenziato rispetto alla ragione critica – è parte integrale
    della mentalità di sinistra (dove è confluito anche il presunto sinistrismo “comunista”, del tutto
    residuale e di puro supporto ai dominanti).
    Tutta questa spazzatura – lo ripeto per i sordi: tipica della liberal-democrazia – dovrebbe essere
    asportata e messa in discariche situate a grande distanza dalle nostre comunità civili. Fino a quando,
    o se, tale asportazione non si rivelerà possibile, è del tutto inutile pensare alla rinascita del nostro
    continente e del nostro paese. Qui si aprirebbe quindi il discorso intorno alle possibili mosse, solo
    ipotetiche, di una ipotetica forza in grado di far rinascere una prospettiva di non asservimento ad altri.
    Un discorso che deve logicamente essere fatto a parte, e preferibilmente con discussioni più collettive
    (sia pure tra gruppi ancora ristretti di non destri e soprattutto di non sinistri). La sinistra, in
    tutte le sue varianti e correnti, è il nemico politico e culturale principale per una prospettiva di autonomia
    rispetto al predominio statunitense, ma senza cadere sotto l’influenza di altri centri in formazione
    nella lotta policentrica per la supremazia. La destra, nel suo apparente antagonismo – del
    resto così acuto solo in Italia (e per questa fase storica di media lunghezza), a causa di quel marchio
    indelebile che è un lascito dell’operazione “mani sporchine” dietro input USA – non rappresenta
    un’alternativa né una qualsivoglia soluzione del problema.
    Vediamo di stringere le fila. Scommetto circa una ripresa, entro pochi decenni, della conflittualità
    interdominanti (intercapitalistica) per il predominio globale. Le forme di questa conflittualità –
    che comunque non sarà meno acuta e violenta che in passato; e già oggi ne abbiamo le prime avvisaglie
    nel presunto “terrorismo” – non sono adesso prevedibili. In genere, nella storia, tali forme –
    che sono quelle dei terremoti di più alto gradino nella misurazione secondo le varie scale – sono
    sempre diverse e provocano tipologie differenti di danni; mentre le cause profonde si situano nel
    sopra indicato urto e frizione tra falde tettoniche. Tale urto, nell’ambito della formazione mondiale,
    sarà quello tra due tipologie di società, entrambe non analizzate e comprese: quella dei funzionari
    11
    del capitale e quella a forte centralizzazione politica. Entrambe vedono in primo piano l’impresa e
    la competizione interdominanti nella sfera economica, mentre non ha più reale potere la vecchia
    “classe”, la borghesia, caratterizzata dalla proprietà privata dei mezzi di produzione; pur se tale
    forma giuridica, in quanto scudo protettivo del controllo delle varie unita produttive da parte di differenti
    gruppi di agenti delle strategie, resta prioritaria nel primo tipo di formazione sociale e comincia
    ad espandersi e ad avere peso sociale e politico di crescente rilievo nel secondo tipo.
    La conflittualità tra i due tipi nell’ambito della formazione geopolitica mondiale sarà appunto
    diversa nelle forme, ma non proprio nella sostanza, rispetto all’epoca che fu detta dell’imperialismo.
    In sede scientifica, ho molte titubanze ad impiegare tuttora tale termine, ormai piegato ad ogni uso,
    in specie di propaganda politico-agitatoria. L’imperialismo fu, scientificamente, pensato a suo tempo
    come stadio – di irreversibile conseguimento della forma monopolistica dei mercati capitalistici,
    fra le altre caratteristiche – mentre deve essere messo in chiara evidenza che si è trattato soltanto di
    una delle ricorsività legate agli scontri geopolitici globali tra i gruppi dominanti di diverse formazioni
    particolari (paesi), quando si arrivi al culmine delle epoche di policentrismo (questo il termine
    che preferisco). Comunque, tali scontri apriranno fratture e crepe gravi all’interno delle varie formazioni
    particolari. Poiché non esistono qui deterministici rapporti di causa-effetto, è logico che
    non vi sia una rigida sequenza di un prima (scontro interdominanti) e un poi (sconvolgimenti degli
    assetti interni delle formazioni particolari con apertura di fasi di rivolgimento sociale in esse o alcune
    di esse, i cosiddetti “anelli deboli”). Dobbiamo aspettarci crescenti turbolenze sociali anche prima
    dell’instaurarsi di una vera epoca policentrica; per certi versi, sono anzi già in atto, pur se con
    caratteri mai previsti dal marxismo rimasto all’analisi della vecchia forma sociale del capitalismo
    borghese, durante l’epoca monocentrica a dominazione inglese.
