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Discussione: Il sud e il nord

  1. #1
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    Predefinito Il sud e il nord

    Dai treni del nord più veloci ai treni del sud
    alle spese per la sicurezza in percentuale maggiore al nord che al sud
    passando per la copertura dei debiti della sanità dove si presta maggiore attenzione al Lazio che alla Campania
    fino al rinvio del tavolo per sud da parte del governo

    Tutto questo sul Mattino del 13 marzo 2007

    nei prossimi post gli articoli

  2. #2
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    Infrastrutture, mentre al Nord il treno va a 95 all’ora nel Meridione i convogli veloci non superano i 73 orari




    La questione meridionale è oggi soprattutto una questione di trasporti. Parola di Ennio Cascetta (nella foto, dal 2000 assessore della Regione Campania e dal 2005 coordinatore della commissione Infrastrutture della Conferenza nazionale delle Regioni. In un rapporto pubblicato dal Sole 24-Ore, Cascetta dimostra, dati alla mano, come il Mezzogiorno sia una sorta di arcipelago composto da isole scarsamente connesse tra loro. Illuminanti i dati della rete ferroviaria e dei relativi servizi di collegamento. Cascetta considera cinque capoluoghi di regione del Nord (Torino, Milano, Bologna, Trieste e Venezia) e cinque del Sud (Napoli, Bari, Palermo, Catanzaro e Potenza) per verificare i servizi offerti dalle Fs nelle dieci possibili relazioni dirette all’interno di ciascuna area. Ebbene, mentre al Nord ciascuna città è collegata da un servizio ferroviario diretto con ciascuno degli altri quattro capoluogi regionali, al Sud ciò è vero appena in due casi su dieci: Napoli-Potenza e Napoli-Palermo. E ancora: sulle medesime tratte i treni Eurostar presenti in media sono 2 al giorno al Sud contro 15 al Nord; gli Intercity sono 5 al Sud e 14 al Nord; la velocità media di Eurostar e Intercity è di 73 e 64 chilometri orari al Sud e di 95 e 86 al Nord. Per i servizi aerei si replica un analogo divario, con appena 84 voli sud-sud contro 198 collegamenti di linea Nord-Nord. Eppure le distanze nel Sud non appaiono certo inferiori a quelle del Nord. Per esempio Napoli dista 500 chilometri esatti da Reggio Calabria, ovvero quasi quanto Torino da Trieste (540), però come collegamenti aerei Torino-Trieste batte Napoli-Reggio dieci a zero. Il Sud potrebbe rifarsi grazie ai suoi porti. E recuperare almeno in parte il divario con il Nord se si considera, per esempio, il parametro dei collegamenti con la sponda sud del Mediterraneo. Non siamo la piattaforma logistica ideale per collegare le sponde dell’unico mare al mondo che bagna tre continenti? La risposta purtroppo è ancora negativa, almeno secondo i dati raccolti dal saggio di Cascetta, che si riferiscono al 2005. Nei collegamenti merci tra l’Italia e i paesi della sponda sud del Mediterraneo, il Mezzogiorno copre solo il 13% del totale dei collegamenti di navi in grado di trasportare camion (i cosiddetti ro-ro) e il 18% se si considerano le navi con trasporto container. Dal Sud, in particolare, non parte alcuna nave (sia ro-ro sia container) per paesi come il Marocco, la Libia e l’Algeria, mentre le medesime rotte sono coperte da porti del Centro-Nord con dieci collegamenti al mese per il Marocco, dodici per la Libia e quindici per l’Algeria. La seconda parte del saggio presenta proposte per ridurre il divario. Ma qui, più che le analisi di Cascetta, conteranno i fatti del Cascetta uomo di governo. m.e.


