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    Predefinito La germanizzazione della Val Padana

    <<L’arrivo di popolazioni germaniche in Italia e in Val Padana è una storia molto lunga e molto differenziata. Essa comincia con la prima grande migrazione germanica verso l’Europa del Sud quella cioè dei Cimbri e dei Teutoni, attirati dalle storie dei Celti e dei loro leggendari saccheggi che erano arrivati fino in Grecia distruggendo perfino il tempio dell’oracolo di Delfi. I Germani, spinti probabilmente da alcuni inverni particolarmente freddi di quel periodo, s’incamminarono verso la valle del Danubio scontrandosi per la prima volta con i Romani nella sanguinosa battaglia di Noreia (113 a.C.) nei pressi dell’odierna Vienna. La storia è nota. I Germani rimasero padroni del campo di battaglia ma non riuscirono ad espugnare l’accampamento romano.
    Erano certo in numero di gran lunga superiore ai romani. Contro la fanteria pesante italica e la cavalleria romana subirono perdite durissime, tanto che rinunciarono a proseguire verso Sud e si mossero verso Nord-Ovest in direzione del Reno e delle Gallie.
    Cominciò una lunga guerra di conquista di questi territori che li portò fino in Spagna, dove trovarono di nuovo i Romani ben trincerati in città fortificate che li costrinsero a ripassare in Gallia. Qui nei pressi di Aurasio (l’odierna Orange), nel 106 a.C., si scontrarono con il grande esercito consolare romano composto da circa 80.000 uomini. Era in gran parte composto da genti patrizie, cavalieri e loro seguaci familiari, reclutati per l’ultima volta col sistema centuriato. I Germani erano almeno il doppio ed ottennero una vittoria totale, ma pagata a duro prezzo. I Romani rimasero tutti morti sul terreno compresi i consoli e tutti gli ufficiali. Nessun reparto si arrese e gran parte dei feriti si suicidò. Fu certamente la più sanguinosa sconfitta di tutta la storia romana, ma ancor più grave Aurasio fu la tomba dell’antica nobiltà romana repubblicana e dei patrizi. Si può sostenere che la crisi dell’antica Repubblica romana ebbe inizio irreversibile con questa disfatta. I Germani, ancora una volta duramente provati, e dopo aver subito gravi perdite, non avanzarono oltre le Alpi limitandosi a consolidare le recenti conquiste: un dominio più grande della stessa Germania
    storica.
    Ma in due o tre anni i Romani avevano reclutato ed addestrato con metodi nuovi un altro grande esercito capitanato da un ufficiale italico di Arpino, Caio Mario, un vero organizzatore ed un grande stratega.
    In due successive battaglie ad Acquae Sextiae (Aix les Bains) ed ai campi Raudi presso Vercelli, i Cimbri, i Teutoni e gli Ambrones furono annientati militarmente. Ma i Romani fecero un numero enorme di prigionieri specie donne e fanciulle, poco meno di 100.000 dopo la battaglia di Vercelli. Tutta questa gente, assieme ad altri prigionieri presi in Gallia, furono venduti come schiavi e sparpagliati nelle campagne del Nord Italia dove i nuovi insediamenti romani e latini avevano estremo bisogno di mano d’opera. Questi Germani sembra che si assimilassero rapidamente ai Galli, ridotti spesso in queste zone al rango servile, formando uno strato etnico consistente che fu prezioso nella bonifica della valle padana che i Romani portarono avanti con eccezionali risultati specie agricoli. D’altra parte, anche in quest’area i Romani erano numericamente pochi e le recenti perdite in guerra li avevano ancor più diminuiti di numero. I vuoti furono riempiti in gran parte proprio da prigionieri germanici. È evidente che questi ben presto dovettero parlare la lingua dei loro padroni così come accadde ai Celti.
    Ma nel Nord Italia costituirono un apporto etnico di fondamentale importanza per giunta insediati in fertili pianure che permise loro di vivere e moltiplicarsi senza problemi. A fare i soldati per un altro secolo e mezzo ci pensarono quasi esclusivamente i Romano-Italici.
