Un giudizio sulla natura delle proteste operaie
«Si deve raffigurare ciascuna sfera della società tedesca come il marchio d’infamia della società tedesca, bisogna far ballare questi rapporti mummificati cantando loro la loro propria musica! Bisogna insegnare al popolo ad avere orrore di se stesso, per fargli coraggio».
K. Marx

L’arte del dominio e i suoi tecnici
Sempre più evidenti sono i segnali che ci dicono che non siamo davanti ad una recessione momentanea, ma agli albori di una lunga depressione. Da parte nostra abbiamo affermato che assistiamo ai primi sintomi di una crisi-storico sistemica dei centri imperiali occidentali del capitalismo, una crisi epocale che avrà conseguenze sociali e geopolitiche enormi.
Afferrano i cittadini di che cosa stiamo parlando? Ma ovviamente no! La gran parte di essi sono in uno stato di penosa incoscienza, prigionieri della mitica coppia ideologica per cui il capitalismo sarebbe un sistema eterno e il progresso crescente e ininterrotto. Tuttavia, proprio perché questa storia è finita, le masse saranno spinte a risvegliarsi dal loro torpore, a mettersi in movimento. I primi segnali di risveglio sono sotto gli occhi di tutti, si tratta di capirne la natura.
Questo risveglio in atto, per quanto incerto, rappresenta un cambiamento importante per tutti coloro che sono intenzionati a cambiare il mondo, visto che essi non possono che far leva sull’azione delle masse. Ora, è vero che queste sono mosse e provocate in prima battuta da fattori e cause sociali strutturali-materiali, ma la reazione non è mai meccanica, essa, e ancor più la direzione che prende questa reazione, sono surdeterminate, dipendono dal tipo di consapevolezza politica, dal tipo di cultura, dalla ideologia che nel tempo hanno conformato la loro coscienza politica media.
Proprio come l’uomo-animale-politico, che non ubbidisce all’istinto biologico automaticamente, ma reagisce sempre in base all’imprinting sociale ricevuto.
Cos’è che determina che una data reazione, una data direzione di marcia divenga la dominante?
Dipende da cosa che un’opzione politica prenda il sopravvento su altre? Dipende in prima istanza da quella che una volta veniva chiamata coscienza, dal senso comune, da quello che con neologismo post-moderno è stato chiamato “immaginario collettivo”.
Non c’è mai un vuoto di immaginario, c’è invece sempre un pieno. Nessun sistema sociale si reggerebbe in piedi se i luoghi ove è depositata la coscienza di un popolo, quindi di ogni singolo cittadino, restassero terra di nessuno; tantomeno resisterebbe a convulsioni potenti se le masse non fossero tenute assieme e uniformate da un efficace collante ideologico.
L’ideologia dominante, diceva Marx, è sempre quella della classe dominante, che detto altrimenti significa appunto che l’egemonia ideologica sui dominati è un elemento imprescindibile del dominio del Capitale.
Ma qual è il centro strategico irradiatore che conforma la coscienza di un popolo, che la classe dominante non può mai lasciare sguarnito, e che difende con le unghie e coi denti?
Esso è costituito dalla sua élite culturale, dalla sua intellighentia, dal vero e proprio esercito dei “Tecnici del dominio”. No, non si tratta più solo dei professionisti politici (da tempo oramai declassati in quanto a importanza), dei grandi intellettuali, degli uomini di cultura, degli artisti. Questi sono solo una parte, e nemmeno la più decisiva, di un vero e proprio fronte che ha arruolato in servizio permanente effettivo, figure fino a trent’anni fa del tutto marginali o sconosciute: lavatori di cervello, opinion makers, agenti pubblicitari e strateghi del marketing, comici e astrologi, funambolici showmen. Vere e proprie aziende transnazionali preposte a fabbricare l’immaginario collettivo. Tra questi spiccano scienziati e telepredicatori i quali, in simbiotica sincronia, per coloro i quali avessero una “coscienza infelice”, invitano ad affidarsi alle loro rispettive e onnipotenti divinità super-umane: i primi alla Provvidenza secolare tecno-scientifica, i secondi a quella trascendente del Creatore che a tutto ripara.
