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  1. #1
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    Predefinito Unione Europea: le conseguenze della diplomazia energetica russa

    Da "equilibri.net"

    Mentre l’Unione Europea traccia le linee guida di una politica energetica meno dipendente dal monopolio russo, l’Ungheria rompe i ranghi e sceglie di partecipare anche al progetto Blue Stream-Gazprom, come alternativa al gasdotto europeo Nabucco. Quali sono le maggiori implicazioni di tale scelta? Come si pone l’Italia nei confronti della questione energetica?

    “Il Nabucco è stato un lungo sogno e un vecchio piano, ma noi non abbiamo bisogno di sogni, abbiamo bisogno di progetti”. Questa è la frase emblematica utilizzata dal Primo Ministro ungherese Ferenc Gyurcsany, annunciando la partecipazione del Paese al gasdotto Blue Stream, un progetto finanziato da Gazprom come principale concorrente del gasdotto europeo Nabucco, concepito per convogliare in Europa le risorse del Caspio. Le parole del Primo Ministro racchiudono tutta l’incertezza e l’insicurezza che ruota intorno alle strategia energetica europea, mentre riconoscono concretezza e pragmatismo alle mosse diplomatiche di Mosca. Prima di analizzare le implicazioni della scelta ungherese nel panorama energetico europeo, è opportuno delineare gli aspetti salienti della diplomazia energetica russa, rivelandone la razionalità alla base.
    La strategia energetica della Federazione Russa
    La versione più recente della strategia energetica russa (Russian Energy Strategy) è stata approvata il 22 maggio 2003, e si riferisce al periodo 2003-2020. La Russia è al primo posto come riserve di gas naturale, al secondo come riserve di carbone, e all’ottavo per quanto riguarda il petrolio. Il Paese risulta quindi essere il maggior esportatore netto di gas naturale, soprattutto verso i mercati europei.

    Gli obiettivi di lungo periodo identificati dalla strategia sono:

    • Miglioramento del complesso energetico (efficienza energetica, riduzione dell’impatto ambientale, sviluppo sostenibile, etc.)
    • Incremento delle capacità competitive sui mercati mondiali


    Tradotto in termini politici e strategici, i due parametri generali entro cui muove la strategia russa nel lungo periodo sono:

    • Come garantire l’indipendenza e la sicurezza energetica del Paese
    • Che rapporto intrattenere con i partner internazionali circa i loro bisogni energetici


    Sul piano interno, l’esperienza caotica della dissoluzione comunista è stata sostituita da una forte dose di autoritarismo e di centralismo. Il controllo statale sui settori energetici è notevolmente aumentato, con episodi di lotte intestine a volte tragici (si noti il caso Yukos/Khodorkovsky). Uomini fedeli al Governo sono stati posizionati nei luoghi chiave del potere energetico (Gazprom, Rosneft, UES, Transneft, etc.). Le decisioni strategiche sono formulate all’interno di un quadro di sicurezza stato-centrico, adattandolo successivamente alle esigenze competitive dei mercati mondiali.

    La Russia nel sistema internazionale muove invece lungo direttive strategiche incentrate sull’obiettivo della sicurezza nazionale. Principale strumento è la politica estera energetica, utilizzata per impedire ritorsioni economiche e geostrategiche – soprattutto in zone che Mosca considera come propria sfera d’influenza (il cosiddetto “Estero Vicino”).

    La maggiore contraddizione che si deduce è la tensione tra tendenza all’integrazione economica internazionale (multilateralismo, intenzione di essere considerato un partner commerciale affidabile), e la necessità di garantire la sicurezza nazionale. Questa tensione tra due aspetti essenziali (integrazione internazionale/sicurezza nazionale) è la chiave di lettura più probabile con cui interpretare i comportamenti a volte schizofrenici della politica estera russa – i quali in realtà sono da considerare più che razionali.

    I principali obiettivi della strategia energetica russa identificabili nel breve e medio termine sono:
    • Intenzione di divenire una potenza regionale in un contesto sistemico multilaterale. Questo obiettivo generale implica la necessità di sviluppare relazioni distese con i principali attori (USA, EU, Cina, India, Giappone), e l’uso dell’energia come strumento leva.
    • Reintegrazione del sistema energetico della CSI (in parte eredità dell’URSS) e dell’Est europeo. Non è importante la proprietà quanto il controllo politico-economico e le ampie possibilità di manovra.
    • Diminuire l’influenza di Paesi terzi nell’esportazione delle risorse energetiche (ad es. progetto del gasdotto del Baltico, Baltic pipeline)
    • Differenziazione delle esportazioni, volgendo l’attenzione soprattutto verso Cina e India (si veda invece come l’EU tenti di differenziare le importazioni e le fonti di approvvigionamento).

