Ungaretti apriva "L'Allegria" con questi versi:
ETERNO
"Tra un fiore colto e l'altro donato
l'inesprimibile nulla"
Ogni interpretazione è, per sua natura, necessariamente limitata, e destinata a fallire proprio lì dove, leggittimamente, la poesia ambisce, e deve ambire, a riuscire: nell'evocare la totalità, nell'essere una rappresentazione della totalità.
Ogni interpretazione è, nel momento stesso in cui si costituisce come tale, limitata, parziale. Premesso questo, credo si possa dire che questa poesia significhi, tra le altre cose, che i gesti hanno un significato che non può compiutamente essere espresso a parole.
Ma probabilmente significa anche altro, e forse significa molto di più che questo.
Se il linguaggio non può circoscrivere esattamente il significato di un gesto, tuttavia la poesia, che proprio del linguiaggio si serve - nè può servirsi di altro - parla proprio di un gesto.
Il Nulla non può essere espresso, come dice l'ultimo verso, eppure questa poesia parla proprio del Nulla. Non ci sono parole per dire il silenzio, ma questa poesia è del silenzio che parla.
La poesia, che attraverso il proprio strumento pare oltrepassare i limiti dello strumento stesso, deve fare ciò pur sempre secondo i meccanismi che lo regolano.
Se questa considerazione può sembrare limitare la valenza universale della poesia, facendone una semplice estensione del linguaggio, in realtà credo che per questa via le si restituisca il proprio posto: la poesia porta alle estreme conseguenze il linguaggio stesso, spingendosi, per dir così, oltre di esso.
POESIA
"I Giorni e le Notti
suonano
in questi miei nervi d'arpa
Vivo
di questa gioia malata
d'universo
e soffro
per non saperla accendere
nelle mie parole"
(Poesie Disperse)
Anche qui Ungaretti, affermano di non saper dire qualche cosa, dice qualcos'altro. Il fluire incessante delle cose fugge via nel momento stesso in cui lo si vuole fissare. Qui non c'è possesso, ciò che si vorrebbe toccare sfuma nel momento stesso in cui si cerca di afferrarlo.
Non c'è possesso, dunque: c'è tensione.
La Poesia non stringe nulla, si protende fino allo spasimo e può solo sfiorare l'oggetto agognato, può solo sfiorare qualcosa che è inaccessibile. Pure lo sfiora. Dire quel fluire, quel fluire fatto di tempo e materia, non c'è parola che possa. Tra uomo e natura, tra verità e parola pare qui sussistere una frattura, un abisso incolmabile.
"Gioia malata d'universo": è così che Ungaretti vuole chiamare la poesia, o meglio quella tensione spasmodica di ogni fibra che ne è alla genesi, che ne è la molla. E' malata perchè condannata da principio a non poter mai stringere il proprio oggetto. E' malata perchè nasce dalla privazione. E c'è da credere che se quela "gioia malata d'universo" Ungaretti sentiva di non saper esprimere, ciò fosse dovuto assai poco ai suoi limiti personali di poeta, quanto piuttosto a una impossibilità oggettiva, ossia connaturata all'ogetto. Pure, tale tensione è poesia.
E, se nei versi più tardi quella fiducia quasi incondizionata nella parola risulta ridimensionata ("Ho popolato di nomi il silenzio/Ho fatto a pezzi cuore e mente/ Per cadere in schiavitù di parole?/Regno sopra fantasmi/..." - in: "Poesie Disperse"), ciò non toglie nulla al fatto che quella fiducia, quella tensione è alla genesi dell'atto creativo. E' anche vero però che quella sfiducia di poi va presa molto sul serio, permette forse di collocare tutta una poetica nei suoi giusti limiti. Assoluti? In più di un saggio Ungaretti ha osservato come, dal Petrarca in poi, si sia verificato un mutamento sostanziale nella coscienza poetica: si tratta dell'acquisita consapevolezza che l'infinito è dentro l'uomo, non fuori.
Allora è al fondo di noi stessi che sta la parola, il poeta, per trovarla, è dentro di se che deve immergersi (IL PORTO SEPOLTO//"Vi arriva il poeta/e poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde//Di questa poesia/mi resta/quel nulla/d'inesauribile segreto")
Ciò che trova è parola poetica, spogliata di tutto, potremmo dire parola dell'inconscio, senza forzare troppo le cose. In questo silenzio totale, smisurato, la parola poetica si trova immersa. La frattura che divide l'uomo dalla natura, allora, non è altro che la frattura che divide l'uomo da se stesso.
Il fatto che Ungaretti sia poeta così essenziale, così assoluto, ha fatto talvolta sottovalutare il suo esplicito richiamarsi alle esperienze del simbolismo francese, da una parte, della grande poesia introspettiva, da Petrarca a Leopardi, dall'altra. Infine, il suo richiamarsi al Nietzsche aforismatico, compendiato dalla metafora del palombaro.
Nel caso del simbolismo e di Nietzsche, il tratto comune può forse essere rintracciato nel fatto che la parola era trovata, paradossalmente, attraverso e dopo uno sgretolamento di tutti i luoghi comuni, cioè una frammentazione, una decomposizione, una destrutturazione, in definitiva, del linguaggio stesso. Il nesso che unisce Ungaretti a quelle esperienze è essenziale. Solo annientando il linguaggio nasce la parola, e la poesia può spingersi oltre il linguaggio stesso. Essa, dove il linguaggio non può più nulla, oltrepassato il linguaggio, deve nuovamente risalire fino ad esso; spenta la parola, parola tornare ad essere. Parola dell'inconscio. Parola dell'inconscio, ma affiorata ora alla coscienza. Parola portata dal buio alla luce, rapita al buio e donata alla luce.
"Il mistero c'è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c'è, e, col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata, ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero s'opponga, pur essendone per noi la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell'uomo (...)" ("Ragioni di una poesia", sta in: "Ungaretti, vita d'un uomo - tutte le poesie" Mondadori, Ed. I Meridiani, 1970).
E' tutto l'Ermetismo, è l'anello di congiunzione tra l'arte come autochiarificazione del poeta e l'arte come esperienza universale.




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