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    Manifesto contro il lavoro

    di Alessandro Mereu
    «In fondo, (...) si sente oggi che il lavoro come tale costituisce, la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare».
    Friedrich Nietzsche, "Aurora" 1881

    Il manifesto, redatto da un gruppo di intellettuali tedeschi, tra i quali Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, rappresenta una delle critiche più articolate e radicali mosse alla società capitalistica contemporanea. Le fluide pagine che compongono questo breve scritto, analizzano e mettono a nudo le debolezze concettuali proprie del dogma/lavoro, criticando l'assioma empirico stesso del lavoro come dannazione dell'umanità. In un'epoca in cui tutti gli apologeti del potere, siano essi: sindacalisti, economicisti, consulenti del lavoro ed ogni politico infame quale che sia la sua parte, si riempiono la bocca con termini come: sovrapproduzione, sottosviluppo, crisi, licenziamenti, lavoratori flessibili, intermittenti, precari e autonomi e cianciando soluzioni per la «liberazione del lavoro» questo manifesto, al contrario, centra il bersaglio e spinge prepotentemente per la «liberazione dal lavoro».

    Il manifesto, redatto da un gruppo di intellettuali tedeschi, tra i quali Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, rappresenta una delle critiche più articolate e radicali mosse alla società capitalistica contemporanea. Le fluide pagine che compongono questo breve scritto, analizzano e mettono a nudo le debolezze concettuali proprie del dogma/lavoro, criticando l'assioma empirico stesso del lavoro come dannazione dell'umanità.
    In un'epoca in cui tutti gli apologeti del potere, siano essi: sindacalisti, economicisti, consulenti del lavoro ed ogni politico infame quale che sia la sua parte, si riempiono la bocca con termini come: sovrapproduzione, sottosviluppo, crisi, licenziamenti, lavoratori flessibili, intermittenti, precari e autonomi e cianciando soluzioni per la «liberazione del lavoro» questo manifesto, al contrario, centra il bersaglio e spinge prepotentemente per la «liberazione dal lavoro». In una società meccanicistica dove il lavoro forma la personalità stessa dell'individuo («gli occupati di Volkswagen, Ford o Fiat sono i più fanatici sostenitori del programma di suicidio automobilistico»), dove non si è più in grado di immaginarsi una vita al di fuori della fatica lavorativa, può sembrare utopica la battaglia per la distruzione del feticcio lavoro.
    Eppure analizzando la storia dell'epoca della Rivoluzione francese (fervente assertrice del dovere al lavoro) fino ai giorni nostri, ci si accorge che «La sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell'energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell'idolo lavoro». (1)
    Infatti la maggior marte delle popolazioni tradizionali non si sono dedicate spontaneamente alla trasformazione dell'energia umana in denaro, ma perché i progenitori degli attuali amministratori del capitalismo finanziario li costrinsero con la forza, monetarizzando le tasse, a trasformarsi gradualmente nei loro sudditi, imprigionandoli(ci) per sempre nella logica del profitto.
    Da allora ogni popolazione ogni individuo viene maciullato negli ingranaggi di questa assurda logica mercantilistica, che non risparmia neanche gli esclusi, gli emarginati, i disperati e tutti coloro che il lavoro lo rifiutano a ragione. Mai la società era stata, fino a questo punto, una società basata totalmente sul lavoro come in quest'epoca, ma per ironia della sorte, mai come oggi la società del lavoro è giunta così vicino alla sua fine, «come vogliono spiegare, altrimenti, che oggi i tre quarti dell'umanità sprofondano nella miseria perché la società del lavoro non ha più bisogno del loro lavoro?» «Perfino nei centri capitalistici, al centro, della ricchezza, fanno il loro ritorno la povertà e la fame, (...) Il capitalismo diventa l'affare globale di una minoranza. L'Idolo del lavoro in agonia è oramai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla localizzazione degli investimenti» (2)
    Al di là del fatto che la società dei consumi stia letteralmente andando in pezzi, occorre qui e subito, accelerare il processo di decomposizione di una cultura, quella «lavorista», che ha ottenuto come unico risultato quello di farci precipitare nell'abisso di questa assurda logica giudaico-mercantilistica. A ben pensare, tutto inizia dal lavoro, in nome e nell'ottenimento del quale si finisce per prostituirsi al prezzo più basso, al miglior offerente, in una inarrestabile corsa al ribasso, tutto ciò è semplicemente agghiacciante. Inoltre le recenti agenzie interinali, le governative agevolazioni fiscali e le così dette «gabbie salariali» non fanno altro che abbassare ulteriormente il costo del lavoro gettando libre di carne fresca nella macchina tritatutto capitalistica.
    Il saggio del Gruppo Krisis in oggetto riporta la delirante osservazione fatta dalla Commissione per i problemi del futuro della Baviera e della Sassonia che scrive: «La domanda di semplici servizi alla persona aumenta tanto più diminuisce il loro costo, e quindi tanto meno guadagnano i prestatori di servizi»; gli autori specificano quindi a ragione che: «se in questo mondo esistesse ancora fra gli uomini l'autostima, questa frase dovrebbe scatenare una rivolta sociale. In un mondo di bestie da soma addomesticate susciterà solo un assenso sconsolato». (3)
    Lavoro per lavoro è soltanto lavoro per accumulazione, che produce sì ricchezza sociale (e neanche per tutti), ma allo stesso tempo degrada il tradizionale concetto di «lavoro come opera» per ridurlo a all'attuale «lavoro come fatica». Come abbiamo potuto constatare finora, il lavoro penetra tanto nei muscoli quanto nel cervello e sterilizza ogni naturale pulsione di rivolta contro questo abominio. Cerchiamo ora, di analizzare un fatto che a molti potrebbe sembrare stupido, ma in realtà non lo è affatto, ossia l'inutilità del lavoro prestato. A ben pensarci, oggi non conta quello che si fa, o come si fa, l'importante è che si faccia qualcosa dal momento che il lavoro è un fine in sé, trasforma cioè il denaro grazie al denaro stesso. Nella produzione di una mercé, quale che essa sia, quest'ultima vale soltanto perché è essa stessa, portatore di lavoro passato, cioè di lavoro morto. Il lavoro morto, qui inteso come capitale, rappresenta l'unico scopo dell'attuale sistema di produzione. «Chi oggi si pone ancora delle domande sul contenuto, il senso e il fine del suo lavoro, impazzisce - o diventa un fattore di disturbo per il funzionamento tautologico della macchina sociale. L'homo faber, orgoglioso del suo lavoro, che prendeva ancora sul serio, sia pure con i suoi limiti quello che faceva, è superato come una macchina da scrivere». (4)
    Pensiamo ora, per un attimo, all'incidenza che il lavoro ha sulle nostre vite. «Possiamo affermare, (...) che il lavoro è un rischio per la tua salute. Infatti il lavoro è un assassinio di massa, cioè un genocidio» con queste parole Bob Black nel suo "L'abolizione del lavoro", dava inizio ad un calcolo, se pur carente in difetto, sull'incidenza mortale che il lavoro provoca all'umanità. Credete che stiamo scherzando? Sentite qua: «Direttamente o indirettamente, il lavoro uccide la maggior parte delle persone che legge queste righe. Tra i 14.000 e i 25.000 lavoratori vengono uccisi ogni anno in questo paese [gli USA] dal loro lavoro. Oltre 2 milioni rimangono invalidi. I feriti ammontano a 20-25 milioni ogni anno. (...) Su 100.000 lavoratori che contraggono la silicosi, 4.000 muoiono ogni anno. (...) Quello che le statistiche non lasciano trapelare è il fatto che il lavoro abbrevia il tempo di vita a 10 milioni di persone, ciò che d'altra parte, è il significato proprio del termine omicidio. Ci riferiamo a quei dirigenti che si ammazzano di lavoro all'età di 50 anni, ci riferiamo a tutti i lavoro-dipendenti. Anche se non si rimane uccisi o mutilati mentre si è effettivamente al lavoro, ciò può tranquillamente accadere mentre ci rechiamo al lavoro, o stiamo tornando dal lavoro, oppure mentre lo stiamo cercando, o tentiamo di dimenticarlo. La maggior parte delle vittime di incidenti d'auto stava svolgendo una di queste attività legate al lavoro, oppure venero travolte da qualcuno impegnate in esse». (5)
    Sommate i danni indotti da esso (inquinamento industriale, alcolismo e droghe indotto dal lavoro, depressione ecc..) et voilà, si giunge alla naturale equazione che il lavoro istituzionalizza l'omicidio come modo di vita. Provate a calcolare ora, quanto prezioso tempo di vita (oltre alla vita stessa) il lavoro vi ruba ogni giorno, provate per un attimo a pensare quanto sarebbe bello riscoprire il valore della lentezza, reimpostare le lancette della gabbia temporale, e già... distruggendo il lavoro si renderebbe inutile anche il tempo, così affannosamente rincorso ogni giorno per... niente! Immaginate per un attimo «quanto tempo potremmo passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere biblioteche!».
    Quasi tutti i mali della nostra società, traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Ma allora, Vi starete chiedendo cosa diamine dovremmo fare?
    Dovremmo andare a svaligiare banche per sopravvivere? No, semplicemente perché, come ci ammonisce a giusta ragione l'anarchico insurrezionalista Alfredo M. Bonanno, anche la rapina potrebbe pericolosamente degenerare in un lavoro, tale e quale agli altri. «Andare a prendere i soldi dove si trovano è un gioco, che ha le sue regole, e che può degenerare in un professionismo fine a se stesso, quindi diventare un lavoro a tempo pieno con tutto quello che ne deriva. (...) Allungare la mano sulla proprietà altrui, anche per un rivoluzionario, è faccenda piena di rischi, non solo legali in senso stretto, ma in primo luogo morali. (...) Cosa possiamo farci col denaro di tutte le banche che saremmo in grado di svaligiare se poi l'unica cosa che sappiamo fare è quella di comprarci una macchina grossa, farci una bella casa, andare in discoteca, riempirci di bisogni inutili e annoiarci a morte fino alla prossima banca da svaligiare». (6)

    Questo, a nostro avviso rappresenta la lucida e logica conclusione rivoluzionaria della volontà di distruggere il lavoro. Bisogna quindi uccidere il concetto del lavoro in quanto tale, anche il più divertente, anche il più redditizio, bisogna ucciderlo nella mente e nel corpo e una volta morto sputare sul suo cadavere.
    La reinvenzione della vita quotidiana significa andare oltre gli obsoleti schemi sistemici, significa scardinare la concezione «lavorista» del diniego e del sacrificio fine a se stesso. Il fatto che Paul Lafargue, avesse la madre di origine ebraica, e quindi ebreo lui stesso, non esime dal fatto che avesse pienamente ragione nell'affermare: «Bisogna che (si) ritorni agli istinti naturali che (si) proclami i Diritti alla pigrizia, mille e mille volte più nobili e sacri dei tisici Diritti dell'uomo, elaborati dagli avvocati metafisici della rivoluzione borghese; che vi sia l'obbligo di lavorare solo tre ore al giorno, a fannullare e fare bisboccia per il resto della giornata e della notte». (7)

    E dove dissentire, se non nel fatto che non bisognerebbe lavorare neanche quelle tre maledette ore. Non basterebbe infatti, diminuire le ore lavorative per distruggere il lavoro, ma così facendo si otterrebbe al massimo l'innesto di nuove e più fresche forze meccaniche per il proseguo dell'aberrante produzione capitalistica. Bisogna capire che «la critica al lavoro è una dichiarazione di guerra all'ordine dominante, non una pacifica coesistenza in una nicchia, con i suoi vincoli». Per distruggere il lavoro bisognerebbe semplicemente rifiutarlo come tale e creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco. I sindacalisti sono a favore della piena occupazione? Noi a favore della piena Disoccupazione, che la mannaia della vita ludica si abbatta sul lavoro! Sappiate che in merito all'argomento esiste una corrente di pensiero molto più nutrita di quanto possiate immaginare. Una corrente di pensiero che annovera tra le sue fila filosofi, economisti e semplici oziosi ed alla quale Vi rimandiamo nel caso in cui leggendo questo articolo ci avrete scambiato per pazzi... Proletari di tutto il mondo... rilassatevi leggetevi questo libro e state pur certi che ci riprenderemo tutto: la vita, la terra e l'ozio!!!
    Gruppo Krisis
    "Manifesto contro il lavoro"
    Derive e Approdi, Roma 2003, pp. 144, € 11.00 (*)

    (*) Se volete risparmiare tre ricchi euro, ordinatelo a: El Paso Occupato (lo vendono a € 8,00), Via Passo Buole, 47 - Torino, all'indirizzo di posta elettronica: fortpaso@ecn.org Se invece l'argomento trattato vi tocca particolarmente ossia, non avete un lavoro né tanto meno ne cercate uno e per logica conseguenza non avete un centesimo da spendere in libri, non disperate... Vi consigliamo di recarvi in un posto pubblico (biblioteche, scuole, ecc..) dove si ha la possibilità di navigare gratis, connettetevi al sito:
    http://www.krisis.org/gruppe-krisìs_manifest-gegen-die-arbeit_italienisch_1999.html,
    oppure< http: //www.redleghorn.net/libuniv/lavoro.php scaricatelo gratis e buona lettura!

    Note:
    (1) "Manifesto contro il lavoro", pag. 10 della versione telematica.

    (2) "Manifesto contro il lavoro", pag. 16
    (3) "Manifesto contro il lavoro", pag. 3
    (4) "Manifesto contro il lavoro", pag. 5
    (5) Bob Black, "L'abolizione del lavoro", Nautilus, 1992, pag. 22/23
    (6) Alfredo M. Bonanno, "Distruggiamo il lavoro", inserto del n. 73, maggio 1994 di "Anarchismo" richiedibile a: "L'Arrembaggio": C.P. 1307 - ag. 3 - 34100 Trieste, e-mail: spacala@hotmail.com, oppure è possibile richiederlo gratuitamente in fotocopie alla redazione del Lazio.
    (7) Cfr. "Il diritto alla pigrizia", di L. Fonte, in "Avanguardia" n. 176, settembre 2000, pp. 11-14.

  2. #2
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    Predefinito

    "Ognuno deve poter vivere del proprio lavoro: questo è il principio
    enunciato. Da questo discende che la condizione per poter vivere è il
    lavoro, e che non esiste il diritto di vivere se non si adempie a tale
    condizione”.
    Johann Gottlieb Fichte, Fondamenti del diritto naturale secondo i principi
    della dottrina della scienza, 1797


    Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. Tutte le potenze del
    pianeta si sono alleate per difendere questo dominio: il Papa e la Banca
    mondiale, Tony Blair e Joerg Haider, D'Alema e Berlusconi, sindacati e
    imprenditori, ecologisti tedeschi e socialisti francesi. Tutti costoro
    conoscono soltanto una parola d'ordine: lavoro, lavoro, lavoro!
    Chi non ha ancora del tutto disimparato a pensare, si rende facilmente
    conto che questa posizione è del tutto infondata. Infatti la società
    dominata dal lavoro non sta vivendo una crisi passeggera, ma si scontra con
    i suoi limiti assoluti. In seguito alla rivoluzione microelettronica, la
    produzione di ricchezza si è sempre più separata dall'utilizzo di
    forza-lavoro umana, e in una misura tale che fino a pochi decenni fa era
    immaginabile soltanto nei romanzi di fantascienza. Nessuno può seriamente
    affermare che questo processo possa fermarsi o addirittura essere invertito.
    La vendita della merce "forza-lavoro” sarà nel ventunesimo secolo tanto
    ricca di prospettive quanto nel ventesimo la vendita di diligenze. Ma chi in
    questa società non riesce a vendere la sua forza-lavoro è considerato
    "superfluo” e finisce nelle discariche sociali.
    Chi non lavora non mangia! Questo cinico principio è tutt'oggi in vigore, e
    anzi oggi più che mai proprio perchè sta diventando del tutto obsoleto. E'
    assurdo: mai la società era stata, fino a questo punto, una società del
    lavoro come in quest'epoca in cui il lavoro è stato reso superfluo. Proprio
    nel momento della sua morte, il lavoro getta la maschera e si rivela come
    una potenza totalitaria, che non tollera nessun altro dio al di fuori di se.
    Il lavoro determina il modo di pensare ed agire fin nelle minime circostanze
    della vita quotidiana e nei più intimi recessi della psiche. Non ci si ferma
    dinanzi ad alcuno sforzo pur di allungare artificialmente la vita all'idolo
    "lavoro”. L'ossessiva richiesta di "occupazione” offre la giustificazione
    per accelerare ancora, se possibile, la distruzione delle condizioni
    naturali della vita, di cui tuttavia si è da tempo consapevoli. Gli ultimi
    ostacoli alla totale commercializzazione di ogni relazione sociale possono
    essere spazzati via senza remore se c'è in vista qualche misero "posto di
    lavoro”. E l'idea che è meglio avere un lavoro "qualsiasi” piuttosto che non
    averne nessuno è ormai diventata un articolo di fede richiesto a tutti.
    Quanto più è evidente che la società del lavoro è veramente giunta alla
    fine, tanto più violentemente questa viene rimossa dalla coscienza
    collettiva. Per quanto siano diversi i metodi della rimozione, hanno pur
    sempre un denominatore comune: il dato di fatto, valido globalmente, che il
    lavoro si sta rivelando un irrazionale fine in sè, ormai obsoleto, viene
    ridefinito, con ostinazione maniacale, come il fallimento di individui,
    imprese o "siti produttivi”. Il limite obiettivo del lavoro deve apparire
    come un problema soggettivo degli esclusi.
    Se per gli uni la disoccupazione è il prodotto di pretese eccessive, di
    scarso impegno e scarsa flessibilità, gli altri rimproverano ai "loro”
    manager e politici incapacità, corruzione, avidità o tradimento del "sito
    produttivo". (E in fin dei conti sono tutti d'accordo con l'ex-presidente
    tedesco Roman Herzog: occorre che, per così dire, una "scossa” attraversi il
    Paese, come se si trattasse di dare nuovi stimoli a una squadra di calcio o
    nuove motivazioni a un gruppuscolo politico. Tutti devono "in qualche modo”
    remare più forte, anche se da tempo non ci sono più remi, tutti devono darsi
    da fare, anche se non c'è più niente da fare, e ci si può dedicare ormai
    soltanto ad attività insensate). Il sottinteso di questa cattiva novella non
    si presta ad equivoci: chi nonostante tutto non gode del favore dell'idolo
    "lavoro” se la deve prendere con sè stesso, e può essere espulso o escluso
    senza scrupoli di coscienza.
    La stessa legge del sacrificio umano vige su scala planetaria. Un Paese
    dopo l'altro viene maciullato negli ingranaggi del totalitarismo economico e
    fornisce così sempre quell'unica prova: ha peccato contro le cosiddette
    leggi di mercato. Chi non "si adatta” senza condizioni, e senza tener conto
    delle perdite, al corso cieco della concorrenza totale, è punito dalla
    logica del profitto. Le promesse di oggi sono i falliti di domani. Gli
    psicotici dell'economia al potere non si lasciano però impressionare nella
    loro bizzarra concezione del mondo. I tre quarti della popolazione mondiale
    sono già stati più o meno dichiarati fuori corso. Crolla un "sito
    produttivo” dopo l'altro. Dopo i disastrati "Paesi in via di sviluppo” del
    Sud del mondo, e dopo il capitalismo di Stato a Est, gli studenti-modello di
    economia di mercato in Estremo Oriente sono a loro volta scomparsi nell'Ade
    economico. Anche in Europa si sta diffondendo da tempo il panico sociale. I
    cavalieri dalla trista figura nella politica e nel management continuano
    però, se possibile ancora più ostinatamente, la loro crociata nel nome del
    dio "lavoro”.

    2. LA SOCIETA' DELL'APARTHEID NEOLIBERISTA

    "Il truffatore aveva distrutto il lavoro, ma si era preso il salario di un
    lavoratore; ora deve lavorare senza salario, ma lavorando immaginare perfino
    nella sua cella quali benedizioni siano il successo e il profitto. [...]
    Con il lavoro forzato deve essere educato al lavoro secondo morale come a un
    libero atto personale”
    Wilhelm Heinrich Riehl, Il lavoro tedesco, 1861

    Una società basata sull'astrazione irrazionale "Lavoro” sviluppa
    necessariamente una tendenza all'apartheid sociale, quando la vendita
    riuscita della merce "forza-lavoro” da regola diventa l'eccezione. Tutte le
    frazioni del "campo del lavoro”, che comprende tutti i partiti, hanno da
    tempo accettato silenziosamente questa logica e danno man forte. Esse non
    mettono più in discussione se settori della popolazione sempre più ampi
    debbano essere spinti ai margini ed esclusi da ogni partecipazione alla vita
    sociale, ma soltanto come questa selezione debba essere imposta, con le
    buone o soprattutto con le cattive.
    La frazione neoliberista affida questo sporco lavoro socialdarwinista alla
    "mano invisibile” del mercato. Le reti di sicurezza sociale vengono
    smantellate proprio per marginalizzare, il più possibile senza clamore,
    tutti coloro che non riescono a tenere il passo con la concorrenza. E'
    riconosciuto come essere umano soltanto chi appartiene alla ilare
    Fratellanza dei vincitori della globalizzazione. Come se fosse la cosa più
    ovvia del mondo, tutte le risorse del pianeta sono usurpate dalla macchina
    autoreferenziale del capitalismo. Se poi non sono più mobilizzabili con
    profitto, devono rimanere inutilizzate, anche se vicino a queste risorse
    intere popolazioni sono ridotte alla fame.
    Di questa fastidiosa "immondizia umana” sono chiamate a occuparsi la
    polizia, le sette che promettono la salvezza nella religione, la Mafia e le
    mense dei poveri. Negli Stati Uniti, e nella maggior parte degli Stati dell'
    Europa centrale, sono ormai rinchiuse in carcere più persone che in
    qualsiasi normale dittatura militare. E nell'America latina vengono uccisi
    ogni giorno più "ragazzi di strada” e altri poveri dagli squadroni della
    morte, in nome dell'economia di mercato, che oppositori ai tempi della più
    feroce repressione politica. Ormai ai reietti resta soltanto una funzione
    sociale: quella dell'esempio deterrente. Il loro destino deve pungolare
    sempre di più tutti quelli che si trovano ancora in corsa nel "gioco dei
    quattro cantoni" della società del lavoro a combattere per gli ultimi posti,
    e tenere in movimento frenetico perfino la massa dei perdenti, affinchè non
    passi loro nemmeno per la testa di ribellarsi contro queste insolenti
    pretese.
    Eppure, anche a prezzo del sacrificio di sè, il "Mondo nuovo” dell'economia
    totalitaria di mercato prevede per i più soltanto un posto come uomini-ombra
    in un'economia-ombra. Devono offrire i loro umili servizi come lavoratori a
    buon mercato, e schiavi democratici della "società dei servizi”, ai
    vincitori della globalizzazione. I nuovi "lavoratori poveri” possono pulire
    le scarpe ai businessmen rimasti su piazza, vendere loro degli hamburger
    contaminati, o fare la guardia ai loro centri commerciali. E chi ha portato
    il suo cervello all'ammasso, può nel frattempo sognare l'ascesa a
    imprenditore miliardario.
    Nei paesi anglosassoni, questo mondo dell'orrore è già una realtà per
    milioni di persone, e tanto più nel Terzo mondo e in Europa orientale; e
    anche a Eurolandia sono decisi a recuperare in fretta le posizioni perdute.
    I giornali economici, del resto, non fanno più un mistero di come si
    rappresentino il futuro ideale del lavoro: i bambini, che agli incroci
    ultrainquinati delle strade puliscono i vetri delle auto, sono il luminoso
    modello di "iniziativa imprenditoriale” verso il quale sono pregati di
    orientarsi i disoccupati data l'odierna mancanza di "prestatori di servizi”.
    "Il modello dominante del futuro è l'individuo come imprenditore della sua
    forza-lavoro e responsabile della sua sussistenza”, scrive la "Commissione
    per i problemi del futuro della Baviera e della Sassonia”. E aggiunge: "La
    domanda di semplici servizi alla persona aumenta tanto più quanto più
    diminuisce il loro costo, e quindi quanto meno guadagnano i prestatori di
    servizi”. Se in questo mondo esistesse ancora fra gli uomini l'autostima,
    questa frase dovrebbe scatenare una rivolta sociale. In un mondo di bestie
    da soma addomesticate susciterà solo un assenso sconsolato.

    3. L'APARTHEID DEL NUOVO STATO SOCIALE

    "Un lavoro qualsiasi è meglio di nessun lavoro”
    Bill Clinton, 1998, Antonio Fazio, 1999 e Emma Bonino, 2000

    "Nessun lavoro è così duro come non lavorare"
    Slogan di un manifesto dell'ufficio di coordinamento federale delle
    iniziative per i disoccupati in Germania, 1998

    Le frazioni anti-neoliberiste all'interno del "campo del lavoro” -
    che comprende tutta la società - possono anche non fare salti di gioia per
    questa prospettiva, ma proprio per loro è fuori discussione che un uomo
    senza lavoro non è un uomo. Sono fissate nostalgicamente sul periodo del
    dopoguerra caratterizzato dal lavoro fordista di massa, e non hanno in mente
    nient'altro che far rivivere quell'età, ormai passata, della società del
    lavoro. Lo Stato deve intervenire quando il mercato non funziona più.
    Bisogna continuare a simulare la presunta normalità della società del
    lavoro, grazie a "programmi per l'occupazione”, a interventi a favore dei
    siti produttivi, all'indebitamento e ad altre misure politiche. Questo
    statalismo del lavoro, ripreso svogliatamente, non ha la minima possibilità
    di riuscire, ma resta il punto di riferimento ideologico per ampi strati
    della popolazione minacciati dal degrado. E proprio a causa della sua
    irrealizzabilità, la prassi che ne risulta è tutt'altro che emancipatrice.
    La metamorfosi ideologica del lavoro come "bene raro” nel primo
    diritto del cittadino esclude di conseguenza tutti i non-cittadini. La
    logica di selezione sociale non viene dunque messa in discussione, ma
    soltanto diversamente definita: la battaglia per la sopravvivenza
    individuale deve essere resa meno spietata grazie a criteri
    etnico-nazionalistici. L'anima popolare, che nel perverso amore per il
    lavoro si ritrova, ancora una volta, in una comunità di popolo, grida dal
    profondo del cuore: "Lo sgobbo italiano agli italiani!”. Il populismo di
    destra grida ai quattro venti questa sua conclusione. La sua critica alla
    società della concorrenza, alla fine, significa soltanto la pulizia etnica
    nelle zone, sempre più ristrette, della ricchezza capitalistica.
    Il nazionalismo moderato, d'impronta socialdemocratica o verde,
    accetta invece i lavoratori da tempo immigrati come indigeni, e vuole
    addirittura concedere loro la cittadinanza, se fanno la riverenza e si
    comportano bene, oltre naturalmente a essere inoffensivi al cento per cento.
    Tuttavia in tal modo può essere ancora meglio legittimata e ancora più
    silenziosamente messa in pratica l'accentuata esclusione dai confini dei
    profughi provenienti da Sud e da Est - naturalmente sempre nascosta dietro
    una valanga di parole come "umanità” e "civiltà”. La caccia all'uomo contro
    i "clandestini”, che si vogliono impadronire di soppiatto dei posti di
    lavoro nostrani, non deve lasciare, se possibile, odiose tracce di sangue o
    di incendi sul suolo nazionale. Per questo esistono la polizia di confine e
    gli Stati-cuscinetto di Schengenlandia, che sbrigano tutto secondo la legge
    e il diritto, magari tenendosi lontani dalle telecamere.
    La simulazione statale del lavoro è violenta e repressiva di per se, ed è l
    'espressione della volontà incondizionata di tenere ancora in piedi con
    tutti i mezzi il dominio dell'idolo "lavoro” anche dopo la sua morte. Questo
    fanatismo della burocrazia del lavoro non lascia in pace neppure - nelle
    nicchie residuali, e del resto già pietosamente minuscole, dello Stato
    sociale demolito - gli esclusi, i disoccupati, i disperati e tutti coloro
    che il lavoro lo rifiutano a ragione. Essi vengono trascinati dagli
    operatori sociali, e dagli agenti di intermediazione del lavoro, sotto la
    luce delle lampade da interrogatorio dello Stato, e costretti a una pubblica
    genuflessione di fronte al trono del cadavere dominante.
    Se di fronte a un tribunale di solito vale la regola "in dubio pro reo”, in
    questo caso l'onere della prova si è rovesciato. Se in futuro non vogliono
    vivere d'aria o dell'amore cristiano per il prossimo, allora gli esclusi
    devono accettare qualsiasi lavoro, anche il più sozzo e il più servile, e
    qualsiasi "misura per l'occupazione”, per quanto assurda, allo scopo di
    dimostrare la loro disponibilità incondizionata al lavoro. E' del tutto
    indifferente se ciò che viene loro dato da fare abbia un senso, sia pur
    minimo, o se rientri nella categoria dell'assurdità pura e semplice. L'
    importante è che rimangano in continuo movimento, affinchè non dimentichino
    mai secondo quali principi deve consumarsi la loro esistenza.
    Prima gli uomini lavoravano per guadagnare denaro. Oggi lo Stato non si
    tira indietro di fronte ad alcuna spesa purchè centinaia di migliaia di
    persone simulino il lavoro scomparso in astrusi "stages” e "periodi di
    formazione”, e si tengano pronti per "posti di lavoro” che però non avranno
    mai. "Misure” sempre nuove e sempre più stupide vengono inventate soltanto
    per tenere viva l'illusione che la macchina sociale del lavoro, la quale ora
    gira a vuoto, possa continuare a girare per l'eternità. Quanto meno ha senso
    l'obbligo al lavoro, tanto più brutalmente si fa entrare in testa alle
    persone che chi non lavora non mangia.
    Da questo punto di vista, il "New Labour”, e i suoi imitatori sparsi in
    tutto il mondo, si rivelano perfettamente compatibili con il modello
    neoliberista della selezione sociale. Grazie alla simulazione dell'
    "occupazione”, e al miraggio di un futuro positivo per la società del
    lavoro, si crea la legittimazione morale a procedere in modo ancora più
    determinato contro i disoccupati e quelli che rifiutano di lavorare. Nello
    stesso tempo, le agevolazioni fiscali e le cosiddette "gabbie salariali”
    abbassano ancora di più il costo del lavoro. E così si favorisce con tutti i
    mezzi possibili il già fiorente settore del lavoro sottopagato e dei
    "lavoratori poveri”.
    La cosiddetta politica attiva per il lavoro, secondo il modello del "New
    Labour”, non risparmia neppure i malati cronici e le ragazze-madri con
    bambini in tenera età. Chi riceve il sostegno dello Stato viene liberato
    dalla morsa della burocrazia soltanto all'obitorio. L'unica ragione di
    questa invadenza sta nello scoraggiare il maggior numero possibile di
    persone dal formulare qualsiasi pretesa nei confronti dello Stato, e di
    mostrare agli esclusi strumenti di tortura così ripugnanti, da far apparire
    al confronto una pacchia ogni sia pur miserevole lavoro.
    Ufficialmente, lo Stato paternalista agita la frusta sempre e soltanto per
    amore, e con l'obiettivo di inculcare ai suoi figli "renitenti al lavoro”
    dei princìpi perchè si facciano strada nella vita. In realtà, le misure
    "pedagogiche” hanno l'unico ed esclusivo fine di far uscire a bastonate i
    postulanti da casa. (E quale altro senso dovrebbe avere costringere i
    disoccupati a raccogliere gli asparagi nei campi, come accade da qualche
    tempo in Germania? Questi non fanno altro che sostituire i lavoratori
    stagionali polacchi, i quali accettano un salario da fame soltanto perchè,
    grazie al cambio favorevole del marco, lo trasformano in un compenso
    accettabile nel loro Paese. Ma con una misura del genere non si viene in
    aiuto alle persone costrette a fare simili lavori, nè si apre loro la sia
    pur minima "prospettiva di lavoro”. E anche per i coltivatori di asparagi, i
    lavoratori specializzati e i laureati demotivati di cui viene fatto loro
    grazioso dono non sono altro che una fonte di problemi senza fine. Ma
    quando, dopo dodici ore di lavoro sul suolo della patria tedesca, all'
    improvviso l'idea, davvero grandiosa, di aprire per disperazione un chiosco
    per la vendita di whrstel non si presenta più al disoccupato in una luce
    tanto negativa, allora la "spinta alla flessibilità” di origine
    neobritannica ha prodotto i suoi effetti desiderati.)

