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  1. #1
    VELTRONI DIMETTITI!
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    Predefinito Politica Estera italiana: due visioni diverse.

    La politica estera e la coerenza che manca
    di
    Angelo Panebianco



    Comunque vada il voto di martedì sul rifinanziamento della missione in Afghanistan si è ormai capito che la politica estera dell'attuale maggioranza, tanto più dopo la vicenda Mastrogiacomo, sia un tale groviglio di contraddizioni da rendere improbabile che il governo possa durare ancora a lungo. Sembra che l'Italia sia condannata a esasperare, talvolta fino al parossismo, tendenze cui, per la verità, non sono estranei gli altri grandi Paesi dell'Europa occidentale. In Afghanistan si era ormai delineata una spaccatura evidente fra le democrazie anglosassoni, coadiuvate da alcuni piccoli Paesi europei, le quali per intero portavano, e tuttora portano, sulle proprie spalle il peso della guerra contro i talebani e le grandi democrazie dell'Europa continentale (non solo l'Italia, ma anche la Francia, la Germania, la Spagna) che invece preferivano stare a guardare: segno evidente che nelle opinioni pubbliche europeo-continentali è assente una generale e solida condivisione degli scopi della guerra al terrorismo che là si combatte, e un giudizio condiviso sulla importanza della posta in gioco.
    Per quella abitudine all'esasperazione di tendenze comuni che ci caratterizza, l'Italia è però riuscita a fare scelte e ad assumere atteggiamenti e posizioni che ci hanno isolato persino in Europa occidentale, come ha mostrato la presa di posizione contro di noi di Angela Merkel e, più in generale, l'assenza di solidarietà verso l'Italia, nella vicenda dell' ostaggio, di tutte le capitali europee. È anche possibile che agli altri europeo- continentali non sia parso vero di poter indicare noi italiani come gli unici reprobi, i veri campioni dell'ambiguità, quelli che legittimano i talebani e indeboliscono la credibilità del governo Karzai, per coprire in questo modo le «loro» magagne e le loro ambiguità.
    Resta da capire perché noi calchiamo la scena internazionale in questo modo. Secondo alcuni, è un vizio antico: risale a quando, dopo l'unità d'Italia, non fu chiaro né a noi né agli altri se fossimo la più grande delle medie potenze o la più piccola delle grandi potenze. Questa ambiguità, questa difficoltà di (auto)collocarci nel mondo, ha sempre condizionato, a volte anche molto negativamente, il nostro comportamento internazionale. Forse, anche da questa insicurezza di fondo deriva quel certo atteggiamento sbruffone e all'apparenza dilettantesco che talvolta ci caratterizza.
    Sostanzialmente, si tratta di una nostra incapacità di stare «nei nostri stracci», di adottare uno stile sobrio e ponderato adatto al nostro reale (non elevato) peso politico internazionale. Il precedente governo Berlusconi e l'attuale governo Prodi hanno fatto politiche diversissime ma con un punto in comune: la tendenza a spettacolarizzare la politica estera per fini esclusivi di consenso interno. Berlusconi si presentava come quello capace di fare dialogare Bush e Putin, di mettere insieme Occidente e Oriente. Si muoveva come se il peso internazionale di un leader non sia condizionato dalla potenza che egli ha dietro di sé. Il governo Prodi non è da meno.
    Prendiamo il caso della Conferenza di pace. Anche lasciando da parte (come si deve fare, per carità di patria) l'estemporanea idea di allargarla ai talebani, sappiamo tutti che è una proposta nata solo per dare un contentino alla sinistra estrema. Una volta portata sulla scena internazionale diventa però non solo una proposta politicamente inopportuna in questa fase della guerra, ma anche un'altra delle tante velleitarie iniziative di un Paese che non ha la potenza né la statura per sostenerle.
    Zigzagando fra piccoli opportunismi, tatticismi esasperati, doppiezze e manie di grandezza non si fa una politica estera capace di servire al meglio l'interesse nazionale. Nulla, infatti, aiuta di più l'interesse nazionale di una media potenza quale noi siamo di una solida reputazione di affidabilità, di capacità di mantenere gli impegni assunti. E, anche, di sobrietà. Il fatto che esista oggi la possibilità, come ha osservato Stefano Folli sul Sole 24 Ore, che l'Italia conceda in Afghanistan ciò che finora non aveva mai concesso agli Stati Uniti e alla Nato, ossia il rafforzamento delle nostre truppe e nuove regole di ingaggio, è un'ulteriore riprova di quanto sia difficile per noi tenere posizioni internazionali coerenti. Poiché ciò accadrebbe per rattoppare le lacerate relazioni con gli Stati Uniti e non per una nostra meditata e convinta volontà di fare quanto va fatto in quella guerra.
    E l'Afghanistan è solo il più importante dei nodi di politica estera che, al momento, non sappiamo sbrogliare. Nell'elenco andrebbero messi, per lo meno, anche i nostri ambigui rapporti con Hamas in Palestina e quelli con l'Iran. Il bilancio della nostra politica estera è dunque poco entusiasmante (per dirla con un eufemismo). Il governo Berlusconi aveva rapporti freddi e quasi ostili con i principali governi dell' Europa continentale ma coltivava almeno un saldo legame con gli Stati Uniti. Con il governo Prodi, le tensioni con gli Stati Uniti sono giunte al loro massimo storico senza la compensazione di un solido e aperto sostegno degli altri europeo-continentali. Nessuno aveva previsto quest'ultima circostanza.