    Per il momento, sembra problematico che l’Europa riesca a divenire uno dei poli del conflitto
    geopolitico globale; al presente è sempre più appiattita e acquattata nell’area della formazione dei
    funzionari del capitale a pretta dominazione statunitense. Questo rende tatticamente prioritaria la
    lotta a questa dominazione, ma con netta differenziazione rispetto a certi gruppi “antimperialisti”
    (ecco l’ambiguità di certa terminologia propagandistica e agitatoria), che fanno
    dell’antimericanismo una ossessione, come se non ci fosse in futuro il rischio di cadere sotto
    l’influenza di altri poli da cui si irradierà il conflitto per la supremazia mondiale; e già oggi si avverte
    benissimo il problema, con l’impetuosa crescita delle potenze ad est. Questo, e diciamo pure purtroppo,
    rende necessario comprendere che una lotta antiamericana, non condotta con l’intenzione di
    divenire subordinati ad altri poli (diciamo, all’antica, “imperialistici”), esigerebbe l’acquisizione europea
    (e perché non pure italiana?) della potenza.
    Quelli che hanno paura di questa parolina, e che preferirebbero diventare, come i “martiri cristiani”
    (hollywoodiani), un “pasto per le belve”, si accomodino pure. Io non sono un cultore della
    potenza per la potenza; in linea di principio, la aborrisco anch’io; “sognando le fate”, mi metterei
    anch’io a fare il pacifista “a bischero sciolto”. Il mondo non è però dei “santoni”, che del resto,
    chissà perché, trovano sempre i seggi parlamentari e la cadrega di presidente di qualche “camera”,
    mentre gli onesti sfilano con le bandiere arcobaleno. Sono da disprezzare e combattere come nemici
    i primi, sono da rispettare i secondi, dichiarando però con nettezza il mio disaccordo. Sia che si tratti
    di pacifisti e movimentisti pacifici, sia che si scatenino in violenze spesso scriteriate, non si rendono
    conto che sono esattamente l’altra faccia – subordinata e minoritaria! – della medaglia rappresentata
    dalla ormai sfatta liberal-democrazia. Non possono batterla, la possono solo far degradare
    sempre più, con il bel risultato di porre l’Europa (e in particolare il nostro paese) in fase di accelerato
    declino e di crescente subordinazione rispetto agli USA. E’ certamente necessario andare oltre il
    vecchio comunismo, come politica, e il vecchio marxismo come teoria; ma regredire a non violenza,
    o a violenza anarcoide, non serve che a ribadire la propria subalternità ai disegni dei subdominanti
    nostrani. Così pure mi rifiuto categoricamente di considerare vecchie e nuove BR come terroristi
    o, peggio, criminali. Si tratta di “incazzati” nel vedere le porcherie di questo ignobile sistema
    sociale, delusi nel constatare il tradimento dei rinnegati e opportunisti della sinistra attuale (che è, in
    12
    realtà, quella di ogni tempo e luogo!). Tuttavia, dico francamente che non posso nemmeno considerarli
    semplicemente “compagni che sbagliano”. Ormai c’è un limite alla sopportazione di certi errori
    – quelli, appunto, del vecchio comunismo e marxismo – e bisogna concentrare invece le forze sul
    loro veloce superamento.
