Putin si fa una base in Montenegro
maurizio blondet Per secoli la Russia degli zar ha aspirato ad avere un accesso ai “mari caldi”, intesi come il Mediterraneo e l'oceano indiano. Senza successo: l'impero britannico ha sempre contrastato l'espansione russa, chiudendola di fatto dentro il Mar Nero, un mare chiuso e sorvegliato dai turchi all'imbocco dei Dardanelli. Ora le cose stanno cambiando. Putin avrà il suo porto, e proprio nell'Adriatico. Per la precisione, in Montenegro.
Questo paese di 4 milioni di abitanti, di religione ortodossa e dove si scrive in cirillico, è diventato da poco indipendente, staccandosi dalla Serbia. Di colpo è diventato una meta “turistica” per investitori russi di un tipo particolare. «Grandi acquisti di terreni sulla costa montenegrina» ha scritto il New York Times, «vengono fatti da ditte che si dicono collegate con la mafia russa, e anche molti investimenti industriali». Gente che «spende quattro, cinque, sei milioni di euro in denaro liquido, senza alcuna forma di controllo». Di più: «Nell'agosto scorso, il ministro russo delle emergenze, Sergei Shoigu, ha detto in un'intervista ad un giornale montenegrino che le relazioni tra i due paesi potrebbero essere danneggiate se il Montenegro insistesse a diventare un membro della Nato. Nello stesso mese, l'allora primo ministro [montenegrino] Milo Djukanovic s'è incontrato col presidente Putin a Sochi sul Mar Nero, e hanno discusso la possibilità di un accordo tecnico-militare».
Il fatto è che la flotta da guerra che i russi tengono nel Mar Nero è in difficoltà. Ora che Ucraina e Georgia sono diventate indipendenti, “democratiche” e filo-occidentali, il Mar Nero appartiene a loro. E vorrebbero sloggiare la flotta russa. Mosca resiste, poiché i vecchi contratti le consentono di restare in Crimea fino al 2017. e intanto, ha preso le sue misure. Due provincie georgiane dove si parla russo e si scrive in cirillico, l'Abkhazia e l'Ossetia del Sud, si sono dichiarate indipendenti e si sono date un auto-governo, illegale per la Georgia, ma riconosciuto da Mosca. La situazione di questi due staterelli sta per diventare rovente per via dell'imminente indipendenza del Kosovo, che la Nato e l'Europa stanno per dare a questa provincia serba abitata però da albanesi. Che c'entra il Kosovo? C'entra, dice Putin: perché se ha diritto all'indipendenza il Kosovo, perché non l'hanno anche l'Abkhazia e il Sud-Ossetia, formalmente terre georgiane, ma abitate da russi? La situazione è analoga.
Ma non basta. In previsione di dover un giorno abbandonare il Mar Nero, Mosca sta allestendo per la sua flotta una base navale permanente in Siria a Tartus, l’antica Tartesso. Con pochissima pubblicità. Già dagli anni ‘70 l’Unione Sovietica usava questo porto mediterraneo come punto di rifornimento; ma ora i lavori di ristrutturazione sono imponenti. Il fondale viene reso più profondo, mentre a Latakia, un altro porto siriano, è in corso l’ampliamento del canale d’entrata. Lì avrà stanza la squadra navale guidata dall’incrociatore lanciamissili «Moskva» (oggi l’ammiraglia del Mar Nero) ma formata anche da navi della Flotta del Nord, oggi nel mare di Being.
E il cosiddetto «ammodernamento» del porto di Tartus comprende - con grande allarme di Israele - l’installazione del sistema antimissile russo S-300 PMU2: i cui missili balistici «Favorit» sono in grado di estendere un ombrello difensivo su un’ampia parte della Siria, compresa Damasco. Di fatto la Siria sarebbe così protetta da attacchi aerei israeliani, nel caso di un conflitto che viene spesso minacciato da Tel Aviv. Fatto significativo, il sistema «Favorit» non sarà affidato ai siriani, ma operato da militari russi. Intanto, la vecchia anti-aerea siriana, basata su S-125 a medio raggio, armi sovietiche degli anni ‘80, viene migliorata con il nuovo «Pechora 2»; e Mosca si è detta disposta a fornire a Damasco anche i più sofisticati vettori a medio raggio Buk-M1, e inoltre nuovi caccia Sukhoi e nuovi carri armati. Un'alleanza in piena regola.
