Ali, dal Darfur a un kibbutz israeliano «Sono perseguitati come lo fummo noi»
Dal CORRIERE della SERA del 19 marzo 2007:
KIBBUTZ MAAGAN MICHAEL — L'ultima volta che Ali ha visto la moglie e il figlio era andato a cercare rami e foglie per proteggerli dall'acqua torrenziale. Stagione delle piogge nel Darfur. Sono passati quattro anni prima di trovare un tetto dove potersi addormentare, senza la paura. Quattro anni sotto il cemento umido delle prigioni sudanesi, l'alluminio dei container nei campi profughi egiziani, il sole rovente del Sinai. Un viaggio senza mai alzare la testa, per non farsi riconoscere, sperando che nessuno lo rimandasse indietro, lo rispedisse al villaggio da dove è fuggito, quando le milizie janjaweed hanno attaccato e ammazzato, incendiato e violentato. In poche ore ha perso quaranta parenti e qualunque contatto con la famiglia.
Adesso chiama «casa» una delle villette tutte uguali, da pionieri spartani, di questo kibbutz sulla costa tra Tel Aviv e Haifa. I 1.412 abitanti di Maagan Michael si sono riuniti una sera nella mensa per decidere se accogliere cinque ospiti in più. In maggioranza hanno votato sì e come loro hanno fatto venti comuni agricole: un centinaio di rifugiati sudanesi, su 320 arrivati negli ultimi anni, ha potuto lasciare le carceri israeliane per vivere e lavorare sotto la custodia affettuosa dei villaggi che li hanno accolti. «Come avremmo potuto respingerli? — commenta Janine, che insegna l'ebraico ad Ali e ai suoi compagni —. Gli ebrei che cercarono di fuggire dalla Germania negli anni Trenta vennero ricacciati verso la morte. Come avremmo potuto commettere lo stesso crimine?».
È il dilemma che il governo israeliano sta vivendo, da quando la guerra civile ha spinto i perseguitati del Darfur a cercare asilo proprio nell'unico Paese non arabo della regione. Una vecchia legge del 1954 contro le infiltrazioni nemiche (il Sudan è considerato un Paese ostile) impedisce al ministero degli Interni di garantire lo status di rifugiati politici. I profughi arrivano dall'Egitto e passano il confine di notte, dopo aver pagato i contrabbandieri beduini. Si siedono sul ciglio della strada ad aspettare di venire arrestati dai militari che pattugliano la frontiera. Possono essere detenuti senza processo e molti hanno passato quasi due anni in cella prima di essere trasferiti in uno dei kibbutz.
Le organizzazioni umanitarie — guidate dal Committee for Advancement of Refugees from Darfur — hanno chiesto alla Corte Suprema di intervenire e il laburista Amir Peretz, ministro della Difesa, ha garantito nei giorni scorsi di voler trovare una soluzione per rilasciare i sudanesi ancora detenuti. Alla Knesset, deputati di destra e di sinistra stanno preparando un disegno di legge che garantisca l'accoglienza. «Noi ebrei abbiamo l'obbligo — ha commentato Elie Wiesel, premio Nobel e sopravvissuto all'Olocausto — di aiutare anche i non ebrei. La Storia sceglie continuamente una capitale della sofferenza umana e oggi questa capitale è il Darfur». Tommy Lapid, ex ministro della Giustizia, anche lui scampato ai campi nazisti, fa notare il parallelo con gli ebrei che fuggivano in Gran Bretagna dalla Germania, «solo per essere incarcerati perché provenivano da una nazione nemica»: «Non possiamo permetterci di guardare dall'altra parte, mentre viene commesso un orribile genocidio». Una settimana fa un gruppo di sudanesi ha visitato Yad Vashem. Avner Shalev, presidente del museo, ha scritto una lettera al premier Ehud Olmert: «Il ricordo dell'Olocausto ci impedisce di restare indifferenti, quando qualcuno bussa alla nostra porta in cerca di aiuto».
