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    Vittima del kali yuga
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    Predefinito Massime di saggezza pagana: Plotino e le Enneadi versione completa

    v
    Plotino
    MASSIME DI SAGGEZZA PAGANA
    Sta agli Dèi il venire a me: non a me L’andare ad essi.
    (1)
    In questa fiera risposta data da Plotino ad Amelio, che
    lo invitava ad accostarsi agli Dèi con i riti prescritti, è racchiuso tutto lo spirito della via a solare ». Il sorpassamento dell’attitudine religiosa; la dignità trascendente dell’uomo in possesso della Sapienza dello (termine greco), secondo il termine plotiniano; la sua superiorità, non solo rispetto al mondo naturale, ma anche rispetto a quello divino, sono affermate.
    In particolare, si tratta di un significato interno, fondamentale per la pratica, perchè se non lo si intende, se non lo si realizza, è inutile parlare di « magia », è inutile ..mettere in moto « cerimoniali » astrusi, darsi a discipline ascetiche o ad « esercizi » yogici.
    Bisogna creare in sè una qualità, per via della quale potenze soprasensibili (gli Dèi) siano costrette a venire, come femine attratte dal maschio. Questa qualità assume in una parola, che vuoi dir nulla e vuoi dire tutto:
    ESSERE.
    Sii, CONSISTI, rènditi un CENTRO. Mediante « ascesi »,
    mediante « purificazione », mediante ciò che ora Plotino
    (1) Porfirio, Vita di Plotino, § 10.
    stesso espliciterà. Hai sentito parlare di via secca. Questo ne è il segreto. Staccati da coloro che con incomposto bisogno, anima anelante e confuso sguardo – più non esseri che esseri – sono attratti verso i mondi invisibili.

    +

    Agli dei bisogna farsi simili: non già agli uomini da bene.
    Non l’essere esenti dal peccato, ma l’essere un Dio, è il fine1.


    1 Enneadi I, II, 7; I, II, 6

    Queste massime staccano rudemente la via dell’iniziato dalla via degli uomini. La <<virtù>> degli uomini, in ultima analisi è cosa indifferente: imagine di una imagine dice Plotino. La a moralità non ha a che vedere con 1’iniziazione. L’ iniziazione è una trasformazione radicale di uno stato di esistenza in un altro stato d’esistenza. Un « Dio » non è un « valore morale »: è un altro essere. L’uomo buono non cessa di essere « uomo» per il suo esser a buono ». In qualsiasi tempo e luogo si sia capito che significhi « iniziazione », 1’ idea è stata sempre la stessa. Così nell’ermetismo: << La nostra opera « è la conversione e il cangiamento di un essere in un <<altro essere, di una cosa in un’altra cosa, della debolezza in forza.., della corporeità in spiritualità » (2).

    (i)Ennsadi, I, 11, 7; I, FI, 6.
    (2) N. FLAMEL, 11 Desiderio Desiderato, § VI (testo del Salmon, v. Il, pag. 307).
    (‘) IV, 1V, 42.

    +
    Anche i cattivi possono prender acqua dai fiumi. Clii dà ignora ciò che dà, ma dà semplicemente (3)•
    L’uomo come sta rispetto al tutto? Come una parte?
    No. Come un intero che appartiene a sè stesso. Meno uno sono quanti son meno « essere »: più, quelli che più sono.
    È sè, ogni essere, appartenendosi; e appartenersi, è concentrarsi. Uno, egli possiede sè stesso, ed ha tutta la grandezza, ed ha la bellezza. Ecco: non scorre e non fugge [più] a sè indefinitamente. Tutto intero è [ora] adunato nella sua unità
    (1).
    Il primo elemento che costituisce la condizione di
    « essere)) è l’unità.
    UNìFICATI - SII UNO.
    Quel fascio di energie, quel popolo di esseri, di sensazioni, di tendenze che tu sei, piègalo sotto una legge
    unica, sotto una volontà unica, sotto un pensiero unico.
    ORGANÌZZATI.
    Piega la tua a anima », usala in ogni senso, portala ad ogni bivio finchè sia inerte, incapace di movimento proprio, morta ad ogni irrazionalità di istinto. Come un cavallo perfettamente domato, guidato a destra va a destra, guidato a sinistra va a sinistra, frenato si arresta, incitato si slancia così pure la tua anima sia per te:
    una cosa che tieni tutta nel tuo pugno. Senza vincoli, sarai UNO: essendo uno, SEI e ti appartieni. Appartenendoti, la grandezza ti appartiene.
    L’ antica sapienza classico-aria distinse due regioni simboliche: quella inferiore delle cose che « fuggono », quella superiore delle « cose che sono ». Fluiscono, « fuggono » le cose, che sono impotenti a giungere alla realizzazione e al possesso perfetto della loro natura. Le altre, sono: hanno trasceso quella vita, che è mista con la morte, e che è uno scorrere e un bramare continui. La loro « immobilità », e la stessa antica designazione
    155
    ‘) Il, Il, 2; VI, IX, 1; VI, VI, 1.
    astronomica del loro ((luogo , sono simboli. Uno stato spirituale viene designato. L’essere uno, non più disperso, lo consegue.