  3. #3
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    «Sicurezza, più aiuti a Milano che a Napoli»

    È polemica dopo i fondi al capoluogo lombardo. Giudici, imprenditori e commercianti: la città merita attenzione




    LEANDRO DEL GAUDIO Napoli-Roma-Milano: il confronto non regge. Anche considerando il piano Amato, anche valutando gli sforzi messi sul tappeto dal governo Prodi in tema di sicurezza, la sensazione è che la coperta a Napoli sia più corta di quella milanese, in tema di sicurezza e ordine pubblico. La notizia di ieri - 110 agenti in più nella capitale del Nord dopo la recente protesta del sindaco Letizia Moratti - suona come una conferma del distacco rispetto al caso Napoli. Lo dicono i numeri, che parlano di 11.278 agenti nel capoluogo lombardo (senza contare i 110 agenti di rinforzo) a fronte delle 13.521 divise partenopee (senza contare i flussi di uomini previsti dal piano Amato): Napoli supera Milano di poche centinaia di presenze, a fronte di un numero quattro volte superiore di omicidi, estorsioni, furti e rapine, stando ai dati del 2006. Stime che inducono il sindaco Rosa Russo Iervolino ad una garbata replica alla collega milanese: «Vorrei essere io nei panni del sindaco Moratti, Milano ha beneficiato di provvedimenti seri nella finanziaria 2007, mentre per Napoli nemmeno l’ombra. Ecco perché vorrei essere nelle sue condizioni». E il segretario generale dei lavoratori polizia per la Cgil Tommaso Delli Paolo commenta ironico: «Siamo felici per Milano, ma qui da noi, dove i problemi non mancano, si sta pensando di chiudere otto commissariati. Invitiamo sindaco e governatore a fare come la Moratti e promuovere falò per le nostre necessità». Napoli non è Milano e se ne accorgono le categorie professionali. Lo dice Ambrogio Prezioso, presidente Acen: «Abbiamo primati difficili da comparare. Qui ci vorrebbero più divise e più attenzione su più livelli: l’aggressione ai patrimoni criminali, un servizio di intelligence più radicato e una nuova cultura della denuncia. Più divise, dunque, ma anche più assunzioni». Napoli, Italia? Il confronto non regge con nessuna altra zona neppure per il presidente del Tribunale di Napoli Carlo Alemi: «Milano ha sempre vantato una struttura di forze dell’ordine capace di gestire il controllo del territorio, qui da noi non si è mai riuscito a controllare pienamente il territorio. È inutile nascondersi: abbiano fette metropolitane in preda alla delinquenza, alla droga, dove si possono commettere delitti in qualsiasi momento, per questo dico che Napoli ha bisogno di interventi di gran lunga superiori rispetto a Milano». Il problema per Alemi riguarda la distribuzione delle forze sul piano nazionale: «Per decenni abbiamo assistito alla distribuzione degli organici non sulla base dell’indice della litigiosità o del tasso di criminalità, ma sul semplice dato numerico, quello della popolazione residente. Mi spiego meglio: la Campania può avere la stessa popolazione del Piemonte o dell’Emilia, ma chi se la sentirebbe di paragonare Casal di Principe a un comune del Nord?». Stesso problema per gli uffici giudiziari: «In Piemonte ci sono 20-25 Tribunali, in Campania 5. Così diventa tutto più difficile». Interviene anche Maurizio Marinella, che ha nello storico negozio di cravatte di piazza Vittoria un punto d’osservazione privilegiato: «Non c’entra solo il numero di poliziotti in campo, ma anche il modo in cui vengono usati. Lo Stato deve modulare gli interventi sul territorio a seconda delle esigenze specifiche». Dello stesso avviso il presidente dei Farmacisti Giovanni Pisano: «Milano attira più forze e più intelligence che Napoli e ha un territorio più controllato. Noi dobbiamo sfuggire all’etichetta di bancomat del crimine».


  4. #4
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    Sanità, pronti gli aiuti speciali per saldare i debiti