Janine è arrivata in Israele nel 1949 dalla Tunisia (la nonna è livornese). Ha 76 anni, maestra tutta la vita. Guarda con allegria i suoi cinque «bambini», questi nuovi allievi che la sovrastano di trenta centimetri in altezza e che hanno le mani solcate di chi ha lavorato nei campi. Hassan, 25 anni, è l'intellettuale del gruppo. Non è cresciuto nel Darfur, anche se la sua famiglia è originaria della regione. Gli altri sono contadini, lui è un cittadino, ha studiato ingegneria a Khartoum. «Solo per un mese», racconta mentre i suoi riccioli dreadlocks dondolano e lo sguardo si sposta su Janine per assicurarsi di usare le parole giuste. «All'università avevamo organizzato un gruppo per aiutare i nuovi studenti che arrivavano dal Darfur. Facevamo riunioni, discutevamo della situazione laggiù. La polizia è intervenuta durante un incontro, ci hanno picchiato con i bastoni, sono stato arrestato. Mi hanno rilasciato dopo due giorni, con un avvertimento: "Dimentica l'attività politica". Qualche settimana dopo hanno compiuto un'altra retata e mi hanno portato via, anche se io non ero all'assemblea. Questa volta sono rimasto in cella 21 giorni e hanno minacciato di sbattermi dentro per sempre, se fossi stato preso ancora. Ho capito di dover fuggire, mi avrebbero continuato a perseguitare. Non ti puoi nascondere: dalla faccia riconoscono da dove vieni e a quale tribù appartieni».
Sono tutti e cinque musulmani, come duecento dei profughi in Israele.
Cento sono cristiani, braccati nel Sud del Paese, e un altro centinaio è stato scalciato qui dalla fame, in cerca di un lavoro: adesso anche loro, se venissero rimandati indietro, verrebbero condannati come traditori. Nessuno fa proclami politici. Solo Ali, 32 anni, dice di essere venuto qui «perché è una democrazia che rispetta i diritti umani». Gli occhi atterriti non riescono a dimenticare il «gioco» che divertiva i suoi carcerieri janjaweed. «Una volta al giorno mi prelevavano dalla cella e mi buttavano in una buca di pochi metri, insieme a un cobra. Lottavo per sopravvivere, mentre fuori loro ridevano».
Davide Frattini
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L'insegnamento di Nahum Goldman e il Darfur
riflessioni sui profughi sudanesi in Israele, di Federico Steinhaus
Testata: Informazione Corretta
Data: 20 marzo 2007
Autore: Federico Steinhaus
Titolo: «L'insegnamento di Nahum Goldman e il Darfur»
Il Corriere della Sera di lunedì 19 marzo ha dedicato una intera pagina ad un aspetto sconosciuto della tragedia che da anni sconvolge il Darfur nella totale paralisi ed incapacità di agire di tutto il mondo cosiddetto civile e democratico.
E’ vero, noi stessi non amiamo leggere le sconvolgenti notizie che ci giungono da quella terra infelice e sempre raccontano di massacri. Forse i nostri governi non sono altro che lo specchio della nostra stessa indifferenza od impermeabilità alle sofferenze di popoli lontani; forse il nostro disagio quando voltiamo la pagina del giornale per cercare notizie meno opprimenti – vallettopoli o sport poco importa – viene tacitamente recepito da chi ci governa e che, come noi del resto, non ama il senso di frustrazione che scaturisce da uno scenario umanitario in cui noi siamo semplici spettatori e quasi mai i protagonisti di audaci gesti di generosità e solidarietà. Forse.
E’ facile moralismo? E’ un modo per liberarsi dai sensi di colpa? Esiste, ora, chi ci dice che non è così, chi afferma con orgoglio che si può e dunque si deve fare qualcosa per opporsi alle stragi ed alla malvagità.
Poco più di 300 persone hanno scelto di fuggire dal Darfur, di sfuggire alle feroci stragi che insanguinano il loro popolo; più semplicemente hanno scelto di voler sopravvivere.