    +
    Che è il Bene per un tale uomo [per lo atov&Lto? Egli è a sè stesso il proprio bene. La vita che egli possiede è perfetta. Possiede il bene, in quanto non è in cerca d’altro.
    Togliere quanto è altro rispetto al proprio essere, è
    purificarsi.
    in rapporto semplice con te; senza ostacolo nella tua unità pura; senza cosa che sia mescolata interiormente a questa purità, essendo te soltanto in pura luce... tu sei divenuto una visione.
    Pur essendo qui, sei asceso.
    Non hai più bisogno di guida.
    Fissa lo sguardo. Vedrai
    (1).

    Con singolare concisione, qui è espresso ciò che, in senso trascendente, è da dirsi « bene)): l’assenza di ogni cosa che penetrando in sè, pòssa portar fuori di sè in desiderio o impulso. Plotino bada a precisare la portata spirituale di tale concetto, dicendo che l’uomo superiore può pur « cercar altre cose, in quanto sono indispensabili « non a lui, ma a chi gli è vicino: al corpo cui è con. «giunto, alla vita del corpo che non è la sua vita. Sa. « pendo ciò che al corpo occorre, glielo dà: ma queste « cose non incidono per nulla sulla sua vita ».
    Il « male », è il senso di bisogno nello spirito: quello di ogni vita che, non sapendo reggersi in sè medesima, si abbatte qua e là, bramando, cercando di completarsi col raggiungimento di una cosa o dell’altra. Finchè vi si questo « bisogno », finchè vi sia questa insufficienza interna e radicale, non vi è il Bene. Il quale non è nulla di nominabile: è un’esperienza che soltanto un atto dello spirito sullo spirito può determinare: staccandolo dall’ idea di ogni « altro », ricongiungendolo con sè stesso. Sorge allora uno stato di certezza e di pienezza dato il quale non si chiede più nulla, si trova inutile ogni par. lare, ogni speculare, ogni agitarsi, mentre si ignora che cosa più possa produrre un mutamento nell’ intimo animo. Plotino dice giustamente che quell’essere possiede la perpetuità, il quale possiede totalmente la propria vita: essendo soltanto «iø », nulla saprebbe essergli aggiunto nè nel passato, nè nel presente, nè nell’avvenire.
    +
    Lo stato di essere, è nell’essere presente. Ogni essere è in atto ed è atto.
    Il piacere è l’atto della vita
    (ij VQELL r
    Le anime anche in questo universo possono essere felici. Se non lo sono esse stesse accusino; non l’universo. Esse hanno ceduto in questa lotta, ove la ricompensa corona la virtù (1).
    Plotino precisa ancora il significato di ((essere)): essere, è esser presente, essere in atto. Egli parla di « quella natura intellettuale senza sonno » ( q15aL yQv3tvo):
    espressione rigorosamente tradizionale. Si sa del termine: lo ((Svegliato », il ((Sempre desto », e del simbolismo del « sonno », che peraltro può anche esser più che un simbolismo, nel riferimento alla continuità di un « esser presenti », che non soffre alterazione nemmeno in quel cambiamento di stato, che abitualmente corrisponde al sonno.
    Essere, dunque, è esser desti. L’esperienza di tutto l’essere raccolto in una chiarità intellettuale, nella semplicità di un atto è l’esperienza dell’s essere ». Abbandonarsi, venir meno questo è il segreto del non essere. La stanchezza nell’unità interna, che si allenta
    1 (1) I,V, 1; 4; I,V, 1;JII, il, 5.