    4. INASPRIMENTO E SMENTITA DELLA RELIGIONE DEL LAVORO

    "Per quanto possa essere volgare e consacrato alla dea Mammona, il lavoro è
    comunque sempre in rapporto con la Natura. Già soltanto il desiderio di
    effettuare un lavoro ci guida sempre di più verso la verità e verso le leggi
    e i precetti della Natura, che sono la verità”.
    Thomas Carlyle, Lavorare e non disperare, 1843

    Il nuovo fanatismo del lavoro, con il quale questa società reagisce alla
    morte del suo idolo, è la logica prosecuzione e lo stadio finale di una
    lunga storia. Dall'epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della
    modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro.
    Soprattutto negli ultimi 150 anni, tutte le teorie sociali e le correnti
    politiche sono state addirittura possedute dall'idea del lavoro. Socialisti
    e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all'ultimo
    sangue, ma per quanto fossero nemici mortali hanno sacrificato insieme all'
    idolo "lavoro”. Il verso dell'Inno dei lavoratori dell'Internazionale si
    legge: "Non c'è posto per gli oziosi”, ha trovato un'eco macabra
    nell'iscrizione "Il lavoro rende liberi” sopra l'ingresso del lager di
    Auschwitz. Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno ancora di
    più fatto solenne giuramento di difendere l'eterna dittatura del lavoro.
    Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera insegna ai cittadini,
    proprio nel solco della tradizione che viene da Lutero: "Il lavoro è la
    fonte del benessere del popolo, e si trova sotto la particolare protezione
    dello Stato”, e il primo articolo della Costituzione dell'Italia, culla del
    cattolicesimo, recita: "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Alla
    fine del ventesimo secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente
    svaniti nell'aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro
    è la caratteristica naturale dell'uomo.
    Oggi è la società del lavoro stessa a smentire questo dogma. I sacerdoti
    della religione del lavoro hanno sempre predicato che l'uomo sarebbe,
    secondo la sua presunta natura, un "animal laborans”. Anzi, diventerebbe un
    uomo soltanto nel momento in cui, come un tempo Prometeo, sottomette la
    natura alla sua volontà e si realizza nei propri prodotti. Questo mito del
    conquistatore del mondo, del demiurgo è certo sempre stato una beffa in
    rapporto al carattere del moderno processo lavorativo, ma nell'età dei
    capitalisti inventori come Siemens o Edison, e delle loro corporazioni di
    lavoratori specializzati, può ancora aver avuto un substrato reale. Ma nel
    frattempo questo atteggiamento è diventato completamente assurda.
    Chi oggi si pone ancora delle domande sul contenuto, il senso e il fine del
    suo lavoro, impazzisce - o diventa un fattore di disturbo per il
    funzionamento tautologico della macchina sociale. L' "homo faber”,
    orgoglioso del suo lavoro, che prendeva ancora sul serio, sia pure con i
    suoi limiti quello che faceva, è superato come una macchina da scrivere. L'
    ingranaggio deve andare avanti a tutti i costi, e basta. A conferire un
    senso al meccanismo sono deputati il settore pubblicità, e veri e propri
    eserciti di animatori e psicologi d'impresa, consulenti d'immagine e
    trafficanti di droga. Laddove si chiacchiera continuamente di motivazione e
    creatività, c'è da stare sicuri che non se ne vede l'ombra, o tutt'al più
    come un autoinganno. Perciò le capacità di autosuggestionarsi, presentarsi
    e fingere di essere competenti sono considerate tra le virtù principali di
    manager e lavoratori specializzati, star dei media e contabili, insegnanti e
    posteggiatori.
    Anche l'affermazione che il lavoro è un'eterna necessità imposta agli
    uomini dalla natura è stata irrimediabilmente screditata dalla crisi della
    società del lavoro. Da secoli si predica che occorre sacrificare all'idolo
    del lavoro, se non altro perchè i bisogni non possono essere soddisfatti
    senza il lavoro e il sudore dell'uomo. E il fine dell'intera organizzazione
    del lavoro sarebbe proprio la soddisfazione dei bisogni. Se fosse così, una
    critica del lavoro sarebbe tanto assurda quanto una critica della forza di
    gravità. Ma com'è possibile allora che una vera "legge della natura” entri
    in crisi o addirittura scompaia? I portavoce del "campo del lavoro nella
    società”, dalla iperefficiente donna in carriera neoliberista, al
    sindacalista ex-trinariciuto, sono a corto di argomenti con la loro presunta
    natura del lavoro. Come vogliono spiegare, altrimenti, che oggi i tre quarti
    dell'umanità sprofondano nella miseria perchè la società del lavoro non ha
    più bisogno del loro lavoro?
    Oggi non pesa più sulle spalle degli esclusi la maledizione
    veterotestamentaria: "Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte”, ma
    una nuova e ancora più spietata dannazione: "Non mangerai perchè il tuo
    sudore è superfluo e invendibile”. E questa sarebbe una legge naturale? Non
    è altro che un principio sociale irrazionale, che sembra una costrizione
    naturale perchè per secoli ha distrutto e sottomesso ogni altra forma di
    relazioni sociali, imponendosi come assoluto. E' la "legge di natura” di una
    società che si considera "razionale” al cento per cento, ma che in realtà
    segue soltanto la razionalità del suo idolo del lavoro, e che è pronta a
    sacrificare ai "vincoli” che questo le impone anche l'ultimo barlume di
    umanità che le resta.

    5. IL LAVORO E' UN PRINCIPIO COSTRITTIVO SOCIALE

    "Perciò l'operaio solo fuori dal lavoro si sente presso di sè; e si sente
    fuori di sè nel lavoro. E' a casa propria se non lavora, e se lavora non è a
    casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma costretto, è un
    lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un bisogno, ma è soltanto
    un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela
    chiaramente nel fatto che non appena viene a mancare la coazione fisica o
    qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste”.
    Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844

    Il lavoro non va in alcun modo identificato con il fatto che gli uomini
    modificano la natura e hanno relazioni l'uno con l'altro. Fino a quando gli
    uomini esisteranno, essi produrranno vestiti, nutrimento e molte altre cose,
    alleveranno i loro figli, scriveranno libri, discuteranno, si dedicheranno
    al giardinaggio, faranno musica e altro ancora. Ciò è banale e va da se. Non
    è invece scontato che la semplice attività umana, il puro "dispendio di
    forza-lavoro”, di cui non si tiene in alcuna considerazione il contenuto, e
    che è totalmente indipendente dai bisogni e dalla volontà degli interessati,
    venga elevata a un principio astratto che domina le relazioni sociali.
    Nelle antiche società agrarie esistevano molteplici forme di dominio e di
    dipendenza personale, ma non la dittatura dell'astrazione "lavoro”. Le
    attività nel processo di trasformazione della natura e nelle relazioni
    sociali non erano certo autonome, ma neppure sottomesse a un astratto
    "impiego di forza-lavoro”, ed erano piuttosto inserite in un complesso
    sistema di regole basato su prescrizioni religiose, tradizioni sociali e
    culturali con obbligazioni reciproche. Ogni attività aveva il suo
    particolare tempo e il suo particolare luogo; non esisteva alcuna forma di
    attività astrattamente universale.
    Fu proprio il moderno sistema produttore di merci, con il suo fine in sè
    dell'incessante trasformazione dell'energia umana in denaro, che fece
    nascere una particolare sfera, "separata” da qualsiasi altra relazione,
    astratta da ogni contenuto, quella del cosiddetto lavoro - una sfera di
    attività eterodiretta, incondizionata, irrelata, meccanica, separata dal
    resto del tessuto sociale, una sfera che obbedisce a un'astratta razionalità
    finalistica "aziendale” al di là dei bisogni. In questa sfera separata dalla
    vita, il tempo cessa di essere tempo vissuto, profondamente sentito; diventa
    una semplice materia prima, che deve essere utilizzata nel modo migliore:
    "il tempo è denaro”. Si calcola ogni secondo, ogni visita al bagno diventa
    un contrattempo, ogni chiacchierata un delitto contro il fine autonomizzato
    della produzione. Laddove si lavora, si può soltanto impiegare energia
    astratta. La vita si vive altrove - o non si vive affatto, perchè il ritmo
    del lavoro impone ovunque la sua legge. Già i bambini vengono allevati a
    rispettare i tempi al secondo, perchè diventino un giorno "efficienti”. La
    vacanza serve soltanto alla riproduzione della "forza-lavoro”. E perfino
    quando si mangia, si festeggia e in Venereis in qualche parte del cervello
    il cronometro continua a scandire il tempo.
    Nella sfera del lavoro non conta che cosa si fa, ma che si faccia qualcosa,
    dal momento che il lavoro è un fine in sè, proprio perchè realizza la
    valorizzazione del capitale - l'infinita moltiplicazione del denaro grazie
    al denaro stesso. Il lavoro è la forma di attività di questa assurda
    tautologia. Soltanto per questo scopo, e non per ragioni oggettivo, i
    prodotti sono prodotti in quanto merci. Infatti soltanto in questa forma
    rappresentano l'astrazione "denaro”. In questo consiste il meccanismo di
    quella macchina sociale autonomizzata, di cui l'umanità moderna è
    prigioniera.
    E proprio per questo il contenuto della produzione è indifferente tanto
    quanto l'uso delle cose prodotte, e le loro conseguenze sociali e naturali.
    Che si costruiscano case o si producano mine antiuomo, che si stampino libri
    o si coltivino pomodori transgenici, che in conseguenza di ciò uomini si
    ammalino o l'aria sia inquinata o che "soltanto” il buon gusto vada a farsi
    friggere - tutto questo non importa niente, purchè, in un modo o nell'altro,
    la merce si trasformi in denaro e il denaro in nuovo lavoro. Che la merce
    richieda un uso concreto, foss'anche distruttivo, è per la razionalità
    imprenditoriale un dettaglio trascurabile, visto che il prodotto vale
    soltanto in quanto portatore di lavoro passato, cioè di "lavoro morto”.
    L'accumulo di "lavoro morto” come capitale, rappresentato nella
    forma-denaro, è l'unico "senso” che conosce il moderno sistema di
    produzione dei beni. "Lavoro morto”? Un'assurdità metafisica! Si, ma una
    metafisica diventata realtà concreta, un'assurdità "oggettivata” che tiene
    questa società in una morsa d'acciaio. Nell'eterno comprare e vendere, gli
    uomini non sono in rapporto di scambio reciproco come esseri coscienti che
    vivono in società, ma come automi sociali che eseguono soltanto il fine a se
    stesso loro prestabilito.

    6. LAVORO E CAPITALE SONO LE DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

    "Il lavoro ha sempre di più dalla sua tutta la buona coscienza: l'
    inclinazione alla gioia si chiama già "bisogno di ricreazione” e comincia a
    vergognarsi di se stessa. "E' un dovere verso la nostra salute”, si dice,
    quando si è sorpresi durante una gita in campagna. Anzi, si potrebbe ben
    presto andare così lontano da non cedere all'inclinazione alla vita
    contemplativa (vale a dire all'andare a passeggio, con pensieri e amici),
    senza disprezzare se stessi e senza cattiva coscienza”.
    Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza, 1882.

    La sinistra politica ha sempre venerato il lavoro con particolare zelo. Non
    soltanto ha elevato il lavoro a essenza dell'uomo, ma ne ha anche fatto, in
    maniera mistificante, il presunto principio opposto a quello del capitale.
    Per la sinistra lo scandalo non era il lavoro, ma soltanto il suo
    sfruttamento da parte del capitale. Perciò, il programma di tutti i "Partiti
    dei lavoratori” fu sempre la "liberazione del lavoro”, e non la "liberazione
    dal lavoro”. La contrapposizione sociale tra capitale e lavoro è però
    soltanto la contrapposizione di diversi (anche se diversamente potenti)
    interessi all'interno del fine tautologico del capitalismo. La lotta di
    classe fu la forma nella quale questi interessi contrapposti si scontrarono
    sul comune terreno sociale del sistema produttore di merci. Fu un elemento
    interno alla dinamica di valorizzazione del capitale. Non importa se la
    battaglia fu combattuta per i salari, i diritti, le condizioni di lavoro o i
    posti di lavoro; il suo cieco presupposto rimase sempre il dominio del
    lavoro con i suoi irrazionali principi.
    Dal punto di vista del lavoro, il contenuto qualitativo della produzione è
    altrettanto trascurabile quanto dal punto di vista del capitale. Quel che
    interessa, è unicamente la possibilità di vendere nella maniera ottimale la
    forza-lavoro. Non è in gioco la determinazione comune del senso e del fine
    del proprio fare. Se mai c'è stata la speranza di poter realizzare una
    simile autodeterminazione della produzione nelle forme del sistema
    produttore di merci, le "forze lavorative” si sono tolte questa illusione
    dalla testa da gran tempo. Ormai si tratta soltanto di "posti di lavoro”, di
    "occupazione”, e già questi concetti dimostrano il carattere di fine a se
    stesso tipico dell'intera baracca, e lo stato di minorità degli interessati.
    Che cosa si produce, a quale scopo e con quali conseguenze, è in fin dei
    conti altrettanto indifferente per il venditore del bene forza-lavoro
    quanto per il suo acquirente. I lavoratori delle centrali nucleari e degli
    impianti chimici protestano più di tutti gli altri quando si vogliono
    disinnescare le loro bombe a orologeria. Gli "occupati” di Volkswagen, Ford
    o Fiat sono i più fanatici sostenitori del programma di suicidio
    automobilistico. Ciò non accade semplicemente perchè essi si devono
    obbligatoriamente vendere per "avere il diritto” di vivere, ma perchè si
    identificano effettivamente con la loro limitata esistenza. Sociologi,
    sindacalisti, parroci e altri teologi di mestiere della "questione sociale”
    vedono in tutto ciò una prova del valore etico del lavoro. Il lavoro forma
    la personalità, dicono. A ragione. Il fatto è che forma la personalità di
    zombie della produzione di merci, che non riescono più a immaginarsi una
    vita al di fuori del loro amatissimo sgobbo, al quale loro stessi, giorno
    dopo giorno, sacrificano tutto.
    Ma se la classe lavoratrice, in quanto classe lavoratrice, non è mai stata
    l'antagonista del capitale nè il soggetto dell'emancipazione umana, i
    capitalisti e i manager, da parte loro, non governano la società in base a
    una maligna volontà soggettiva di sfruttare gli altri. Nel corso della
    storia, nessuna casta dominante ha mai condotto una vita così dipendente e
    misera come quella dei manager, sempre sotto pressione, di Microsoft,
    Daimler-Chrysler o Sony. Qualsiasi feudatario medievale avrebbe
    profondamente disprezzato queste persone. Infatti, mentre essi potevano
    abbandonarsi all'ozio e dissipare, più o meno orgiasticamente, le loro
    ricchezze, le élites della società del lavoro non possono concedersi nessuna
    pausa. Usciti dal "gabbio", sanno soltanto ridiventare infantili; l'ozio, il
    piacere della conoscenza e il godimento dei sensi sono loro tanto estranei
    quanto al loro materiale umano. Essi stessi non sono altro che schiavi dell'
    idolo "lavoro”, semplici élites funzionali all'irrazionale fine in sè della
    società.
    L'idolo dominante sa come imporre il suo volere senza soggetto grazie alla
    "costrizione silenziosa” della concorrenza, alla quale anche i potenti
    devono piegarsi, soprattutto se gestiscono centinaia di fabbriche e spostano
    da un punto all'altro del pianeta somme astronomiche. Se non lo fanno
    vengono messi da parte senza tanti complimenti, proprio come succede alla
    "forza-lavoro” in sovrappiù. Ma è proprio la loro condizione di
    irresponsabilità a rendere i funzionari del capitale tanto pericolosi, non
    la loro volontà soggettiva di sfruttare. Meno di chiunque altro essi
    possono interrogarsi sul senso e sulle conseguenze della loro continua
    attività, nè si possono permettere di avere sentimenti e di nutrire riserve.
    Per questo chiamano realismo devastare il mondo, imbruttire le città e far
    precipitare nella povertà gli uomini in mezzo alle ricchezze.