Hanno percorso il Sudan, poi l’Egitto, infine la penisola del Sinai, per attraversare finalmente la frontiera di quello che essi hanno percepito come l’unico possibile luogo di salvezza: Israele. Quella infatti è l’unica democrazia dello scacchiere afro-asiatico che si estende tra il Sudan ed il Mediterraneo, l’unica nazione in cui la libertà viene garantita indistintamente a tutti, l’unico popolo di quello scacchiere che dia un valore supremo alla vita, non alla morte.
E’ vero, sono stati arrestati: erano immigrati clandestini provenienti da uno stato nemico. Ma ora la coscienza nazionale si interroga sul loro destino. Sono trecento non-ebrei (200 musulmani e 100 cristiani) che hanno chiesto ad Israele un aiuto per vivere. A questo punto negli israeliani sono scattate due molle potenti e laceranti: la morale religiosa ebraica e, forse con ancora maggiore vigore, il ricordo doloroso delle porte che si chiudevano sessant’anni fa dinanzi agli ebrei in fuga dal nazismo – porte chiuse che li consegnavano al loro destino: le camere a gas. Le porte chiuse di nazioni civilissime come la Svizzera, gli Stati Uniti, e quante altre, che al contrario della fascista Spagna hanno rifiutato l’asilo ai perseguitati.
Credo che sia scattata anche una ulteriore molla, forse inconsapevole o meno visibile delle altre due: quella che, come migliaia di ebrei hanno potuto sperimentare, anche un solo “Giusto” può trovare in sé il coraggio e la forza morale per opporsi, per dire no al tiranno, per salvare una vita.
Il Corriere ha pubblicato alcune frasi che riassumevano questi concetti, pronunciate da ebrei ed israeliani famosi e stimati, uno per tutti la voce per antonomasia dei perseguitati, Elie Wiesel. A queste voci, con una breve nota autobiografica, ne voglio aggiungere una che pochissimi oramai ricordano, ma che vale a mio parere più di queste perché erano molto diverse le circostanze ed i ruoli.
Negli anni settanta ho avuto il privilegio di vivere alcuni anni di una esperienza, credo, unica ed insostituibile: gli ultimi anni in cui è stato presidente del Congresso Mondiale Ebraico – il parlamento del popolo ebraico, senza poteri reali ma autorevole in virtù della forza morale che da esso emanava – quel leggendario Nahum Goldmann che lo aveva fondato nel 1936 , e ne era segretario quel Gerhard Riegner che per primo, nel 1942, era stato avvertito dell’incombere della Shoah. Goldmann, che amava sottolineare con storielle raccontate in yiddish i suoi ragionamenti politici che lo portavano da pari a pari al cospetto di tutti i Grandi del pianeta, usava ripetere senza stancarsi che gli ebrei, se vogliono avere il rispetto delle nazioni e se vogliono potersi appellare agli altri per chiedere solidarietà ed aiuto dinanzi a persecuzioni che (in particolare nei territori sovietici) colpivano i loro fratelli, devono anche offrire la loro solidarietà ed il loro aiuto a tutti gli altri perseguitati. Spesso Goldmann faceva riferimento al dramma dell’apartheid sudafricano, ma la valenza di questo concetto etico era universale. In Israele, ora, questa massima di Goldmann viene applicata a beneficio dei profughi sudanesi, che sono stati accolti in alcuni kibbutzim . Loro sono fuggiti dinanzi alla ferocia di quelli che sono gli stessi nemici di Israele, ed è in Israele che hanno trovato salvezza. Questo avviene nel momento stesso in cui un nuovo (o vecchio ridipinto) governo palestinese rifiuta di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, nel momento stesso in cui terroristi mandati da Hamas tentano di infiltrarsi in Israele con le loro cinture esplosive, nel momento stesso in cui già vi sono esponenti politici che vorrebbero accontentarsi delle ambigue parole di Haniyeh pur di poter nuovamente accusare Israele di essere troppo intransigente e causa prima delle disgrazie dei palestinesi.





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