    Nemmeno mi esalto per la lotta di sciiti e sunniti, per i talebani, per il nucleare iraniano. Li appoggio
    pienamente e sono lietissimo quando Russia e Cina crescono in potenza e aiutano, più ancora
    sotterraneamente che alla luce del Sole, i suddetti “bastoni fra le ruote” dell’egemonia americana.
    Non vedo l’ora che la guerriglia afghana dia una dura lezione alla NATO (agli USA che la dirigono
    come e dove vogliono e a tutti quelli che ci stanno in mezzo) e che, infine, crolli il bastione pachistano
    “sbandando” (lo spero) verso la Cina o la Russia. Ma non nutro questi “sentimenti” per passare
    dal predominio USA a quello cinese o russo o altro. Dobbiamo quindi rassegnarci al problema
    della potenza. Il difficile consiste nel condurre la politica che la consegue, senza il disegno di divenire
    semplicemente uno dei centri del conflitto interdominanti mondiale. E’ indubbio che sussiste
    contraddizione tra l’acquisizione della potenza e il conflitto sociale interno ad ogni formazione particolare
    (paese). Gli amanti della contraddizione dovrebbero esserne contenti; d’accordo, questa non
    è molto “dialettica”, ma semplicemente perché non è trattata in sede di sola filosofia, bensì anche
    con la volontà politica (e la stessa teoria, se agisce a certi livelli e con certi intendimenti, è politica!)
    di intervenire nel mondo reale e nella congiuntura concreta della presente fase storica.
    Basta andare a caccia di farfalle. Anch’io ci sono andato negli anni ’80 e buona parte di quelli
    ’90. Adesso, è necessario cambiare musica, ma con il rigore del vecchio marxismo (e in specie
    quello di Marx e Lenin). Si tratta di tornare a capire ciò che la teoria premarxista – e oggi siamo in
    pieno revival del premarxismo – non ha capito: non è l’uomo con la sua attività teleologica (che sia
    il lavoro o altro) a intervenire nella storia, ma una miriade di individui di cui si debbono indagare
    seriamente le “determinazioni sociali”, la rete dei rapporti in cui agiscono, essendone condizionati e
    dunque spesso “appesantiti”. Bisogna tornare a riproporre, ma con l’attenzione rivolta all’epoca odierna,
    la concezione marxiana espressa fin dalla prefazione al Capitale secondo cui non si “può
    meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura,
    per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”. Nel capitolo II del primo libro viene
    ribadito il concetto: “Troveremo in generale, man mano che la nostra esposizione procederà [corsivo
    mio perché in effetti tutta l’elaborazione del Capitale è fondata su questo principio], che le maschere
    economiche caratteristiche delle persone sono soltanto le personificazioni di quei rapporti
    economici, come depositari dei quali esse si trovano l’una di fronte all’altra”.
    Sarebbe sciocco pensare che Marx non tenesse conto delle individualità empiriche dei differenti
    uomini (che, come lui stesso dice, possono “elevarsi al di sopra” dei rapporti sociali in quanto determinazione
    specifica del loro agire). Se uno osservasse per mesi un bel po’ di lombrichi, alla fine
    scoprirebbe in ognuno d’essi una individualità specifica, pur se assai debole (dal nostro punto di vista).
    Tuttavia, l’insieme dei lombrichi ha delle determinazioni che danno alla loro complessiva attività
    una decisa obbligatorietà; nei lombrichi (come negli animali in genere) queste determinazioni
    hanno carattere nettamente naturale. Negli uomini esiste la “seconda natura”, quella storico-socioculturale,
    che assume via via una predominanza e una centralità rispetto a quella puramente naturale.
    E’ proprio a causa di questa preminente “seconda natura” che l’individualità degli uomini (colta
    e osservata dagli uomini stessi) è fortemente accentuata rispetto agli animali, anche a quelli “superiori”.
