Il nano verde imbottito di soldi pubblici
produce solo debiti: esporta poco
e i sardi importano tutto quel che mangiano
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di Michele Fioraso
L'agricoltura sarda è un guscio di noce che tenta di galleggiare come può negli oceani dei mercati. Un guscio di noce per di più fragile, affetto da carenze strutturali quasi ataviche che non permettono alle pochissime produzioni di eccellenza del settore di farsi notare nel flusso mondiale degli scambi commerciali.
Eppure i soldi pubblici non sono mai mancati. Per farsi una prima idea basta guardare i dati relativi alla produzione primaria (quindi escluso il settore agro-alimentare) agricola del 2003, che ha raggiunto il valore di 1 miliardo e 158mila euro. Ma la spesa pubblica complessiva (cioè investimenti, finanziamenti, spese correnti) è stata di 450 milioni di euro. E mentre venivano spesi 280 euro pro capite, contro una media nazionale di 78 euro, si raggranellavano esportazioni per un misero totale di 8 milioni di euro.
«L'agricoltura sarda è in crisi perchè non ce la fa a reggere i mercati», conferma Giuseppe Pulina, docente di agraria all'Università di Sassari e direttore generale dell'Agris, il nuovo ente per la ricerca agricola creato dalla Regione. «C'è un problema di disorganizzazione nell'offerta di questi prodotti e una difficoltà di presentarsi su mercati organizzati come la grande distribuzione, che è quella che chiude i grossi contratti. Perché il singolo produttore è una specie di molecola, che ha pochissimo potere contrattuale», spiega Pulina. »La Regione sta mettendo in campo risorse importanti perché i produttori si riuniscano e si presentino sul mercato con offerte aggregate. Ma non è un problema che si risolve in tre giorni».
Anche l'ex assessore regionale dell'agricoltura Gesuino Muledda individua in nanismo delle imprese e difficile rapporto col mercato le grossissime difficoltà dell'agricoltura e dell'agroalimentare isolani: «Una cosa è andare a fare un'offerta commerciale con la produzione di una sola impresa che produce cinquemila quintali di formaggio, un'altra cosa sarebbe offrire una produzione aggregata da 150mila quintali, con i quali fai mercato», dice. Dall'aggregazione non si può scappare, ricorda Muledda, anche se la vocazione del prodotto sardo non è «di massa, perché non c'è territorio né strutture per una produzione vasta», ma «di nicchia, rivolto ai mercati ricchi».
Il fatto, poi, che la generalità delle imprese siano «piccole, soprattutto nel settore orticolo, e a conduzione familiare», per Muledda «è un punto di debolezza in linea puramente astratta. In linea pratica è anche l'unica possibilità perché queste imprese possano esistere e si facciano ancora produzioni in Sardegna», dice: «la gestione familiare comporta un insieme di economie dalle quali arriva un reddito in qualche misura accettabile anche quando ci sono grandi difficoltà».
Ma in tempi di globalizzazione, anche i pochi settori che funzionano rimangono esposti ai pericoli. Salvatore Casu, ex commissario straordinario dell'Era (il primo stadio della riforma agricola pensata dalla Giunta regionale) ricorda il caso del pecorino, sicuramente un'esportazione agroalimentare di successo, entrato «in difficoltà a causa dell'aumento di valore dell'euro sul dollaro, che ha ridotto gli introiti dell'export, per esempio sul mercato americano, con conseguenze anche sul prezzo del latte». In ogni caso, le esportazioni, che oltre al formaggio riguardano carne ovina e vino («ma si avvertono i sintomi della crisi», avverte Casu) «non muovono grandi numeri, e la bilancia commerciale è in passivo perché importiamo più di quello che esportiamo».
La situazione «è molto pesante e grave», riconosce Salvatore Casu, perché va aggiunto che «le disposizioni comunitarie hanno ridotto drasticamente le percentuali di superficie coltivata a cereale, e soprattutto a grano. Di fatto è azzerata la produzione della barbabietola e si è ridotta produzione del pomodoro. Il valore del prodotto nell'agricoltura sarda è calato drasticamente, nell'ordine del 40-45%».
«Oggi, prodotti storici come il frumento o gli ortaggi, in un mercato globalizzato di fortissima concorrenza sia dei paesi comunitari sia soprattutto di quelli della riva sud del Mediterraneo, non sono più competitivi», aggiunge Pulina.
Eppure la produzione sarda avrebbe dei punti di forza. È ancora Giuseppe Pulina ad esporli: «Un'agricoltura pulita, perché in Sardegna l'inquinamento è a livelli minimi. E poi produciamo alimenti di eccellente qualità organolettica, perché inglobano una lunga tradizione», dice. Gesuino Muledda li riassume con gli slogan di 25 anni fa: “Prodotti sardi, buoni per natura” e “Il valore aggiunto sta nell'ambiente”. La strada, per questi prodotti di qualità, deve passare per i mercati dove c'è gente disposta a spendere per averli: «I cinesi sono 1 miliardo e 600 milioni in gran parte poverissimi, ma ci sono 100 milioni di ricchi disposti a pagare per la qualità», sostiene Muledda. «Se vai a portare là i tuoi prodotti, quello è un mercato di espansione possibile: il fatto che non stiamo andando in questa direzione è una delle contestazioni che muoverei alla Giunta regionale».
Non sembrano esserci alternative, visto che le misure previste nell'ultimo incontro dell'Organizzazione mondiale del Commercio a Doha prevedono una riduzione degli incentivi pubblici: le imprese sarde devono trovare il modo di stare sui mercati e di penetrare in quelli nuovi. E devono essere in grado di fronteggiare le calamità naturali, che ora comportano un aggravio di esborsi pubblici.
Il modo lo spiega ancora Pulina: «L'onere del risarcimento deve spostarsi alle assicurazioni, in questa direzione spingono Giunta e assessorato. Il sistema agricolo deve crescere e deve proteggere i raccolti dalle calamità naturali attraverso le assicurazioni, perché fino a oggi erano le tasse dei cittadini a ripagare i danni, col risultato che praticamente pagavano tre volte gli alimenti che consumavano». In questo modo, l'imprenditore agricolo potrebbe affrontare con animo sereno anche le circostanze meteorologiche difficili.
La soluzione dei problemi per il mondo agricolo sardo non sembra però dietro l'angolo. E Salvatore Casu conclude: «Non invidio chi si trova oggi a dirigere l'agricoltura, né chi fa l'agricoltore: io che ho lavorato per 40 anni come imprenditore agricolo, non indirizzerei i miei figli su questa strada».
http://www.altravoce.net/2007/03/21/piccoli.html




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