    e si sbanda, 1’ intima energia che cessa di dominare ogni parte sì che, quasi per uno sgretolamento, sorge una molteplicità di tendenze, di istinti, di sensazioni irrazionali questo è il degradarsi dello spirito manifestantesi in nature sempre più oblique e tramortite, sino a giungere a quella forma-limite di deliquio, che si esprime nella materia. un equivoco afferma Plotino dire che la materia è: l’essere della materia è un non-essere. La sua divisibilità indefinita indica appunto la « caduta » dell’unità, che essa rappresenta; la sua inerzia, onde è pesante, resistente e contundente, è quella stessa che è propria a chi, venendo meno, non sa più reggersi e precipita. Che la ((verità)) propria alla conoscenza fisica sia diversa, non importa. L’essere corporale è il non-essere dello spirituale.
    Come stato di culminazione attuale, l’ essere)) fa tutt’uno col «bene ». Così ((materia)) e ((male », a loro volta, si identificano; e non vi è altro « male » fuor che la materia. Qui bisogna naturalmente staccarsi, disabituarsi da tutti i preconcetti umani. Il «male» degli nomini non ha nessun posto nella realtà e quindi in una visione metafisica, che è sempre una visione secondo realtà. Metafisicamente, non esiste il ((buono » e il « cattivo », bensì ciò che è reale e ciò che non lo è e il grado di « realtà)) (intesa nel senso spirituale già spiegato per l’a essere ») misura il grado di « virtù ». Allo sguardo secco e virile dell’antico uomo classico.ario solo lo stato di « privazione)) dell’a essere » era « male »: la stanchezza, l’abbandono, il sonno della forza interna, che al limite determina, come si è detto, la a materia ».
    a male », nè « materia » sono dunque principi a sè: sono stati derivati, per « degradazione » e «dissoluzione ». Plotino si esprime esattamente in questi termini: È per ((il venir meno al Bene, che la tenebra è vista e nella tenebra si vive. E il male per l’anima è questo venir « meno, generator di tenebra. Tale il male primo. La tenebra è qualcosa che ne procede. E la natura del male
    non sta nella materia, ma prima della materia [nel- (la cessazione di atto che ha dato origine alla materia] » (1) s(
    Plotino aggiunge: il piacere è l’atto della vita. È la stessa veduta già affermata da un altro grande genio del inondo antico da Aristotile, che aveva insegnato esser, ogni attività, in quanto sia perfetta, felice. Tali sono felicità e piacere in forma di purezza e di libertà: quelli che scaturiscono dall’atto che si compie, e che compiendosi realizza l’uno, l’ essere », il Bene non quelli passivi e promiscui, carpiti a mezzo del torbido soddisfarsi delle brarne, delle seti, degli istinti. Di nuovo, siamo condotti al punto di vista non-umano della ((realtà ». Quello che non conosce irrazionalità di sentimenti. Della stessa felicità, il grado di essere » è il segreto e la misura.
    Conseguentemente Plotino afferma che anche in questo universo le anime possono esser felici: mettendo con ciò in luce un aspetto importante della concezione pagana dell’esistenza. Se la « virtù », come attualità spirituale dominatrice, implica la potenza, si può concepire così poco che il « bene » si scompagni dalla « felicità », quanto che la gloria sia separabile dalla vittoria. Chi da vincolo esterno o da vincolo interno sia vinto, quegli non è « buono »: e che un tale essere sia felice, sarebbe ingiusto. Ma di ciò costui soltanto sè medesimo accusi, non il mondo.
    Altrimenti, s’intende, sta la cosa per chi riduce la
    « virtù » ad una semplice disposizione ((morale ».
    Ben si pronunci, allora, il <<il mio regno non è di questo mondo » e si attenda che un Dio doni nell’a al di là » la felicità come ricompensa ai « giusti » che, privi di potenza, in questa vita hanno tollerato e sopportato con umiltà e rassegnazione 1’ ingiustizia. La verità guerriera ed eroica dell’antico uomo classico-ario fu diversa.