    Maggiori implicazioni del gasdotto Blue Stream-Ungheria
    Alla luce degli obiettivi appena delineati, l’espansione del gasdotto Blue Stream verso l’Europa centrale assume un aspetto più chiaro e comprensibile. Esso rientra infatti in una prospettiva egemonica regionale che Mosca tenta di mettere in atto, anche a scapito di momentanei attriti con le altre grandi potenze presenti sullo scenario mondiale. Blue Stream mira a garantire soprattutto un’ampia manovrabilità politico-economica nella regione, aspetto che renderebbe la Russia forte sui tavoli delle trattative commerciali internazionali.

    Al momento, il gasdotto Blue Stream trasporta gas naturale dalla Russia fino in Turchia, su un percorso di circa 1200 km, e attraversando il Mar Nero. Inaugurato nel novembre 2005, è stato costruito dalla Blue Stream Pipeline B. V., una joint venture tra Gazprom (Russia) e il gruppo ENI (Italia). L’espansione di Blue Stream verso l’Europa orientale permetterà la fornitura di gas russo attraverso Turchia, Bulgaria, Serbia, Croazia, Ungheria.

    Le dichiarazioni ufficiali del Ministro dell’Economia ungherese rendono chiare le intenzioni di far del Paese un hub energetico per l’Europa centrale, i cui benefici non sono tuttavia ancora ben valutabili – soprattutto in rapporto alla strategia comune europea.

    A proposito del progetto Nabucco (progetto prioritario della strategia energetica europea), Andris Piebalgs (Commissario Europeo per l’Energia) aveva di recente dichiarato che non sarebbero esistiti sostanziali conflitti con le strategie russe. La domanda di gas da parte europea sarà talmente elevata da consentire più progetti. Le conseguenze della scelta ungherese sono però ugualmente devastanti per la politica energetica europea. La tensione tra entità nazionali e strutture sovranazionali è causa ancora una volta di un contrasto che merita assoluta considerazione. Non è infatti pensabile poter condurre una strategia comune senza un accordo vincolante in materia tra i Membri europei.

    Più che la mancata diversificazione delle fonti di approvvigionamento, la preoccupazione maggiore proviene dalle dinamiche geopolitiche in atto nei Balcani in rapporto al disegno comune europeo. Infatti, sono evidenti nella regione dei segnali instabili, frutto soprattutto della convergenza di interessi russi, europei, atlantico-americani. L’aspetto più preoccupante è la difficoltà dell’Europa (sia sul piano intra-europeo che internazionale) di sviluppare un ruolo egemone nell’area, nonostante il processo di allargamento, che nell’ultima fase ha raggiunto le sponde del Mar Nero.

    La scelta del governo ungherese ha pericolose conseguenze geopolitiche nei confronti dell’UE. Essa può essere interpretata come una mossa abile da parte di Mosca per mantenere un controllo efficace sull’Estero Vicino, in un contesto storico in cui l’unica possibile influenza che la Russia può giocare è la carta dell’energia, e proprio quando l’Europa dimostra l’intenzione di allentare la propria dipendenza dal colosso energetico russo.

    Il comportamento ungherese deve rappresentare un allarme per Bruxelles, che dovrà rivedere e rafforzare la strategia energetica comune, eliminando in primis le posizioni monopolistico-nazionali sul proprio mercato interno, per poi elaborare una strategia per una sostanziale apertura competitiva del mercato energetico russo.
    Come si pone l’Italia?
    L’Italia ha elaborato una politica energetica che fa sempre ampio riferimento alle strategie europee ma che, tuttavia, cerca maggiore indipendenza nella sostanza. Lo scorso novembre ENI e Gazprom hanno firmato un contratto sulle forniture di gas fino al 2035, dando luogo ad una dipendenza strategica tra i due Paesi – in direzione totalmente opposta a quanto proposto dalla strategia energetica europea.