    In arrivo aiuti aggiuntivi da parte del governo Prodi per la Sanità della Campania: è attesa per oggi la firma al patto di affiancamento per il rientro dal deficit, dopo i chiarimenti avvenuti tra governo e assessorato regionale la settimana scorsa presso il ministero all’Economia, dopo le polemiche e i timori per un mancato o per un ritardato aiuto da parte del governo a tutto beneficio della Regione Lazio, dopo infine le rassicurazioni dei ministri all’Economia Tommaso Padoa Schioppa e alla Salute Livia Turco. All’appuntamento di oggi pomeriggio prenderanno parte insieme alla Turco il governatore Antonio Bassolino e l’assessore Angelo Montemarano (nella foto). In particolare, in base ad uno stanziamento previsto dalla Finanziaria 2007 e riservato alle Regioni maggiormente indebitate sul fronte sanità (Campania, Lazio, Liguria, Abruzzo, Molise e Sicilia) la firma sbloccherà per la Campania trasferimenti statali per 905 milioni di euro, che saranno divisi nel triennio 2007-2009 (355 milioni nel primo anno, 302 nel secondo e 248 nel terzo). A questo importo si aggiungerà la quota di un miliardo e 200 milioni di euro in base al riparto previsto per la Campania dal Fondo sanitario nazionale, per le somme pregresse 2001-2005. E ancora, nuovi aiuti arriveranno da Roma dal cosidetto «fondino»: 205 milioni, non è molto, una somma che soprattutto al raffronto con la somma percepita dal Lazio (2,3 miliardi) ha suscitato le polemiche più dure da Napoli, alle quali ha replicato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Vannino Chiti: «Non c’è nessun trattamento ad hoc per il Lazio». Alla vigilia dell’incontro per la firma al patto di rientro, l’assessore alla Sanità Montemarano spiega con soddisfazione: «Abbiamo dimostrato grazie anche alla solidarietà delle Aziende Sanitarie di tagliare le diseconomie e saper contenere i costi. Ne è dimostrazione il fatto che per la prima volta nella storia della sanità regionale, abbiamo ridotto i costi di gestione del 2006 che sono inferiori di ben 800mila euro rispetto all’anno precedente». E ancora: «Abbiamo lavorato, insieme alla giunta, con caparbietà, in una situazione difficilissima nella quale i debiti affogavano le Aziende sanitarie: abbiamo cominciato a mettere ordine, scorporando il debito pregresso da quello ordinario e producendo undici leggi regionali sulla sanità e 600 atti deliberativi». cor.cas.


  5. #5
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    Tavolo per il Sud, dal governo un altro rinvio
    FRANCESCO VASTARELLA Per ora non se ne parla. Slittata per la crisi di governo quella del primo marzo, è ancora rinviata la convocazione del tavolo per il Mezzogiorno. Il viceministro con delega per il Sud, Sergio D’Antoni, non ha potuto fissare la data perché il premier Romano Prodi è stato esplicito: prima il tavolo generale, poi quelli specifici, intendendo anche il Sud. È destinato quindi a restare inascoltato l’appello lanciato nei giorni scorsi dal governatore Antonio Bassolino affinché venisse riavviato il confronto con regioni, industriali e sindacati. Con la carne messa a cuocere a Bergamo dai leader sindacali su welfare e pensioni, con corredo di minacce di scioperi, cresce il timore di tempi lunghi e soprattutto difficili sul Sud. «Non solo il Mezzogiorno - attacca Anna Rea, segretaria Uil-Campania - l’intero confronto è bloccato. È fermo il tavolo per Napoli e la Campania. Sembra solo una scelta tattica del governo, che guarda alla questioni di sopravvivenza più che a quelle strategiche. Le istituzioni locali debbono tornare a sollecitare con forza la riattivazione del tavolo per il Mezzogiorno, chiarendosi però questioni e proposte». Pietro Cerrito, segretario regionale Cisl, la pensa allo stesso modo e sottolinea che il governo «bada più ai Dico e alla legge elettorale tardando invece l’elaborazione di strategie per il Sud, che sono più urgenti». «La discussione deve concentrarsi - incalza Cerrito - sulle questioni immediate, senza sottovalutare l’urgenza di concreti strumenti finanziari». L’emergenza Mezzogiorno è confermata dalla ricerca del Sole 24 Ore e del centro studi sintesi di Venezia sulla lontananza di questa parte del Paese dagli obiettivi di Lisbona su occupazione, innovazione, sostenibilità ambientale e coesione sociale. A parte pochi casi, va male per il Sud e la Campania fa registrare performance pesanti: penultima per occupazione, undicesima per innovazione ma soprattutto lenta nell’avvicinamento agli obiettivi, diciassettesima per coesione sociale, sedicesima per sostenibilità ambientale. Insomma, regione lontanissima dagli obiettivi di competitività fissati a marzo di sei anni fa a Lisbona dai capi di Stato e di governo Ue e da centrare entro il 2010. «La distanza dagli obiettivi di Lisbona è la cartina di tornasole dello stato di difficoltà del sistema Paese – commenta Dario Scalella, presidente Confapi Campania. Le differenze tra Nord e Sud ripropongono la necessità di puntare sul Mezzogiorno come unica scelta per lo sviluppo duraturo del Paese». Nel bilancio non va dimenticato lo stop tecnico al regime di aiuti di Stato e fondi Ue alle regioni italiane, visto che non è ancora pronta la mappa degli aiuti a causa delle mancate scelte delle regioni del Nord che ne usufruiranno. E se il governo non invia la mappa alla commissione di Bruxelles, non ci sarà esame e autorizzazione. Il rinvio del primo marzo, nel pieno della crisi, si è rivelato fatale al tavolo del Mezzogiorno che era stato convocato con all’ordine del giorno i criteri di scelta delle zone franche previste dalla finanziaria e che dovrebbero partire nel 2008 con un investimento di 100 milioni di euro in due anni. Sulla questione si stanno arrovellando le regioni perché c’è chi ne vorrebbe addirittura nove come la Sicilia. In Campania si è alle prese con il caso centro storico di Napoli, messo nero su bianco in Finanziaria, e la compatibilità con esigenze più generali indicate in Finanziaria. I criteri del recupero urbano e della logistica vanno bene per porto e zona orientale, mettono fuori altre aree. Nei giorni scorsi sono scesi in campo le municipalità di Napoli con il vicepresidente della commissione Bilancio della Camera, Giuseppe Ossorio, promotore dell’emendamento che ha inserito il centro storico di Napoli. Le municipalità hanno chiesto di essere ascoltate dal sindaco Rosa Russo Iervolino e da Bassolino. Ma per ora è tutto fermo.