    (1) I, VII, 5.
    Se il a male » e ogni sua materializzazione in impeti e limiti di forze inferiori e di cose corporali ha radice in uno stato di degradazione del bene è inconcepibile, è logicamente contraddittorio che esso permanga come principio di infelicità e di servaggio nei riguardi di chi abbia distrutto tale radice, essendo divenuto ((buono ». Se il ((bene)) è, il « male » la sofferenza, la passione, la schiavitù non possono essere. Siano invece: esse, allora, staranno a dire che la « virtù » è ancora imper.fetta; ancora incompleto l’ essere »; ancora « alterate » la « purità » e l’unità.

    +
    Vi è chi è sen./armi. Ma chi ha armi, combatta non c’è un Dio che combatta per coloro che non sono in armi. Legge vuole che la vittoria in guerra sia ai valorosi: non a chi prega.
    Che i vili siano dominati dai malvagi
    è giusto (1).

    Nuova riaffermazione dello spirito guerriero, virile, romano, della tradizione pagana. Nuovo contrasto con l’attitudine mistico-religiosa. Nuovo disprezzo per coloro che deprecano l’a ingiustizia)) delle cose terrene e invece di incolpare la loro viltà, o rassegnarsi nella loro impotenza, incolpano il Tutto o sperano che una « Provvidenza » si curi di loro.
    « Non vi è un Dio che combatta per quelli che non sono in armi ». Questo è il cardine anticristiano di ogni morale guerriera (2); e riporta ai concetti sopra spiegati, circa l’identificarsi dal punto di vista metafisico di realtà », « spiritualità)) e « virtù ». il vile non può essere buono: ((buono » implica un’anima d’eroe. E la perfezione dell’eroe, è il trionfo. Chiedere a un Dio la vittoria, sarebbe quanto chiedergli la « virtù »: giacchè