    Nonostante il prevedibile incremento della domanda di gas, e la possibilità di far soddisfare parte di questo aumento da aziende concorrenti, emerge tuttavia uno scenario in cui Gazprom potrebbe assurgere a posizioni praticamente monopoliste sul mercato italiano. Una possibile azienda rivale avrebbe potuto essere l’algerina Sonatrach, ma di recente (2006) quest’ultima ha firmato un memorandum di intesa con la stessa Gazprom, congelando di fatto ogni possibilità di competizione.
    Conclusioni
    Allo stato attuale, la tendenza in prospettiva più forte è quella di un regime di dipendenza energetica della UE dalla Russia. Questo aspetto non deve essere letto solo in chiave catastrofista. La Russia può essere considerata un partner commerciale affidabile, ma questo dipende dal contesto, e soprattutto dal Paese ricevente. Finora, le interruzioni di fornitura non hanno rappresentato un pericolo eccessivo, e sono state dirette verso Paesi dell’ex-URSS – tuttavia, vi sono state conseguenze anche per l’Europa occidentale. In una prospettiva di dialogo UE-Russia, in cui l’Europa parla ad una sola voce, lo scenario sarebbe senz’altro migliore.

    Infine, l’uso di accordi bilaterali (come dimostra il caso tedesco, e la recente visita di Putin in Italia) contribuisce a determinare uno scenario instabile, incrementando il rischio di interruzione delle forniture, e soprattutto impedendo un corretto dialogo energetico tra l'Unione Europea intesa in senso unitario e la Russia.

  2. #2
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    Come se non fosse abbastanza chiaro quali sono gli effetti della "sovranità nazionale" degli stati UE.

  3. #3
    Sono tornato
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    Tempo fa pubblicai su Equilibri.net un apprezzato dossier sul medesimo tema... mi sa che uno di questi giorni metto mano ad un nuovo articolo...

  4. #4
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    Questo obiettivo generale implica la necessità di sviluppare relazioni distese con i principali attori (USA, EU, Cina, India, Giappone), e l’uso dell’energia come strumento leva.
    L' UE attore?Piuttosto fa la comparsa...

    Signori,in 2 parole,la situazione è questa:

    -L' UE non ha risorse di patrolio e gas proprie,quindi deve importare.
    -USA e Russia si scannano sul chi ci venderà il suo di gas e petrolio (cioè da posti che sfruttano le sue ditte) e ognuno accusa l' altro di voler il monopolio di UE,riaccatarla etc.

    -L' UE in questo sta a guardare.

    Se l' UE avesse un minimo di senso comune e di politica comune,la cosa migliore da fare sarebbe cercare altre fonti di energia per uscire da tale disputa.Ma ovviamente questo non si fa,perchè stravolgerebbe l' economia.

    L' altra cosa che rimarrebbe da fare all' UE,sarebbe uscire dalla mentalità di scontro in cui gli altri 2 la vogliono mettere,e pensare come un unico corpo.Cioè quali fonti sono disponibili e in quali punti di Europa le possiamo far arrivare.

    Esiste anche una realtà che poco cambia.La disponibilità di risorse russe,in confronto alle "alternative" (cioè le americane) è enorme,che ci piaccia o no.Questo influisce anche alla competitività (prezzi bassi).E come un supermercato che compete con un salumiere di quartiere.Non è facile ignorare il fatto che il supermercato è più fornito e più competitivo.E dal momento che non si vuole investire pesantemente in tecnologie che diminuirebbero drasticamente la necessità di tali fonti...pedaliamo...

  5. #5
    Forumista senior
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    Ci manca solo un monopolismo completo di Gazprom nei riguardi del mercato italiano.....

  6. #6
    Breiner252
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    Citazione Originariamente Scritto da ulver81 Visualizza Messaggio
    Ci manca solo un monopolismo completo di Gazprom nei riguardi del mercato italiano.....
    Ah perchè non lo sai? Gazprom e Sonatrach (Russa e Algerina) hanno sostanzialmente dato vita a un cartello.
    L'Italia importa quasi tutto (ma dico, quasi il 100% delle importazioni di gas, che assommano, mi pare, al 90% del fabbisogno totale) da questi due soggetti.