  6. #6
    itaglia=paese miserabile
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    Sarebbe molto interessante postare l'origine dei flussi di denaro necessari a riqualificare le infrastrutture meridionali, come sarebbe altrettanto interessante capire che uso ne è stato fatto in passato, e che uso ne viene fatto oggi del fiume di denaro che le regioni settentrionali mandano a roma, con la finalità di migliorare le condizioni del mezzogiorno.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da ARTISTA Visualizza Messaggio
    Sarebbe molto interessante postare l'origine dei flussi di denaro necessari a riqualificare le infrastrutture meridionali, come sarebbe altrettanto interessante capire che uso ne è stato fatto in passato, e che uso ne viene fatto oggi del fiume di denaro che le regioni settentrionali mandano a roma, con la finalità di migliorare le condizioni del mezzogiorno.
    Tornano al Nord amico mio
    il sud è servito solo e sempre a drenare soldi. Al sud sono tutti bravi ad aprire centri commericali e banche ma nessuno è bravo a mettere su vere industrie.

  8. #8
    naufrago
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    Che non arrivino sui vostri territori non fatico a crederlo, che tornino al nord ti garantisco che è falso. Ecco un esempio relativo alla sanità, raccontato da un giornale che di certo non è la voce dei problemi della mia terra:

    dal Riformista - Se il buco laziale si ripiana con i soldi del Nord
    Gabrio Casati oggi sul Riformista