    Anche durante le guerre in Germania, al volgere dell’era volgare, moltissimi prigionieri Germani furono trasferiti nel Nord Italia. Spesso non erano neppure schiavi, ma coloni semiliberi cui furono affidate terre da coltivare. Il loro numero non c’è noto, ma si sa che i Romani preferivano avere come lavoratori Celti e Germani, ottimi e diligenti coloni, mentre consideravano gli schiavi ed i prigionieri orientali di scarso valore perche fannulloni (gli Sciti e i Parti in particolare non li volevano neanche in regalo perché pericolosi ed assolutamente incapaci di lavorare la terra o nelle costruzioni). Questi particolari vanno tenuti presenti perché l’elemento servile a Roma ed in Italia fu costituito in grande maggioranza da popolazioni di origine europea, specie celtica e balcanica nonché germanica.
    Molti Germani servirono come noto nell’esercito, specie fra i pretoriani, per la loro statura e forza fisica. Ma i pretoriani servivano proprio a Roma e nel Lazio. A fine della ferma pochi tornavano ai lontani luoghi natii e si fermavano in Italia, dove in genere ottenevano piccoli terreni come liquidazione per il servizio prestato. I Germani insediatisi in Italia in questo modo attraverso vari secoli furono moltissimi, specie nel tardo impero.
    Va sottolineato a questo proposito che tutto il Nord Italia e in particolar modo la valle padana, con le grandi bonifiche iniziate con gli Etruschi e poi con i Romani, non era più una regione semi abbandonata e incolta ricca di acquitrini e paludi, ma si era lentamente trasformata in una vasta regione di terre fertili e potenzialmente ricchissime che aspettava solamente popolazioni capaci di metterla a coltivazione. Gli originari insediamenti celtici e veneti erano stanziati in genere in zone collinari, ovvero prealpine e preappenniniche, pertanto le fondazioni delle città romane più recenti e più ricche, (come Mantova, Forlinpopoli, Forlì, Rimini, Senigallia, ecc.) erano state in gran parte create su territori recentemente bonificati nella bassa valle del Po. Queste furono le zone dei grandi insediamenti avvenuti anche nei secoli successivi all’epoca volgare, proprio perché poco
    popolate e potenzialmente più ricche. Diverranno queste col tempo le zone più ricche d’Italia in assoluto. In questa area si insediarono Celti e Germani in gran numero.
    Tuttavia, può parlarsi di vera e propria germanizzazione dell’Italia centrosettentrionale solo dopo la conquista dei Goti di Teodorico. Intanto questi entrò in Italia dopo aver sconfitto un esercito interamente germanico capitanato da Odoacre. Gli sconfitti con le loro famiglie, che ormai come tutti i Germani che arriveranno in Italia si porteranno dietro, si dispersero nei borghi e nelle campagne dell’Italia settentrionale dove non furono più disturbati dai Goti. Si trattava di un numeroso gruppo di tribù di Goti orientali, detti “Ostgoten” cioè Ostrogoti che, a differenza dei Goti occidentali o Visigoti (finiti in Spagna), avevano combattuto dalla parte degli unni contro la grande alleanza romano-germanica che era riuscita a sconfiggere Attila e ricacciarlo verso Oriente.
    Al disfacimento dell’impero unno gli Ostrogoti erano passati agli stipendi dell’impero romano d’Oriente, ma irrequieti e infidi alleati erano stati spediti in Italia, dove questi si recarono con una vera e propria migrazione portandosi dietro donne, vecchi e bambini, nonché le loro mandrie ed i loro beni. Quanti erano? È un vecchio problema che riguarda tutte le migrazioni degli antichi Germani, per i quali di solito si sa con certezza solo quanti erano i guerrieri in armi. Nelle epoche più remote, tutti gli uomini validi erano chiamati alle armi nelle varie tribù che formavano un popolo, ma nell’epoca che stiamo trattando cioè il V-VI secolo d.C. la situazione era molto diversa; si era infatti formata presso tutte queste popolazioni una numerosa classe di artigiani, allevatori e contadini che non sempre erano addestrati all’uso delle armi ed alle complesse operazioni belliche. I germani non combattevano più a corpo nudo o quasi, ma avevano imparato a costruire efficienti corazze e scorte alimentari strategiche. Il tutto richiedeva molti uomini addetti a questi lavori. C’era poi una nobiltà sempre più esigente che aveva bisogno di molti schiavi e servitori. Chi erano costoro? Spesso erano della stessa stirpe dei loro signori catturati in guerre intestine, in scorrerie, presi per debiti, ecc.
    Gli Ostrogoti che arrivarono in Italia avevano un esercito di circa 50.000 guerrieri. Perciò tra donne, vecchi (pochi), bambini (tanti), non combattenti, servi, artigiani, stallieri (molto importanti), contadini e prigionieri vari non erano certo meno di 300.000 persone.