  7. #7
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    Da Alternativa Europa, n°17 marzo 2007


    La politica energetica russa

    La Russia è un paese vasto e disomogeneo, con forti spinte centrifughe e a rischio di disgregazione: Da quando è salito al potere, Putin ha capito che l’unico modo per conservarne l’unità è quello di riacquisire il ruolo di grande potenza: obiettivo non facile da raggiungere che, allo stato dei fatti, può basarsi solo sullo sfruttamento dell’unico punto di forza del paese, le immense risorse energetiche e in particolare il gas naturale. Su questa base il leader del Cremino, dopo aver ristabilito il controllo statale sull’intero settore, ha costruito, in questi ultimi anni una politica di “imperialismo energetico” basato sulle risorse interne e su quelle dei paesi dei quali la Russia detiene importanti quote di export, come le ex-repubbliche sovietiche in Asia centrale.
    Le riserve di gas naturale della Russia ammontano a ben il 27,8% di quelle mondiali accertate e potenzialmente potrebbero essere esportate in tutto il mondo, compresi l’Estremo oriente e gli Stati Uniti d’America, dove Putin punta ad acquisire il 10% dell’intero mercato degli approvvigionamenti energetici. Nella sfida per il mercato mondiale dell’energia, la Russia parte infatti avvantaggiata, disponendo di vari giacimenti localizzati in diverse aree del paese, in posizioni tali da permettere l’esportazione verso tutti i mercati mondiali, anche se questi giacimenti, per essere sfruttati pienamente, necessitano dei capitali e della partnership tecnologica occidentale.
    La più vecchia e collaudata fonte di approvvigionamento energetico è quella del bacino del Volga e degli Urali: si tratta dei giacimenti già sfruttati nella Russia europea, con impianti estrattivi e di stoccaggio già in funzione, che ricevono anche il gas proveniente dal Kazakistan e dal Mar Caspio grazie all’ammodernamento delle reti ex-sovietiche. Vi è poi il Caucaso, zona di passaggio tra Asia e Mediterraneo di importanza vitale che la Russia tenta di mantenere nella sua sfera di influenza (e che gli Stati Uniti tentano di sottrarle). Passando alla Russia Asiatica si trova l’immenso bacino siberiano: le zone di Pečora, la penisola di Jamal, la costa del Mar di Kara e l’offshore Artico. Per quanto riguarda il metano di quest’area, esiste già da alcuni anni un accordo di associazione con la Norvegia per l’export di gas liquefatto verso gli USA grazie alla tecnologia “Gas to Liquigas” che permette il trasporto via nave. Le trattative per la vendita erano già in corso con la Yukos prima che il governo Russo arrestasse gli oligarchi e acquisisse le parti migliori del gruppo per potenziare Gazprom, la società costruita sulle ceneri del Ministero sovietico del petrolio.Gli idrocarburi di quest’area sono anche quelli che alimenteranno il gasdotto nel Baltico per rifornire il nord Europa.
    In estremo Oriente lo sfruttamento è più difficile, a causa delle difficoltà logistiche e delle condizioni climatiche proibitive, ma è anche molto promettente perché rifornirebbe i mercati di Cina, Giappone e Sud est asiatico, oggi più che mai bisognosi di energia; per questo il governo russo e i soggetti federati ricercano partnership con grandi corporations, come la Shell, anche se al momento i costi continuano ad essere molto superiori al previsto.
    Lo scenario che presenta minori problemi dal punto di vista tecnico, è quello europeo, ma è anche l’unico che ha registrato problemi per quanto riguarda la continuità del flusso di gas. Il problema è puramente politico, ed è legato ai rapporti della Russia con i paesi dell’Europa orientale. Questi paesi, dalle tre repubbliche baltiche al Caucaso, hanno avuto sin dai tempi del crollo dell’URSS l’obiettivo di tutelarsi rispetto ad un vicino così incombente e tutti hanno avviato le procedure per entrare nell’orbita dei paesi occidentali (o più propriamente degli USA) chiedendo di poter aderire alla Nato e/o all’UE. L’allargamento di queste due organizzazioni ha così creato un’unica fascia di paesi “ostili” a Mosca dal Baltico al Mar Nero che cercano di svincolarsi dal ricatto degli approvvigionamenti energetici esercitato dai russi progettando flussi di rifornimento provenienti dal Caucaso, col benestare degli Stati Uniti e il finanziamento delle grandi corporations, in particolare Chevron-Texaco. Per operazioni di così ampio respiro, però, sono necessari anni e le forniture russe rimangono per il momento indispensabili.
    Il primo episodio della “Crisi del gas” è avvenuto nel 2005 a causa del cambio di regime in Ucraina, quando la “Rivoluzione arancione” ha portato al governo il filo-occidentale Yushenko, che come primo atto di governo ha concesso la possibilità di passaggio ai gasdotti di qualunque operatore ne facesse richiesta. In risposta a questa “apertura al libero mercato”, il governo russo, per mezzo di Gazprom, ha portato a livello di mercato anche i prezzi del gas metano destinato all’Ucraina: dai pochi dollari del prezzo calmierato (riservato alla Federazione Russa e ai paesi della CSI) a ben 230 $ per mille metri cubi.Un prezzo insostenibile per i consumatori ucraini, che hanno compensato le perdite sottraendo dai tubi il gas destinato all’Europa occidentale e causando così una diminuzione nel flusso dei rifornimenti destinati agli europei. Una situazione simile si è verificatasi anche all’inizio di quest’anno, quando Gazprom ha “chiuso i rubinetti” degli oleodotti che attraversano la Bielorussia dell’ex fedelissimo di Mosca Alexander Lucašenko, colpevole di sottrazioni indebite di carburante.
    Da parte sua la Russia, per evitare il ripetersi di questi episodi e mantenere al tempo stesso il monopolio del gas, ha deciso, dopo essersi assicurata il controllo dei giacimenti in Asia centrale e dopo aver contrastato in tutti i modi la creazione di nuovi tracciati esterni al proprio territorio per il trasporto di idrocarburi, di creare percorsi alternativi per raggiungere i mercati occidentali evitando la cintura dei paesi ostili. E’ per questo motivo che un consorzio multinazionale, gestito dalla Russia e con a capo l’ex-cancelliere tedesco Schroeder, sta progettando una supercondotta da 55 miliardi metri cubi all’anno posata sul fondo del Baltico e diretta verso la Germania, con una bretella di collegamento verso l’exclave Russa di Kaliningrad; il tutto mentre Gazprom punta anche al raddoppio dell’attuale condotto sottomarino tra Russia e Turchia (Blue Stream 2) che porterà rifornimenti nell’Europa meridionale e forse in Israele.