    (‘) III, 11, 8.
    (2) A dir il vero, anche il cristianesimo popolare ha conosciuto proverbi, come questo: « Chi s’aiuta, Iddio lo aiuta .
    [N. d. U.)
    la vittoria è il corpo in cui si attua la perfezione stessa della « virtù ».
    I soldati di Fabio, partendo, non giurarono di vincere o di morire: ma giurarono di combattere e di tornare vincitori. E vincitori tornarono. Lo spirito di Roma è lo spirito di questa stessa sapienza.
    +
    Per la paura, soppressione totale.[ L’anima ] non ha cosa da temere.
    Chi teme alcunchè, non ha raggiunto la perfezione
    della virtù. È un mediocre (stoi
    ti àatctt) (1).
    Nell’uomo superiore (tì covòct) le impressioni non si presentano come negli altri. Non raggiungono l interno: siano le altre cose, siano sofferenze e tutti, suoi od altrui. ciò sarebbe debolezza dell’anima.
    Se la sofferenza
    passa la misura che la passi. La
    luce che è in lui permarrà, come quella della lampada
    di un faro nei turbini del vento e nella tempesta.
    Padrone di sè anche in questo stato, deciderà che
    v’è da fare.
    Lo (
    atov&tio) non sarebbe tale, se un dèmone agisse
    dentro alla sua azione. In lui, è la mente sovrana (vo)
    che agisce
    (2)
    Plotino ammette che l’uomo superiore possa talvolta
    avere delle paure involontarie e irriflesse, ma quasi come
    movimenti che non fanno parte di lui, e in quanto il
    suo spirito sia altrove. « Tornando a sè, le scaccerà...
    « Come un fanciullo che resti domato dalla sola maestà
    « di chi lo guardi fissamente ».
    Circa la sofferenza, essa potrà al più provocare la separazione di una parte di sè non ancora esente da pas.
    sione: ma mai il travolgimento del principio superiore.
    (1) 1, Il, 5; 1, IV, 15.
    (2) I, IV, 8; III, IJI, 6.
    c Deciderà che vi è da tare ». Quando ne sia il caso,
    potrà anche ritirarsi dal giuoco. Non si
    dimentichi che
    secondo Plotino lo a3rov&o è a
    sè stesso il proprio
    « dèmone ed
    egli vive quaggiù come un attore che incorpora una parte, da lui liberamente scelta. Contro gli
    Gnostici cristiani
    egli ribatteva seccamente: « Perchè di.
    « sprezzate questo mondo, in
    cui voi stessi siete venuti
    « di vostra volontà?
    Esso vi permette di andarvene, se
    « non vi ci trovate bene
    ».
    Come vo nell’uomo si può definire appunto il principio « essere » fatto di pura intellettualità, è la « mente olimpica », rispetto alla quale il principio « anima» (ipu) rappresenta già un avvolgimento periferico: di massima, è una profondità che resta celata e latente. Ma allora, più che l’ io », è un « dèmone » che agisce in ogni azione. Piotino dice appunto che tutto quello che accade senza deliberazione, ad un dio unisce un dèmone Vediamo come ora indica l’opposta condizione.
    +
    Là, il perchè dell’essere.., non esiste come perchè,
    ma come essere. Meglio: le due cose, sono una.
    Che ciascuno sia stesso.
    Che i nostri pensieri e le nostre azioni siano nostre.
    Che le azioni di ciascun essere, gli appartengano. Siano
    esse buone
    siano esse cattive.
    Quando l’anima ha la ragione pura ed impassibile per guida, in pieno dominio di sè, dove vuole dirige il suo slancio. Allora soltanto l’atto può dirsi nostro, non da altro: dall’ interno dell’anima come una purità, come un principio puro dominatore e sovrano.., non dall’azione deviata dall’ ignoranza e spezzata dal desiderio... Chè, allora, passione, e non
    atto, sarebbe in noi (1).
    +
    Le sensazioni sono le visioni dell’anima addormentata.
    Tutto ciò che dell’anima è nel corpo, dorme. Uscir dal corpo, è il risveglio vero. Cambiare esistenza con un corpo, è passare da un sonno ad un altro sonno, da un letto ad un altro letto.
    Destarsi Veramente, abbandonare il mondo dei corpi
    (I).

    Come la materialità è lo stato di deliquio dello spirito, così realtà di sonno è ogni realtà che ci appare a mezzo dei sensi materiali. Noti si interpreti però grossolanamente l’uscir dal corpo e l’abbandonare il mondo dei corpi: si tratta essenzialmente di un cambiamento interiore, dell’ integrarsi nella ((natura intellettuale priva di sonno » - E questa è la vera realizzazione iniziatica e metafisica.
    Assai efficacemente, Plotino assimila il cangiar di corpo al passar da un letto ad un altro. Quand’anche avesse una consistenza, la dottrina della rincarnazione non potrebbe esser meglio stigmatizzata, come da parte di questo iniziato pagano. Una forma è equivalente ad un’altra nel «ciclo delle nascite» rispetto al centro, che è egualmente distante da ogni punto della circonferenza. La realizzazione metafisica è una frattura nella serie degli stati condizionati: uno spalancamento sopra una direzione radicalmente eterogenea. Non la si raggiunge seguendo come che sia la scia delle nature che « fuggono», queUe che inseguono un termine, che esse hanno fuor di sè stesse: nel divenire del mondo dei corpi.


    (1) III) VI, 6.
    +
    Quanto deve esserci dinanzi come spettacolo, fuori si cerchi. Ma ora, devi guardare verso di te; farti uno conciò che hai da contemplare; sapere che ciò che hai da contemplare sei tu stesso.
    E che è tuo. Come, chi fosse invaso dal dio Febo o da una Musa. Vedrebbe in sè brillare la chiarità divina, se avesse in pari tempo potenza di contemplare in sè questa luce divina
    (1)
    *
    (1) V, VIII, 10.

