LA STRATEGIA GEOPOLITICA DELL’ITALIA SECONDO L’ON. GIANNI DE MICHELIS


La partita a scacchi tra le potenze mondiali è entrata in una fase di stallo, Stati Uniti d’America, Cina e Russia sono gli attori più intraprendenti in attesa che l’Europa faccia la propria mossa. Ne abbiamo discusso con l’Europarlamentare Gianni De Michelis, ministro per gli Affari Esteri della Repubblica Italiana negli ultimi due governi di Giulio Andreotti, dal 1989 al 1992. Dal 2002 è presidente dell’Ipalmo (Istituto per l’America Latina ed il Medio Oriente), rimanendo sempre molto attivo nell’ambito degli studi di geopolitica e relazioni internazionali con pubblicazioni, attività giornalistica su riviste di settore e interventi nei convegni. A colloquio con geopolitica.info l’ex ministro analizza tutti gli argomenti nevralgici del nuovo scenario strategico mondiale senza risparmiare critiche a destra come a sinistra, denunciando come l’Italia abbia rinunciato, da quindici anni a questa parte, a promuovere in ambito culturale, accademico e politico una discussione aperta e di alto profilo, volta all’individuazione di un interesse nazionale condiviso da perseguire in diplomazia. Una critica trasversale, già messa nero su bianco tramite l’attività dell’Istituto che presiede. Secondo De Michelis, il ruolo dell’Unione Europea, la centralità del Mediterraneo nello scacchiere regionale e il contributo italiano per una pacificazione del Medio Oriente non rappresentano punti cruciali dai contenuti impalpabili e dai contorni indefiniti, ma obiettivi realmente perseguibili se solo l’Italia riuscisse a lasciarsi alle spalle l’approccio personalistico e ideologico con cui troppo spesso sono stati affrontati questi argomenti.


L’INTERESSE NAZIONALE ITALIANO

Dopo il voto di sfiducia alla mozione del ministro per gli Affari Esteri Massimo D’Alema, mercoledì 21 febbraio, si è riaperto il dibattito sulla cronica mancanza di una coesione politica che di fatto impedisce all’Italia di perseguire i propri interessi in campo internazionale…

Questa asserzione è vera solo in parte perché nel nostro paese, per ben 45 anni, è stata promossa una politica estera precisa e coerente al quadro generale venutosi a creare dopo la seconda guerra mondiale. Il posizionamento dell’Italia era quello di una nazione inserita nel contesto atlantico dove si tollerava che un terzo della nostra popolazione, ma soprattutto un terzo del nostro arco istituzionale, guardasse ad est senza nasconderlo. A onor del vero, nonostante non condividesse la collocazione italiana nel blocco occidentale, l’allora Partito comunista italiano non ha mai ostacolato le relazioni con gli Usa. Diverso il discordo se si analizza il periodo dal 1992, cioè da quando l’Italia, complice l’apertura di inchieste giudiziarie che hanno ridisegnato lo scenario politico nazionale, ha smesso di individuare e condividere una progettualità seria in politica estera.
E allora qual è oggi l’interesse nazionale italiano negli affari esteri?
Il nostro interesse si articola su tre livelli distinti e allo stesso tempo complementari: 1) la condivisione delle politiche europee con un maggiore impegno italiano nella costruzione di una strategia europea partecipata che tenga conto delle diverse anime, ma che si sintetizzi in una posizione unica; 2) il rafforzamento del rapporto transatlantico che non significa subalternità a Washington, ma deve estrinsecarsi da una visione del mondo ragionata e non più condizionata da una scelta di campo, più o meno obbligata, come nell’epoca della Guerra Fredda; 3) la promozione di un’Europa a dimensione mediterranea, nella quale Bruxelles contribuisca fattivamente e non caudatariamente alla soluzione dell’annoso conflitto israelo-palestinese.


IL RUOLO CHIAVE DEL MEDITERRANEO

La dimensione mediterranea dell’Europa si può perseguire attraverso il partenariato promosso a Barcellona nel 1995 e rilanciato due anni fa?