    Si attestarono in gran parte nel Nord Italia ponendo la loro capitale a Ravenna, ultima sede degli imperatori. In un primo momento, i Visigoti sotto il loro re avevano persino depredato Roma (410.d.C) senza peraltro causare troppe vittime, con la scusa che non erano stati pagati i loro stipendi militari. Il ché era perfettamente vero. Infine erano stati spediti verso la Spagna. Nelle regioni più fertili d’Italia erano arrivati gli Ostrogoti chiedendo un terzo delle terre o dei prodotti, e si stabilirono secondo l’uso degli eserciti occupanti del tempo.
    La storia del dominio ostrogoto in Italia duro circa 80 anni ed in questo periodo vissero bene moltiplicandosi assieme ad una popolazione romano-italica che però li considerava dei barbari e degli eretici (erano infatti ariani). Quando l’impero romano d’Oriente cercò di ristabilire una nuova sovranità in Occidente, sovranità che peraltro non era mai stata negata ai Goti, scoppiò una lunga e terribile guerra. Le perdite più gravi le subirono le popolazioni dei luoghi delle operazioni belliche che si svolsero in gran parte nel Centro Italia. Gli insediamenti delle famiglie gotiche erano per lo più nel Nord Italia, dove costituivano ormai un 10% della popolazione (in alcune zone molto di più). Al momento della sconfitta definitiva i Goti avevano perso non più di 20/30 mila uomini. Parecchi guerrieri più compromessi abbandonarono l’Italia, ma la quasi totalità dei Goti e delle loro famiglie rimasero insediati nel Nord Italia, dove erano ormai da 80 anni e dove ormai parlavano la lingua del posto.
    Gli Ostrogoti appartenevano al ramo scandinavo orientale che aveva vagato per mezza Europa per giungere in Italia, dove si erano assimilati alla popolazione residente eccezion fatta per i nobili e le classi dirigenti. Inoltre il dominio bizantino durò ben poco perché, di lì a pochi anni dalla fine del loro regno, giunse in Italia proveniente dall’Europa centro settentrionale un popolo ben più importante e numeroso degli Ostrogoti, destinato a lasciare un’impronta demografica e culturale di significato epocale in Italia ed in effetti a porre le basi di una nuova popolazione che da allora non sarebbe stata più romana, ma in qualche modo anche germanica.
    Questo lungo processo di trasformazione etnica si verificò sotto il dominio secolare di un altro popolo germanico originario delle foci dell’Elba ed affine se non identico ai sassoni, che dopo aver vagato in varie parti d’Europa (all’inizio per sfuggire ai Romani) arrivava nella loro terra per restare per sempre e formare una componente essenziale della popolazione.
    I Longobardi – di cui stiamo parlando – non erano certamente Goti. Ne differivano per origini, storia e lingua anche se vantavano una mitica origine dall’”isola di Scanza” come del resto quasi tutti i Germani.
    I Longobardi appartenevano alla stirpe germanica che si estendeva dalla Weser allo Jutland con al centro il grande fiume Elba. Oltre ai Longobardi abitavano quelle zone ad Occidente i Cauci, Bructeri, i Cheruschi, i Batavi e i Frisi. Sulla riva destra dell’Elba vi erano altri Longobardi detti Maiores, che costituirono il nucleo essenziale dei popoli proto-sassoni.
    Tutte queste popolazioni (eccetto i Frisi che contribuirono a formare il popolo dei Franchi) si confederarono, nel primo Medio Evo, nel popolo detto dei Sassoni rafforzandosi con popolazioni loro consanguinee provenienti dall’alta valle e dalle foreste montane dell’Elba.
    In questi luoghi vi si erano rifugiate molte tribù germaniche al momento della riconquista della Germania da parte dei Romani dopo la sconfitta di Varo, per poter sfuggire alle stragi di Druso e Germanico.
    Nell’alta valle dell’Elba le numerose popolazioni quivi rifugiatesi avevano adottato come strumento di lavoro nelle foreste e come arma da guerra, la “saxta”, un’ascia tipica di queste popolazioni e dalla “saxta” presero il nome di Sassoni, dalle montagne al mare.