    7. IL LAVORO E' DOMINIO PATRIARCALE

    "L'umanità ha dovuto sottoporsi a un trattamento spaventoso, perchè
    nascesse e si consolidasse il Sè, il carattere identico, pratico, virile
    dell'uomo, e qualcosa di tutto ciò si ripete in ogni infanzia”.
    Max Horkheimer/Theodor Adorno, "Dialettica dell'illuminismo”

    Sebbene la logica del lavoro e della sua trasformazione in denaro vi
    tenda, non tutti gli ambiti sociali e tutte le attività necessarie si
    lasciano rinchiudere in questa sfera del tempo astratto. Perciò, insieme
    con la sfera "separata” del lavoro è nata, in un certo qual modo come il suo
    rovescio, anche la sfera della famiglia e dell'intimità.
    In questo settore, definito come "femminile”, restano quelle numerose e
    ricorrenti attività della vita quotidiana che non si lasciano, o soltanto
    eccezionalmente, trasformare in denaro: dal fare le pulizie al cucinare,
    passando per l'educazione dei bambini e la cura degli anziani, fino al
    "lavoro amoroso” della tipica casalinga, che accudisce il suo marito
    lavoratore, spremuto come un limone, e gli fa "fare il pieno di sentimenti”.
    La sfera dell'intimità, come rovescio del lavoro, viene perciò trasfigurata
    dall'ideologia della famiglia borghese come il rifugio della "vita
    autentica” - anche se per lo più diventa invece un inferno entro quattro
    mura. Si tratta appunto non di una sfera della vera vita, degna di essere
    vissuta, ma di una altrettanto limitata e ridotta forma dell'esistenza, cui
    viene soltanto invertito il segno. Questa sfera è in sè stessa un prodotto
    del lavoro, certo da questo separata, e tuttavia esistente soltanto in
    rapporto con il lavoro. Senza lo spazio sociale separato delle attività
    "femminili”, la società del lavoro non avrebbe mai potuto funzionare. Questo
    spazio è il suo silenzioso presupposto e nello stesso tempo il suo risultato
    specifico.
    Ciò vale anche per gli stereotipi sessuali, che si sono generalizzati
    durante lo sviluppo del sistema produttore di merci. Non a caso, l'immagine
    della donna come essere naturale e istintivo, irrazionale ed emotivo è
    diventata un pregiudizio universale soltanto insieme a quella del maschio
    lavoratore e creatore di cultura, razionale e padrone di se. E non a caso,
    l'autoaddestramento dell'uomo bianco alle esigenze del lavoro e della sua
    gestione degli uomini affidata allo Stato è andato di pari passo con una
    rabbiosa e secolare "caccia alle streghe”. Anche l'appropriazione del mondo
    basata sulle scienze naturali, che ebbe contemporaneamente inizio, fu
    contaminata alla radice dal fine tautologico della società del lavoro e
    dalle sue attribuzioni sessuali. In questo modo, l'uomo bianco, per poter
    funzionare senza attriti, si spogliò di ogni sentimento e di ogni bisogno
    emotivo, i quali rappresentano, nel regno del lavoro, fattori di disturbo.
    Nel ventesimo secolo, specialmente nelle democrazie fordiste del
    dopoguerra, le donne furono inserite in maniera crescente nel sistema del
    lavoro. Ma il risultato fu soltanto una coscienza femminile schizofrenica.
    Da una parte, infatti, il farsi largo delle donne nella sfera del lavoro non
    poteva portare a nessuna liberazione, ma soltanto alla stessa sottomissione
    all'idolo del lavoro come per gli uomini. D'altra parte, la struttura della
    "scissione” rimase intatta, e così anche la sfera delle attività definite
    come "femminili”, al di fuori del lavoro ufficiale. In questa maniera, le
    donne sono state caricate di un peso doppio e sottoposte nello stesso tempo
    a imperativi sociali del tutto contraddittori. All'interno della sfera del
    lavoro, esse rimangono fino ad oggi confinate prevalentemente in posizioni
    sottopagate e subalterne.
    Questa situazione non cambierà combattendo una battaglia, conforme al
    sistema, per quote riservate alle donne, e per maggiori chances concesse
    alla carriera femminile. La pietosa visione borghese di una "conciliazione
    di lavoro e famiglia” lascia totalmente intatta la divisione in sfere del
    sistema produttore di merci, e quindi la "scissione” sessuale. Per la
    maggioranza delle donne questa prospettiva è invivibile, per una minoranza
    di donne "abbienti” diventa una perfida posizione di vantaggio nell'
    apartheid sociale, nella misura in cui possono delegare le faccende di casa
    e la cura dei figli a dipendenti (donne, "naturalmente”) malpagate.
    Nella società nel suo complesso, la sfera della cosiddetta vita privata e
    familiare, santificata dall'ideologia borghese, viene in verità sempre più
    svuotata e degradata, perchè l'usurpazione ad opera della società del lavoro
    richiede ormai l'intera persona, il sacrificio totale, mobilità e
    flessibilità sugli orari. Il patriarcato non viene abolito, ma si
    imbarbarisce nella crisi inconfessata della società del lavoro. Nella stessa
    misura in cui il sistema produttore di merci va in pezzi, le donne vengono
    rese responsabili della sopravvivenza su tutti i piani, mentre il mondo
    "maschile” allunga fittiziamente la vita alle categorie della società del
    lavoro.

    8. IL LAVORO E' L'ATTIVITA' DI CHI SI TROVA IN UNA SITUAZIONE DI MINORITA'

    Non soltanto nella realtà dei fatti, ma anche da un punto di vista
    concettuale, si può dimostrare l'identità di lavoro e minorità. Fino a pochi
    secoli fa, gli uomini erano del tutto consapevoli del rapporto fra lavoro e
    costrizione sociale. Nella maggior parte delle lingue europee il concetto di
    "lavoro” si riferisce originariamente soltanto all'attività di un essere
    umano dipendente, del sottoposto, del servo o dello schiavo. Il verbo
    italiano "lavorare" viene da "laborare", che in latino significava
    "vacillare sotto un peso gravoso", e indicava in generale la sofferenza e la
    fatica dello schiavo. Nell'area linguistica germanica la parola "Arbeit”
    designa la fatica di un bambino rimasto orfano, e perciò diventato servo
    della gleba. Le parole romaniche "travail”, "trabajo” derivano dal latino
    "tripalium”, una specie di giogo che fu inventato per torturare e punire gli
    schiavi ed altre persone non libere. Nell'espressione tedesca "il giogo del
    lavoro”, risuona un'eco di quel passato.
    Dunque il "lavoro” non è affatto, come dimostra l'etimologia della parola,
    un sinonimo per un'attività umana autodeterminata, ma rinvia a un destino
    sociale infelice. E' l'attività di coloro i quali hanno perso la loro
    libertà. L'estensione del lavoro a tutti i componenti della società non è
    perciò nient'altro che la generalizzazione di una dipendenza servile, e il
    moderno culto del lavoro non è altro che la trasposizione a un livello quasi
    religioso di questo stato.
    Si è riusciti a rimuovere questo rapporto, e a interiorizzarne le pretese
    sociali, perchè la generalizzazione del lavoro è andata di pari passo con la
    sua "oggettivazione” tramite il moderno sistema produttore di merci: la
    maggior parte degli uomini, in effetti, non è più sottoposta all'arbitrio di
    un signore in carne e ossa. La dipendenza sociale è diventata un rapporto
    astratto all'interno del sistema, e proprio per questo totalizzante. E'
    percepibile dappertutto e proprio per questo così difficile da cogliere.
    Laddove ognuno è servo, ognuno è anche padrone - è il proprio mercante di
    schiavi e il proprio sorvegliante. E tutti obbediscono all'invisibile
    "idolo” del sistema, al "grande Fratello” dell'accumulazione di capitale,
    che li ha mandati sotto il "tripalium”.

    9. LA SANGUINOSA AFFERMAZIONE DEL LAVORO

    "Il Barbaro è pigro, e si distingue dall'uomo istruito per il fatto che se
    ne sta lì a rimuginare apaticamente; infatti la formazione pratica consiste
    appunto nell'abitudine e nell'avere bisogno di un'occupazione”.
    Georg W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del Diritto, 1821

    "In fondo, [...] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la
    migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente
    il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d'indipendenza.
    Esso logora straordinariamente una gran quantità d'energia nervosa, e la
    sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all'
    amare, all'odiare”.
    Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

    La storia della modernità è la storia dell'imposizione del lavoro, che ha
    lasciato sull'intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori.
    Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell'energia
    vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal
    punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza
    aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli
    uomini al servizio incondizionato dell'idolo "lavoro”.
    All'inizio non ci fu l'espansione delle relazioni di mercato, come
    "portatrice di benessere”, ma l'insaziabile fame di denaro degli apparati
    statali assolutistici, che dovevano finanziare le macchine militari dell'
    inizio dell'era moderna. Soltanto attraverso l'interesse di questi apparati,
    che per la prima volta nella storia strinsero l'intera società nella morsa
    della burocrazia, si accelerò lo sviluppo del capitale finanziario e
    mercantile al di là delle tradizionali relazioni commerciali. Soltanto in
    questo modo il denaro diventò un motivo sociale decisivo, e il "lavoro” un'
    esigenza sociale decisiva, senza riguardo per i bisogni.
    La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente alla
    produzione per mercati anonimi, e dunque alla generale economia monetaria,
    ma perchè l'avidità degli Stati assolutistici monetarizzò le tasse e
    contemporaneamente le aumentò in maniera esorbitante. Non per se stessa la
    maggior parte degli uomini dovette "guadagnare soldi”, ma per lo Stato
    proto-moderno militarizzato e le sue armi da fuoco, la sua logistica e la
    sua burocrazia. Così, e non diversamente, è venuto al mondo l'assurdo fine
    in sè della valorizzazione del capitale, e quindi del lavoro.
    Presto le imposte e i tributi non bastarono più. I burocrati assolutistici
    e gli amministratori del capitalismo finanziario si dettero allora a
    organizzare direttamente e con la forza gli esseri umani, come materia prima
    di una macchina sociale per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi
    tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perchè queste popolazioni
    si fossero spontaneamente e autonomamente "sviluppate”, ma perchè dovevano
    servire da materiale umano per far funzionare la macchina della
    valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza
    delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi
    diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi,
    furono aboliti. E quando le masse impoverite si misero a vagare nella
    campagna rubando e mendicando, furono rinchiuse in case di lavoro e
    manifatture, dove furono torturate con i primi macchinari, e fu loro imposta
    a bastonate una coscienza da schiavi, docili come animali da lavoro.
    Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia
    prima dell'idolo "lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora ai
    mostruosi Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad
    altri continenti. La colonizzazione interna dell'Europa andò di pari passo
    con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell'
    Africa. Qui gli aguzzini del lavoro misero da parte definitivamente ogni
    remora. In spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina,
    distruzione e sterminio si scagliarono sui nuovi mondi appena "scoperti”,
    tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri
    umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori
    della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da "selvaggi”
    e cannibali.
    E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a
    milioni. La vera e propria schiavitù nell'economia coloniale, basata sulle
    piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue
    dimensioni perfino l'utilizzazione di schiavi nell'antichità, appartiene ai
    crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la
    prima volta, fu praticato in grande stile l'"annientamento per mezzo del
    lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L'uomo
    bianco, già segnato dall'autodisciplina, potè sfogare l'odio di se stesso e
    il suo complesso di inferiorità sui "selvaggi”. Come fece anche nei
    confronti della "donna”, li considerava esseri vicini alla natura e
    primitivi, a metà strada fra l'animale e l'uomo. Immanuel Kant ipotizzò
    acutamente che i babbuini sarebbero in grado di parlare, se soltanto lo
    volessero, ma che non lo facevano soltanto perchè temevano di essere messi a
    lavorare.
    Questo grottesco ragionamento getta una luce rivelatrice sull'illuminismo.
    L'etica repressiva del lavoro, che si richiamava, nella sua versione
    originaria protestante, alla grazia di Dio, e, a partire dall'illuminismo,
    alla legge naturale, fu mascherata da "missione civilizzatrice”. In questo
    senso, la cultura è una sottomissione spontanea al lavoro; e il lavoro è
    bianco, maschile e "occidentale”. Il contrario, e cioè la natura, non-umana,
    informe e senza cultura, è femminile, di colore e "esotica”, e quindi da
    sottomettere alla costrizione. In una parola, l' "universalismo” della
    società del lavoro è contraddistinto alla radice dal razzismo. L'astrazione
    universale "lavoro” si può sempre e solo definire con la delimitazione da
    tutto ciò che non ne fa parte.
    Non furono i pacifici mercanti delle antiche vie del commercio i precursori
    della moderna borghesia, che in fin dei conti fu l'erede dell'assolutismo.
    Furono piuttosto i "condottieri” dei soldati di ventura agli inizi dell'era
    moderna, i direttori delle case di lavoro, gli esattori, i sorveglianti di
    schiavi e altri tagliagola a costituire il terreno sociale fertile per l'
    "imprenditoria” moderna. Le rivoluzioni borghesi del diciottesimo e
    diciannovesimo secolo non ebbero niente a che fare con l'emancipazione
    sociale; esse rovesciarono semplicemente i rapporti di forza all'interno del
    sistema coercitivo esistente, liberarono le istituzioni della società del
    lavoro da interessi dinastici ormai antiquati, e rappresentarono un passo
    ulteriore verso la loro oggettivazione e spersonalizzazione. Fu la gloriosa
    Rivoluzione francese a proclamare con particolare fervore il dovere del
    lavoro, e a introdurre nuove case di correzione per mezzo del lavoro con una
    "legge per l'abolizione della mendicità”.
    Questo fu l'esatto contrario di ciò che si proponevano i movimenti di
    ribellione sociale, che divamparono ai margini delle rivoluzioni borghesi
    senza fondersi con esse. Già molto tempo prima c'erano state delle forme
    affatto particolari di resistenza e di renitenza, di cui la storiografia
    ufficiale della società del lavoro e della modernizzazione non ha mai tenuto
    il debito conto. I produttori delle antiche società agrarie, che non si
    erano mai completamente rassegnati neanche ai rapporti di dominio feudale,
    avevano ancora meno intenzione di rassegnarsi a farsi trasformare in "classe
    lavoratrice” in un sistema loro estraneo. Dalle guerre contadine del
    Quattrocento e Cinquecento, fino alle sollevazioni dei movimenti denunciati
    in seguito come "luddisti” in Inghilterra, e alla rivolta dei tessitori del
    1844 in Slesia, si snoda una lunga catena di accanite battaglie combattute
    per resistere al lavoro. L'imposizione della società del lavoro, e una
    guerra civile, a volte aperta, a volte latente, furono nel corso dei secoli
    le due facce della stessa medaglia.
    Le antiche società agrarie erano tutt'altro che paradisiache. Ma la
    spaventosa coercizione esercitata dall'irrompente società del lavoro, fu
    vissuta dalla maggioranza soltanto come un peggioramento e come un' "età
    della disperazione”. In effetti, nonostante la ristrettezza dei rapporti,
    gli uomini avevano ancora qualcosa da perdere. Ciò che, nella falsa
    coscienza del mondo moderno, appare come l'oscurità e il tormento di un
    Medioevo inventato, erano in realtà gli orrori della propria storia. Nelle
    culture pre- e non-capitalististiche, dentro e fuori l'Europa, sia la durata
    quotidiana sia quella annuale dell'attività produttiva erano di gran lunga
    più ridotte perfino di quelle degli odierni "occupati” in fabbrica e in
    ufficio. E questa produzione non era affatto così concentrata come lo è
    nella società del lavoro, ma era caratterizzata da una spiccata cultura dell
    'ozio e da una relativa "lentezza”. Fatta eccezione per le catastrofi
    naturali, i bisogni materiali di base erano assicurati per i più molto
    meglio che durante lunghi periodi della storia della modernizzazione - e
    anche meglio che nei ghetti dell'orrore dell'odierno mondo in crisi. Inoltre
    il potere non era così presente nella vita di ciascuno come nell'odierna
    società burocratizzata del lavoro.
    Perciò la resistenza al lavoro potè essere vinta soltanto manu militari.
    Fino ad oggi gli ideologi della società del lavoro hanno fatto finta di non
    vedere che la cultura dei produttori pre-moderni non fu "sviluppata”, ma
    estinta nel proprio sangue. Gli illuminati democratici del lavoro di oggi
    amano attribuire tutte queste mostruosità alle "condizioni pre-democratiche”
    di un passato con il quale essi non hanno più niente a che fare. Non
    vogliono prendere atto del fatto che la storia terroristica dei primordi
    della modernità svela proditoriamente anche l'essenza dell'odierna società
    del lavoro. L'amministrazione burocratica del lavoro, e la gestione degli
    uomini da parte dello Stato nelle democrazie industriali, non sono mai
    riuscite a nascondere la loro origine coloniale e assolutistica. L'
    amministrazione repressiva degli uomini in nome dell'idolo "lavoro”, nella
    sua forma oggettivata di un sistema impersonale, si è anzi ancora estesa e
    ora abbraccia tutti gli ambiti della vita.
    Proprio oggi, nell'agonia del lavoro, si sente nuovamente la morsa ferrea
    della burocrazia come nel periodo iniziale della società del lavoro.
    Nell'organizzazione dell'apartheid sociale e nell'inutile tentativo di
    esorcizzare la crisi per mezzo di una schiavitù democratica di Stato, la
    gestione del lavoro si rivela essere il sistema coercitivo che è sempre
    stato. Allo stesso modo, lo spirito maligno coloniale fa di nuovo capolino
    nel commissariamento, affidato al Fondo monetario internazionale, dei già
    numerosi Paesi periferici in bancarotta. Dopo la morte del suo idolo, la
    società del lavoro ritorna, da ogni punto di vista, ai metodi già usati per
    il suo crimine fondatore: ma anche questi non la potranno salvare.