Sono essi che confezionano la dittatura di Matrix, che ogni giorno reinventano i sogni che vanno sognati, che confezionano i desideri che vanno desiderati, che riescono a trasformare tutto questo in beni di consumo di massa, che fanno insomma sì che le masse si comportino come un gregge mansueto e rassegnato al feticismo. E’ il meccanismo diabolico dell’immedesimazione che fa si ché i dominati giacciano ai piedi dei dominanti. Silvio Berlusconi è il distillato chimico di questo meccanismo depravato.
Stiamo forse traslando il brigatistico “cuore dello Stato” da un’altra parte? No, stiamo affermando che il sistema capitalistico, abbattuto il suo nemico di classe, ha conosciuto un processo di devoluzione e di dispersione dei sui centri strategici, funziona oggi in base al principio della sussidiarietà per cui lo Stato non sta più solo in alto ma anche in basso, e consiste in multipli organismi reticolari di dominio, e che riesce in un super-controllo empatico delle coscienze grazie all’incantesimo per cui la maggioranza dei cittadini si sente essa stessa consapevole ingranaggio sistemico.
Non è affatto, questa, un’evaporazione dello Stato, al contrario! è la sua apoteosi politica totalitaria; poiché non c’è dittatura più solida che quella democratica, in il cui il popolo consideri come suo uno Stato che è invece un comitato d’affari dei dominanti, così che ogni cittadino è afferrato dallo Stato come sua particella.
Sarà vero che la crisi farà capire come vanno le cose anche alle teste di legno. Tuttavia è certo che nessuna rivoluzione sarà mai possibile senza espugnare il centro strategico (ideologico) irradiatore del sistema. La crisi ha cominciato a mordere le chiappe di milioni di persone. Se malgrado questo così lontana appare la necessità della fuoriuscita dal sistema; se mai come oggi il solo evocarla appare un disperato e velleitario esercizio concettuale; ciò è anche perché, mentre il sistema sta cadendo in pezzi, e con esso la sua tradizionale macchina partitocratica, il suo centro strategico (ideologico) irradiatore ha ben lavorato in questi decenni ed è più saldo che mai. La forza distruttiva della crisi è controbilanciata dalla potenza di questa idra dalla mille teste.
Finché un popolo non decide di cambiare il suo sogno, nessuna rivoluzione è possibile. Finché sogna quel che il sistema vuole che sogni esso resterà un popolo di schiavi. Per dirla con Gramsci: nessuna rivoluzione è possibile se essa non è preceduta da una profonda e radicale “riforma morale e ideale”. Nessun raccolto è possibile se non si è prima arato e ben seminato.

Un giudizio sulle lotte operaie di questi mesi
Ci vogliono queste premesse per dare un giudizio spassionato delle attuali proteste sociali. INNSE, Termini Imerese, Alcoa, Phonemedia, Merloni, Alcatel, Eutelia.... Siamo tanto vicini al dramma di questi lavoratori quanto profonda è la pena che essi suscitano. Certo, esse ci dicono che sta finendo la narcosi sociale; rappresentano, per quanto debolmente, un segnale di risveglio, e per questo vanno stimolate e sostenute. Ma una stimolazione può avere un effetto se portata sul punto giusto, e per farlo dobbiamo non solo osservare queste proteste, ma dobbiamo capirle, cioè decodificarle.
L’immagine che consegnano è toccante quanto desolante. La prima linea delle proteste è occupata dagli operai e dagli impiegati più anziani, mentre i più giovani vengono dopo. Si capisce la rabbia dei primi: perdere il lavoro a cinquant’anni significa infatti la rottamazione, mentre gli altri, già precari e abituati a fare avanti e indietro dai luoghi della produzione, considerano questa crisi come ordinaria routine.
