Roma. C’è una collinetta brulla in mezzo alla base navale di Guantanamo Bay, a Cuba. In cima c’è un edificio di vetrocemento tirato su da poco, fuori due palmizi troppo secchi per fare ombra e dentro tanta moquette, roba da ufficio governativo, che i marine calpestano forte con gli anfibi.
E’ lì che la commissione americana che giudica lo status di nemico combattente dei detenuti sta ascoltando le confessioni del capo militare di al Qaida, Khalid Sheikh Mohammed. E’ l’uomo che su ordine di Osama bin Laden ha prima pensato e poi organizzato nei dettagli il grande attacco suicida dell’11 settembre.
Ci sono voluti quattro anni di prigionia, quattro anni passati allo strano confino sull’isola tropicale, in barba a ogni norma di diritto penale in tempo di pace ma non alle leggi di guerra.
Ora Sheikh Mohammed sta raccontando agli americani i tre livelli in cui era separata la sua vita. Sono quegli stessi tre livelli che in dieci anni lo hanno fatto diventare il terrorista più ricercato in circolazione. Più pericoloso anche di Osama bi Laden e del suo vice Ayman al Zawahiri, che restano due cattivi maestri del salafismo guerriero, mentre a lui toccava attivamente abbattere grattacieli, cercare materiale radioattivo, incendiare petroliere e arruolare nuovi fanatici.

Primo livello. E’ quello della taqiyya. La dissimulazione islamista.
Khalid Sheikh Mohammed era un maestro nello scivolare indisturbato in America, in Europa e nel sud-est asiatico con la sua aria da uomo d’affari grassoccio, in camicia, cravatta e rasatura impeccabile. Pronto a farsi perdonare l’accento lontano con l’inclinazione occidentale, occidentalissima, alle avventure galanti e al divertimento. Bar con spogliarelliste. Serate al karaoke. Feste. Eccesso di alcol. Mance esageratamente goffe. Hotel di lusso. Nel 1995, quando si trovava nelle Filippine nelle vesti di Abdul Majid, esportatore di pannelli di legno compensato dal Qatar, per impressionare una fidanzata dentista noleggiò un elicottero, si fece portare davanti alle finestre di lei e le chiese via telefonino di rispondere ai suoi sbracciamenti.
In volo sospeso a pochi metri dalla facciata del grattacielo dov’era lo studio della ragazza. Chissà che cosa gli è passato per la
mente, quel giorno. Nessuno, tra quelli che lo hanno conosciuto con addosso la sua maschera di manager gaudente, sospettava di avere di fronte un feroce veterano della guerra santa prima contro i sovietici negli anni Ottanta e poi contro i serbi, in Bosnia Herzegovina, nel 1992.
Due fronti di scontro atroci, da lasciare per sempre addosso a un uomo il puzzo della guerra. Eppure l’anno seguente, dicono le ragazze, lui si presentava agli appuntamenti in tight bianco e pagava le cene con un mucchio di contanti.

Il secondo livello della vita di Khalid Sheikh Mohammed è quello degli attacchi terroristici preparati in clandestinità. Davanti alla corte, il suo rappresentante legale, un militare americano, ha letto con voce piatta le sue ammissioni di colpa, la litania degli assalti più brutali mai sferrati contro civili in tempo di pace. Per alcuni funzionari dell’intelligence americana lui è “il Forrest Gump del terrorismo”, e non per l’aria da ragazzotto ebete, ma perché l’effetto è lo stesso del film: non c’è grande attentato tra il 1993 e il 2003 in cui lui non compaia sullo sfondo.
C’era nel primo attacco contro il World Trade Center nel febbraio del 1993, sette morti, un furgone carico di nitroglicerina e fusti di idrogeno che scoppia nel parcheggio sotterraneo. Lo scopo dell’attentato era abbattere le torri. Secondo i calcoli del suo esperto fabbricatore di bombe, Ramzi Yousef, la prima avrebbe dovuto inclinarsi e abbattersi sull’altra. Non succede. Soltanto vetri rotti e uno sbuffo di fumo che soffia via i tombini. “Se avessi avuto più soldi a disposizione – mormora Yousef, fissando con gli occhi azzurri le due torri mentre l’Fbi lo trasferisce al carcere in elicottero – quelle non sarebbero più in piedi”.
Ci avrebbe di nuovo pensato Sheikh Mohammed, che in udienza a Cuba si è dichiarato “direttore operativo in nome dello sceicco Osama bin Laden per l’organizzazione, la pianificazione e l’esecuzione dell’operazione dell’11 settembre sotto il comandante del braccio militare di al Qaida, lo sceicco Abu Hafs al Masri Abu Sittah”.
“Sono responsabile dell’’11 settembre – ha detto – dalla A alla Z”. E poi, ancora, si è proclamato con fierezza “Comandante operativo militare per tutte le operazioni all’estero sotto la direzione di bin Laden e di al Zawahiri”, e “Emiro (comandante) della Beit al Shuhada, la Casa dei martiri, a Kandahar, in Afghanistan, dove fui responsabile dell’addestramento dei dirottatori”.
Non ci sono soltanto i tremila morti dell’11 settembre. L’emiro, o KSM, come lo chiamano negli uffici del governo americano, ha rivendicato la sua responsabilità anche per la grande strage nella discoteca di Bali frequentata da turisti inglesi e australiani. Per gli spari che uccisero due soldati americani a Filka, un’isola del Kuwait, nel 2002. Per l’attacco contro un resort di Mombasa, in Kenya, frequentato da turisti israeliani, e i missili terra aria Sa-7 sparati contro gli aerei della compagnia di bandiera di Gerusalemme El Al in decollo lo stesso giorno dal paese africano.
Per l’operazione “Bombe nelle scarpe” per abbattere aerei di linea americani, fallita soltanto perché i passeggeri si gettarono addosso all’estremista con passaporto britannico Richard Reid, prima che lui potesse far detonare l’esplosivo nascosto nelle sue suole.
KSM ha pure vantato l’uccisione del reporter del Wall Street Journal Daniel Pearl nel 2002. “Ho staccato la sua testa di ebreo americano con la mia destra benedetta a Karachi, in Pakistan. Per quelli che cercano una conferma, su Internet ci sono le mie foto mentre tengo la testa”.