    10. IL MOVIMENTO DEI LAVORATORI FU UN MOVIMENTO PER IL LAVORO

    "Il lavoro deve tenere lo scettro,
    deve essere servo soltanto chi ozioso se ne sta,
    il lavoro dove governare il mondo
    perchè soltanto il lavoro fa girare il mondo”

    Friedrich Stampfer, In onore del lavoro, 1903

    Il classico movimento dei lavoratori, che iniziò la sua ascesa soltanto
    dopo la sconfitta delle antiche rivolte sociali, non combattè più contro le
    imposizioni del lavoro, ma sviluppò addirittura un'iperidentificazione con
    ciò che sembrava ineluttabile. Quel che importava erano soltanto i "diritti”
    e i miglioramenti all'interno della società del lavoro, i cui vincoli erano
    già stati profondamente interiorizzati. Invece di criticare radicalmente,
    come un irrazionale fine tautologico, la trasformazione di energia umana in
    denaro, il movimento dei lavoratori assunse in prima persona il "punto di
    vista del lavoro” e concepì la valorizzazione come un dato di fatto positivo
    e neutrale.
    Così, a modo suo, il movimento dei lavoratori continuò la tradizione dell'
    assolutismo, del protestantesimo e dell'illuminismo borghese. L'infelicità
    del lavoro divenne il falso orgoglio del lavoro, che ridefinì come un
    "diritto umano” la propria trasformazione in materiale umano, a disposizione
    del moderno idolo. Gli iloti addomesticati del lavoro rigirarono
    ideologicamente la frittata, e svilupparono uno zelo missionario, nel
    reclamare da una parte il "diritto al lavoro” e dall'altra il "dovere del
    lavoro per tutti”. La borghesia non fu combattuta in quanto titolare di
    funzioni nella società del lavoro, ma al contrario insultata con l'epiteto
    di "parassita” proprio in nome del lavoro. Tutti i membri della società,
    senza eccezioni, dovevano essere reclutati negli "eserciti del lavoro”.
    E così lo stesso movimento dei lavoratori divenne un battistrada della
    società del lavoro capitalistica. Fu il movimento dei lavoratori a imporre,
    contro gli ottusi borghesi, nel diciannovesimo e all'inizio del ventesimo
    secolo, i livelli ulteriori di depersonalizzazione nello sviluppo del
    lavoro, come un secolo prima la borghesia aveva avuto in eredità il sistema
    assolutistico. E questo fu possibile soltanto perchè i partiti dei
    lavoratori e i sindacati avevano avuto, nella loro adorazione del dio
    lavoro, una relazione positiva anche con l'apparato statale e con le
    istituzioni della gestione repressiva del lavoro, che non volevano più
    abolire, ma occupare loro stessi, in una sorta di "lunga marcia attraverso
    le istituzioni”. In tal modo ripresero, proprio come aveva fatto in
    precedenza la borghesia, la tradizione burocratica dell'amministrazione d'
    uomini nella società del lavoro, cominciata nell'età dell'assolutismo.
    L'ideologia di una generalizzazione sociale del lavoro richiedeva però
    anche un nuovo sistema politico. Al posto della suddivisione in ceti con
    differenti "diritti” politici (per esempio il diritto di voto censitario)
    nella società dove il lavoro si era imposto solo in parte, dovette farsi
    strada la generale uguaglianza democratica nello "Stato del lavoro”
    compiuto. E le irregolarità nel funzionamento della macchina della
    valorizzazione, non appena questa determinò l'intera vita sociale, dovettero
    essere appianate con lo "Stato sociale”. E anche di questo processo il
    movimento dei lavoratori offrì il modello. Con il nome di "socialdemocrazia”
    diventò il più grande "movimento dei cittadini” della storia, che però si
    rivelò soltanto un autoinganno. Infatti in democrazia tutto è trattabile,
    tranne i vincoli della società del lavoro, che invece sono presupposti come
    un assioma. Ciò di cui si può discutere, sono soltanto le modalità e le
    forme che prendono questi vincoli. C'è sempre e soltanto la scelta tra
    Pronto e Dixan, tra peste e colera, tra volgarità e stupidità, tra Kohl e
    Schr`der, tra D'Alema e Berlusconi.
    La democrazia della società del lavoro è il più perfido sistema di dominio
    della storia: un sistema dell'autorepressione. Perciò questa democrazia non
    organizza mai la libera autodeterminazione dei componenti della società
    riguardo alle risorse comuni, ma soltanto la forma giuridica che regola i
    rapporti fra le monadi lavoratrici, separate socialmente l'una dall'altra,
    che si devono vendere sui mercati del lavoro. La democrazia è il contrario
    della libertà. E così necessariamente i democratici uomini da lavoro
    finiscono per dividersi in amministratori e amministrati, in imprenditori e
    dipendenti, in élites funzionali e materiale umano. I partiti politici, anzi
    proprio i partiti dei lavoratori, rispecchiano fedelmente questa relazione
    nella loro struttura. Leader e militanti, vip e popolino, cordate e
    simpatizzanti, tutte queste suddivisioni rimandano a un rapporto che non ha
    niente a che fare con un dibattito aperto e la ricerca di soluzioni. E' una
    parte integrale della logica del sistema il fatto che le stesse élites siano
    meri funzionari dell'idolo "lavoro” e esecutori delle sue cieche
    deliberazioni.
    Almeno da quello nazista in poi, tutti i partiti sono partiti dei
    lavoratori e nello stesso tempo del capitale. Nelle "società in via di
    sviluppo” dell'Est e del Sud, il movimento dei lavoratori si trasformò nel
    partito del terrore di Stato, che organizzò la modernizzazione; a Ovest si
    trasformò in un sistema di "partiti popolari” con programmi intercambiabili
    e leaders d'immagine per i media. La lotta di classe è finita perchè la
    società del lavoro è finita. Le classi si dimostrano essere categorie
    funzionali sociali di un sistema feticistico comune, nella stessa misura in
    cui questo sistema si esaurisce. Quando socialdemocratici, verdi ed
    ex-comunisti si fanno avanti nella gestione della crisi e sviluppano
    programmi repressivi particolarmente infami, allora dimostrano di non essere
    altro che i legittimi eredi di un movimento dei lavoratori, che non ha mai
    voluto altro che lavoro a qualsiasi prezzo.

    11. LA CRISI DEL LAVORO

    "Il principio morale fondamentale è il diritto dell'essere umano al suo
    lavoro. [...] A mio parere non esiste nulla di più rivoltante di una vita
    oziosa. Nessuno di noi ne ha diritto. Nella civiltà non c'è posto per gli
    oziosi.”

    Henry Ford

    "Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, [per il fatto] che
    esso interviene come elemento perturbatore nel processo di riduzione del
    tempo di lavoro a un minimo mentre d'altro canto pone il tempo di lavoro
    come unica misura e fonte della ricchezza. [...] Per un verso chiama in vita
    tutte le potenze della scienza e della natura, come della combinazione
    sociale e del traffico sociale, allo scopo di rendere indipendente
    (relativamente) la creazione della ricchezza dal tempo di lavoro in essa
    impiegato. Per l'altro verso vuole misurare con il tempo di lavoro le
    gigantesche forze sociali così create e relegarle nei limiti che sono
    richiesti per conservare come valore il valore già creato”.

    Karl Marx, Elementi per una critica dell'economia politica, 1857-58

    Dopo la Seconda guerra mondiale, e per un breve periodo storico, potè
    sembrare che la società del lavoro si fosse consolidata nelle industrie
    fordiste in un sistema di "perenne prosperità”, nel quale l'insopportabile
    fine a se stesso potesse essere soddisfatto in maniera duratura, grazie al
    consumo di massa e allo Stato sociale. A prescindere dal fatto che questa è
    stata sempre un'idea da ilota democratico, e che si riferiva per di più
    soltanto a una piccola minoranza della popolazione mondiale, essa doveva
    rivelarsi sbagliata anche al centro del sistema. Con la terza rivoluzione
    industriale della microelettronica il lavoro si scontra con il suo limite
    storico assoluto.
    Che questo limite dovesse essere raggiunto prima o poi, era prevedibile da
    un punto di vista logico. Infatti, il sistema di produzione di beni soffre
    fin dalla nascita di un'irrisolvibile contraddizione interna. Da una parte
    vive dell'assorbimento in massa di energia umana, tramite l'impiego di
    forza-lavoro, nel suo apparato, e quanta più ne assorbe meglio è. D'altra
    parte però la legge della concorrenza fra le imprese costringe ad aumentare
    permanentemente la produttivtà, e la forza-lavoro umana viene sostituita con
    il capitale fisso ottenuto grazie al progresso scientifico.
    Questa contraddizione interna fu già la causa profonda di tutte le crisi
    precedenti, come quella devastante dell'economia mondiale del 1929-33.
    Tuttavia le crisi si sono sempre potute superare tramite un meccanismo di
    compensazione: a un livello di volta in volta più elevato di produttività, e
    dopo un periodo di incubazione, è sempre stato assorbito, in termini
    assoluti, più lavoro, grazie all'espansione dei mercati a nuove fasce di
    consumatori, di quanto ne fosse cancellato razionalizzando la produzione. L'
    impiego di forza-lavoro per unità di prodotto è diminuito, ma in termini
    assoluti si è prodotto di più, e in una misura tale che questa diminuzione
    potesse essere ipercompensata. Fin quando dunque le innovazioni nei prodotti
    sono state più importanti delle innovazioni nei processi di produzione, la
    contraddizione interna del sistema potè essere tradotta in un movimento
    espansivo.
    L'esempio storico per eccellenza è l'automobile: grazie alla catena di
    montaggio e ad altre tecniche della razionalizzazione basata sulla "scienza
    del lavoro” (dapprima nella fabbrica di automobili di Henry Ford a Detroit),
    la durata del lavoro per produrre un'automobile si ridusse a un minimo.
    Nello stesso tempo, però, il lavoro venne tremendamente intensificato, e
    dunque nello stesso periodo di tempo la materia umana fu spremuta in misura
    molto maggiore. Soprattutto grazie alla diminuzione di prezzo che ne derivò,
    l'automobile, che fino a quel momento era stato un prodotto di lusso per le
    classi superiori, potè entrare a far parte dei beni di consumo di massa.
    In questo modo, nonostante la produzione razionalizzata alla catena di
    montaggio nella seconda rivoluzione industriale del "fordismo”, fu
    soddisfatto l'appetito insaziabile di energia umana che ha l'idolo"lavoro” a
    un livello più alto. Nello stesso tempo, l'automobile è un esempio incisivo
    del carattere distruttivo del modo di produrre e di consumare nella società
    del lavoro altamente sviluppata. Nell'interesse del trasporto individuale di
    massa e della produzione di massa di automobili, i paesaggi vengono
    asfaltati e imbruttiti, l'ambiente viene inquinato, e si accetta cinicamente
    che sulle strade del mondo di anno in anno si combatta una terza guerra
    mondiale non dichiarata, con milioni di morti e di feriti.
    Nella terza rivoluzione industriale della microelettronica viene meno il
    meccanismo, valido fino ad allora, della compensazione tramite l'espansione.
    Certo, anche grazie alla microelettronica molti prodotti sono più a buon
    mercato, e ne vengono creati altri (soprattutto nel settore dei media). Ma
    per la prima volta la velocità dell'innovazione nei processi è superiore a
    quella dell'innovazione nei prodotti. Per la prima volta il lavoro che viene
    cancellato con la razionalizzazione è maggiore di quello che può essere
    riassorbito grazie all'espansione dei mercati. Nella continuazione logica
    del processo di razionalizzazione, la robotica elettronica sostituisce l'
    energia umana, oppure sono le nuove tecnologie della comunicazione a rendere
    il lavoro superfluo. Interi settori del montaggio, della produzione, del
    marketing, dello stoccaggio, della distribuzione e persino del management
    scompaiono. Per la prima volta, l'idolo "lavoro” si mette,
    involontariamente, ma durevolmente, a razioni da fame per molto tempo. Ma
    così provocherà la propria morte da solo.
    Essendo la società democratica del lavoro un sistema autoreferenziale
    d'impiego di forza-lavoro, all'interno delle sue forme non è possibile un
    passaggio alla riduzione generalizzata dell'orario di lavoro. La razionalità
    d'impresa esige che, da una parte, masse sempre più ampie restino
    "disoccupate” in maniera duratura e così siano tagliate fuori dalla
    riproduzione della loro vita in termini immanenti al sistema, mentre dall'
    altra un numero sempre più striminzito di "occupati” sia aizzato sempre più
    freneticamente a lavorare e a fornire prestazioni sempre più efficienti.
    Perfino nei centri capitalistici, al centro della ricchezza, fanno il loro
    ritorno la povertà e la fame, mezzi di produzione e campi coltivabili
    giacciono inutilizzati in grandi quantità, abitazioni e edifici pubblici
    restano vuoti ovunque, mentre cresce incessantemente il numero dei
    senzatetto.
    Il capitalismo diventa l'affare globale di una minoranza. L'idolo "lavoro”
    in agonia è ormai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca
    di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini
    delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla
    localizzazione degli investimenti. Intere regioni del mondo vengono tagliate
    fuori dai flussi globali di merci e capitali. Con un'ondata storicamente
    senza pari di fusioni e "scalate ostili”, i conglomerati si armano per l'
    ultima battaglia dell'economia d'impresa. Nazioni e Stati disorganizzati
    implodono, le popolazioni spinte alla pazzia dalla concorrenza per
    sopravvivere si avventano l'una contro l'altra in guerre etniche per bande.

    12. LA FINE DELLA POLITICA

    La crisi del lavoro implica necessariamente la crisi dello Stato, e quindi
    della politica. In linea di principio, lo Stato moderno deve la sua carriera
    al fatto che il sistema produttore di merci ha bisogno di un'istanza
    sovraordinata che garantisca il quadro di riferimento della concorrenza, i
    princìpi giuridici e i presupposti generali della valorizzazione, inclusi
    anche gli apparati repressivi, nel caso che la materia umana dovesse mai
    diventare disobbediente e opporsi al sistema. Nella sua forma pienamente
    matura di una democrazia di massa, lo Stato dovette assumere nel ventesimo
    secolo, in misura crescente, anche compiti socioeconomici: ne fanno parte
    non soltanto il sistema di sicurezza sociale, ma anche l'istruzione, l'
    assistenza sanitaria, le reti di trasporto e comunicazione, infrastrutture
    di ogni tipo, che sono diventate indispensabili per il funzionamento della
    società del lavoro industrialmente sviluppata, ma che di per se non possono
    essere organizzate secondo un principio di valorizzazione imprenditoriale.
    Infatti, queste infrastrutture devono restare a disposizione della società
    intera in maniera duratura e completa, e dunque non possono seguire il gioco
    della domanda e dell'offerta.
    Ma poichè lo Stato non è un'unità autonoma di valorizzazione e perciò non
    può trasformare da solo lavoro in denaro, deve prelevare denaro dal reale
    processo di valorizzazione, per finanziare le sue attività. Se si esaurisce
    la valorizzazione, si esauriscono anche le finanze dello Stato. Il presunto
    sovrano della società si rivela come totalmente dipendente nei confronti
    della cieca e feticistica economia della società del lavoro. Può anche
    proclamare leggi a suo piacimento; se le forze produttive crescono oltre il
    sistema del lavoro, il diritto positivo dello Stato, che si può riferire
    sempre e soltanto a soggetti del lavoro, gira a vuoto.
    Con una sempre crescente disoccupazione di massa, si assottigliano le
    entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei redditi da lavoro. Le
    reti di sicurezza sociale si strappano non appena si raggiunge una massa
    critica di "esuberi”, che può essere nutrita capitalisticamente soltanto con
    una ridistribuzione di redditi monetari. Con il rapido processo di
    concentrazione del capitale nella crisi, processo che va oltre i confini
    delle economie nazionali, si volatilizzano anche le entrate dello Stato
    derivanti dalla tassazione dei profitti. I conglomerati transnazionali
    costringono gli Stati che sono in concorrenza per ricevere investimenti a un
    dumping fiscale, sociale ed ecologico.
    Ed è proprio questa evoluzione che trasforma lo Stato in un semplice
    amministratore delle crisi. Quanto più esso si avvicina a una situazione di
    emergenza finanziaria, tanto più si riduce al suo nocciolo repressivo. Le
    infrastrutture vengono adattate ai bisogni del capitale transnazionale. Come
    un tempo nei territori coloniali, la logistica sociale si limita sempre di
    più a pochi centri economici, mentre il resto va in rovina. Si privatizza
    tutto quello che si può privatizzare, anche se così si esclude un numero
    sempre crescente di persone dalle più elementari prestazioni di assistenza.
    Laddove la valorizzazione del capitale si concentra su sempre più ristrette
    isole di mercato mondiale, non è più importante un'assistenza estesa a tutta
    la popolazione.
    Finchè non si toccano settori direttamente rilevanti da un punto di vista
    economico, non ha nessuna importanza se i treni viaggino o se le lettere
    arrivino. L'istruzione diventa un privilegio dei vincitori della
    globalizzazione. La cultura spirituale, artistica e teoretica deve seguire
    il criterio di redditività e deperisce. L'assistenza sanitaria diventa non
    più finanziabile e si sbriciola in un sistema classistico. Dapprima
    furtivamente e a bassa voce, poi alla luce del sole, viene proclamata la
    legge dell'eutanasia sociale: poichè sei povero e "in esubero”, devi morire
    prima.
    Mentre tutte le conoscenze, le capacità e i mezzi della medicina, dell'
    istruzione, della cultura e delle infrastrutture generali abbondano, vengono
    tenute sotto chiave, smobilitate e demolite secondo l'irrazionale legge
    della società del lavoro, oggettivata nella "riserva di finanziabilità”, -
    proprio come i mezzi di produzione industriali e agrari che non sono più
    "redditizi”. Oltre alla simulazione repressiva del lavoro tramite forme di
    lavoro sottopagato, e alla riduzione di tutte le prestazioni, lo Stato
    democratico trasformato in sistema dell'apartheid non ha più nulla da
    offrire ai suoi ex-cittadini lavoratori. In uno stadio ulteriore, l'
    amministrazione dello Stato si sgretola completamente. Gli apparati dello
    Stato si imbarbariscono, diventando una cleptocrazia corrotta, l'esercito si
    trasforma in un insieme di bande mafiose da guerra, la polizia una
    combriccola di briganti di strada.
    Nessuna politica al mondo può fermare o addirittura invertire questa
    evoluzione. Infatti la politica è per sua natura riferita allo Stato, e
    quindi rimane senza fondamento se lo Stato viene a mancare. L'"intervento
    politico" sui rapporti sociali, questa parola d'ordine dalla sinistra
    democratica, si rende ogni giorno più ridicola. Oltre alla repressione senza
    fine, alla demolizione della civiltà e all'aiuto concesso al "terrore dell'
    economia”, non c'è più modo di "intervenire”. Poichè il fine a se stesso
    della società del lavoro è presupposto assiomaticamente, per la crisi del
    lavoro non può esserci alcuna regolazione politico-democratica. La fine del
    lavoro diventa anche la fine della politica.