Sono quindi i più anziani, gli assuefatti al posto fisso, padri e madri di famiglia in Cig o da mesi senza salario, che salgono sui tetti dei capannoni, s’incatenano, fingono di sequestrare i loro dirigenti o giungono a minacciare di darsi fuoco. Supplicano aiuto, maledicono i padroni non perché capitalisti, ma in quanto vengono meno al patto corporativo che ha assicurato la pace sociale degli ultimi anni. Quindi si affidano ancora agli stessi sindacati che li hanno portati al macello, implorano, invocano la loro misericordia del governo e della casta dei politici, sul cui trono siede l’idolo di molti di loro, il padrone più bravo di tutti. Declinano la rabbia in piagnisteo vittimistico perché temono di essere rottamati, abbandonati a se stessi, spacciati. Verranno i giorni in cui questa indignazione diventerà rivolta, intanto essa è impregnata di rassegnato fatalismo.
E’ forse questa classe operaia? E’ forse questa lotta di classe? Certo che no! La classe operaia non era solo forza-lavoro, parte variabile del capitale, una mera definizione sociologica: era un soggetto sociale, una forza etico-politica. Era il socialismo in fieri.
Erano i tempi in cui la fabbrica agiva come il centro geometrico dei territori e della società, non tanto perché luogo produttivo seriale di merci, ma officina in cui si forgiava il nuovo mondo, centro irradiatore antagonistico di un diverso tipo di umanità e di eticità. Quei tempi sono finiti. La società-mucillagine ha finito per accerchiare le fabbriche, l’atomizzata “società civile” dei cittadini proprietari-consumatori, dopo lungo assedio, ha da tempo espugnato i luoghi in cui pulsava la comunità operaia e in cui il socialismo davvero non era solo un lontano ideale ma il “movimento reale che distrugge lo stato di cose presente”.
Questi lavoratori di oggi si comportano fingendo di non avere alcuna memoria del loro stesso passato. Anzi!, esorcizzano questo passato, quando il proletariato era qualcuno, allo scopo di non spaventare coloro ai quali fanno la questua; come se dicessero loro che sono pronti a piegare di nuovo la schiena, che non sono affatto come i loro antenati ribelli, che la loro non è una rivolta ma una preghiera. Figli che rinnegano i padri, figli bastardi. Come fanciulli i quali, in attesa di riscuotere l’assegno di rimborso, avevano accettato tutto, attenendosi alla più ossequiosa obbedienza. Quale rimborso? Che essi non sarebbero più stati umili schiavi salariati, nullatenenti, ma sarebbero saliti nella scala sociale, avrebbero avuto una casetta e una tranquilla vita borghese, sarebbero dunque assurti alla posizione del tanto decantato ceto medio. Per una generazione la politica di scambio ha funzionato: per la maggioranza dei salariati il turbo-capitalismo è stato il loro “socialismo reale”.
Ora che il giocattolo si sta rompendo, ora che i capitalisti smantellano, delocalizzano e li gettano sul lastrico, ora che scoprono di avere in mano un assegno a vuoto; ora, senza aver prima mai trasgredito, disobbedito o scioperato, ora, e giustamente, s’incazzano. Perché all’improvviso si sentono niente, s’accorgono di esser proletari. Questa loro non è quindi lotta di classe, non c’è alcun anelito vero a cambiare il mondo, è la speranza di tornare alla consociazione corporativa col padrone, una fatua resistenza affinché nulla cambi in peggio e la promessa sia mantenuta e il capitalismo torni al suo periodo eroico di consumismo compulsivo.
E’ una primitiva lotta per stare a galla, per sopravvivere, per non precipitare sotto la soglia della povertà, per non finire nella marginalità, tra gli esclusi e i reietti. E’ la lotta di classe del ceto medio trombato. E’ la rabbia disperata il cui ritmo è dettato proprio da chi fino a ieri ha dato fiducia ai Berluscones, che avevano creduto davvero che la storia, anzitutto la loro, la storia di classe, fosse finita, perché loro, in quanto proletari, erano scomparsi, liquefatti, transustanziati in nuovi piccolo borghesi.
Si addice a questi la definizione hegeliana del bourgeois, «... come di un uomo che non vuole abbandonare la sfera del privato, politicamente non rischiosa, di un uomo che nella proprietà e nella legalità della proprietà privata si comporta come singolo nei confronti della comunità, che trova il compenso per la sua nullità politica nei frutti della pace e del guadagno e soprattutto nella perfetta sicurezza del benessere, e che di conseguenza vuol essere dispensato dal coraggio e sottratto al pericolo di una morte violenta».
