Siccome la discussione della presentazione della lista Brescia Mediterranea" è deragliata in argomenti pseudo-risorgimentalisti, riporto una riflessione di Ettore D'alessandro di Pescolanciano sul tricolore, al fine di poter postare argomenti che nella discussione precedente erano del tutto fuori luogo.
La filastrocca dell'italiano vero in tricolore
E la bandie..e.ra!
Dei tre colo..o..ori!
E' sempre stata la più bella!
Noi vogliamo sempre quella noi vogliam la libertà!
Noi vogliamo sempre quella noi vogliam la libertà!
Era il 7 gennaio 1797, allorquando a Reggio Emilia fece la sua prima comparsa la bandiera tricolore, emblema dei moti per l’indipendenza unitaria di tutte le popolazioni italiche, viventi nei vari antichi Stati. L’evento è stato celebrato in questi giorni di gennaio con pubblici festeggiamenti, per commemorare i duecentodieci anni trascorsi da quell’esordio. Tale ricorrenza nazionale ha visto vicini gli opposti schieramenti politici parlamentari, pronti a rispolverare vecchie tematiche patriottiche, care alle generazioni dei nonni, onde rinvigorire lo sparuto sentimento di appartenenza alla nazione, che tende a riaffiorare -ai giorni d’oggi- solo in occasione dei mondiali di calcio. Trattasi, però, di iniziativa governativa non nuova e nota agli italiani, quale retaggio dell’uso incalzante del propagandato mito risorgimentale, sin dalla realizzazione del Regno d’Italia. Difatti, le diverse generazioni di giovani cittadini, susseguitesi dal 1860 sotto l’imposizione di una leva obbligatoria, furono mandate con a seguito il tricolore sia all’assalto massacrante nelle cariche del ’15-18 per “liberare” (il movente fu lo stesso della guerra civile per l’Italia di metà ottocento) i territori occupati dallo “straniero” austro-ungarico, così come altre arruolate per conquistare terre di altri paesi siti nel continente africano (espansionismo coloniale) fondando lo stato-impero di romana memoria. Il fascismo, stesso, fece proprio il mito di Garibaldi, sostenendo una certa continuità tra camicie rosse (e loro bandiera) e camicie nere, come testimoniano i programmi politici di quel regime. Sorprendentemente, anche le medesime forze combattenti per la Resistenza nonché il successivo governo della Repubblica hanno altrettanto enfatizzato ed utilizzato questi valori culturali del nostro risorgimento con il rispettivo tricolore (ripulito dalle insegne dei Savoia), senza però modificare la tradizionale filastrocca dell’Italiano Vero, che da un secolo e mezzo si tramanda alla collettività. Infatti, i “veri” eroi della patria sono rimasti i noti vincitori del regno di Sardegna, mentre nessuna operazione ufficiale di revisionismo storico è stata intrapresa verso i vinti dell’epopea garibaldino-sabauda, forse perché accusati di una sentita fedeltà “oscurantista”. Il primo centenario dell’Unità d’Italia, svoltosi nel 1960 con sontuosi festeggiamenti, si rivelò valido strumento di riconciliazione di un paese, sconquassato dal secondo conflitto mondiale, se si considera la conflittualità politico-sociale allora diffusa tra la sua cittadinanza. Del resto,tali tensioni dovevano essere attenuate perchè probabile ostacolo alla realizzazione del tanto agognato “miracolo economico”, ambito in special modo dalle regioni settentrionali. Si verificò,così, che l’antico motto del Ventennio venne trasformato nello slogan pubblicitario: se“passa la Bandiera, passa la Patria e passa il Made in Italy”! Il nazionalismo della prima Repubblica, inneggiante ai valori patriottici partoriti dal regno piemontese, costituì così valido sostegno alla diffusione del boom economico italiano, che in breve tempo portò il paese al pari degli stati più industrializzati, trovando ampio consenso per i lauti guadagni nella classe imprenditoriale e dirigente del nord. Questa storia patria italiana che continua a celebrare simili emblemi e valori sull’unificazione nazionale rimane volutamente dimentica degli ingenti sacrifici di vite umane e soprusi compiuti a danno di popolazioni per le