    13. LA SIMULAZIONE DELLA SOCIETA' DEL LAVORO NEL CAPITALISMO DA CASINO'.

    "Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande
    fonte di ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la
    misura, e quindi il valore di scambio cessa e deve cessare di essere la
    misura del valore d'uso. [...] Con ciò la produzione basata sul valore di
    scambio crolla, e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere
    esso stesso la forma della miseria e dell'antagonismo”,

    Karl Marx, "Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica”,
    1857-58

    La coscienza sociale dominante mente sistematicamente a se stessa sulla
    reale condizione della società del lavoro. Le regioni disastrate vengono
    scomunicate ideologicamente, le statistiche del mercato del lavoro
    spudoratamente falsificate, le forme della miseria spariscono nelle
    simulazioni dei mass media. Anzi, la simulazione è la caratteristica
    principale del capitalismo in crisi. Questo vale anche per l'economia. Se
    fino ad ora sembra, almeno nei Paesi-chiave occidentali, che il capitale
    possa accumularsi anche senza lavoro, e la pura forma del denaro privo di
    sostanza garantire, moltiplicandosi, l'ulteriore valorizzazione del valore,
    allora questa apparenza è dovuta a un processo simulativo dei mercati
    finanziari. Specularmente alla simulazione del lavoro tramite misure
    coercitive dell'amministrazione democratica del lavoro, si è formata una
    simulazione della valorizzazione del capitale, grazie allo sganciamento
    speculativo del sistema creditizio e dei mercati azionari dall'economia
    reale.
    L'utilizzo di lavoro presente viene sostituito con una scommessa sull'
    utilizzo di lavoro futuro, che però non si realizzerà mai. Si tratta, in una
    certa misura, di un'accumulazione di capitale in un "futuro anteriore” del
    tutto fittizio. Il capitale monetario, che non può più essere reinvestito
    con profitto nell'economia reale, e perciò non può più assorbire lavoro,
    deve maggiormente rifugiarsi nei mercati finanziari.
    Già la fase fordista di valorizzazione all'epoca del "miracolo economico”,
    dopo la Seconda guerra mondiale, non era più completamente
    autosufficiente. Lo Stato si indebitò in una misura fino ad allora
    sconosciuta, molto al di là di quel che gli permettevano le sue entrate
    fiscali, perchè le condizioni generali della società del lavoro non erano
    più finanziabili diversamente. Lo Stato ipotecò dunque le sue future entrate
    reali. In questo modo si creò da una parte per il capitale monetario "in
    eccedenza” una possibilità d'investimento finanziario - si prestò denaro
    allo Stato in cambio del pagamento d'interessi. Quest'ultimo pagò gli
    interessi con nuovi crediti, e reimmise immediatamente il denaro avuto in
    prestito nel ciclo economico. Così finanziò, da un lato, le spese sociali e
    gli investimenti per le infrastrutture, creando una domanda che in senso
    capitalistico era artificiale, perchè non coperta da alcun utilizzo
    produttivo di forza-lavoro. Così il boom fordista fu prolungato oltre la
    sua reale portata, attingendo la società del lavoro al proprio futuro.
    Questo elemento simulativo del processo di valorizzazione, apparentemente
    ancora intatto, trovò i suoi limiti insieme con l'indebitamento dello Stato.
    Le "crisi debitorie” degli Stati, non soltanto nel Terzo mondo, ma anche nel
    cuore del capitalismo, non permisero più un'ulteriore espansione su tale
    strada. Questa fu la base obiettiva per il trionfo della deregulation
    neo-liberista, che, secondo i proclami ideologici, sarebbe dovuta andare di
    pari passo con una drastica diminuzione della quota dello Stato nel prodotto
    interno. In realtà, la deregulation e l'abbattimento delle spese sociali
    vengono compensate dai costi della crisi, fosse anche nella forma dei costi
    della repressione e della simulazione. In molti Paesi, la quota dello Stato
    in questo modo addirittura aumenta.
    Ma non è più possibile simulare l'ulteriore accumulazione di capitale con
    l'indebitamento dello Stato. Perciò la creazione aggiuntiva di capitale
    fittizio si concentrò negli anni '80 sui mercati azionari, dove l'importante
    non sono più i dividendi, la quota di profitto ottenuta grazie alla
    produzione reale, ma sono l'utile di scambio e l'aumento speculativo del
    valore del titolo di proprietà, fino ad ordini di grandezza astronomici. Il
    rapporto fra economia reale e i movimenti speculativi dei mercati finanziari
    si è rovesciato. La crescita speculativa dei titoli non anticipa più l'
    espansione economica reale, ma al contrario, il rialzo dovuto alla creazione
    fittizia di valore simula un'accumulazione reale, che già da tempo non
    esiste più.
    L'idolo "lavoro” è clinicamente morto, ma viene tenuto in vita
    artificialmente grazie all'espansione, apparentemente autonoma, dei mercati
    finanziari. Molte aziende industriali fanno profitti che non derivano più
    dalla produzione e dalla vendita di beni reali, che sono da tempo diventate
    attività in perdita, ma dalla partecipazione di una "scaltra” divisione
    finanziaria alla speculazione sui titoli e sulle valute. Gli Stati mettono a
    bilancio entrate che non derivano più dalle tasse o dall'assunzione di
    crediti, ma dalla frenetica partecipazione dell'amministrazione finanziaria
    ai mercati speculativi. E i bilanci privati, le cui entrate reali, basate
    sui salari, diminuiscono drammaticamente, si permettono ancora un alto
    livello di consumi contando sui guadagni in borsa. Nasce dunque una nuova
    forma di domanda artificiale, che poi, da parte sua, comporta una reale
    produzione, e reali entrate fiscali dello Stato "senza terreno sotto i
    piedi”.
    In questo modo, la crisi economica mondiale viene differita grazie al
    processo speculativo. Ma poichè l'aumento fittizio di valore dei titoli di
    proprietà può essere soltanto l'anticipazione di una futura e reale
    utilizzazione di lavoro (in una misura altrettanto astronomica), che però
    non arriverà mai più, dopo un certo periodo di incubazione il bubbone
    truffaldino, quale è nei fatti, dovrà scoppiare. Il crollo dei "mercati
    emergenti” in Asia, America latina e Europa orientale è stato soltanto un
    primo assaggio. E' soltanto una questione di tempo, e anche i mercati
    finanziari dei centri capitalistici, negli Stati Uniti, nell'Unione europea
    e in Giappone collasseranno.
    Nella coscienza feticistica della società del lavoro questo nesso viene
    percepito in maniera totalmente distorta, anche e soprattutto dai
    tradizionali "critici del capitalismo” di destra e di sinistra. Fissati sul
    fantasma del lavoro, nobilitato fino a diventare una positiva, astorica
    condizione di esistenza, essi confondono sistematicamente causa ed effetto.
    Il provvisorio rinvio della crisi, dovuto all'espansione speculativa dei
    mercati finanziari appare allora, tutt'al contrario, come la presunta causa
    della crisi. I "cattivi speculatori”, come si dice più o meno nel panico,
    avrebbero distrutto tutta la bella società del lavoro, perchè, tanto per
    divertirsi e fare un po' di casino, avrebbero giocato d'azzardo con il "buon
    denaro”, di cui "ce n'è abbastanza”, invece di investirlo, come si deve e
    senza grilli per la testa, in meravigliosi "posti di lavoro”, in modo che un
    'umanità di iloti pazzi per il lavoro potesse continuare ad essere
    "pienamente occupata”.
    Queste persone, semplicemente, non vogliono comprendere che non è affatto
    stata la speculazione a bloccare gli investimenti sull'economia reale, ma
    che questi non sono più redditizi a causa della terza rivoluzione
    industriale, e che il decollo speculativo è soltanto un sintomo di questa
    situazione. Il denaro, che sembra circolare in quantità apparentemente
    inesauribili, non è più da tempo, perfino in senso capitalistico, denaro
    "buono”, ma soltanto "aria calda”, con la quale è stata gonfiata la bolla
    speculativa. Ogni tentativo di pungere questa bolla con progetti di
    tassazione di vario tipo come la "tassa Tobin”, per dirottare nuovamente il
    capitale finanziario su presunte "reali” attività economiche, che creano
    lavoro, potrebbe finire soltanto per far scoppiare più rapidamente la bolla.
    Invece di capire che noi tutti siamo sempre meno redditizi, e che quindi lo
    stesso criterio della redditività, con tutti i suoi presupposti nella
    società del lavoro, deve essere considerato obsoleto, si preferisce
    demonizzare "gli speculatori” - non è un caso che questa immagine negativa e
    banale sia comune a radicali di destra e a autonomi, a bravi funzionari
    sindacali e a nostalgici keynesiani, a teologi sociali e a conduttori di
    talk-show, e soprattutto a tutti gli apostoli dell' "onesto lavoro”.
    Pochissimi si rendono conto che da questa posizione a una ripresa in grande
    stile del delirio antisemita il passo è breve. L'evocazione del capitale
    reale "produttivo”, di sangue nazionale, contro il "rapace” capitale
    internazionale-"ebraico”, minaccia di essere l'ultima parola della sinistra
    pro-lavoro, intellettualmente disorientata. Ma è già l'ultima parola della
    destra pro-lavoro, schiettamente razzista, antisemita e antiamericana.

    14. IL LAVORO NON SI PUO' DEFINIRE DIVERSAMENTE

    "Accanto al benessere materiale, possono far crescere anche il benessere
    immateriale semplici servizi che hanno un rapporto diretto con la persona.
    Così la sensazione di agio dei clienti può aumentare, se prestatori di
    servizi tolgono loro il peso dei lavori di casa. Nello stesso tempo aumenta
    la sensazione di agio dei prestatori di servizi, se cresce la loro autostima
    grazie all'attività. Prestare un servizio semplice, con un rapporto diretto
    con un'altra persona, ha sulla psiche un effetto migliore dell'essere
    disoccupato”.

    Rapporto della Commissione sulle prospettive per il futuro dei liberi Stati
    di Baviera e Sassonia, 1997

    "Tieni ferma la conoscenza che si conferma nel lavoro, perchè la natura
    stessa la conferma e dice ad essa "si”. In effetti, tu non hai nessun'altra
    conoscenza, se non quella che hai acquisito con il lavoro, tutto il resto è
    soltanto un'ipotesi del sapere”.

    Thomas Carlyle, Lavorare e non disperare, 1843

    Dopo secoli di ammaestramento, l'uomo moderno non è più in grado, puramente
    e semplicemente, d'immaginarsi una vita al di là del lavoro. In quanto
    principio assoluto, il lavoro domina non soltanto la sfera dell'economia in
    senso stretto, ma penetra nell'intera esistenza sociale, fino a toccare i
    minimi dettagli della vita quotidiana e dell'esistenza privata. Perfino il
    "tempo libero”, che è già dal significato letterale un concetto carcerario,
    serve da tempo a "smaltire” beni, e provvedere così al loro indispensabile
    smercio.
    Ma addirittura al di là del dovere interiorizzato del consumo come fine a
    se stesso, l'ombra del lavoro si stende sull'individuo moderno anche oltre l
    'ufficio e la fabbrica. Non appena si alza dalla poltrona e smette di
    guardare la televisione diventando attivo, ogni suo agire si trasforma
    subito in una specie di lavoro. Il fanatico del jogging sostituisce il
    marcatempo con il cronometro, nella palestra da fitness in cromo lucido lo
    sgobbo vive la sua resurrezione postmoderna, e i vacanzieri si sciroppano
    chilometri e chilometri nella loro vettura come se dovessero farsi lo stesso
    percorso annuale di un camionista. Perfino le scopate si conformano ai
    canoni scientifici della sessuologia, e ai criteri concorrenziali delle
    panzane da talk-show.
    Se re Mida aveva ancora vissuto come una maledizione il fatto che tutto
    quello che toccava si trasformasse in oro, oggi il suo moderno compagno di
    sventura è già oltre questo stadio. L'uomo da lavoro non nota neppure più,
    che a causa dell'adeguamento al modello del lavoro ogni attività perde la
    sua particolare qualità sensibile e diventa indifferente. Al contrario:
    soltanto grazie a quest'adattamento all'indifferenza del mondo delle merci,
    egli conferisce un senso, una giustificazione e un'importanza sociale a un'
    attività. Per esempio, con un sentimento come il lutto il soggetto lavorante
    non sa farci gran che; la trasformazione del lutto in un "lavoro di
    elaborazione del lutto”, invece, riporta questo corpo emotivo estraneo a una
    dimensione nota, in modo da poter comunicare con le persone che hanno lo
    stesso problema. E perfino esperienze come il sognare, il discutere con un
    essere umano amato e il rapporto con i bambini, vengono privati di realtà e
    banalizzati diventando così un "lavoro sul sogno”, un "lavoro sulla
    relazione” e un "lavoro educativo”. Sempre, quando vuole insistere sulla
    serietà del suo agire, l'uomo moderno ha sulle labbra la parola "lavoro”.
    L'imperialismo del lavoro si riflette dunque nell'uso linguistico
    quotidiano. Non solo siamo abituati a usare la parola "lavoro” in maniera
    inflazionistica, ma anche su due livelli di significato completamente
    diversi. Da tempo ormai, il termine "lavoro” non designa più soltanto (come
    sarebbe giusto) la forma di attività capitalistica nella fatica
    tautologica, ma questo concetto è addirittura diventato un sinonimo per ogni
    sforzo diretto a realizzare un obiettivo, facendo così perdere le sue
    tracce.
    Questa imprecisione concettuale spiana la strada a una critica della
    società del lavoro tanto riguardosa quanto banale, che si realizza partendo
    da presupposti rovesciati, e cioè dall'imperialismo del lavoro, inteso in
    senso positivo. Alla società del lavoro viene rimproverato proprio di non
    dominare ancora a sufficienza la vita con la sua forma di attività, perchè
    comprenderebbe il concetto di "lavoro” "in maniera troppo limitata”,
    scomunicando cioè moralisticamente il "lavoro per se stessi” o l'”iniziativa
    personale non retribuita” (lavori di casa, aiuto ai vicini, ecc.), e farebbe
    valere come "vero” lavoro soltanto il lavoro retribuito con criteri di
    mercato. Una nuova valutazione e un allargamento del concetto di lavoro
    dovrebbe eliminare questa fissazione unilaterale, e le gerarchie che ne
    conseguono.
    Questo pensiero non vuole dunque l'emancipazione dai vincoli dominanti, ma
    piuttosto un'aggiustatina semantica. La crisi innegabile della società del
    lavoro deve essere risolta facendo sì che la coscienza sociale elevi
    "veramente” forme di attività finora considerate inferiori all'aristocrazia
    del lavoro accanto alla sfera di produzione capitalistica. Ma l'inferiorità
    di queste attività non è semplicemente il risultato di una determinata
    visione ideologica, bensì appartiene alla struttura di base del sistema
    produttore di merci, e non la si può superare con ben intenzionate
    ridefinizioni morali.
    In una società che è dominata dalla produzione di merci come fine in sè,
    può valere come ricchezza vera e propria soltanto ciò che è rappresentabile
    in forma monetarizzata. Il concetto di lavoro che ne deriva influenza certo
    sovranamente tutte le altre sfere, ma solo negativamente, nella misura in
    cui segnala quanto queste siano da esso dipendenti. Così, le sfere esterne
    alla produzione di merci restano nell'ombra della sfera di produzione
    capitalistica, perchè non rientrano nell'astratta logica imprenditoriale di
    risparmio di tempo - anche e proprio quando sono necessarie alla vita come
    il settore d'attività, separato e definito come "femminile”, dei lavori
    casalinghi, della dedizione personale, ecc.
    Un allargamento moralizzante del concetto di lavoro, invece della sua
    critica radicale, non soltanto nasconde il vero imperialismo sociale dell'
    economia produttrice di merci, ma si inserisce perfettamente nelle strategie
    autoritarie della gestione della crisi da parte dello Stato. La richiesta,
    avanzata dagli anni '70 in poi, di "riconoscere” anche il "lavoro casalingo”
    e le attività del "terzo settore” come lavoro a pieno titolo, puntava
    inizialmente a ottenere trasferimenti di risorse finanziarie provenienti
    dallo Stato. Ma lo Stato in crisi rovescia la frittata, e mobilizza l'impeto
    morale di questa richiesta nel senso del famigerato "principio di
    sussidiarietà” proprio contro le sue speranze materiali.
    Il panegirico dedicato al "volontariato” e all'"iniziativa civica” non
    consiste nell'autorizzazione a pescare nelle alquanto vuote casse statali,
    ma diventa un alibi per la ritirata sociale dello Stato, per i programmi di
    lavoro obbligato in via di realizzazione e per il meschino tentativo di
    scaricare il peso della crisi principalmente sulle donne. Le istituzioni
    sociali ufficiali vengono meno ai loro obblighi con l'appello a "noi tutti”,
    tanto gentile quanto a buon mercato, a voler cortesemente d'ora in poi
    combattere con autonome iniziative private contro la miseria, sia quella
    propria, sia quella altrui, e rinunciare a fare richieste materiali. Così i
    salti mortali nella definizione del concetto, comunque sempre santificato,
    di lavoro, che vengono intesi a torto come un programma di emancipazione,
    spalancano la porta al tentativo dello Stato di compiere il superamento del
    lavoro salariato, con l'abolizione del salario e il mantenimento del lavoro
    nella terra bruciata dell'economia di mercato. Involontariamente si dimostra
    così che l'emancipazione sociale oggi non può avere come contenuto la
    ridefinizione del lavoro, ma soltanto la consapevole svalorizzazione del
    lavoro.