E' uno sviluppo pericoloso. Ma chiaramente inteso a contrastare un gioco altrettanto rischioso messo in atto dalla Casa Bianca. George Bush ha minacciato apertamente l'Iran, e voci insistenti a Washington danno per imminente un bombardamento delle installazioni ncleari di Teheran. Siano o no concrete queste voci, un fatto è certo: Bush ha mandato nel Golfo Persico, ossia dirimpetto all'Iran, due portaerei con tutta la loro flotta d'appoggio, mezzi da sbarco lanciamissili: una settantina di navi che, quando saranno dispiegate a fine febbraio, si affolleranno in questo stretto specchio di mare (da cui passano praticamente l'80 per cento delle petroliere che riforniscono il pianeta) al punto da manovrare con difficoltà. Un “incidente”, voluto o no, diventa possibile. E le due poraerei americane sono in grado di rispondere lanciando bombardamenti 24 ore su 24.
E Mosca? Sergei Ivanov, il ministro della Difesa, ha voluto far sapere di aver “completato” la consegna a Teheran di missili terra-aria TOR-M1. si tratta di missili a breve raggio concepiti per la difesa da attacchi aerei, ultimo modello, molto temuti dagli Usa. A questo punto, il Dipartimento di Stato ha minacciato sanzioni commerciali contro Mosca per ritorsione. Washington sta infatti chiudendo il cerchio delle sanzioni all'Iran: già le banche di tutto il mondo hanno ricevuto per circolare riservata l'ordine di non dare corso a transazioni di banche iraniane.
La risposta è venuta dal generale Leonid Ivashov, un altissimo grado che oggi dirige l'Accademia di studi strategici di Mosca, ma esprime le vedute dell'armata ex-sovietica. «L'Iran deve prepararsi a respingere un attacco nucleare», ha scritto Ivashov. Nucleare? Eh sì. I russi sono sicuri che in caso di attacco, gli Usa lanceranno, con missili da crociera sparati dalle navi presenti nel Golfo, piccole bombe atomiche “bunker buster” per distruggere i bunker sotterranei del programma nucleare iraniano. Vero o no, è un'escalation - per ora verbale - allarmante. Forse ha ragione il ministro Ivanov: «L'epoca della guerra fredda, quando tutto era prevedibile in anticipo», ha detto, «era un paradiso in confronto ad oggi».
maurizio blondet Per secoli la Russia degli zar ha aspirato ad avere un accesso ai “mari caldi”, intesi come il Mediterraneo e l'oceano indiano. Senza successo: l'impero britannico ha sempre contrastato l'espansione russa, chiudendola di fatto dentro il Mar Nero, un mare chiuso e sorvegliato dai turchi all'imbocco dei Dardanelli. Ora le cose stanno cambiando. Putin avrà il suo porto, e proprio nell'Adriatico. Per la precisione, in Montenegro.
Questo paese di 4 milioni di abitanti, di religione ortodossa e dove si scrive in cirillico, è diventato da poco indipendente, staccandosi dalla Serbia. Di colpo è diventato una meta “turistica” per investitori russi di un tipo particolare. «Grandi acquisti di terreni sulla costa montenegrina» ha scritto il New York Times, «vengono fatti da ditte che si dicono collegate con la mafia russa, e anche molti investimenti industriali». Gente che «spende quattro, cinque, sei milioni di euro in denaro liquido, senza alcuna forma di controllo». Di più: «Nell'agosto scorso, il ministro russo delle emergenze, Sergei Shoigu, ha detto in un'intervista ad un giornale montenegrino che le relazioni tra i due paesi potrebbero essere danneggiate se il Montenegro insistesse a diventare un membro della Nato. Nello stesso mese, l'allora primo ministro [montenegrino] Milo Djukanovic s'è incontrato col presidente Putin a Sochi sul Mar Nero, e hanno discusso la possibilità di un accordo tecnico-militare».
Il fatto è che la flotta da guerra che i russi tengono nel Mar Nero è in difficoltà. Ora che Ucraina e Georgia sono diventate indipendenti, “democratiche” e filo-occidentali, il Mar Nero appartiene a loro. E vorrebbero sloggiare la flotta russa. Mosca resiste, poiché i vecchi contratti le consentono di restare in Crimea fino al 2017. e intanto, ha preso le sue misure. Due provincie georgiane dove si parla russo e si scrive in cirillico, l'Abkhazia e l'Ossetia del Sud, si sono dichiarate indipendenti e si sono date un auto-governo, illegale per la Georgia, ma riconosciuto da Mosca. La situazione di questi due staterelli sta per diventare rovente per via dell'imminente indipendenza del Kosovo, che la Nato e l'Europa stanno per dare a questa provincia serba abitata però da albanesi.