    Tuttavia, gli individui umani sono egualmente determinati, in forte misura, dalla struttura di
    rapporti entro la quale vivono e agiscono. Si dice spesso che ognuno, anche il più grande personaggio,
    è “figlio del suo tempo”. Se si esercita la professione dello psicologo, è lecito concentrarsi
    sull’individualità. Una teoria sociale però – e senza questa teoria non si dà una azione politica consapevole
    e di ampio, strategico, respiro – deve guardare alle determinanti sociali dell’attività umana
    (o, meglio, di socialmente differenti “gruppi umani”). I discorsi generici, che tagliano fuori la struttura
    sociale e la sua influenza determinante sul nostro agire, non ci servono politicamente a nulla.
    Spero di essere stato chiaro.
    13
    In altre parole, parafrasando, “l’uomo propone e la struttura dei rapporti sociali dispone”. Ci si
    può elevare soggettivamente al di sopra (entro dati limiti!) di essa, ma solo con il massimo rigore
    nella – per nulla affatto volgarmente empirica – “analisi concreta della situazione concreta”, cioè
    nell’indagine delle determinanti sociali vigenti nell’epoca in cui si vive e, a livello più immediato,
    nella congiuntura in cui si agisce. Questa l’essenza del marxismo, non la teoria del valore e i suoi
    problemi matematici, che solo certi pseudomarxisti, comici e patetici, coltivano. Ma nemmeno
    l’Uomo, la sua presunta natura e i suoi scopi (sempre “alti” per pura definizione). Basta con il marxismo
    della precisione matematica o della chiacchiera generica che salta le determinanti sociali. Rigore
    di analisi; e ancora rigore! Che non cancella per nulla, però, la passione, quella volontà di elevarsi
    soggettivamente al di sopra di tali determinazioni oggettive per mutarle. Nessuna freddezza e
    pura razionalità, questa spenta parodia del rigore scientifico; solo consapevolezza che i nostri limiti
    – non solo naturali (e ambientali!), bensì propriamente sociali (e dunque anche culturali) – sono
    …… “illimitati”. Possiamo indagarne sempre soltanto una parte minima. Ma su questa minima parte,
    ci si butta a pesce e con violenza, e senza misurare il linguaggio, che né Marx né tanto meno Lenin
    controllavano quando si trattava di dire quel che pensavano di idioti o mascalzoni, che si fingevano
    scienziati, filosofi o addirittura grandi politici. Grandi profittatori della dabbenaggine delle
    masse, questo si; e oggi questi si sono moltiplicati come gli scarafaggi o i topi di chiavica.
    Tutti noi dobbiamo avere coscienza dei nostri limiti; individuali ma ancor più quelli che una certa
    fase storica, e la struttura culturale e anche emotiva che essa ha forgiato in noi, ci ha posto. Sono
    figlio di un’epoca che, sia pure in un suo margine, ha intersecato comunque quella drammatica delle
    grandi guerre, della grande crisi, del nazifascismo e del comunismo e antifascismo (quello di un
    tempo lontano, non certo quello ridicolo e disgustoso che si trascina, puzzando, da ormai qualche
    decennio). Ho vissuto invece in pieno l’epoca dei più che discreti e dignitosi dibattiti tra marxisti, in
    cui si era sperato di veramente rifondare – non buffonescamente alla Bertinotti o alla Diliberto – il
    comunismo e la teoria marxista. La caduta di quella speranza, la dimostrazione dell’irriformabilità
    di comunismo e marxismo, nella loro versione purtroppo ormai canonizzata, ha reso impossibile a
    chi si è formato in quella temperie di poter rifondare qualcosa di nuovo. Tuttavia, il cervello rimane
    per giudicare dei minuscoli intellettuali che, con la postmodernità, hanno solo pestato acqua in un
    mortaio, che – con tutte le loro riscoperte e rivisitazioni di pensatori già grandi (non però più di
    Marx), ma ormai anch’essi obsoleti – si sono messi a pontificare sul pesce conservato in freezer che
    pretendono di vendere per appena pescato. Fanfaroni, meschini, pensatori deboli, deboli e piccoli,
    piccoli.