    15. LA CRISI DEL CONFLITTO FRA GLI INTERESSI

    "Si è rivelato che in conseguenza delle inesorabili leggi della natura umana
    alcuni esseri umani saranno soggetti alla miseria. Queste sono le persone
    infelici, alle quali nella grande lotteria della vita non è toccato un
    biglietto vincente”.

    Thomas Robert Malthus

    Per quanto si tenti ancora di rimuoverla e tabuizzarla, la fondamentale
    crisi del lavoro contraddistingue oggi ogni conflitto sociale. Il passaggio
    da una società dell'integrazione di massa a un ordine basato sulla selezione
    e sull'apartheid, non ha portato a un nuovo round nella vecchia lotta di
    classe fra capitale e lavoro, ma a una crisi categoriale della stessa "lotta
    tra opposti interessi” immanente al sistema. Già all'epoca della prosperità,
    dopo la Seconda guerra mondiale, l'antica enfasi sulla lotta di classe si
    era attenuata. Ma non perchè il soggetto rivoluzionario "in se” era stato
    "integrato”, corrompendolo con un discutibile benessere, e grazie a
    manipolazioni e intrighi, ma perchè, all'inverso, nello stadio di sviluppo
    fordistico era venuta alla luce la logica identità di capitale e lavoro,
    come categorie sociali funzionali a una comune forma feticistica sociale. Il
    desiderio, immanente al sistema, di vendere il bene forza-lavoro alle
    migliori condizioni possibili perse ogni spinta trascendente.
    Se, fino agli anni '70, si era ancora trattato di strappare la
    partecipazione di una fascia, il più possibile estesa, della popolazione ai
    frutti velenosi della società del lavoro, ora questo stesso impulso si è
    esaurito per le nuove condizioni della crisi dovuta alla terza rivoluzione
    industriale. Soltanto finchè la società del lavoro si espanse, fu possibile
    combattere su larga scala la battaglia degli interessi fra le sue categorie
    sociali funzionali. Ma nella stessa misura in cui viene meno la base comune,
    gli interessi immanenti al sistema non possono più essere sintetizzati a un
    livello sociale complessivo. Si verifica invece una generale
    desolidarizzazione. I lavoratori salariati disertano i sindacati, i manager
    disertano le associazioni imprenditoriali. Ognuno per se e il dio "sistema
    capitalista” contro tutti: quell'individualizzazione che è sulla bocca di
    tutti, non è altro che un ulteriore sintomo della crisi della società del
    lavoro.
    Per quanto possano ancora essere aggregati interessi individuali, questo
    accade soltanto in un ordine di grandezza micro-economico. Infatti nella
    stessa misura in cui - vero scherno verso la liberazione sociale - è finito
    per diventare addirittura un privilegio farsi rovinare la vita in omaggio
    alle logiche aziendali, la rappresentanza degli interessi della merce
    forza-lavoro degenera nella spietata politica lobbystica di segmenti sociali
    sempre più ridotti. Chi accetta la logica del lavoro, deve accettare ora
    anche la logica dell'apartheid. Ormai, si tratta soltanto di assicurare alla
    propria limitata clientela la vendibilità della propria pelle a spese di
    tutte le altre. Le maestranze e i consigli di fabbrica, ormai da tempo, non
    trovano più il loro vero avversario nel management della loro impresa, bensì
    nei dipendenti delle imprese e dei "siti produttivi” concorrenti, non
    importa se nelle vicinanze o in Estremo Oriente. E quando si pone la domanda
    su chi, alla prossima ondata di razionalizzazione aziendale, sarà la
    vittima, anche il reparto vicino e il collega a fianco diventano nemici.
    La desolidarizzazione radicale non riguarda soltanto il confronto fra
    imprenditori e sindacati. Poichè proprio nella crisi della società del
    lavoro tutte le categorie funzionali si aggrappano ancora più fanaticamente
    alla logica che a questa è inerente, e cioè che ogni benessere umano non può
    essere altro che il sotto-prodotto di una valorizzazione redditizia, il
    principio dello scaricabarile domina tutti i conflitti di interesse. Tutte
    le lobbies conoscono le regole del gioco e agiscono di conseguenza. Ogni
    lira che guadagna l'altra clientela, è una lira persa per la propria. Ogni
    taglio all'altro lembo della rete sociale aumenta le possibilità di
    strappare un'ultima proroga per se. I pensionati diventano l'avversario
    naturale di tutti i contribuenti, il malato diventa il nemico di tutti gli
    assicurati e l'immigrato diventa il bersaglio dell'odio di tutti gli
    indigeni impazziti.
    Si esaurisce così irrversibilmente il progetto di voler usare il conflitto
    fra gli interessi, immanente al sistema, come leva per l'emancipazione
    sociale. E così la sinistra classica è arrivata al capolinea. Una rinascita
    della critica radicale al capitalismo presuppone la rottura con la categoria
    del lavoro. Soltanto quando si stabilirà un nuovo fine dell'emancipazione
    sociale al di là del lavoro e delle categorie feticistiche che ne derivano
    (valore, merce, denaro, Stato, forma giuridica, nazione, democrazia, ecc.),
    sarà possibile una ri-solidarizzazione ad alto livello e su scala sociale
    complessiva. E soltanto in questa prospettiva possono essere ri-aggregate
    anche delle battaglie di difesa, immanenti al sistema, contro la logica
    della lobbizzazione e dell'individualizzazione; comunque in un rapporto non
    più positivo, ma soltanto di negazione strategica, con le categorie
    dominanti.
    Fino ad ora, la sinistra esita a rompere con la categoria del lavoro. Essa
    minimizza i vincoli del sistema, riducendoli a semplice ideologia, e la
    logica della crisi, riducendola al semplice progetto politico delle classi
    "dominanti”. Invece di una rottura categoriale, si fa strada una nostalgia
    socialdemocratica e keynesiana. La sinistra non tende a creare una nuova,
    concreta universalità, per una società che vada oltre il lavoro astratto e
    la forma monetaria, ma tenta di aggrapparsi spasmodicamente alla vecchia,
    astratta universalità dell'interesse immanente al sistema. Tuttavia questi
    tentativi restano di per sè astratti, e non possono più integrare alcun
    movimento di massa, perchè chiudono gli occhi davanti alle reali circostanze
    della crisi.
    Tutto ciò vale in particolar modo per la richiesta di un salario di
    cittadinanza o di un reddito minimo garantito. Invece di collegare concrete
    battaglie sociali, di resistenza contro determinate misure del regime dell'
    apartheid, con un programma generale contro il lavoro, questa richiesta
    punta a mettere in piedi una falsa universalità della critica sociale, che
    da ogni punto di vista resta astratta, immanente al sistema e impotente. Non
    si può superare con questi palliativi la concorrenza sociale dovuta alla
    crisi. Si presuppone, ignari, che la società del lavoro globale continui a
    funzionare in eterno, perchè da dove arriverebbe il denaro necessario per
    finanziare questo reddito di base garantito dallo Stato, se non da processi
    riusciti di valorizzazione? Chi vuole costruire su tali "dividendi sociali”
    (e già l'espressione dice tutto), deve, nello stesso tempo ma tacitamente,
    presupporre una posizione privilegiata del "proprio” Paese nella concorrenza
    globale. Infatti, soltanto la vittoria nella guerra mondiale dei mercati
    permetterebbe transitoriamente di mantenere alcuni milioni di commensali
    "superflui” a casa propria, naturalmente escludendo tutti gli uomini senza
    il passaporto giusti.
    I riformatori fai-da-te, che propongono il reddito di cittadinanza,
    ignorano da ogni punto di vista la struttura capitalistica della forma
    monetaria. In fin dei conti, a loro importa soltanto di salvare, tra il
    soggetto capitalistico del lavoro e quello del consumo di merci, almeno
    quest'ultimo. Invece di mettere in discussione il modo di vivere
    capitalistico, il mondo deve continuare a essere seppellito, nonostante la
    crisi del lavoro, sotto valanghe di catorci puzzolenti, odiosi blocchi di
    cemento e carcasse di paccottiglia, e tutto purchè gli uomini conservino l'
    unica, miserevole libertà che essi possono ancora immaginarsi: la libertà di
    scelta davanti ai banconi del supermercato.
    Ma perfino questa prospettiva triste e limitata non è altro che un'
    illusione. I suoi sostenitori di sinistra, e i suoi teorici analfabeti,
    hanno dimenticato che il consumo capitalistico di merci non serve mai
    semplicemente alla soddisfazione di bisogni, ma non può essere altro che una
    funzione del movimento di valorizzazione. Se non si può più vendere la
    forza-lavoro, perfino bisogni elementari vengono considerati come pretese
    sfacciate e esagerate, che devono essere ridotte al minimo. E il reddito di
    cittadinanza sarà un mezzo per arrivare proprio a questo risultato, in
    quanto strumento di riduzione dei costi per lo Stato, e in quanto versione
    miserevole dei sussidi sociali, che prende il posto del sistema di
    protezione sociale ormai al collasso. In questo senso Milton Friedman,
    figura di punta del neo-liberismo, ha originariamente sviluppato il progetto
    del reddito minimo, prima che una sinistra in disarmo lo scoprisse come
    presunta àncora di salvezza. E con questo contenuto tale progetto diventerà
    realtà - o non lo diventerà mai.

    16. IL SUPERAMENTO DEL LAVORO

    "Il 'lavoro' è per sua essenza l'attività non-libera, inumana, asociale;
    esso è condizionato dalla proprietà privata e la crea a sua volta. L'
    abolizione della proprietà privata diventa dunque realtà solo quando è
    concepita come abolizione del 'lavoro' ".

    Karl Marx, Sul saggio di Friedrich List "Il sistema nazionale dell'economia
    politica”, 1845

    La rottura con la categoria del "lavoro” non troverà delle parti sociali
    pronte e obiettivemente determinate come ne trovava il conflitto fra gli
    interessi immanenti al sistema. Si tratta di una rottura con la legalità
    falsamente oggettiva di una "seconda natura”, dunque non di un'altra
    realizzazione quasi automatica, ma di una coscienza che nega - un rifiuto e
    una ribellione che non hanno dietro di se una qualsiasi "legge della storia”
    . Il punto di partenza non può essere un nuovo principio astratto generale,
    ma soltanto il disgusto di fronte alla propria esistenza come soggetto del
    lavoro e della concorrenza, e il rifiuto di continuare a funzionare così a
    un livello sempre più misero.
    Nonostante la sua predominanza assoluta, al lavoro non è mai riuscito di
    cancellare completamente l'opposizione ai vincoli da esso stabiliti. Accanto
    a tutti i fondamentalismi repressivi e alla mania di concorrenza della
    selezione sociale, esiste anche un potenziale di protesta e di resistenza.
    Il disagio nel capitalismo è massicciamente presente, ma relegato nei
    bassifondi sociopsichici. Non viene chiamato alla luce. Perciò c'è bisogno
    di un nuovo spazio di libertà mentale, affinchè l'impensabile possa
    diventare pensabile. Bisogna spezzare il monopolio tenuto dal "campo del
    lavoro” sull'interpretazione del mondo. Alla critica teorica del lavoro
    spetta in quest'azione il ruolo di catalizzatrice. Essa ha il dovere di
    attaccare frontalmente i divieti di pensiero dominanti, e di esprimere tanto
    chiaramente quanto apertamente quel che nessuno ha il coraggio di sapere, e
    che tuttavia molti percepiscono confusamente: la società del lavoro è giunta
    alla sua fine. E non esiste la sia pur minima ragione di prendere il lutto
    per la sua dipartita.
    Soltanto la critica del lavoro, espressamente formulata, e un dibattito
    teoretico adeguato, possono creare quella nuova contro-opinione pubblica, la
    quale rappresenta il presupposto irrinunciabile per la costituzione di un
    concreto movimento sociale contro il lavoro. Le controversie interne al
    "campo del lavoro” si sono esaurite e diventano sempre più assurde. Tanto
    più urgente è allora ridefinire i contorni del conflitto sociale, lungo i
    quali si può formare un'Alleanza contro il lavoro.
    E' opportuno perciò chiarire a grandi linee quali obiettivi siano possibili
    per un mondo al di là del lavoro. Il programma contro il lavoro non si
    alimenta da un canone di principi positivi, ma dalla forza della negazione.
    Se l'affermazione del lavoro è andata di pari passo con l'espropriazione
    totale dell'uomo delle sue condizioni di vita, la negazione della società
    del lavoro può consistere soltanto nella riappropriazione, da parte dell'
    uomo, a un livello storico più elevato, del suo nesso sociale con gli altri.
    Perciò gli avversari del lavoro punteranno alla formazione di alleanze, di
    portata mondiale, fra individui associati liberamente, che strapperanno i
    mezzi di produzione e di esistenza alla macchina del lavoro e della
    valorizzazione, che gira ormai a vuoto, e ne prenderanno il controllo.
    Soltanto nella battaglia contro la monopolizzazione di tutte le risorse
    sociali, e di ogni potenziale di ricchezza, da parte dei poteri alienati,
    cioè mercato e Stato, si potranno conquistare spazi sociali di
    emancipazione.
    In questo contesto bisogna attaccare la proprietà privata in maniera nuova
    e diversa. Fino ad ora, per la sinistra la proprietà privata non è stata la
    forma giuridica del sistema produttore di merci, bensì una misteriosa
    "facoltà di disporre” soggettivamente delle risorse da parte dei
    capitalisti. Così si è potuta far strada l'assurda idea di voler superare la
    proprietà privata sul terreno della produzione di merci. Sicchè, di regola,
    alla proprietà privata fece da contraltare la proprietà di Stato
    ("nazionalizzazione”). Ma lo Stato non è altro che la comunità coatta ed
    esteriore, o l'astratta universalità, dei produttori di merci socialmente
    atomizzati, e dunque la proprietà statale è soltanto una forma derivata
    della proprietà privata - e non importa se vi venga aggiunto l'aggettivo
    "socialista”.
    Nella crisi della società del lavoro, diventano obsolete tanto la proprietà
    privata quanto quella dello Stato, perchè ambedue queste forme di proprietà
    presuppongono il processo di valorizzazione. Proprio per questo, i mezzi
    concreti restano in misura crescente inutilizzati e inaccessibili. E i
    funzionari statali, aziendali e giuridici vegliano gelosamente affinchè
    tutto rimanga così, e i mezzi di produzione vadano in malora piuttosto che
    essere impiegati per un fine diverso. La conquista dei mezzi di produzione,
    grazie a libere associazioni, contro la gestione coercitiva dello Stato e
    dell'apparato giudiziario, può dunque significare soltanto che questi mezzi
    di produzione non vengono più mobilitati nella forma della produzione di
    merci per anonimi mercati.
    Al posto della produzione di merci ci sarà la discussione diretta, l'intesa
    e la decisione comune dei membri della società sull'uso sensato delle
    risorse. Verrà stabilita l'identità sociale e istituzionale di produttore e
    consumatore, impensabile con il dominio del fine in sè capitalistico. Le
    istituzioni alienate, come Stato e mercato, verranno sostituite con un
    sistema, a diversi livelli, di Consigli, nei quali, dal quartiere fino alla
    scala planetaria, le libere associazioni decidono dell'allocazione delle
    risorse secondo una ragione sensibile, sociale ed ecologica.
    Non sarà più il fine tautologico del lavoro e dell' "occupazione” a
    determinare la vita, ma l'organizzazione dell'uso sensato delle possibilità
    comuni, che non vengono dirette da una "mano invisibile” automatica, ma dall
    'agire sociale cosciente. Ci si approprierà direttamente della ricchezza
    prodotta secondo i bisogni, non secondo la "solvibilità”. Insieme con il
    lavoro, scompariranno l'astratta universalità del denaro e quella dello
    Stato. Al posto delle nazioni divise, ci sarà una società mondiale, che non
    avrà più bisogno di confini, nella quale tutti gli uomini si muoveranno
    liberamente, e potranno esigere il diritto universale di ospitalità in
    qualsiasi regione del globo.
    La critica del lavoro è una dichiarazione di guerra all'ordine dominante,
    non una pacifica coesistenza, in una nicchia, con i suoi vincoli. La parola
    d'ordine dell'emancipazione sociale può essere soltanto: "Prendiamoci quello
    che ci serve!” Non strisciamo più ginocchioni sotto il giogo dei mercati del
    lavoro e della gestione democratica della crisi! Il presupposto per tutto
    ciò è che nuove forme di organizzazione sociale (libere associazioni,
    Consigli) controllino le condizioni di riproduzione a livello sociale
    complessivo. Questa esigenza fa sì che gli avversari del lavoro siano
    sostanzialmente diversi da tutti i politicanti e dalle mezze calzette di un
    socialismo piccolo piccolo.
    Il dominio del lavoro scinde la persona umana. Esso divide il soggetto
    economico dal cittadino dello Stato, l'animale da lavoro dall'uomo del tempo
    libero, la sfera astrattamente pubblica da quella astrattamente privata, la
    virilità prodotta dalla femminilità prodotta, e contrappone i singoli
    isolati al loro nesso sociale come a una potenza estranea, che li domina.
    Gli avversari del lavoro lottano per superare questa schizofrenia nell'
    appropriazione concreta del nesso sociale da parte di uomini coscienti e
    autoriflessivi.