    Se il buco laziale si ripiana con i soldi del Nord

    Il 28 febbraio la Regione Lazio e lo Stato hanno firmato un accordo in merito al ripiano del debito sanitario della Regione. L’accordo, accompagnato da un’inusitata dose di retorica persino per le pratiche romane, è stato salutato come un caso esemplare di collaborazione tra Stato e Regioni capace di trasformare un mostruoso fallimento di governo e di lassismo amministrativo in un “caso esemplare”. La Regione Lazio ha un debito sanitario effettivo di circa 9,4 miliardi di euro, di cui 5,8 emersi ai tempi della presidenza di Francesco Storace, più altri 3,7 prodottisi successivamente. Cifre impressionanti, ma non dissimili, in proporzione, da quelle rintracciabili nei i bilanci di tutte le Regioni meridionali.
    A norma di accordo, lo Stato si impegna a pagare direttamente oltre 3.7 miliardi di euro e a spalmare su 30 anni (con riduzioni sui trasferimenti di 310 milioni di euro all’anno) circa 5.8 miliardi di euro. La Regione offre in cambio un piano di razionalizzazione della spesa (evviva!) e la mirabolante cifra di 250 milioni di euro di nuove entrate. Tutto qui. E’ incredibile ma è così, il Lazio non mette sul piatto assolutamente nulla, si impegna formalmente a buone pratiche amministrative e giura di ridurre la spesa farmaceutica, senza peraltro che sia chiaro cosa possa accadere in caso di inottempreranza alle misure promesse. Ma che senso ha? In quale parte del mondo la contropartita di un accordo finanziario di tale entità è mai stata la solenne promessa di “fare i bravi”? Ma dove sono le riduzioni di spese vive, dove l’incremento delle entrate, dove le risorse proprie, dove la complessiva ridefinizione delle linee di spesa del bilancio pubblico? Ma quando mai si è visto un potere (la gestione della Sanità in questo caso), del tutto slegato dalla subordinazione alle responsabilità (in primo luogo finanziarie) che l’esercizio di tale potere comporta? Eppure è questo l’esito attuale del federalismo italiano: Regioni dotate di poteri pervasivi e prive di responsabilità effettive, sempre in grado di trovare nello Stato centrale il buon padre che si accolla i debiti e che volentieri perdona peccatucci veniali di oltre 9 miliardi, con un sorriso e una parola di conforto.
    Tuttavia, quando lo Stato si fa carico dei debiti, è il Nord che li paga. In fondo anche lo Stato centrale ha sempre un pagatore esterno di ultima istanza. Ed è questo il punto insopportabile e scandaloso di tutta la vicenda, è questo il punto che fa perdere di senso ogni ragionamento generale, ovvero non centrato sulle singole regioni, sul federalismo, è questo uno dei pilastri della questione settentrionale. Non si capisce perché Veneto, Lombardia o Emilia Romagna debbano avere i conti sanitari in ordine o – se si parla di sola Lombardia – centrare tutti i parametri di Maastricht se lo Stato ti consente di produrre un deficit di quasi 20.000 miliardi di lire in 7 anni, senza pagare nessun prezzo e senza rinunciare a un solo euro di stanziamenti per altri capitoli di spesa come, a puro titolo di esempio, la quota statale di 1.75 mld per la linea C della metropolitana di Roma o quelli per l’autostrada Roma-Latina, piuttosto che i quasi 400 mld previsti nell’ultima finanziaria per interventi legati alla legge Roma Capitale. Anzi, proprio questo Governo concede al Comune di Roma – solo ed esclusivamente ad esso – di sforare il Patto di stabilità interno per gli investimenti (notoriamente molto consistenti) in infrastrutture che tutte le altre amministrazioni pubbliche dovrebbero invece osservare scrupolosamente. Non si capisce perché lo Stato premi i debitori e penalizzi i virtuosi, o meglio ancora non li prenda nemmeno in considerazione. Ma per quanto tempo l’attuale meccanismo di distribuzione delle risorse e di ripianamento di debiti pregressi (che altro non sono che altre risorse rese indirettamente e surrettiziamente disponibili) potrà essere sopportabile? Per quanto tempo ancora si potrà tranquillamente considerare lombardi, veneti, piemontesi come nient’atro che pagatori, silenziosi e trascurabili portatori d’acqua a mulini altrui, peraltro sempre desiderosi di un’acqua che non sembra mai bastare, nemmeno dopo 140 anni di versamenti?
    Non abbiamo intenzione di rendere un quadro machiettistico della questione settentrionale, né di indulgere sulle enormi responsabilità e manchevolezze anche del Nord e della sua classe dirigente politica ed economica. Ciò che interessa evidenziare qui, è come l’unità nazionale, per come finanziariamente strutturata, è da anni profondamente squilibrata e dannosa per il Nord. Si dirà, come sempre, che la questione centrale è la “solidarietà nazionale”. Ma la solidarietà, per quanto assolutamente necessaria e augurabile, non può vivere in categorie pre-politiche e pre-economiche. Come ogni principio, vive di un necessario bilanciamento tra i suoi costi e i suoi benefici, e da anni questi ultimi sono infinitamente più bassi dei primi per il Nord.
    La solidarietà tanto invocata a ogni sessione di bilancio, tanto strillata ogni volta che c’è da ripianare un debito o mettere in comune risorse che in comune non sono state prodotte, assomiglia tanto a una pretesa, alla stizzosa richiesta di un intervento esterno inteso come atto dovuto, e come tale non legittimato a chiedere nulla in cambio. Ed è infatti il nulla che il Lazio ha scambiato per i suoi 9 miliardi, o la Calabria per il suo 30% di spese di funzionamento sul bilancio annuale o la Sicilia per i suoi 60 milioni di euro annui di spese per la sua Assemblea regionale.