    In questo contesto è logico porsi la domanda se i Longobardi fossero interamente scomparsi per secoli dalle loro sedi storiche alla foce dell’Elba o se invece solo i Longobardi attaccati dai Romani con intenti distruttivi sulla sinistra del grande fiume si siano ritirati verso Sud Est, raggiungendo il quadrilatero boemo. Erano comunque Longobardi, Buteri e Cheruschi in fuga davanti allo spietato Germanico quelli che diedero vita al grande disboscamento sulle rive dell’Elba e dell’Oder-Neisse dove rinacque una nuova nazione sassone che, ricongiungendosi infine con le tribù “sassoni” del Nord, formò quel potente ducato destinato a resistere per tanti anni anche ai Franchi carolingi.
    In questo contesto è possibile che una parte di questi sassoni sia scesa più a sud continuandosi a chiamare col vecchio nome di Longobardi finendo per divenire vassalli, pur mantenendo la loro identità, del grande ed effimero impero unno.
    Il fatto che, al momento dell’ingresso in Italia, ben 20.000 guerrieri sassoni con le loro famiglie, greggi e carri seguissero il grosso dei Longobardi nella loro migrazione sta a dimostrare la contiguità territoriale e gli stretti collegamenti fra queste popolazioni. I Longobardi, in realtà, non si erano mai allontanati dalla zona dell’alto Elba e della Moravia, zone in cui i Sassoni e Longobardi convivevano. Anzi è stata avanzata la giusta tesi che Sassoni e Longobardi fossero uno stesso popolo diviso in tribù o fare diverse.
    Un rapporto assai diverso da quello che i Longobardi intrattenevano con le tribù “bulgare” loro suddite o alleate che li seguirono in buon numero nella discesa in Italia. Infatti con il nome generico di “Bulgari” in questa epoca si intendeva designare popolazioni slave al comando di gruppi di Unni che avevano ereditato in qualche modo il potere di Attila. Entro questo sistema politico solo lentamente l’elemento slavo riemerse a riconquistare la propria indipendenza. Un fenomeno simile avvenne con gli “Avari”, che invece in questa forma di convivenza mantennero il loro potere nella valle del Danubio fino all’epoca carolingia. È noto che i Longobardi, con Avari, Bulgari e Unni avevano buoni rapporti di alleanza, ma conoscendo la loro pericolosità e doppiezza si decisero a scendere in Italia per porre tra loro e tali popolazioni un ampio territorio delimitato per giunta dalle Alpi. Tuttavia il noto trattato fra Avari e Longobardi prevedeva, al momento della loro migrazione verso l’Italia, la possibilità in caso di insuccesso di rientrare nelle sedi dalle quali partivano e che sarebbero state “provvisoriamente” occupate dagli Avari.
    Da questi accordi appare chiaro che i Longobardi miravano in primo luogo a sfuggire alle pressioni di questi alleati con i quali avevano distrutto il popolo gotico dei Gepidi; essi condussero una guerra infame col tradimento e la crudeltà annientando letteralmente questo popolo anche esso germanico. Le ragioni remote di questa faida, risolta con l’aiuto micidiale degli Avari, non ci è nota, ma è probabile che proprio la pressione proveniente da sud degli Avari avesse indotto i Longobardi a respingere con estrema durezza quelle tribù gotiche la cui pericolosità guerriera era loro nota da quando avevano servito i Bizantini in Italia. L’alleanza e la convivenza con i Sassoni, invece, è un dato che appare evidente sia in remote circostanze che negli eventi più recenti, fino alla comune discesa in Italia.
    Ma è noto che i Longobardi erano un popolo già litigioso e feroce nelle relazioni intertribali ed i loro duchi si portavano dietro rivalità mortali che esplosero apertamente specie dopo il loro insediamento in Italia. L’anarchia ducale, che li portò a rifiutare un nuovo re e ad accettare qualche regola nel comportamento verso i loro sudditi romani nelle aree che erano riusciti ad occupare (circa 1/3 dell’Italia), ebbe conseguenze devastanti per loro stessi anche nel lungo periodo. Innanzitutto, buona parte delle popolazioni romane dei loro domini, spesso disorganici e con confini incerti, si diede alla fuga nei territori rimasti romano-bizantini e che rappresentavano all’inizio più dei 2/3 dell’intera Italia, isole incluse. Inoltre non riuscirono a spezzare la resistenza romana nell’Italia centrale, sicché il loro dominio rimase diviso anche territorialmente con i ducati di Spoleto e Benevento isolati nel Sud Italia.
