Il campanello del Veneto faccia riflettere sul nostro federalismo
(da Il Riformista 17-04-2007)
Il processo di attuazione del federalismo fiscale in base all’art. 119 – Titolo V - della Costituzione sembra arrivato a una svolta. Il Ministero dell’Economia ha infatti predisposto una bozza di disegno di legge delega che nelle intenzioni dovrebbe portare ad un effettivo riordino dell’intero ordinamento finanziario di Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane. Nonostante una generale disattenzione mediatica per il tema, si tratta di una questione assolutamente centrale per equilibri e rapporti futuri tra Stato centrale e autonomie locali con un impatto decisivo sugli effettivi gradi di autonomia e autogoverno a livello regionale e locale.
Dalle scarse notizie finora filtrate, a partire dall’anticipazione del testo del ddl comparsa su Il Sole 24 ORE del 30 marzo, sembra tuttavia emergere un sostanziale ribaltamento rispetto a quell’assetto fortemente decentrato (di competenze e relativi canali di finanziamento) che lo stesso centrosinistra aveva operato nel 2001 con la Riforma del Titolo V. Del resto, le recenti vicende relative al ripianamento dei debiti sanitari di alcune Regioni, particolarmente del centro-sud, non lasciano adito a molti dubbi in merito. Se non verranno apportate sostanziali modifiche al progetto del Governo, si tratterà inevitabilmente di un durissimo colpo alle aspettative maturate nel corso degli ultimi quindici anni, soprattutto nelle Regioni del Nord, come alcune dichiarazioni sull’“eccesso di solidarismo” del presidente veneto Galan - alle prese con la cosiddetta “secessione di comuni e province” verso Trentino e Friuli, hanno già anticipato.
Quello che probabilmente sfugge a questa maggioranza è che mantenere (o addirittura rafforzare) il carico fiscale e di prelievo dalle Regioni del Nord a vantaggio di quelle centro-meridionali non rappresenta in alcun modo uno strumento per arrestare un presunto processo disgregazione del Paese innescato da un incomprensibile egoismo delle genti del Nord![]()
e delle forze politiche che lo hanno alimentato. Significa, invece, esattamente il contrario, cioè fomentare il desiderio di fuga verso condizioni meno penalizzanti per questi territori. In questo senso la propensione “equidistributiva” dell’impianto della bozza di Ddl (così come filtrata negli organi di stampa) è la causa, piuttosto che la soluzione di un evidente processo di scollamento territoriale del Paese, che non è però innescato da alcuna volontà secessionista, ma trova la sua ragion d’essere in un insopportabile drenaggio di risorse dal Nord, in un contesto di totale assenza di contropartite.
La “secessione di comuni e province” ne rappresenta il fenomeno più eclatante, ma anche se dovesse essere in qualche modo impedita con una modifica dell’articolo 132 della Costituzione, piuttosto che con una poco probabile riduzione dei benefici per le province e le regioni autonome, questa esigenza troverà altre strade, probabilmente più conflittuali.
Allora, al di là della loro declinazione in forma di legge, crediamo esistano alcuni principi-guida nell’attuazione dell’art. 119 sul federalismo fiscale il cui rispetto possa rendere sostenibile il costo del principio di unità (e di solidarietà che ne è un corollario) per chi in massima parte lo finanzia, cioè le Regioni del Nord e in particolare la Lombardia e il Veneto.
1. Trasparenza. La raccolta delle risorse fiscali deve essere quanto più svolta a livello regionale con un trasferimento solo in seconda istanza allo Stato centrale per fini perequativi: entità, provenienza e destinazione dei flussi devono essere chiari. L’incapacità, o la non volontà di raccolta fiscale locale, tuttavia non può essere assunta a causa di intervento suppletivo dello Stato.
2. Equità. Devono esistere meccanismi di aggiustamento dei flussi perequativi che tengano conto dell’intensità di evasione fiscale: laddove a maggiore intensità di evasione deve corrispondere maggiori contributi alla perequazione o minori benefici dalla perequazione.
3. Corrispondenza. Il principio di corrispondenza tra imposte pagata dai cittadini e servizi loro offerti dev’essere rispettato a livello regionale. La posizione nella graduatoria di capacità fiscale di ogni regione deve rimanere immutata al termine del processo di perequazione: una regione nella quale i cittadini pagano tanto non può essere una regione nella quale si spende poco per i cittadini.
4. Efficienza. Servono meccanismi che incentivino l’efficienza e la buona gestione delle risorse pubbliche. I flussi di perequazione devono essere commisurati alla capacità di gestione delle risorse da parte delle amministrazioni, diminuendo, al crescere dell’efficienza, i contributi in uscita e maggiorando quelli in entrata: le amministrazioni “sprecone” pagano di più o prendono meno (premiare i virtuosi, penalizzare i viziosi).
5. Responsabilità. L’irresponsabilità di gestione delle risorse in una posta di bilancio da parte di un’amministrazione deve poter essere recuperata mediante tagli su altre poste di bilancio. A puro titolo esemplificativo: se la Regione Lazio produce un gigantesco “buco” nella santià, avrà minori trasferimenti per i trasporti.
6. Confronto. Ogni eccezione può essere effettuata, in via straordinaria, solamente se avvallata da una decisione frutto di confronto trasparente tra le regioni coinvolte: l’intervento straordinario è davvero straordinario e se ne decidono insieme termini e modalità.
7. Gradualità e certezza. Visto che l’attuazione immediata e “secca” di questi principi produrrebbe l’inevitabile disintegrazione di un sistema da troppi decenni impostato su principi esattamente opposti, è necessario prevedere un periodo transitorio di graduale raggiungimento degli obiettivi. Per evitare la “transitorietà perenne” così tipicamente italiana, tempi e tappe devono essere stabiliti in maniera certa.
La coerenza con questi pochi principi di buon senso è ciò che le Regioni del Nord, a partire da Lombardia e Veneto e dai loro presidenti, dovrebbero porre sul tavolo del confronto con il Governo e con le altre regioni, con la speranza che qualcuno a Roma si accorga che, diversamente, il processo di disgregazione dell’unità del Paese non potrà che accelerare, sotto la spinta dell’insostenibile costo di una finta solidarietà e, alla lunga, anche della sua inaccettabilità per chi lo sostiene.




Rispondi Citando
