Kabul. Oggi, in città, l’attenzione degli inviati è tutta per il giallo del video di Daniele Mastrogiacomo, o meglio della sua versione integrale, che Emergency non è riuscita a spedire via mail perché troppo pesante.
La parte tagliata è in inglese.
Daniele dice le stesse cose, sostanzialmente, della versione italiana, ma le legge. Ciò che dimostra come le sue non fossero parole in libertà.
Certo, a riscattarle ci ha pensato la sua mimica – “sto bene… insomma” – e il modo in cui ha parlato a moglie e figli: è lui. Un video che è prova della serietà dei sequestratori – niente Corano, niente spade, niente terrore – ma che intimorisce proprio per questo.
Non è gente che si farà comprare con il denaro. La trattativa sul ritiro delle truppe è fuori di discussione. Quella su uno scambio con una quindicina di detenuti talebani rischia di creare un nuovo elemento di attrito con gli Stati Uniti.
Nel silenzio caotico di queste ore a Kabul sono andato in un luogo che è un’oasi: il cimitero europeo.
Racchiude in poche decine di metri quadrati, tra peschi e peri cui spuntano a fatica le prime gemme, la storia d’amore e odio tra Afghanistan e occidente, trasformata in lapidi, alcune senza nome.
Sui muri del piccolo cimitero i vari contingenti hanno affisso delle lapidi con i nomi dei soldati caduti in questi anni.
C’è, accanto a quelli italiani, il nome dimenticato del tenente colonnello Carmine Calò, caduto in una missione delle Nazioni Unite, nell’estate del 1998.
Accanto alla lapide che ricorda i caduti inglesi ci sono quelle – recuperate all’oblio e alle distruzioni – dei caduti britannici della prima guerra anglo-afghana del 1839-1840 e della seconda, tra il 1879 e il 1881.
In mezzo al prato, che è ancora giallo e con l’erba che si capisce è stata schiacciata dalla neve fino a poche settimane fa, ci sono le tombe che raccontano lo scorrere del tempo.
Quelle di esploratori come il danese Hanning Christiansen, morto a Kabul nel 1948, quelle di avventurieri e diplomatici, quelle di viaggiatori, quelle di hippy caduti sulla via di Katmandu, quella della operatrice umanitaria francese Bettina Adele Goistard – sulla lapide c’è il suo ritratto con il velo – uccisa dai talebani il 16 novembre del 2003, cinque giorni dopo aver compiuto ventisette anni.
Il guardiano del cimitero, Rahim Mullah, un sessantenne mite e deciso, mi ha raccontato di quando venne qui, a curiosare, il mullah Omar, e gli chiese come mai lui, musulmano, si prendeva cura di tombe degli infedeli.
Il guardiano rispose senza incertezze: “Sono un uomo che non ha ricevuto istruzione, e dunque sono come un cieco davanti alle domande difficili della vita”.
Il mullah gli disse: “Come vedi, sono anch’io mezzo cieco”, e gli diede una vigorosa stretta al braccio.
Poi gli mandò la polizia talebana per arrestarlo, ma Rahim Mullah fece in tempo a scappare.
Ora è di nuovo libero e innocente, tra le sue vecchie lapidi.
Una è di un italiano sconosciuto, un certo Leoni Giovanni, novarese, morto a vent’anni a Herat nel 1972.
Quando in Italia iniziavano gli anni di piombo, e l’Afghanistan era quasi un posto tranquillo.

Toni Capuozzo su il Foglio di oggi

saluti