    Ciò portò ad un aumento degli insediamenti longobardi in aree limitate del Nord Italia che finirono per avere una concentrazione di popolazione germanica pari almeno ad un terzo di quella preesistente (già di per sé assai scarsa). Per comprendere meglio questo aspetto demografico bisogna ricordare che, dopo la devastante guerra gotica, la popolazione italiana era fortemente diminuita ed i territori conquistati dai Longobardi contavano, probabilmente, poco più di 2 milioni di abitanti. Ciò premesso, conviene esaminare quale poteva essere il numero dei Longobardi insediatisi in Italia; anche questa è una “vexata quaestio”.
    Dopo lunghe analisi storiche e varie dispute durate fino ai giorni nostri, si può dire con alta probabilità - sempre partendo dal dato certo dei guerrieri capaci di porre in campo - che i Longobardi entrati in Italia, assieme a Sassoni e Bulgari, non erano meno di 350.000 e forse non più di 400.000.
    A conti fatti perciò nei territori occupati essi costituirono poco meno del 20% della popolazione, che si aggiungeva ai Goti rimasti e ad altri Germani insediatisi precedentemente in Italia, fino a costituire un terzo della popolazione del Nord Italia.
    Si tratta di una cifra elevatissima che può paragonarsi solo alla colonizzazione anglosassone e poi scandinava della Gran Bretagna. Anche in Italia, come nell’arcipelago britannico, la distribuzione dei popoli germanici sul territorio fu molto differenziata. In Gran Bretagna dominò largamente sulle coste orientali sia della Britannia che dell’Irlanda; in Italia invece fu un popolamento a macchia di leopardo concentrato principalmente in alcuni punti strategici, dove la popolazione longobarda appariva addirittura prevalente su quella romana.
    I territori di massima concentrazione longobarda furono il Friuli, presidio dei passi orientali da cui potevano giungere le minacce maggiori (specie dagli ex alleati Unno-Avari).
    Un forte ducato fu costituto nella Valle d’Adige, nell’odierno Trentino. Qui la presenza del duca di Zaban, di chiara origine bulgara, potrebbe aver dato luogo ad un insediamento misto di Longobardi e di Bulgari. Anche le valli del Ticino verso il S. Gottardo furono ben presidiate dai Longobardi, cui il clima montano e freddo di quelle zone pare fosse assai gradito. Forti insediamenti si ebbero ai piedi delle Alpi occidentali, specie nell’odierno cuneese, nell’area delle Alpi Apuane sui confini di una Liguria non ancora conquistata e fortemente difesa a lungo dai Bizantini. Un’altra forte concentrazione si ebbe nell’odierno modenese, sui confini dell’Esarcato bizantino, l’odierna Romagna (o Romania, com’era detta). Infine vi fu una grande concentrazione sui confini settentrionali del Lazio (con l’evidente intenzione di penetrare nel dominio prima bizantino e poi dei Papi) in quell’area grossetana di Santa Fiora e degli Aldobrandini, dove ancor ancora oggi si scorgono chiaramente nella popolazione i forti caratteri fisici di quei Germani del Nord.
    Questa dislocazione ebbe un effetto negativo per l’etnia longobarda: primo, perché neppure attorno alla loro capitale Pavia non si formò mai un nucleo completamente germanico che facesse prevalere la lingua sassone-longobarda, secondo perché nelle città rimaste, nei borghi e nei castelli l’uso del latino come lingua di corte e dei ceti dominanti portò in due o tre generazioni all’estinzione di ogni parlata germanica. Perfino l’editto del Re Rotari fu redatto in latino, nonostante trattasse temi giuridici e consuetudinari prettamente longobardi (e dubbio che vi fosse una redazione dell’Editto in volgare longobardo).
    Infine la mancata conquista dell’intera Italia, sin dal loro arrivo nella penisola, consentì il permanere di una larga classe di proprietari romani nei territori confinanti, spesso fra i più ricchi della penisola; tali territori una volta inglobati nel Regno longobardo, più di un secolo dopo, contribuirono alla veloce romanizzazione linguistica della nobiltà e dei gruppi dirigenti longobardi. In meno di un secolo il gotico ed il longobardo sparirono quasi completamente (ma non interamente) come lingua parlata; nel frattempo però anche il latino parlato era sparito con la formazione di una parlata “volgare” molto lontana dal latino. Al volgere del millennio e comunque dopo la conquista carolingia, nessuno in Italia sapeva o comprendeva più il latino, salvo i dotti e gli ecclesiastici, e neppure il longobardo.>>

