Milano. L’opa di Swisscom su Fastweb a 47 euro per azione segna un punto di svolta nel processo di riassetto del sistema televisivo e telefonico. Molti osservatori erano infatti concordi nel dire che appena si sarebbe mosso qualcosa attorno a Telecom, un attimo prima, si sarebbe mosso qualcosa anche attorno a Fastweb.
Così è stato: da una parte l’opa, dall’altra la scelta di Pirelli di valutare tutte le opzioni, compresa la dismissione, per uscire dall’impasse sull’asse Olimpia (Tronchetti Provera)-Telecom (Guido Rossi). Perché i telefoni non riescono più a stare da soli, se non sono nelle mani di grandi operatori esteri, e perché le tv hanno bisogno delle reti per sviluppare i settori del futuro: Internet, digitale, contenuti.
L’acquisto da parte di un operatore estero della società guidata da Silvio Scaglia, dopo che l’ex Omnitel è stata venduta agli inglesi di Vodafone e Wind all’egiziano Naguib Sawiris, evidenzia la difficoltà del mondo imprenditoriale italiano di vedere le aziende di tlc come una possibilità di investimento, difficoltà aggravate dalle tentazioni di ingerenza nel settore da sempre coltivate dalla politica.
Omnitel, fondata da Carlo De Benedetti e dallo stesso Scaglia, all’epoca non fu letta come una possibilità di futuro guadagno dagli investitori del nostro paese che non furono capaci di mettere in piedi offerte serie e lasciarono che andasse prima a Mannesmann e poi a Vodafone.
Stesso discorso per Wind, finita nelle mani di Sawiris. Ancora più emblematica è la storia di 3 Italia, controllata da H3G. Originariamente l’azienda era italiana e si chiamava Andala. Era stata costituita da Renato Soru, con la partecipazione del gotha finanziario del nostro paese. Della società, nata per concorrere alla gara per le licenze Umts, facevano parte industriali come Carlo De Benedetti e Cesare Romiti e anche Franco Bernabè, fresco sconfitto nella battaglia per Telecom.
All’epoca il presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, decise di strutturare la gara sulla base della qualità dei progetti. In questo senso si mosse Andala. Poco prima dell’avvio della gara il governo D’Alema cadde e il successore, Giuliano Amato, decise che l’asta sarebbe stata effettuata in base al prezzo: da un giorno all’altro la cordata si è trovata a dover far fronte a un investimento di 5 miliardi di euro, cifra che non aveva. Vincenzo Novari, arrivato da Omnitel per curare il progetto Andala, rinunciando a stock option per oltre 3 miliardi di lire, di fronte all’alternativa della messa in liquidazione della società si giocò la carta H3G, ottenendo i soldi e ponendo le basi per la nascita di 3.

Un settore già molto straniero
Fra incidenti politici e mancanza di visione strategica, la storia degli investimenti degli imprenditori italiani, fatta salva l’eccezione di De Benedetti fondatore di Omnitel, è costellata di insuccessi preventivi. Il business della telefonia non ha mai trovato degli interlocutori in grado di intercettare in anticipo la direzione del mercato e quindi di investirvi dei denari. La decisione di Pirelli di mettere in vendita l’80 per cento del capitale di Olimpia, società che controlla il 18 per cento circa di Telecom, genera il rischio che anche l’ultima azienda di telefonia italiana, perdipiù l’ex monopolista, possa finire in mani estere. Così in un giorno solo sono intervenuti, ieri, i due principali ministri competenti. Il responsabile del dicastero dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, ha spiegato che nel settore deve e può esserci “un forte radicamento italiano”. L’invito alle imprese italiane a essere della partita, con le relative critiche sul passato, può essere interpretato come un attacco al numero uno di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ma è certo che il governo vuole ribadire l’esigenza che l’apertura del mercato debba essere accompagnata anche da un protagonismo di aziende italiane, soprattutto in un campo strategico come quello delle tlc già ampiamente appaltato a stranieri. Anche il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, ieri ha espresso l’augurio “che le imprese e la finanza italiane siano all’altezza della sfida”. Il doppio invito agli operatori di casa nostra a farsi avanti fa partire, tra gli analisti del settore, la caccia al protagonista possibile. E ritornano, frequenti e sotterranei, due nomi: Mediaset e Carlo De Benedetti.
Mediaset, che ieri ha riunito il cda, è alla finestra sia su Fastweb sia su Telecom. Il suo interesse pare soprattutto indirizzato alla rete di trasmissione.
Mentre CDB, che qualcosa in più di un piede nel settore tv ce l’ha già, sarebbe interessato ad accrescere il suo polo, magari con il frutto di uno scorporo di La7 da Telecom o della privatizzazione di un canale Rai.
La presenza della rete fra gli asset di proprietà di Telecom aumenta in maniera esponenziale però l’interesse della politica. Fallito il piano Rovati, il governo cerca di favorire soluzioni per la vendita di Olimpia che garantiscano l’italianità della società e quindi della rete. Sullo sfondo finora si sono prospettate due differenti soluzioni legate alle banche. Una, più definitiva e meno di transizione, prevede l’ingresso di tre istituti, Intesa Sanpaolo, Capitalia e Unicredito affiancate da tre Fondazioni: Cariplo, Crt e Cariverona.
L’altra, più propensa a preparare il terreno per l’arrivo di un “big player”, prevede un ruolo preponderante di Mediobanca (con Capitalia) e delle Generali; con i Benetton che si dicono disposti a restare in Olimpia, però dopo aver valutato gli eventuali nuovi soci. Mediobanca e Generali hanno sottoscritto con Pirelli e Olimpia un patto di consultazione sulle azioni Telecom, cui hanno apportato l’1,54 per cento e il 3,67 del capitale (Generali ha anche un ulteriore 0,4 fuori dal patto).
Una soluzione studiata da loro avrebbe un maggiore senso industriale rispetto al puro salvataggio da parte delle banche. Inoltre Mediobanca (di cui Fininvest avrebbe intenzione ad arrivare alle soglie del 2 per cento del capitale) e Capitalia, di cui Fininvest è azionista sindacato con una quota dell’1,12 per cento, sono due istituti che possono essere considerati vicini al Cav.
Un interessamento di Mediaset per la partita Telecom è stato a lungo evocato. Massimo D’Alema e Romano Prodi, con accenti differenti, in passato hanno fatto intendere che, pur di preservare l’italianità, non si alzerebbero pregiudiziali di fronte a una simile ipotesi, se non ci fossero problemi di conflitto di interesse.
Problemi che ci sarebbero anche dopo l’eventuale cessione di Telecom Italia Media, che ha in pancia La7 e VideoMusic.
Da Mediaset sono sempre arrivati segnali discordanti su Telecom.
La possibilità che possa essere acquistata tutta l’azienda è stata esclusa, ma più di un interessamento è stato espresso per la rete: Mediaset avrebbe così un’infrastruttura con la quale potenziare in misura decisiva i ponti televisivi al servizio del digitale terrestre e capace di molte altre applicazioni. Nel generale riassetto tv & tlc si potrebbero inoltre ricavare spazi di manovra anche per CDB, vuoi come frutto di Telecom Italia Media da cedere o di un canale Rai da privatizzare.
Sembra dunque che, più che nella politica, sia tra gli imprenditori l’accordo da ricercare, magari con l’ausilio dei pontieri bancari
alla Giovanni Bazoli o alla Cesare Geronzi.

Da il Foglio del 14 marzo

saluti