    17. UN PROGRAMMA DI ABOLIZIONI CONTRO GLI AMANTI DEL LAVORO

    "Ma che il lavoro stesso sia non solo nelle attuali condizioni, ma in quanto
    il suo scopo in generale è il puro e semplice accrescimento della ricchezza,
    voglio dire che il lavoro stesso sia dannoso e disastroso, risulta, senza
    che l'economista (Adam Smith) lo sappia, dalle sue analisi”.

    Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844

    Agli avversari del lavoro si rimprovererà di non essere altro che
    sognatori. "La storia ha dimostrato - si argomenterà - che una società che
    non si basa sui principi del lavoro, della prestazione obbligata, della
    concorrenza di mercato e dell'interesse del singolo non può funzionare”. Si
    risponderà: "Allora voi, apologeti dello status quo, volete affermare che la
    produzione capitalistica di merci ha donato effettivamente alla maggioranza
    degli uomini una vita anche solo lontanamente accettabile? Chiamate tutto
    ciò 'funzionare', quando proprio la crescita vertiginosa delle forze
    produttive esclude dall'umanità miliardi di uomini, che possono ritenersi
    soddisfatti se sopravvivono di rifiuti? Quando altri miliardi di persone
    riescono a sopportare ancora una vita vissuta sotto la sferza del lavoro
    soltanto isolandosi, stordendosi e ammalandosi fisicamente e psichicamente?
    Quando il mondo viene trasformato in un deserto, soltanto per trarre dal
    denaro altro denaro? Bene: questo è effettivamente il modo in cui il vostro
    grandioso sistema del lavoro 'funziona'. Ma noi non vogliamo fornire questo
    tipo di prestazioni!”.
    "Il vostro autocompiacimento riposa sulla vostra ignoranza e sulla vostra
    debole memoria. L'unica giustificazione che riuscite a trovare per i vostri
    crimini presenti e futuri, è lo stato del mondo, che si basa sui vostri
    crimini passati. Avete dimenticato e rimosso, di quali massacri di Stato si
    ebbe bisogno, finchè agli uomini fu bene impressa nel cervello, con le
    torture, la vostra menzognera "legge naturale”, secondo cui è addirittura
    una gioia essere "occupati” eteronomamente, e farsi succhiare l'energia
    vitale per l'astratto fine a se stesso del vostro idolo-sistema”.
    "Prima si dovettero annientare tutte le istituzioni dell'autorganizzazione
    e della cooperazione autodeterminata nelle antiche società agrarie, finchè l
    'umanità interiorizzò il dominio del lavoro e dell'egoismo. Forse il lavoro
    fu compiuto fino in fondo. Non siamo ottimisti a tutti i costi. Non possiamo
    sapere se la liberazione da quest'esistenza condizionata sarà possibile.
    Resta una questione aperta, se il tramonto del lavoro porterà al superamento
    della follia del lavoro, oppure alla fine della civiltà.
    "Voi obietterete che con il superamento della proprietà privata, e dell'
    obbligo a guadagnare denaro, ogni attività cesserà e si instaurerà una
    pigrizia generalizzata. Ammettete dunque che il vostro intero sistema
    'naturale' riposa sulla pura e semplice costrizione? E che per questo temete
    la pigrizia come un peccato mortale contro l'idolo 'lavoro'? Eppure gli
    avversari del lavoro non hanno niente contro la pigrizia. Uno dei loro
    obiettivi principali è anzi quello di far rinascere la cultura dell'ozio,
    che una volta tutte le società conoscevano, e che fu annientata per imporre
    un produrre indiavolato e assurdo. Per questo gli avversari del lavoro
    fermeranno prima di tutto, senza sostituirli, tutti quei numerosi settori
    produttivi che servono soltanto a conservare - senza tenere conto delle
    perdite - il folle fine tautologico del sistema produttore di merci?”
    "Noi non parliamo soltanto di quei settori lavorativi che sono chiaramente
    pericolosi per tutti, come l'industria automobilistica, quella degli
    armamenti e quella atomica, ma anche della produzione di quelle numerose
    protesi di senso e di quegli stupidi oggetti da divertimento, che dovrebbero
    rappresentare per l'uomo da lavoro un surrogato della sua vita sprecata.
    Scomparirà anche quella enorme quantità di attività che esistono soltanto
    perchè i prodotti di massa devono essere fatti passare attraverso la cruna d
    'ago della forma monetaria e della mediazione del mercato. Oppure pensate
    che saranno ancora necessari ragionieri e revisori dei conti, specialisti di
    marketing e venditori, legali rappresentanti e creativi pubblicitari, non
    appena le cose saranno prodotte secondo il bisogno, e tutti si prenderanno
    semplicemente quel che a loro serve? E a che scopo dovrebbero ancora
    esistere funzionari delle finanze e poliziotti, assistenti sociali e
    amministratori della povertà, quando non ci sarà più una proprietà privata
    da difendere, non si dovrà più gestire la miseria sociale e nessuno dovrà
    essere addestrato per le necessità alienate del sistema?”
    "Ci sembra di sentire già il grido di dolore: 'Quanti posti di lavoro
    persi!' Giusto. Ma provate a calcolare quanto tempo di vita l'umanità si
    ruba ogni giorno, soltanto per accumulare 'lavoro morto', per amministrare
    esseri umani e per lubrificare il sistema dominante. Quanto tempo potremmo
    passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui
    carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere
    biblioteche! Ma non temete. Non cesserà ogni attività quando scompariranno
    gli obblighi del lavoro. Però, ogni attività avrà un carattere diverso,
    quando non sarà più incanalata in una sfera, tautologica e desensualizzata,
    di tempi continui astratti, ma potrà seguire la propria misura del tempo,
    variabile a seconda degli individui, e sarà integrata in rapporti di vita
    personali, quando, anche in grandi forme organizzative della produzione, gli
    uomini stessi ne determineranno il corso, invece di essere determinati dal
    diktat della valorizzazione aziendale. Perchè lasciarsi pungolare dalle
    sfacciate pretese di una concorrenza imposta? Occorre riscoprire il valore
    della lentezza.
    "Naturalmente non scompariranno quelle attività legate alla gestione della
    casa e alla cura degli uomini, che nella società del lavoro vengono rese
    invisibili, scisse e definite come 'femminili'. Nè cucinare nè cambiare i
    bambini dev'essere automatizzato. Se, insieme con il lavoro, verrà superata
    anche la divisione delle sfere sociali, queste attività necessarie potranno
    diventare oggetto di una cosciente organizzazione sociale, al di là delle
    attribuzioni sulla base del sesso. Perderanno il loro carattere repressivo,
    non appena non governeranno più gli esseri umani, ma saranno eseguite nella
    stessa misura da uomini e donne, a seconda dei bisogni e delle situazioni.”
    "Noi non vogliamo dire che così ogni attività diventerà un piacere. Alcune
    lo saranno di più, altre di meno. Naturalmente ci sarà sempre qualcosa di
    necessario, che deve essere fatto. Ma chi dovrebbe spaventarsene, se la vita
    non ne sarà più completamente divorata? Prevarrà comunque tutto ciò che si
    potrà fare per libera scelta. Infatti, essere attivi è un bisogno tanto
    quanto oziare. Nemmeno il lavoro è riuscito a cancellare interamente questo
    bisogno, ma lo ha strumentalizzato a suo favore e se lo è succhiato da vero
    vampiro”.
    "Gli avversari del lavoro non sono fanatici di un attivismo cieco nè di un
    cieco farniente. Ozio, attività necessarie e attività liberamente scelte
    dovranno essere conciliate in un rapporto sensato, che si realizzerà a
    seconda dei bisogni e dei contesti vitali. Una volta sottratte ai vincoli
    concreti del lavoro, le moderne forze produttive potranno estendere
    enormemente il tempo libero disponibile per tutti. Perchè passare tante ore,
    giorno dopo giorno, nei capannoni delle fabbriche e negli uffici, se robot
    di ogni tipo possono risparmiarci la maggior parte di queste attività?
    Perchè far sudare centinaia di corpi umani, se bastano alcune trebbiatrici?
    Perchè sprecare energie in compiti di routine, che un computer può
    tranquillamente eseguire?”
    "Tuttavia, si può utilizzare a questi fini soltanto una minima parte della
    tecnica nella sua forma capitalistica. Il grosso degli apparati tecnici
    dovrà essere completamente ristrutturato, perchè è stato costruito secondo
    il criterio limitato della redditività astratta. D'altra parte, molte
    possibilità tecniche, per la stessa ragione, non sono state per nulla
    sviluppate. Sebbene si possa ottenere energia solare ad ogni angolo di
    strada, la società del lavoro mette al mondo centrali atomiche centralizzate
    e pericolose. E sebbene siano da tempo noti metodi di produzione agricola
    rispettosi della natura, il calcolo finanziario astratto rovescia nell'acqua
    veleni di ogni tipo, distrugge il terreno e appesta l'aria. Per ragioni di
    pura redditività, materiali da costruzione e alimenti fanno tre volte il
    giro del mondo, sebbene la maggior parte delle cose possa essere prodotta
    facilmente sul posto senza troppi trasporti. Una parte consistente della
    tecnica capitalistica è tanto insensata e superflua quanto l'impiego
    corrispondente di energia umana”.
    "Con tutto ciò non vi diciamo niente di nuovo. E tuttavia non trarrete mai
    le conseguenze di ciò che voi sapete benissimo da soli. Infatti vi rifiutate
    di decidere coscientemente quali mezzi di produzione, trasporto e
    comunicazione si possano utilizzare in maniera sensata, e quali siano
    dannosi o semplicemente inutili. Tanto più freneticamente reciterete il
    vostro mantra della libertà democratica, tanto più ostinatamente
    respingerete la più elementare libertà sociale di scelta, perchè volete
    continuare a servire il cadavere dominante del lavoro e le sue pseudo-leggi
    'naturali'.”

    18. LA BATTAGLIA CONTRO IL LAVORO E' ANTI-POLITICA

    La nostra vita è un assassinio attraverso il lavoro, ci fanno penzolare
    appesi alla corda per 60 anni e ci dimeniamo, ma noi ci libereremo”.

    Georg Bhchner, La morte di Danton, 1835

    Il superamento del lavoro è tutt'altro che una vaga utopia. Nelle forme
    attuali, la società mondiale non può andare avanti per altri 50 o 100 anni.
    Il fatto che gli avversari del lavoro debbano vedersela con un idolo del
    "lavoro” già clinicamente morto, non rende necessariamente più facile il
    loro compito. Infatti, tanto più la crisi della società del lavoro si
    acuisce, e tutti i tentativi di aggiustamento falliscono il bersaglio, tanto
    più si allarga il divario tra l'isolamento delle monadi sociali impotenti e
    le esigenze di un movimento di appropriazione della società nel suo
    complesso. Il crescente imbarbarimento dei rapporti sociali, in ampie
    regioni del mondo, dimostra che la vecchia coscienza del lavoro e della
    concorrenza si perpetua a un livello sempre più basso. La decadenza
    progressiva della civiltà sembra essere, nonostante tutti i sintomi di un
    disagio nel capitalismo, la forma spontanea in cui si sviluppa la crisi.
    Proprio con prospettive talmente negative, sarebbe fatale mettere da parte
    la critica pratica del lavoro in quanto programma sociale, e limitarsi a
    costruire una precaria economia di sopravvivenza fra le rovine della società
    del lavoro. La critica del lavoro ha una chance soltanto se combatte contro
    il processo di desocializzazione, invece di lasciarsi trascinare da questa
    corrente. Gli standard di civiltà non si possono più difendere con la
    politica democratica, bensì soltanto contro di essa.
    Chi punta sull'appropriazione emancipatrice e sulla trasformazione dell'
    intero edificio dei rapporti sociali, non può permettersi di ignorare l'
    istanza che fino ad ora ne ha organizzato le condizioni generali di
    esistenza. E' impossibile ribellarsi contro l'espropriazione delle proprie
    potenzialità sociali senza confrontarsi con lo Stato. Infatti lo Stato
    amministra non soltanto circa la metà della ricchezza sociale, ma assicura
    anche la sottomissione obbligatoria di ogni potenzialità sociale ai
    comandamenti della valorizzazione. Nè gli avversari del lavoro possono
    ignorare lo Stato e la politica, nè vi possono partecipare.
    Se la fine del lavoro è anche la fine della politica, allora un movimento
    politico a favore del superamento del lavoro sarebbe una contraddizione in
    termini. Gli avversari del lavoro rivolgono richieste allo Stato, ma non
    costituiscono un partito politico, nè mai ne creeranno uno. Il fine della
    politica può essere soltanto quello di conquistare l'apparato dello Stato
    per andare avanti con la società del lavoro. Dunque gli avversari del lavoro
    non vogliono occupare i centri nevralgici del potere, bensì metterli fuori
    uso. La loro battaglia non è politica ma anti-politica.
    Lo Stato e la politica dell'era moderna sono uniti inseparabilmente al
    sistema coercitivo del lavoro, e perciò devono scomparire insieme con esso.
    Le chiacchiere su una rinascita della politica sono soltanto il tentativo di
    riportare la critica del terrore economico a un rapporto positivo con lo
    Stato. L'auto-organizzazione e l'autodeterminazione sono però l'esatto
    contrario dello Stato e della politica. La conquista di spazi di libertà
    socio-economica e culturale non si realizza seguendo i labirinti della
    politica, ma costituendo una contro-società.
    Libertà significa non farsi accoppare dal mercato nè farsi amministrare
    dallo Stato, ma organizzare le relazioni sociali secondo la propria regia,
    senza l'intromissione di apparati alienati. In questo senso, per gli
    avversari del lavoro si tratta di trovare nuove forme per i movimenti
    sociali e di conquistare teste di ponte per una riproduzione della vita al
    di là del lavoro. Occorre legare le forme di una contro-società con il
    rifiuto aperto del lavoro.
    Che le potenze dominanti ci dichiarino pure pazzi, perchè vogliamo provare
    a rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo. Noi non abbiamo nient'
    altro da perdere se non la prospettiva della catastrofe verso la quale ci
    stanno guidando. Abbiamo invece da guadagnare un mondo al di là del lavoro.

    Proletari di tutto il mondo, dite basta!

 

 

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