    Tratto da "Le radici degli italiani" di Paolo Possenti
    << Chi controlla il passato controlla il futuro... Chi controlla il presente controlla il passato. >>
    George Orwell

    << Chi parla dell'avvenire è un cialtrone, è l'adesso che conta. Invocare i posteri, è parlare ai vermi. >>
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  2. #2
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    Predefinito Rif: La germanizzazione della Val Padana

    Urge un nuova e profonda germanizzazione della Padania.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  3. #3
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    Predefinito Rif: La germanizzazione della Val Padana

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Urge un nuova e profonda germanizzazione della Padania.
    Il sangue mitteleuropeo è imbevuto già in sè di una buona percentuale di sangue germanico, con validi elementi alpini e dinarici. Ciò nonostante un accrescimento dei nordici o dei nordici misti (i cosìdetti Nordish) tramite una nuova germanizzazione non farebbe certo male.
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  4. #4
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    Predefinito Rif: La germanizzazione della Val Padana

    Su Arausio rilevo alcune inesattezze:
    Nessuno dei consoli perì sul campo, ad esempio.
    La colpa della disfatta romana va attribuita ad un solo uomo:
    Quinto Servilio Cepione
    Eletto nel 106 a.C. a capo della reazione senatoria contro le riforme di Mario e Satunino.
    Iniziò promulgando una legge che reintegrava i senatori nelle giurie.
    Poi arruolò con ogni mezzo possibile un esercito alla vecchia maniera in odio alle riforme mariane e marciò da Narbona con otto legioni contro i germani attestati nella zona di Tolosa
    In quella circostanza si impossessò di un'enorme somma di denaro custodita nei santuari dei templi (il c.d. Aurum Tolosanum).

    Il tesoro, consistente in 50.000 lingotti d'oro pari a 15.000 talenti d'oro, 10.000 lingotti d'argento e macine interamente in argento per un valore complessivo di 10.000 talenti d'argento, fu rinvenuto nei laghi vicino alla città.
    La maggior parte del bottino durante il trasporto verso Massilia (l'odierna Marsiglia) fu prelevato dai predoni si impadronirono dei 450 carri che trasportavano i lingotti d'oro. Dietro tale assalto secondo molti storici e quasi tutti i contemporanei c'era Cepione.

    L'anno successivo (nel 105 a.C.) l'esercito romano al comando del console Gneo Mallio Massimo e di Cepione, eletto proconsole per la Gallia, si scontrò ancora una volta contro gli eserciti riuniti di Cimbri, Teutoni, Ambroni e Tigurini.
    Il primo scontro si ebbe a 65 km nord di Arausio (l'attuale Orange in Francia), allorché Marco Aurelio Scauro, alla testa di 5.000 cavalieri, ingaggiò una battaglia con le avanguardie germaniche, rimanendo sconfitto. Preso prigioniero, fu arso vivo secondo i costumi dei germani.

