Di seguito una "breve" introduzione a questa drammatica e delicata vicenda.
UNA DETENZIONE ILLEGALE CHE DURA DA TRENT’ANNI
Centinaia di libanesi ancora detenuti illegalmente nelle carceri siriane: lo denunciano gruppi e associazioni per i diritti umani, e lo conferma l’ONU: libanesi sequestrati e incarcerati durante i trent’anni di occupazione siriana.
Nel novembre 2003 la Commissione per i diritti umani dell’Onu ha rilasciato un rapporto nel quale confermava la presenza di libanesi illegalmente detenuti nelle carceri siriane. Secondo le associazioni in difesa dei diritti dell’uomo e i familiari dei detenuti, sono almeno 620 i libanesi che attualmente si trovano nelle carceri siriane, molti da oltre 10 anni. Nella lista compaiono decine di soldati, ma anche una donna e due monaci.
Gli arresti di cittadini libanesi da parte dell’esercito siriano ebbero inizio con l’arrivo delle prime truppe che furono inviate in Libano nel 1976. Le persone sequestrate appartenevano alle diverse etnie e fazioni della società libanese. Questi arresti avvenivano in modo totalmente arbitrario, non soltanto per motivi politici ma anche per semplici dissapori o dissidi con il locale comandante siriano.
Amnesty International ha chiesto alle autorità siriane di rivelare come stiano e dove si trovino i libanesi “scomparsi” a seguito del loro arresto in Libano e/o del trasferimento in Siria ad opera delle forze militari siriane e/o dei loro servizi segreti. “Le autorità siriane devono rivelare urgentemente i nomi di tutti i cittadini libanesi detenuti nelle carceri siriane e permettere loro immediatamente e senza condizioni di incontrare le famiglie e gli avvocati”, ha dichiarato Amnesty. “Non vi sono basi legali per l’arresto e il trasferimento di cittadini libanesi in Siria, né tantomeno per la loro incarcerazione senza processo o in seguito a processi iniqui”. Resta la massima preoccupazione per l’incolumità dei detenuti, soprattutto a seguito delle ricorrenti notizie di torture e maltrattamenti, e della loro detenzione in condizioni disumane. “Le autorità siriane devono intervenire in favore di tutti i prigionieri libanesi incarcerati in Siria, accertando esattamente l’identità e le condizioni del detenuto, tenendone informati i famigliari” ha dichiarato Amnesty International.
Sono tanti i casi che sollevano profondi dubbi sulla condizione di carcerazione. Secondo quanto appreso, ‘Adel Khalaf Aijuri, un prigioniero politico libanese, è morto nella prigione di Sednaya, in Siria, il 22 settembre 1999 dopo 9 anni di carcere, senza aver potuto ricevere cure mediche specialistiche. Le autorità siriane indicarono l’infarto come causa della morte, ma non fu predisposta alcuna autopsia né dalle autorità siriane né da quelle libanesi. Il cittadino libanese Joseph Zughayb è morto in carcere, in Siria, nel 1996 in circostanze ignote. Radwan Ibrahim è morto durante la sua detenzione in Libano poco dopo essere stato trasferito da una prigione in Siria nel dicembre 2000. Aveva sofferto di un’infezione renale e di ipertensione, e secondo quanto riferito non aveva avuto accesso ad alcuna assistenza medica.
Nel 2002, Amnesty International ha ricevuto una lettera dalle autorità siriane che confermava la detenzione di George Ayub Shalawit e Tony Jirgis Tamer, secondo quanto appreso, ambedue condannati a 15 anni di carcere con l’accusa di praticare “spionaggio” per Israele. Un terzo detenuto, Najib Yusuf Jarmani, il cui caso era stato sollevato presso le autorità siriane da Amnesty International, è stato condannato a morte con la stessa accusa. Non è chiaro se la pena di morte sia stata comminata. Si teme che possa essersi trattato di un’esecuzione extragiudiziale.
Ghazi Aad, un noto attivista per i diritti umani e rappresentante di SOLIDE(Support of Lebanese in Detention and Exile), prosegue la sua battaglia a favore dei libanesi detenuti illegalmente in Siria, ma sia le autorità siriane che quelle libanesi continuano a negare il fatto.
Alla luce di questi drammatici fatti, si pone quanto mai urgente l’apertura di un dialogo costruttivo con le istittuzioni libanesi e siriane, sotto lo sguardo partecipe della comunità internazionale, delle associazioni per la difesa dei diritti umani e degli organi di stampa.
L’apertura di dibattiti e tutto quanto intenda portare all’attenzione di più soggetti possibile il tragico quadro delle sparizioni forzate, sono ad oggi le uniche da considerare azioni che tendono alla soluzione di questo complesso caso e che possono contribuire validamente a metter fine ad una oramai lunga catena di crimini contro l’umanità. Perlomeno è quello che ci si augura.