  9. #9
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    Predefinito Un aspetto su cui raramente si insiste...

    La storia del Nord pagatore a fronte di Sud (e, se del caso, Centro) dilapidatore è basata su dati statistici che, di prim'acchito sembrerebbero confermare la faccenda.
    Senza buttarla troppo sul tecnico, si tratta di dati che non evidenziano un particolare non di poco conto: moltissime aziende nazionali operano attraverso sistemi di filiali, succursali, sedi distaccate dislocate sul territorio, da Nord a Sud. Di questo tipo di imprese la stragrande maggioranza ha sede legale al Nord e, in particolare, in Lombardia e, in particolare a Milano.
    Le imposte vengono pagate (e ovviamente rilevate) nella località in cui è il domicilio fiscale, solitamente coincidente con la sede legale.
    Morale della favola: a fronte di utili realizzati sul territorio nazionale stanno imposte pagate in un'unica località ma non per questo corrispondente al sito o ai siti dove vien prodotto l'utile. Anzi, talvolta, proprio dove è sita la sede legale non vengono svolte quelle attività produttive che generano gli utili.
    Io posso citare un esempio che conosco molto bene: la Regione Marche, fino ad alcuni anni fa era fra quelle in attivo fiscale, cioè quelle dove lo Stato incassa più di quanto spenda. Poi è passata nell'altro settore (sia pure con uno sbilancio non fortissimo)...cos'è successo ? Semplicemente che, per effetto di processi di accorpamento e fusioni sono scomparse le numerosissime Casse di Risparmio (in pratica, non c'era capoluogo di Provincia che non avesse la "sua" Carisp) assorbite, a una a una da Istituti extraregionali, diciamo del Nord, guarda caso.
    Ovviamente, è scomparso, da un giorno all'altro, il gettito fiscale relativo a queste Imprese. chiaro l'inghippo ?

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Emmeauerre Visualizza Messaggio
    La storia del Nord pagatore a fronte di Sud (e, se del caso, Centro) dilapidatore è basata su dati statistici che, di prim'acchito sembrerebbero confermare la faccenda.
    Senza buttarla troppo sul tecnico, si tratta di dati che non evidenziano un particolare non di poco conto: moltissime aziende nazionali operano attraverso sistemi di filiali, succursali, sedi distaccate dislocate sul territorio, da Nord a Sud. Di questo tipo di imprese la stragrande maggioranza ha sede legale al Nord e, in particolare, in Lombardia e, in particolare a Milano.
    Le imposte vengono pagate (e ovviamente rilevate) nella località in cui è il domicilio fiscale, solitamente coincidente con la sede legale.
    Morale della favola: a fronte di utili realizzati sul territorio nazionale stanno imposte pagate in un'unica località ma non per questo corrispondente al sito o ai siti dove vien prodotto l'utile. Anzi, talvolta, proprio dove è sita la sede legale non vengono svolte quelle attività produttive che generano gli utili.
    Io posso citare un esempio che conosco molto bene: la Regione Marche, fino ad alcuni anni fa era fra quelle in attivo fiscale, cioè quelle dove lo Stato incassa più di quanto spenda. Poi è passata nell'altro settore (sia pure con uno sbilancio non fortissimo)...cos'è successo ? Semplicemente che, per effetto di processi di accorpamento e fusioni sono scomparse le numerosissime Casse di Risparmio (in pratica, non c'era capoluogo di Provincia che non avesse la "sua" Carisp) assorbite, a una a una da Istituti extraregionali, diciamo del Nord, guarda caso.
    Ovviamente, è scomparso, da un giorno all'altro, il gettito fiscale relativo a queste Imprese. chiaro l'inghippo ?
    Vuoi dire che tutti gli utili realizzati dai vari centri commerciali banche e compagnian bella del nord vengono "fiscalizzati" e i tribut considerati come entrate dello stato effettuate al nord?
    Doppio raccolta insomma ?

 

 
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