    Negli scontri successivi Cepione alla testa di sette legioni fu battuto a 48 km Nord di Arausio e poi Manlio con nove legioni subì una nuova disfatta.
    I litigi tra i due consoli sulle faccende interne di Roma (Cepione odiava Mallio Massimo perchè era un Novus Homo e un sostenitore delle riforme) causarono la perdita dell'esercito romano. Invece di un unico fronte compatto i germani ebbero di fronte due schieramenti divisi e distanti geograficamente e strategicamente.
    Mallio voleva parlamentare, ma Cepione timoroso di perdere la "sua" gloria attaccò per primo, causando il disastro.
    Al suo ritorno a Roma, Cepione, messo sotto inchiesta per l'oro tolosano, perse la cittadinanza, gli furono confiscati i beni e fu condannato all'esilio. Morì a Smirne, in Asia minore.

    Riguardo alla questione del sangue germanico vorrei far rilevare che esso esiste già in tutta la penisola non solo nella valle padana.
    Persino i latini e i volsci forse erano originari del nord europa.....
    E tra le gentes patrizie, visto che si parla di Roma, erano presenti sicuramente dei nord europei.
    I Giulii e i Valerii erano famosi per i capelli biondi, e i Pinarii per il carnato chiarissimo.....
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


    IL DISPUTATOR CORTESE

    Possono tenersi il loro paradiso.
    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

  5. #5
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    Predefinito Rif: La germanizzazione della Val Padana

    Citazione Originariamente Scritto da occidentale Visualizza Messaggio
    Riguardo alla questione del sangue germanico vorrei far rilevare che esso esiste già in tutta la penisola non solo nella valle padana.
    Persino i latini e i volsci forse erano originari del nord europa.....
    E tra le gentes patrizie, visto che si parla di Roma, erano presenti sicuramente dei nord europei.
    I Giulii e i Valerii erano famosi per i capelli biondi, e i Pinarii per il carnato chiarissimo.....
    centro europa ma erano pochi

    un elemento che forse può ricollegarsi alla diffusione delle popolazioni celtiche o germaniche è la capacità di digestione del lattosio in età adulta che tocca un massimo del 90% fra le popolazioni del Nord Europa fino a un minimo del 10-20% nell'Europa meridionale
    Ultima modifica di Geiserich; 04-02-10 alle 23:16

  6. #6
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    Predefinito Rif: La germanizzazione della Val Padana

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Urge un nuova e profonda germanizzazione della Padania.
    ostridicolo: ostridicolo: ostridicolo: ostridicolo: ostridicolo: ostridicolo: ostridicolo: ostridicolo: ostridicolo: ostridicolo:

  7. #7
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    Predefinito Rif: La germanizzazione della Val Padana

    Citazione Originariamente Scritto da occidentale Visualizza Messaggio
    Riguardo alla questione del sangue germanico vorrei far rilevare che esso esiste già in tutta la penisola non solo nella valle padana.
    Persino i latini e i volsci forse erano originari del nord europa.....
    E tra le gentes patrizie, visto che si parla di Roma, erano presenti sicuramente dei nord europei.
    I Giulii e i Valerii erano famosi per i capelli biondi, e i Pinarii per il carnato chiarissimo.....
    Certo, certo, tutti autentici scandinavi al 100%. :giagia:


    :sofico: :sofico: :sofico:

  8. #8
    AUT CONSILIO AUT ENSE
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    Predefinito Rif: La germanizzazione della Val Padana

    Krn non è con il sarcasmo che cambierai i fatti acquisiti......o magari Cesare era originario di Algeri, secondo te?
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


    IL DISPUTATOR CORTESE

    Possono tenersi il loro paradiso.
    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

  9. #9
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    Predefinito Rif: La germanizzazione della Val Padana

    Citazione Originariamente Scritto da occidentale Visualizza Messaggio
    Krn non è con il sarcasmo che cambierai i fatti acquisiti......o magari Cesare era originario di Algeri, secondo te?
    Guarda che, fino a prova contraria, tutti gli indoeuropei sono originari delle steppe asiatiche, latini compresi.

    Cosa ne fa questo, dei mezzi-mongoli?

  10. #10
    Anti-terronismo militante
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