Che c'entra il Kosovo? C'entra, dice Putin: perché se ha diritto all'indipendenza il Kosovo, perché non l'hanno anche l'Abkhazia e il Sud-Ossetia, formalmente terre georgiane, ma abitate da russi? La situazione è analoga.
Ma non basta. In previsione di dover un giorno abbandonare il Mar Nero, Mosca sta allestendo per la sua flotta una base navale permanente in Siria a Tartus, l’antica Tartesso. Con pochissima pubblicità. Già dagli anni ‘70 l’Unione Sovietica usava questo porto mediterraneo come punto di rifornimento; ma ora i lavori di ristrutturazione sono imponenti. Il fondale viene reso più profondo, mentre a Latakia, un altro porto siriano, è in corso l’ampliamento del canale d’entrata. Lì avrà stanza la squadra navale guidata dall’incrociatore lanciamissili «Moskva» (oggi l’ammiraglia del Mar Nero) ma formata anche da navi della Flotta del Nord, oggi nel mare di Being.
E il cosiddetto «ammodernamento» del porto di Tartus comprende - con grande allarme di Israele - l’installazione del sistema antimissile russo S-300 PMU2: i cui missili balistici «Favorit» sono in grado di estendere un ombrello difensivo su un’ampia parte della Siria, compresa Damasco. Di fatto la Siria sarebbe così protetta da attacchi aerei israeliani, nel caso di un conflitto che viene spesso minacciato da Tel Aviv. Fatto significativo, il sistema «Favorit» non sarà affidato ai siriani, ma operato da militari russi. Intanto, la vecchia anti-aerea siriana, basata su S-125 a medio raggio, armi sovietiche degli anni ‘80, viene migliorata con il nuovo «Pechora 2»; e Mosca si è detta disposta a fornire a Damasco anche i più sofisticati vettori a medio raggio Buk-M1, e inoltre nuovi caccia Sukhoi e nuovi carri armati. Un'alleanza in piena regola.
E' uno sviluppo pericoloso. Ma chiaramente inteso a contrastare un gioco altrettanto rischioso messo in atto dalla Casa Bianca. George Bush ha minacciato apertamente l'Iran, e voci insistenti a Washington danno per imminente un bombardamento delle installazioni ncleari di Teheran. Siano o no concrete queste voci, un fatto è certo: Bush ha mandato nel Golfo Persico, ossia dirimpetto all'Iran, due portaerei con tutta la loro flotta d'appoggio, mezzi da sbarco lanciamissili: una settantina di navi che, quando saranno dispiegate a fine febbraio, si affolleranno in questo stretto specchio di mare (da cui passano praticamente l'80 per cento delle petroliere che riforniscono il pianeta) al punto da manovrare con difficoltà. Un “incidente”, voluto o no, diventa possibile. E le due poraerei americane sono in grado di rispondere lanciando bombardamenti 24 ore su 24.
E Mosca? Sergei Ivanov, il ministro della Difesa, ha voluto far sapere di aver “completato” la consegna a Teheran di missili terra-aria TOR-M1. si tratta di missili a breve raggio concepiti per la difesa da attacchi aerei, ultimo modello, molto temuti dagli Usa. A questo punto, il Dipartimento di Stato ha minacciato sanzioni commerciali contro Mosca per ritorsione. Washington sta infatti chiudendo il cerchio delle sanzioni all'Iran: già le banche di tutto il mondo hanno ricevuto per circolare riservata l'ordine di non dare corso a transazioni di banche iraniane.
La risposta è venuta dal generale Leonid Ivashov, un altissimo grado che oggi dirige l'Accademia di studi strategici di Mosca, ma esprime le vedute dell'armata ex-sovietica. «L'Iran deve prepararsi a respingere un attacco nucleare», ha scritto Ivashov. Nucleare? Eh sì. I russi sono sicuri che in caso di attacco, gli Usa lanceranno, con missili da crociera sparati dalle navi presenti nel Golfo, piccole bombe atomiche “bunker buster” per distruggere i bunker sotterranei del programma nucleare iraniano. Vero o no, è un'escalation - per ora verbale - allarmante. Forse ha ragione il ministro Ivanov: «L'epoca della guerra fredda, quando tutto era prevedibile in anticipo», ha detto, «era un paradiso in confronto ad oggi».
[Data pubblicazione: 30/01/2007]