    La generazione fra i 45 e i 60 anni – salvo ovviamente le debite eccezioni, per fortuna non rarissime
    – è quella più fallimentare, quella dell’invenzione dell’acqua calda, degli annunci mirabolanti
    di salvare il mondo, mentre è solo in grado di impestarlo con la sua ampia banalità e superficialità.
    Il compito delle persone, che si sono comunque forgiate in un’epoca di serietà e di capacità di approfondimento,
    non è quello di annunciare un qualche nuovo sistema teorico poiché, appunto, nessuno
    può liberarsi, se non di appena un po’, dei suoi condizionamenti pregressi. E’ però possibile
    illuminare il marcio dell’epoca passata, o ciò che aveva valore allora ma ha ormai fatto fallimento.
    E si è in grado di indicare, a grandi linee, i motivi del fallimento; e soprattutto in quali parti della
    passata prassi e della vecchia teoria quest’ultimo ha prodotto guasti ormai irreparabili. Spetta a
    quelli come me di mostrare la vecchiezza del marxismo, di indicare le parti già putrefatte di quel
    corpo dottrinale. E, se ci sono organi ancora espiantabili e trapiantabili altrove, si deve operare con
    accuratezza e porgere questi organi ai più giovani affinché essi – gli unici in grado di farlo – siano
    messi nelle migliori condizioni di effettuare, appena possibile, il trapianto in corpi che siano vivi e
    sani (ma per ora non credo siano presenti; non almeno in questo vecchio mondo europeo in declino).
    Non so se questo vecchio mondo possa ritrovare nuove vie per risollevarsi. Poiché però noi qui
    viviamo, l’invito è di provarci; ma ci si riuscirà se si sarà capaci di creare le “squadre di eliminazio14
    ne” degli zombies, se questi verranno bruciati e i resti carbonizzati sepolti. Il discorso è soltanto metaforico,
    ma non credo che il noto mort qui saisit le vif verrà battuto con “dolci maniere”. Bisogna
    che i più giovani inizino ad attrezzarsi alla potenza in tutti i sensi, in ogni ambito dell’azione che
    potrà (forse) svilupparsi in futuro in questa Europa, dove la politica dovrà assumersi il compito di
    “comandare” l’economia, di forzarla in direzioni che non sono quelle dei gruppi dominanti economico-
    finanziari che indico come GFeID. Ma la politica, per poter comandare, dovrà essere ben dura
    (come lo è in Russia e in Cina). I “magnati” della GFeID dovrebbero essere trattati alla guisa di
    quelli russi da parte di Putin. Dovremmo intanto cominciare, solo per esercizio e ipoteticamente
    (con le modalità, di “finzione teorica”, con cui ho parlato qualche mese fa della terza forza), a immaginare
    qualche misura di una possibile politica, che quest’ultima sarebbe in obbligo di svolgere
    ove volesse conseguire qualche risultato. Vedremo.