Così trasuda spesso, in questi anziani operai che mettono in scena le loro proteste, il disagio che loro provoca l’atto del protestare, il doversi battere come costrizione, come fosse un’umiliazione, una condanna sociale e una vergogna personale. Essi non anelano altro che tornare al regime di consociazione corporativa col padrone, alla loro miserabile tranquillità per accasciarsi strafatti di lavoro davanti alle tivu-spazzatura. Non chiedono la luna, non seguono alcuna utopia politica (i più sono anzi figli del nichilismo ideologico dominante), vogliono “solo” che gli sia assicurato il modesto stipendiuccio con cui possono camuffarsi da consumatori mediocri di prodotti di marca contraffatti, scimmiottando i loro padroni.
Ma è proprio questo “solo” il problema, che il capitale non può più assicurarlo a tutti, se non per quella parte che esso si sceglierà in base ai suoi spietati criteri di classe. Quella parte non più solo acquiescente, ma disposta a morire di fatica per il Dio Capitale.
Che siano questi qui i soggetti portatori di una “grande riforma ideale e morale”, possono crederlo solo gli stolti o i dottrinari, il che fa lo stesso. Una nuova generazione dovrà entrare in scena.
Noi avevamo detto che la crisi storico-sistemica avrebbe riacceso il conflitto sociale, posto termine alla glaciazione sociale, Oggi vediamo i primi vagiti di ciò che sarà. Noi mettevamo in guardia dal farsi facili illusioni che questi conflitti avrebbero assunto forme rivoluzionarie o anche solo anticapitaliste. Sostenevamo anzi che più probabili, nella fase iniziale dello scontro sociale, sarebbero state, come conseguenza del genocidio politico e di coscienza degli ultimi trent’anni, mobilitazioni dei massa reazionarie (di cui la pulizia etnica a Rosarno ha costituito un primo assaggio).
Abbiamo anche detto:
«Un fatto è certo, quale che sia la gradazione del peggio, noi dobbiamo prepararci. Soprattutto dobbiamo evitare l’errore di scambiare la prima fase con tutto il periodo. L’alluvione, spazzando via tutto quanto incontrerà sul suo corso, non potrà che riversare a mare tutto il pattume sedimentatosi nel recente passato. Tuttavia solo grazie ad essa avremo un diverso paesaggio, un humus nuovo e più fertile per le idee rivoluzionarie. Solo chi non sarà trascinato via dalla corrente potrà mettere solide radici».
Per cui né ridere, né piangere, ma lavorare con metodo e anzitutto non credere ai miracoli, sperando che le proteste in corso, motu proprio e in tempi brevi, diano miracolosamente vita ad un movimento offensivo. La coscienza politica di classe nasce per spontanea germinazione. Queste soggettività sono come un neoplasma che deve ancora ricevere un sacco di legnate prima che diventi qualcosa di serio. Siamo solo al primo atto di una gigantesca rappresentazione, e quelle che vediamo non sono che le prime comparse il cui sacrificio e i cui errori saranno capitalizzati dagli attori che le seguiranno sulla scena.
Per cui c’è tempo, per cui pazienza, per cui non dobbiamo cambiare direzione di marcia. Anzitutto costruire un partito politico rivoluzionario, e questo vuol dire tanta tenacia nel raccogliere nuove forze convinti con Gramsci che «occorre prima aver costituito un gruppo sufficientemente numeroso di “ufficiali”, ovvero di persone ad alto grado di qualificazione e determinazione politica” perché è sul “reclutamento e la formazione di questi dirigenti che ci giochiamo nei prossimi anni la partita cruciale».
Di che siamo certi?
Che se è vero che il fine del socialismo non è pre-determinato, che la storia è un campo di battaglia aperto a diversi risultati; occorre non solo sperare ma credere nella vittoria degli oppressi, la cui possibilità dipende anzitutto dalla loro potenza politica organizzata. Questa potenza oggi solo latente sarà chiamata a sfide straordinarie.

Dopo il genocidio della coscienza