menzionate imprese belliche tricolorate. Gli organi ufficiali di governo, che intendono diffondere oggidì l’immagine di un moderno paese proiettato verso iniziative di pace, celebrano però i simboli di una patria “guerrafondaia”che annovera nella sua storia tante carneficine di civili “briganti” durante le lotte risorgimentali, martìri di soldati coloniali e stragi di popolazioni indigene, milioni di caduti nelle due guerre mondiali, migliaia di perseguitati politici avversi ad un regime e centinaia di recenti vittime sul lavoro tra i diversi emigrati nelle fabbriche settentrionali. Quanti olocausti devono, ancora, celarsi dietro il tricolore, in nome dei principi di indipendenza, fratellanza ed unità? Per non parlare dell’atavico razzismo, mascherato dalla nostra bandiera, tra i medesimi fratelli del nord verso le popolazioni meridionali. Ci sovviene,al riguardo, la testimonianza di uno dei maggiori esponenti del pensiero democratico russo,Niholaj Dobroljubov, che nel suo saggio del 1860 (L’incredibile bizzarria della storia napoletana) riferì sul pensiero razzista diffuso tra molti intellettuali liberal-repubblicani, sostenitori dell’impresa unitaria del regno, verso le popolazioni del Regno Due Sicilie. Circa questi pregiudizi esistenti verso i napoletani, costui scrisse “sono ancora più pigri e più indolenti degli altri italiani, resi ancor più fiacchi dal clima, e che hanno meno passioni politiche, grazie all’influsso che la religione esercita su di loro”. I partiti del tricolore che attaccarono il governo “gigliato”napoletano “lamentavano la sua meschinità e i tratti servili del suo carattere..era ignorante, privo dei sentimenti migliori e dei moti dell’anima più elevati, e che aveva perso la coscienza della propria dignità”. Questi ed atri retroscena storici continuano ad essere poco trattati dall’attuale cultura accademica e dal mondo politico, nonché essere spesso artefatti alla maniera del Gladstone (lettere del 1851 sul governo napoletano) come è accaduto in una recente dichiarazione di Paolo Bonaiuti di Forza Italia, nella quale è stato citato un falso “comunicato della marina borbonica di Franceschiello” (l’editto di stampo leghista “Facite Ammuina”) quale termine di paragone con l’attuale situazione caotica del governo di centro-sinistra. Ma è ancor più biasimevole assistere ad una divulgazione “deviata” di informazioni storiche per mezzo di un canale televisivo di Stato, quale Rai Uno, la cui dirigenza (insediatasi con il governo Prodi) ha approvato la messa in onda dello sceneggiato “Eravamo solo Mille”, una ennesima mistificante esaltazione degli “Italiani Veri” combattenti per l’ideale di patria unita il governo borbonico “oppressivo e assolutista”(nel 2004, con il governo di centro-destra, ci provò Piero Angela con la sua trasmissione sull’epopea risorgimentale). Questi “casi televisivi” di riportare alla memoria dell’opinione pubblica il sentimento patriottico italiano, alla stregua della festa per il tricolore, rappresentano il consueto demagogico tentativo governativo di distogliere l’attenzione nazionale dai reali problemi del paese che versa ,da anni, in uno stato di profonda crisi economico-sociale di non futuro per le generazioni avvenire. Alla luce di queste considerazioni bisognerebbe, allora, pensare di cambiare questa pagina della “filastrocca” nonché il suo vessillo, così come si discusse sull’eventuale sostituzione dell’inno nazionale di Mameli, perché trattasi ormai di cimeli ritenuti troppo compromessi con una storiografia piena di atroci misfatti. La nuova ricerca di identità dell’Italiano Vero, nei contemporanei anni di crisi della Seconda Repubblica, va,perciò, indirizzata verso altri simboli o tematiche più legate alle tradizioni locali, contrariamente a quanto si va già preparando con le prossime pompose celebrazioni dei 150 anni di Unità d’Italia nel non lontano 2011.
di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano
(Partito per il SUD)





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