    4 marzo

  2. #2
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    prima di tutto sono di destra nato . ma attualmente non mi vedo rappresentato da nessuno. ho letto quasi tutto cio' che hai scritto, e la penso come te su diversi punti. e da qualche anno che cerco di capire da chi siamo governati. dopo un po' ho capito che coloro che dovrebbero essere i nostri rappresentanti non lo sono affatto. come se lo facessero parte di un altro stato. sono devoti alla loro poltrona e farebbero di tutto per mantenerla, e chi non lofa viene sbattuto fuori come dissidente. significa che se qualcuno prova a dire cio' che realmente pensa e' fuori. ecco perche' quando si vedono le immagini della camera o senato e' chiaro che uno parla gli altri leggono o parlano al telefono, e talvolta applaudono perche' lo devono fare o fischiano perche' lo devono fare. una falsa che crea divergenze tra italiani popolani che talvona litigano nel bar per difendere quella parte politica che a tutto pensa tranne che a noi.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da SANDRODI211 Visualizza Messaggio
    prima di tutto sono di destra nato . ma attualmente non mi vedo rappresentato da nessuno. ho letto quasi tutto cio' che hai scritto, e la penso come te su diversi punti. e da qualche anno che cerco di capire da chi siamo governati. dopo un po' ho capito che coloro che dovrebbero essere i nostri rappresentanti non lo sono affatto. come se lo facessero parte di un altro stato. sono devoti alla loro poltrona e farebbero di tutto per mantenerla, e chi non lofa viene sbattuto fuori come dissidente. significa che se qualcuno prova a dire cio' che realmente pensa e' fuori. ecco perche' quando si vedono le immagini della camera o senato e' chiaro che uno parla gli altri leggono o parlano al telefono, e talvolta applaudono perche' lo devono fare o fischiano perche' lo devono fare. una falsa che crea divergenze tra italiani popolani che talvona litigano nel bar per difendere quella parte politica che a tutto pensa tranne che a noi.
    Benvenuto su questo forum e anche su POL, fa sempre piacere che arrivi qualche nuova persona per alimentare i dibattiti.
    Un cosa....l'articolo non l'ho scritto io, ma un economista che si chiama Gianfranco La Grassa e io l'ho trovato sul sito www.ripensaremarx.it
    Comunque capisco benissimo il tuo discorso e lo approvo....in effetti è proprio così.
    Io fui di sinistra e vengo da lì, ma ormai da un po' mi sono accorto che di fatto destra e sinistra non corrispondono più a due programmi diversi e il loro confronto è solo una messa in scena che distrae da cose molto più importanti. Dopo aver capito che il problema non è scegliere tra Prodi e Berlusconi, allora bisogna capire quali sono i reali problemi e come affrontarli. Su che basi ripartire e per far che? Su questo sarebbe interessante discutere...
    A presto

  4. #4
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    Se c'e' qualcosa che amo per eccellenza delle analisi della Grassa e' la coscienza ormai maturata di capire che nel capitalismo ( a mio parere da sempre e non solo nel capitalismo contemporaneo ) il tema dominante e flagrante, che realmente interferisce nel modo di vita degli individui e influenza l' ideologia comune e' lo scontro tra dominanti che ( aggiungo ) si riverbera poi in un' ideologica, ma anche reale ( nelle sue piu' piccole proporzioni ) lotta feroce ( a livello di sentire profondo della vita pratica di ognuno ) tra individui atomizzati ( il tutti contro tutti e' la definitiva e, tutta contemporanea nelle sue dimensioni, vittoria dell' ideologia asservita al sistema senza se e senza ma ).
    Finche' non si comprende questo punto, a mio parere, si prende una strada fallace e pericolosa nell'analisi del capitalismo.
    Su tutto il resto condivido l'analisi di la Grassa, salvo aggiungere che mi sembra francamente esagerato, inutilmente, l'accanimento che egli dimostra contro ogni forma di protezione del proteggibile hic et nunc, cioe' prima che la classe politica attuale sia definitivamente rimpiazzata da una nuova forza motrice. ma nel frattempo, santo cielo, che si difenda il difendibile ,non mi sembra un orrore, anzi. Bisogna stare attenti a non peccare di retorica su questo punto. Premesso, naturalmente, che basta avere le idee chiare su cio' che relamente si fa e si difende. L importante, compagni e' chiamare le cose per nome. Se difendo i salari e appoggio forti azioni sindacali, o attuo una legislazione che metta le pezze al precariato dilagante, certo non sto facendo la rivoluzione, ne' reale , ne' tantomeno culturale , ma sto facendo un' operazione contingente di alto valore reale. Basta chiamarla cosi' senza confondere i termini e si sfuggira' il rischio di confondere una seria azione politica con le pur sacrosante pezze sociali a un sistema marcio fino al midollo.

 

 

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