Che la piattaforma di Barcellona sia fallita è sotto gli occhi di tutti, io sono stato sempre contrario a questa iniziativa. Sostanzialmente era minata da un difetto congenito: la rinuncia ad una contrattazione multilaterale tra l’Unione ed i paesi nel Nord Africa e del Medio Oriente. La scelta della multi-bilateralità si è dimostrata perdente, bisogna avere più coraggio. Nemmeno l’adozione della politica di vicinato adottata in corsa, seppure rappresenti una miglioria evidente, potrà modificare la situazione di stallo che si è verificata nelle relazioni tra le due sponde del Mediterraneo.
Quale potrà essere una soluzione perseguibile?
La mia proposta è sempre stata quella del Cscm (Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo) secondo la logica di Helsinki, da attuare nella regione mediterranea. La cooperazione e l’integrazione si raggiungono solo attraverso una pianificazione concordata, figlia del dialogo permanente tra tutte le parti in causa.
Quale partner considera particolarmente importante per la politica mediterranea dell’Italia?
Constato con dispiacere che, a discapito di quanto affermino i più influenti esponenti del centro destra e del centro sinistra, il nostro paese negli ultimi anni ha perso notevolmente di credibilità. In particolare stiamo dilapidando un patrimonio di relazioni intense con l’Egitto, al quale ci siamo avvicinati per ragioni storiche, culturali e geografiche, che rimane l’unica porta d’ingresso affidabile nello scacchiere mediorientale.


LA POLITICA IN MEDIO ORIENTE

Come giudica il ruolo dell’Italia nei conflitti e nelle continue crisi della regione?

Partendo dal presupposto che in Medio Oriente si stanno giocando i destini del mondo intero, credo che il nostro paese sia stato precursore almeno in tre eventi cruciali, ma ha dimostrato di non saper mettere a frutto le sue felici intuizioni. Mi riferisco all’invio delle nostre truppe in Iraq, al quale non è seguito, neppure dopo il doloroso contributo di sangue, un risultato rilevante in termini strategici. Lo stesso è avvenuto con la decisione del ritiro dei nostri soldati, anticipando una exit strategy condivisa anche da altri alleati, ma alla quale non è seguita una strategia valida per sostituire la presenza militare con altre forme cooperative. In ultimo rischiamo seriamente di ritrovarci con uno scarso peso specifico nonostante la nostra presenza in Libano sia molto rilevante.
A rischio di ripetersi, cosa dovrebbe fare il governo italiano?
Analizzare tutte le variabili e gli attori di questo complesso scenario, poi agire di conseguenza. Mi spiego meglio. In questo momento in Medio Oriente le parti in causa sono in un angolo, tranne al Qaeda che agisce secondo metodi e forme non convenzionali, e da questa empasse si può uscire solo in due modi: inaugurando una stagione di guerra generale e incondizionata, oppure con una soluzione miracolosa sfruttando proprio la scarsa propensione a ricorrere alla violenza perfino da parte di Israele. La differenza tra l’una e l’altra opzione la farà il dialogo e la diplomazia. Siccome dalla prima ipotesi non abbiamo nulla da guadagnarci, anche perché ci vedrebbe inevitabilmente come protagonisti attivi, l’Italia è chiamata a giocare un ruolo decisivo per l’attuazione della seconda. D’altra parte, è triste constatare che in questi giorni sia stata avanzata la proposta di un summit a Bagdad tra americani, iracheni, siriani e iraniani con l’intento di risolvere la matassa babilonese senza la presenza dell’Italia. Il piano Baker-Hamilton, nei suoi contenuti essenziali, l’avevamo previsto da tempo eppure non siamo riusciti a trasformarlo in progetti concreti. Noi siamo impegnati nell’organizzazione di una conferenza di pace nell’unica regione, quella afgana, dove c’è la certezza dell’insuccesso a causa della presenza di al Qaeda che vanificherà tutti gli sforzi volti alla pacificazione dell’area. La lotta all’organizzazione terroristica di Osama bin Laden, che ricordo sta innanzitutto lacerando il mondo arabo, passa obbligatoriamente per azione militari, dalle forme da studiare di volta in volta.

Roberto Coramusi
(6 marzo 2007)