da www.azionegiovani.org
Basi americane e sovranità nazionale: una risposta identitaria
La recente questione dell’allargamento della base americana di Dal Molin ha riacceso un dibattito molto interessante sulla necessità di ridisegnare la posizione italiana nei rapporti con il “gigante d’oltreoceano”, gli Stati Uniti. Il concetto intorno al quale dovrebbe essere strutturata la diatriba è quello che molti hanno ignorato: la sovranità nazionale. Dall’analisi dei dati e dei fatti sorge un quesito spontaneo: uno stato sovrano può permettersi, pur non sussistendo un clima di avanzata instabilità internazionale, una presenza militare straniera sul proprio suolo? La presenza americana in Italia, oggi, non ha più il senso d’essere che aveva un tempo, quando si temeva -a ragione- una “visitina” sovietica oltre la cortina di ferro. Oggi che l’Europa dovrebbe farsi coesa ed unirsi, anche militarmente, attorno ad un progetto di “interazione identitaria” in grado di affrontare la sfida della globalizzazione; oggi che non ci sono più stati sovietici con mire espansionistiche; oggi che nessun esercito dagli armamenti colossali minaccia le nostre terre ed i nostri popoli, la presenza americana è divenuta più un peso che una risorsa. Se è vero che la politica non può campare di sole ideologie, specialmente nei contesti socio-culturali oggi creatisi, è altrettanto vero che non si possono perdere di vista questioni di fondo come la sovranità nazionale.
I dati della presenza americana
Se si analizzano i dati inerenti la presenza statunitense si nota che, ad esempio, 90 ordigni di tipo nucleare sono disposti nelle basi italiane di Aviano e Ghedi Torre (sono 10.500 quelli totali dichiarati dagli Usa). Questi ordigni, riprendendo la definizione che ne fornisce il “Security council document” sono da classificarsi come “armi con effetti paragonabili a quelli della bomba atomica”. Altri 150 sono in Germania, altri 20 in Belgio, altri 20 in Olanda e altri 110 in Gran Bretagna. Ecco che l’Europa non pare intenzionata a ridisegnare, ad oltre sessant’anni dal secondo conflitto mondiale, un insieme di relazioni internazionali che mettano -nero su bianco- le proprie esigenze. In Italia i dati della presenza americana, bombe nucleari escluse, sono i seguenti: oltre 2.000 edifici di proprietà per una superficie di oltre un milione di chilometri quadrati; 1.100 edifici in affitto per un totale di 780mila metri quadrati dei quali 15.500 militari e 4.500 civili. Non si arrivano a contare con precisione le installazioni, tra semplici postazioni radar e più complesse strutture di “seconda linea” dotate di ogni apparecchiatura di uso militare. Le maggiori installazioni sono quelle di Aviano, di Vicenza, di Ghedi e di Pisa, di Napoli e Sigonella e de La Maddalena, in via di smantellamento. Stando sempre ai dati, facilmente reperibili sul web, nel 2004 lo Stato italiano ha speso 366 milioni di dollari per il mantenimento delle forze armate statunitensi nel nostro paese, cioè il 41% dei costi totali. Nel caso in cui l’esercito americano decida di cambiare il luogo dell’installazione, il nostro Stato è in dovere di pagare e mettere a bilancio il finanziamento delle eventuali “migliorìe” apportate al territorio; secondo accordi scritti e controfirmati. L’Italia ha pagato anche con il sangue, non dimentichiamolo, la presenza militare americana: si pensi alla strage del Cermis del 1998, dove un aereo militare americano partito dalla base di Aviano tranciò i cavi di una funivia ed uccise 19 persone. Se è vero che la presenza statunitense contribuisce alla crescita economica di quelle aree del nostro paese interessate dal fenomeno, è altrettanto rilevante ribadire che -di fronte alle questioni di fondo- uno Stato che sia tale deve prendersi a cuore la questione sopperendo –con adeguati investimenti di pari intensità- alle eventuali possibilità di decrescita dovute alla cessazione di queste attività.