    24 marzo 2007

    corsera

  2. #2
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    Politica estera,l'Italia non è isolata

    marta dassù


    Ci sono due modi per leggere le polemiche di questi giorni sulla politica estera italiana. Uno è quello di Angelo Panebianco (Corrie­re, sabato 24): la vicenda dell'Afghanistan confer­ma vizi antichi sul modo in cui l'Italia sta nel mondo. Con ambiguità, con difficoltà, con una forte dose di velleitarismo che risponde solo a fini inter­ni. Per cui tutto assomiglia a tutto, alla fine: perfino politiche diversissime, come quelle di Prodi e Berlusconi. Ci può essere del vero, in un'analisi del genere; ma vale anche un'analisi diversa. La vicen­da dell'Afghanistan conferma, insieme a vizi anti­chi, un problema recente e molto specifico: da un decennio a questa parte, la teoria del «vincolo ester­no», su cui si era retta per mezzo secolo la politica estera italiana, ha cominciato a fare acqua da tutte le parti. Finito, assieme alla guerra fredda, il «se­mi-protettorato» americano sull'Europa, conclusa­si la fase eroica dell'integrazione europea, l'Italia si è ritrovata con se stessa, senza più santi protettori a cui affidarsi. Il punto è che il vincolo esterno era sempre servito a superare o moderare i vincoli inter­ni: l'America, quale garante della nostra sicurezza, a legittimare i governi; l'Europa a salvare l'econo­mia, imponendo un po' di misura al debito pubbli­co. Oggi, quella funzione salvifica del «vincolo esterno» non esiste più. Il problema è che tutti fan­no finta di non accorgersene. O non se ne sono ac­corti.

    L'opposizione di centrodestra continua a pensa­re che un comunicato più o meno benevolo del Di­partimento di Stato sia un'arma nucleare per l'ab­battimento dei governi di sinistra. Contro il gover­no Berlusconi, l'opposizione di allora ha usato inve­ce l'Europa. E l'Italia di oggi continua a dividersi fra atlantisti, europeisti, pacifisti. Nessuno o quasi ritiene che la propria legittimazione si fondi sulla capacità di guidare il Paese. E che sia la solidità della guida di un Paese a farne anche la forza nelle alleanze internazionali: in Europa e nei rapporti con l'America. Questo lo sfondo, per me. Uno sfon­do quanto mai deprimente. Abbiamo ancora la teo­ria del vincolo esterno senza avere più il vincolo. E certamente senza avere ancora, dopo circa un ven­tennio di ciò che abbiamo definito «transizione», un chiaro senso di noi stessi quale nazione.

    Detto tutto questo, non è vero che l'Italia sia iso­lata in Europa, come sostiene Panebianco. E' ovvio che le modalità di liberazione di Mastrogiacomo l'hanno messa in difficoltà anche con quei Paesi eu­ropei che come noi hanno dei caveat, in Afghani­stan. Ma l'Italia non è affatto isolata in Libano, anzi si è trascinata dietro buona parte dell'Europa; e non è affatto isolata nel dibattito europeo sul Kosovo o sul governo di unità nazionale palestinese. E' fuori dal gruppo europeo più ristretto che ha gestito il problema iraniano perché si è trovata fuo­ri dall'inizio, dal 2003: per esclusione o auto-esclu­sione. Ciò, d'altra parte, non ha certo impedito all' Italia di sostenere nel Consiglio di sicurezza (dove è stata eletta con successo nell'autunno scorso) la nuova risoluzione sull'Iran. In altri termini: una co­sa è dire che l'Italia deve rifuggire dal velleitarismo, un'altra è l'auto-denigrazione gratuita. E l'auto-denigrazione gratuita, in fondo, fa parte anch'essa dei vecchi vizi nazionali. Se vogliamo sperare di supe­rarli, dobbiamo cercare di non ricadérci proprio noi mentre li condanniamo sui giornali.

    Lo stesso vale per la proposta di Conferenza in­ternazionale sull'Afghanistan. Sappiamo tutti, scri­ve Panebianco, che è nata solo per dare un contenti­no all'estrema sinistra. Possono forse essere lette cosi formule vaghe e retoriche su una «conferenza di pace», con o senza talebani al tavolo. Ma chi abbia voglia di leggere la proposta di Conferenza internazionale effettivamente presentata dall'Italia al Consiglio di sicurezza, scoprirà che non è parte di una diplomazia «spettacolare» piegata a fini in­terni: è una proposta di lavoro seria, anzi sobria, non molto distante dal tavolo regionale finalmente apertosi sull'Iraq. E' possibile che il caso Mastrogia­como la travolga, come proposta italiana. Ma il punto non è che sia una proposta dell'Italia - e quindi, nella logica di Panebianco, una proposta velleitaria per definizione. Il punto è che un tavolo regionale servirebbe davvero per pacificare l'Afgha­nistan, da chiunque venga proposto. Esattamente come serve la presenza militare.

    In conclusione l'Italia, per avere una vera politi­ca estera, deve riuscire a pensarsi come nazione. Non come la potenza che non è; ma come la nazio­ne che può essere. Per fare questo, la delegittimazio­ne reciproca non aiuta proprio. E aiuta poco deni­grarci (anche) da soli, secondo i vecchi costumi na­zionali. Servirebbe capire che la vecchia teoria del vincolo esterno va abbandonata e rovesciata: non saranno l'Onu, l'America o l'Europa a fare o disfa­re il nostro Paese. Saremo noi.

    corsera

  3. #3
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    conoscendo le opinioni della dassù mi sembra che abbia scritto in modo obiettivo. Panebianco ormai è il solito disco...

  4. #4
    calzettoni abbassati
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    Panebianco è un bananas di ferro che si camuffa da osservatore obiettivo.


    sul livello di Aldo Forbice, per dire, solo un filo meno smaccato.

 

 

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