TREDICI ROSE BIANCHE IN ONORE DEI CADUTI DELLA RSI DI POGGIO BUSTONE
Sabato scorso la coraggiosa commemorazione della Fiamma Tricolore
Sono passati 63 anni dalla fine della seconda guerra mondiale nella provincia di Rieti. Sessantatre lunghi anni segnati da una divisione tra italiani, tra fratelli. Una divisione imposta dall’odio antifascista che per oltre mezzo secolo ha emarginato, ghettizzato, criminalizzato un intero mondo politico che si schierava dietro le insegne del Movimento Sociale Italiano.
Per 63 anni, i crimini commessi su queste terre dai “liberatori” di tutti i colori sono stati nascosti. Tra i fatti di sangue che hanno segnato la storia politica di Rieti del dopoguerra, la strage di Poggio Bustone del 10 marzo 1944 rappresenta uno “spartiacque” di odio. Una barriera tra fratelli costruita ad arte dall’odio di parte.
Quel giorno trovarono la morte 13 combattenti della Repubblica Sociale Italiana, tredici uomini, tredici ragazzi, uccisi dopo che si erano arresi e su cui un folle odio si schiantò senza pietà. Anche i corpi furono devastati dalla barbara follia della plebe.
Consumata la strage, Poggio Bustone divenne il simbolo dell’odio. Per decenni i fascisti del MSI che si recavano in paese per fare i propri comizi venivano accolti da un paese blindato con i lumini rossi del cimitero su tutte le vie, con i comunisti locali appostati sui tetti del paese con i fucili.
Chi ha finalmente rotto questa barriera d’odio sono stati i missini della Fiamma Tricolore della Federazione di Rieti che, guidati dal Federale Giorgio Casciano, sabato mattina si sono raccolti in silenzio sul luogo del massacro.
Presenti alla manifestazione diversi militanti della Fiamma Tricolore, nonché il Vicesegretario Nazionale Roberto Beviliacqua, il Segretario Regionale Lamberto Iacobelli, il Federale della Federazione Roma Sud Paolo Salvoni. Presente anche il Presidente della Federazione reatina di Alleanza Nazionale Dott. Felice Costini.
La cerimonia è stata aperta da un piccolo intervento del Dott. Pietro Cappellari, ricercatore della Fondazione Istituto Storico della RSI, che da anni sta conducendo degli studi sulla guerra civile sull’Appennino umbro-laziale e che ultimamente ha creato in tutta la provincia notevoli clamori con le sue scoperte: «Quella di oggi non è una normale cerimonia in ricordo di chi ci ha lasciato seguendo la via dell’onore. E’ la prima volta che questi nostri fratelli vengono ricordati. E’ la prima volta che un fiore viene portato su questi luoghi. Sembrerà assurdo, ma tutto ciò è stato chiamato “provocazione” dai novelli antifascisti. Anche portare un fiore, per costoro, è un affronto. Sappiamo bene che cosa ci distingue dai “senza Dio e senza Patria” che ancor oggi invocano l’unità antifascista: l’amore per la nostra terra, l’amore per i nostri caduti. Oggi noi siamo qui a ricordare tutti i caduti di quei giorni e in particolare i ragazzi del Questore Pannaria caduti nell’adempimento del loro dovere. Ma la storia, questa storia, ha anche un risvolto che noi non vogliamo dimenticare. Sui corpi di questi combattenti ci si accanì con una crudeltà bestiale che non può avere nessuna giustificazione. Le tredici rose bianche che abbiamo deposto sul luogo dell’eccidio rappresentano le tredici vite spezzate da mani fratricide. Il bianco delle rose rappresenta la purezza della loro e della nostra fede».
Dopo un minuto di silenzio, per riflettere sulle parole del Dott. Cappellari, sono stati letti i nomi dei tredici caduti e si è concluso ricordando che «oggi questi nostri fratelli sono presenti qui al nostro fianco, finalmente liberati dall’oblio della memoria».
Un frate francescano del locale Convento ha poi solennemente benedetto il luogo. Durante la benedizione un velo di commozione ha velato gli occhi di tutti. Le nuvole si sono aperte e un raggio di sole ha illuminato il paese. Pareva di vedere i volti di quei tredici ragazzi della RSI. Volti sorridenti che dopo 63 anni raggiungevano felici la Casa del Padre, la Patria del Signore.
Lemmonio Boreo




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A "bocce ferme", dopo la manifestazione, ma vanno dette: anzi vanno "sputate in faccia" a quei qualtro cialtroni!