La destra al bivio, tra identità e indifferenza
La questione delle basi statunitensi, aldilà della solita bagarre carnevalesca, ha comunque portato alla luce la presenza di un blocco di cittadini assolutamente eterogeneo e variegato -oltre la destra e la sinistra- stanco ed arrabbiato. Si sono esposti in molti, donne e uomini di mezz’età lontanissimi dalla logica della protesta di piazza come mestiere. E’ un dato sul quale riflettere a fondo: in Italia vi è una parte consistente dell’opinione pubblica che, aldilà delle personali preferenza politiche, si dice stanca di questa presenza straniera. E non è solo un problema di vincoli ambientali o di impatto sul territorio, ma una questione di principio. Non è il solito capriccio dei “centri sociali” e della sinistra radicale a caccia di nèmesi, ma una sensazione diffusa che va radicandosi in ogni ceto sociale ed in ogni fascia d’età. A destra, dove da sempre esiste anche una componente sociale e tradizionalista critica verso una parte della politica americana, il dibattito ha ripreso vigore. Se è vero che il centro-destra ha cavalcato le divisioni presenti nella maggioranza “prodiana” sperando – peraltro con ottimi risultati- in una caduta del governo, è altrettanto vero che in molti hanno taciuto sulla questione di fondo. Una destra sociale, popolare e nazionale, che guarda con attenzione al futuro senza perdere il timone dei propri valori non può permettersi di essere indifferente di fronte alla presenza militare statunitense, così come non può permettersi di avallare senza riserve ogni richiesta della White House chinando il capo. E certamente se i Diliberto, i Casarini e i Caruso di turno non avessero inscenato la solita falsa opposizione contro se stessi, in piazza avremmo visto anche qualche tricolore in più. La destra dovrebbe avere il coraggio di chiedere civilmente una chiarezza che, come popolo, crediamo di meritare a casa nostra. Poco e niente è stato fatto in tale direzione, nonostante la strage del Cermis, l’assurda morte di Calidari e le autonome operazioni anti-terrorismo della CIA sul suolo italiano. Anni e anni di piccoli e grandi episodi, che dopo Craxi non hanno quasi mai trovato adeguate risposte. Allo stesso tempo, la nostra parte politica, dovrebbe spendersi affinchè l’ Europa iniziasse -senza giungere al deterioramento dei propri rapporti internazionali- un percorso di coesione forte di una comunanza spirituale, storica e valoriale che merita di essere salvaguardata aldilà della semplice unione monetaria e commerciale. La nostra Europa, libera ed armata, deve anzitutto porsi il problema del proprio grado di autonomia. E quest’ultimo, che lo si voglia riconoscere o meno, passa inevitabilmente dall’analisi della presenza militare statunitense. Glissare -magari per evitare spiacevoli equivoci internazionali- rimanda ulteriormente ai posteri una questione che, se trascurata troppo a lungo, rischia di diventare una delle solite patate bollenti pronte ad essere manipolate dalle sinistre. Giustificare la presenza americana con la questione della lotta al terrorismo islamico è forzato e rischia di portare il dibattito fuori tema. A meno che non si pensi che un nemico invisibile ed imprevedibile sia da affrontare con le testate nucleari ed i caccia bombardieri, anziché con quei metodi di intelligence di cui il nostro paese –peraltro- è adeguatamente dotato. La nostra parte politica, proprio in virtù dei ricorrenti richiami all’identità nazionale e alla libertà, dovrebbe pretendere maggiore chiarezza dai rappresentanti americani. Pensare di poter delegare alla sola sinistra radicale la critica della presenza americana è sbagliato. Perché mai? Perché i “no pasaran” del duemila sono immersi fino al collo nella mentalità cosmopolita ed internazionalista che nega, per sua stessa natura, la possibilità di aspirare ad una qualsiasi forma di identità nazionale libera da condizionamenti di sorta e senza la quale non esiste nessuna sovranità reale ed indipendente. Perché i “no pasaran” del duemila sono quelli che cantano “oh bella ciao” davanti ai cancelli di Dal Molin dimenticando con chi erano alleati i partigiani nel secondo conflitto mondiale. Perché i “no pasaran” del duemila hanno manifestato per cinque anni contro l’intervento in Iraq per poi ri-finanziare le basi militari utilizzate come “retrovie” dai marines. Perché i “no pasaran” del duemila vorrebbero oggi un’Italia senza americani, ma qualche anno fa la sognavano rossa e comunista, con i colbacchi e le stelle rosse al posto dei Mc Donald’s e della Coca Cola e qualche telegiornale di regime al posto di “Beautiful” e “C.s.i”: due facce di una stessa medaglia; entrambe devote al dio denaro e al mercato, entrambe negatrici delle identità locali e delle tradizioni; entrambe materialiste, industrialiste, progressiste, internazionaliste ed economiciste, entrambe figlie di quella Rivoluzione Francese che realizzò tutto meno che libertà, fratellanza ed uguaglianza. La sfida è da giocarsi in chiave identitaria, per la sovranità e la dignità nazionale del nostro paese e del nostro continente.
Marco Scatarzi
Azione Giovani Firenze




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