da Il Riformista 27-03-2007)
Il 14 marzo è stato firmato il piano di rientro del debito sanitario della Campania, altri 3,7 miliardi di euro prendono il largo per trasformare un disastro amministrativo e finanziario in una storia di successo da poter “dedicare alle donne e ai bambini di Napoli”.Esattamente come nel caso del Lazio, ai cospicui stanziamenti di risorse pubbliche statali fanno corrispondono una serie di pesanti quanto generici impegni regionali finalizzati a incrementare l’efficienza del sistema sanitario e la riduzione delle spese. Come nel caso laziale, non vi è alcuna chiarezza su quali siano gli strumenti a disposizione dello Stato per sanzionare comportamenti regionali non in linea con quelli previsti dall’accordo. Si ripropone dunque lo scandalo del nostro federalismo formato da regioni con molti poteri e nessun dovere e da uno Stato che utilizza le risorse che trae principalmente dal Nord per ripianare gigantesche perdite delle regioni principalmente centro-meridionali (non basta il caso Liguria a definire una questione“nazionale” sui deficit sanitari), senza pretendere da queste ultime né impegni né pagamenti.
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Poche settimane dopo che Moody’s riconferma il rating “Aa1” alla regione Lombardia (non potendo riconoscerle il più alto Aaa in quanto regione priva di autonomia impositiva), la Campania (rating “A3”) non solo riceve 3,7 miliardi di euro, ma annuncia contestualmente, per bocca del suo Presidente, la disponibilità a finanziare l’Alta Velocità Napoli-Bari con 2 miliardi di euro.
Come è possibile assistere allo spettacolo di una Regione nelle condizioni della Campania con un debito regionale pro capite di 613 euro contro i 113 della Lombardia, un’intensità di evasione fiscale tra le più alte del Paese (a Napoli ogni 100 euro di imponibile Irap dichiarato 38,4 sono evasi, a Milano 6,2) e un sistema sanitario al collasso che spinge molti cittadini a lunghi viaggi per potersi curare (la Lombardia ha una delle migliori performance nel rapporto spesa sanitaria/PIL, una spesa pro capite tra le più basse d’Italia, spesa farmaceutica in diminuzione e un saldo ampiamente positivo in entrata nella mobilità sanitaria) che si permette il lusso di anticipare (!) 2 miliardi di euro per un’opera pubblica importante, ma certamente non urgente né remunerativa quanto la Milano-Verona o la Milano-Genova, sulle quali, al contrario, la ricca e virtuosa Regione Lombardia non può permettersi di anticipare un solo euro?![]()
Questa da Bologna in giù si chiama “solidarietà nazionale”. Il problema è: fino a quando reggerà?![]()
Nessuno contesta il fatto che territori più ricchi forniscano un supporto a quelli in difficoltà. Ma come può un territorio ricco e gestito in modo infinitamente più efficiente di molti altri, principale fonte di quelle risorse che servono a ripianare i debiti degli altri e attanagliato da una sottodotazione infrastrutturale gravissima, assistere inerme a uno stanziamento di 2 miliardi di una Regione appena soccorsa dallo Stato con 3,7 miliardi per dissesto dei conti sanitari?![]()
Sono davvero convinti, là nella caput mundi, che prima o poi qualche lontana provincia del suo piccolo impero non decida che a queste condizioni non valga più la pena di giocare? Il sottotitolo dell’ultimo libro di Luca Ricolfi – “E’ ancora possibile salvare l’unità d’Italia?” – a molti potrà non piacere, ma se questi sono i messaggi che “la società del rischio” – citando sempre l’autore di “Le tre società” – continua a ricevere, forse quella domanda ha una risposta molto più concreta e ravvicinata di quanto non si possa percepire nella Capitale.
Se qualcuno nei vagoni in coda al convoglio continua a tirare il freno di emergenza e chiedere il solito intervento del capotreno, il gancio che li tiene alla locomotiva prima o poi si spezza. E se non si spezza, qualcun altro nei vagoni di testa potrebbe anche cominciare a rendersi conto che non vi è più nessun interesse a condividere lo stesso lo stesso convoglio, la stessa velocità, lo stesso tragitto.
Con la Lega occupata a condurre battaglie sulle radici cristiane e disposta a mollare dalla sera al mattino un assessore regionale – Alessandro C’è – che forse qualche ragione poteva averla nella vicenda dei pronto soccorso, il centro sinistra a trazione romano-meridionale e del tutto sconnesso dalle dinamiche dei territori del Nord e Forza Italia del tutto evanescente (populisticamente attorcigliata intorno a un’emergenza criminalità che invece è stabile dagli anni ’70), chi sarà in grado di rispondere alla questione ben più sostanziale della generazione e redistribuzione delle risorse in ambito nazionale?
La questione è di drammatica attualità perché il trasferimento di risorse dal Nord al centro ha assunto dimensioni insostenibili e perché i presupposti economici che, da Nord, hanno giustificato e reso profittevole l’unità del Paese sono scomparsi, sulla spinta dell’apertura dei mercati e dell’integrazione comunitaria. Quindi, è forse il caso di ammettere che, a queste condizioni, se qualcuno staccasse quel gancio, al Nord non molti se ne scandalizzerebbero.![]()




Esattamente come nel caso del Lazio, ai cospicui stanziamenti di risorse pubbliche statali fanno corrispondono una serie di pesanti quanto generici impegni regionali finalizzati a incrementare l’efficienza del sistema sanitario e la riduzione delle spese. Come nel caso laziale, non vi è alcuna chiarezza su quali siano gli strumenti a disposizione dello Stato per sanzionare comportamenti regionali non in linea con quelli previsti dall’accordo. Si ripropone dunque lo scandalo del nostro federalismo formato da regioni con molti poteri e nessun dovere e da uno Stato che utilizza le risorse che trae principalmente dal Nord per ripianare gigantesche perdite delle regioni principalmente centro-meridionali (non basta il caso Liguria a definire una questione“nazionale” sui deficit sanitari), senza pretendere da queste ultime né impegni né pagamenti.

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