    * * *
    Questo quadro dimostra che il Cremlino, pur con tutte le inevitabili difficoltà, non solo persegue una strategia consapevole e determinata, ma riesce anche a realizzarla con successo. Il tentativo americano di ostacolarla per il momento è sostanzialmente fallito e la situazione che si sta venendo a creare vede il ritorno sulla scena mondiale della Russia, oltre che nello scacchiere asiatico in sintonia con al Cina, anche in quello europeo. Tutti gli Stati europei si trovano infatti in una situazione di dipendenza rispetto alle forniture russe che li rende estremamente vulnerabili e ricattabili. E’ evidente che una simile fragilità rischia di diventare pericolosissima in una situazione internazionale in cui la tensione tra USA e Russia tende a crescere: in queste condizioni il destino dell’Europa è quello di diventare (o di tornare ad essere) terreno di confronto tra grandi potenze, cioè un’area rispetto alla quale si cerca di mantenere, nel caso americano, o di estendere, nel caso russo, la propria sfera di influenza.
    Per gli europei si pone allora un duplice problema: da un lato quello di sviluppare le tecnologie finalizzate ad una maggiore autonomia in campo energetico e di cercare fonti alternative di approvvigionamento (come le partnership che molti paesi nordafricani hanno richiesto a Italia, Francia e Spagna); dall’altro quello di diventare un polo autorevole ed autonomo della politica mondiale. In entrambi i casi la condizione è che l’Europa si unisca politicamente, cioè che alcuni paesi avviino la creazione di un primo nucleo dello Stato federale europeo destinato poi ad allargarsi a macchia d’olio nel resto del continente. Fino a che questo primo passo concreto non verrà fatto, è inutile sperare di ottenere qualcosa con le proteste del presidente europeo di turno (come avviene in questi mesi con Angela Merkel). Queste non possono essere tenute in considerazione da Mosca per il semplice fatto che una “conferenza dei paesi europei che usufruiscono degli idrocarburi” non ha un peso politico e che il confronto potrebbe avvenire solo con un vero governo federale degli Stati Uniti d’Europa.


    www.alternativaeuropea.org

 

 

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