Il terzo livello, nella vita dell’emiro di al Qaida Khalid Sheikh Mohammed, è quello più segreto. E’ quello degli attacchi che KSM è riuscito soltanto a pianificare, ma non a portare a compimento.
L’intelligence americana finora ne aveva un’immagine soltanto parziale, grazie a qualche raro lampo di informazione e a un faticoso lavoro di ricostruzione. Ora il terrorista ha parlato.
La seconda ondata di dirottatori suicidi dopo l’11 settembre, lanciata contro Los Angeles, Chicago, Washington e Londra. La distruzione di navi e petroliere americane negli stretti di Gibilterra e di Hormuz e nel porto di Singapore.
La chiusura con un mega-attentato del canale di Panama.
L’attacco contro i ponti sospesi di New York e contro l’edificio della Borsa di Wall Street.
La distruzione delle Sears Tower, appiccando il fuoco ad autocisterne cariche di benzina parcheggiate nei sotterranei. L’assassinio degli ex presidenti americani, tra cui Jimmy Carter e Bill Clinton in visita alle Filippine.
L’attacco con aerei di linea sauditi contro la città israeliana di Eilat, le bombe contro le ambasciate israeliane in India, Azerbaijan, Filippine e Australia, e contro quelle americane in Indonesia, Australia e Giappone.
E c’è anche il primo grande piano cominciato da KSM, l’operazione Bojinka, la distruzione – con bombe lasciate sotto i sedili – di dieci aerei passeggeri in volo sopra il Pacifico, e l’uccisione di Papa Giovanni Paolo II alla Giornata mondiale della Gioventù di Manila, con un colpo di lanciarazzi contro la papamobile.
E’ scorrendo la lista degli attentati di Sheihk Mohammed rimasti nel limbo qaidista che si misura la distanza paurosa tra i colpi che abbiamo subito in questi anni e il grande jihad per come lo pensa la cupola di al Qaida.
Eppure il pachistano non si considera un terrorista. Nella deposizione davanti alla Commissione – che lui ha cominciato senza giurare, perché “non riconosco le vostre leggi e la vostra Costituzione americana, ma dirò la verità, e invece il vostro presidente giura e poi mente” – spiega di parlare senza essere stato costretto con la forza o con torture.
E legge la sua cattura in Pakistan nel 2003 e la sua detenzione a Guantanamo come fatti iscritti naturalmente all’interno della rivoluzione salafita.
“Osama bin Laden è come George Washington. Se fossimo al tempo della Rivoluzione americana, e gli inglesi catturassero Washington, di certo lo considererebbero il loro ‘nemico combattente’. Voi lo considerate il vostro eroe. Molti musulmani considerano bin Laden il loro. Sta facendo la stessa cosa. Sta cercando l’indipendenza contro l’oppressione americana”.
Come anche sono da accettare le vittime innocenti. “Mi dispiace per i bambini che ho ucciso. Ma è il linguaggio della guerra. Voglio dire, il linguaggio della guerra sono le vittime”.

Daniele Raineri su il Foglio di oggi

saluti