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  2. #2
    Vittima del kali yuga
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    è trastto, ovviamente, dalla monografia del gruppo di ur, nel terzo volume di intro alla magia
    è completa, sono parecchie pagine, e non mi resta che augurare a tutti buona lettura

  3. #3
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    Predefinito Vi ricordo il lavoro del grande Giuseppe Fagin

    Parlando di Plotino va subito la mente al Caro Giuseppe Fagin che ebbe l'acutezza e l'amore di ritradurre le Enneadi per la Rusconi, una lavoro unico e pietra miliare della cultura del XX°. Fu demenzialmente emarginato dalla cattedra universitaria che si meritava a pieno titolo, addirittura dovette insegnare in un liceo fuori dalla sua Vicenza, una cattiveria di qualcuno (non si può in questo forum parlare di politica, ed è meglio così), immaginate.
    Ha allevato, i suoi studenti con la passione di un maestro e chi lo ebbe per insegnate lo ricorda come una figura carismatica che affascinava e affascina tutt'ora a distanza di molti anni. Un padre anche per tutti noi mossi dal fuoco sacro della vera ed eterna conoscenza.

  4. #4
    Antiokos
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    Le Enneadi curate da Faggin sono uscite per la Bompiani nel 2000, contengono la Presentazione di Giovanni Reale e la Revisione finale di Roberto Radice (allievo di G. Reale); inoltre nel 2002 è uscita per la Mondadori l'edizione delle Enneadi curata questa volta direttamente da Giovanni Reale e con i suoi Introduzione e Commento e con la Traduzione di Roberto Radice. (per i dettagli vedere la Bibliografia del forum Neoplatonismo).

    Ovviamente consiglio la lettura (ed il possesso) di entrambe le edizioni, sono a mio avviso complementari. A quanto ne sò sono le uniche 2 edizioni italiane delle Enneadi attualmente in commercio, e comunque credo rimarranno per la qualità di chi le cura (una Faggin, l'altra Reale) le uniche per parecchi anni.

    Saluti

  5. #5
    Vittima del kali yuga
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    esiste anche di faggin plotino e antologia plotiniana a poco prezzo edizioni ashram vidya

  6. #6
    Vittima del kali yuga
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    i prezzi delle edizioni please quella di vidya si aggira sui 15 euro

  7. #7
    Forumista assiduo
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    Predefinito Per dire il "Karma"

    Il figlio di Faggin è attualmente una delle figure preminenti dell'informatica mondiale. Questo fisico che vive negli stati uniti ha detto che questa sua posizione di personaggio chiave nell'ideaziane del moderno compiuter deve molto all'impostazione filosofica datagli dal padre e a differenza del genitore è ricchissimo. Morale :la filosofia pagana paga sempre, se non ai padri probabilmente ai figli. Non me ne volete di questa mia grossolana intrusione, un abbraccio a tutti.

  8. #8
    desiderium
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    scusate se sono un po' duro di comprendonio... oltre a quella di faggin, qual è l'altra traduzione in italiano delle enneadi? grazie

  9. #9
    Antiokos
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    Citazione Originariamente Scritto da Abaelardus Visualizza Messaggio
    scusate se sono un po' duro di comprendonio... oltre a quella di faggin, qual è l'altra traduzione in italiano delle enneadi? grazie
    Citazione Originariamente Scritto da stuart mill Visualizza Messaggio
    i prezzi delle edizioni please
    Citazione Originariamente Scritto da Antiokos Visualizza Messaggio
    Le Enneadi curate da Faggin sono uscite per la Bompiani nel 2000, contengono la Presentazione di Giovanni Reale e la Revisione finale di Roberto Radice (allievo di G. Reale); inoltre nel 2002 è uscita per la Mondadori l'edizione delle Enneadi curata questa volta direttamente da Giovanni Reale e con i suoi Introduzione e Commento e con la Traduzione di Roberto Radice. (per i dettagli vedere la Bibliografia del forum Neoplatonismo).

    [...]
    G. Faggin, Enneadi, Bompiani, 36 Euro.

    G. Reale, Enneadi, Mondadori, 55 Euro.


    Spero di esservi stato d'aiuto.

    Saluti

  10. #10
    Vittima del kali yuga
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    azz... penso che semmai mi limiterò al'edizione ridotta dell'ashram vidya

 

 
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