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    Predefinito Farnesina....una politica porta a porta

    Roma. La clamorosa iniziativa del dipartimento di stato americano contro i bizantinismi nella guerra al terrorismo a cura del governo italiano, e in particolare del ministro degli Esteri, è stata definita “inaspettata” dalla Farnesina, “un fulmine a ciel sereno” in un’intervista riparatoria di Massimo D’Alema a Repubblica, “un colpo di coda dei falchi” dal Corriere della Sera,
    “un’indiscrezione senza il titolare” quindi “meno credibile” dal segretario dei Ds Piero Fassino.
    Chi ha letto con attenzione i giornali di ieri mattina avrà però notato che gli articoli di Maurizio Caprara del Corriere della Sera, di Mario Calabresi di Repubblica, di Maurizio Molinari della Stampa e di Mario Platero del Sole 24
    Ore non contenevano nessuna di queste bizzarre e fantasiose ricostruzioni, piuttosto
    prendevano maledettamente sul serio il ruvido rimbrotto americano a Massimo D’Alema e alle sue allegre ricostruzioni a proposito di una presunta
    “comprensione” espressa al nostro ministro degli Esteri da Condoleezza Rice nella gestione della liberazione di Daniele Mastrogiacomo in cambio del rilascio
    di cinque capi talebani.
    A leggere gli articoli di questi giornalisti, infatti, si intuisce che la durissima presa di posizione americana non è stata una semplice battuta scappata di bocca a un anonimo funzionario del dipartimento di stato, ma qualcosa di più, di molto di più, il segnale che era stato passato il segno.
    La stessa Farnesina se ne è accorta, sia pure dopo una prima e imbarazzante reazione a caldo in cui aveva detto che non avrebbe commentato le dichiarazioni espresse da fonti anonime.
    Ieri mattina, invece, il portavoce del ministro D’Alema ha riconosciuto la gravità della situazione e ha spazzato via le teorie dietrologiche, avanzate ancora ieri mattina da alcuni giornalisti romani, su chi avesse fatto partire le critiche all’Italia.
    La Farnesina ha anche fatto marcia indietro, spiegando che, alla cena di Washington, D’Alema e Rice in realtà avevano parlato soltanto brevemente
    della liberazione di Mastrogiacomo.
    Il punto è che a poco a poco al ministero degli Esteri sono venuti a conoscenza del fatto che le critiche all’Italia non erano anonime, ma erano
    ufficiali, provenivano dal governo americano ed erano state autorizzate da Condoleezza Rice, come ha spiegato lo stesso segretario di stato ieri pomeriggio nel corso di una telefonata con Massimo D’Alema.
    E’ successo, infatti, che quei cinque giornalisti italiani, più il corrispondente dell’Ansa che mercoledì pomeriggio aveva diffuso la notizia dell’arrabbiatura americana, erano stati convocati dal dipartimento di stato di Washington per partecipare a un’audio-conferenza telefonica con Kurt Volker e Daniel Fried, ovvero con il numero uno e due al dipartimento degli Affari europei ed eurasiatici di Foggy Bottom.
    L’irritualità della mossa e la ruvidità nei confronti dell’iniziativa italiana è subito sembrata pari all’urgenza e alla necessità americana di prendere nettamente
    le distanze dal suggerimento dalemiano che ci fosse stata una qualche
    “comprensione” del dipartimento di stato nella gestione del sequestro Mastrogiacomo.

    Non c’è stata nessuna “comprensione”
    Ieri pomeriggio Massimo D’Alema ha chiamato Condoleezza Rice per provare a chiarire.
    Al telefono la Rice ha confermato ciò che i suoi due vice avevano spiegato ai giornalisti italiani: cioè che al momento della cena, al ristorante del Watergate di lunedì sera, il segretario di stato non era ancora a conoscenza dell’accordo raggiunto tra il governo italiano e quello afghano per il rilascio dei cinque talebani. Sicché non c’è stata nessuna “comprensione” americana alla soluzione italo-afghana del caso Mastrogiacomo, al contrario di quanto aveva detto da D’Alema.
    Al briefing di mezzogiorno, il portavoce di Condoleezza Rice ha ribadito tutta la “preoccupazione” americana per la liberazione dei capi talebani e per le “conseguenze potenziali” di tale decisione.
    Sean McCormack ha aggiunto che “gli Stati Uniti non negoziano con i terroristi e raccomandano agli altri di non farlo”, mentre un successivo comunicato del dipartimento di stato ha riconfermato la contrarietà americana allo scambio di prigionieri.
    Il caso internazionale ora è chiuso, ma se ne apre uno interno con le prime critiche della Margherita e dei settori più atlantici della maggioranza. E’ probabile, però, che le pressioni americane su Roma siano destinate ad allentarsi, come si intuisce dal comunicato del dipartimento di stato che ricorda come l’Italia svolga “un ruolo chiave a sostegno del popolo e del governo dell’Afghanistan” e rimanga “un importante partner degli Stati Uniti in altre aree del mondo”.
    Questa è la diplomazia.
    Nella realtà Washington ha voluto riaffermare il principio che la guerra al terrorismo è una cosa seria, non una vicenda da affrontare in modo ambiguo. Con il consueto pragmatismo, gli Stati Uniti non tireranno la corda dei rapporti italo-americani fino a spezzarla, anche se Romano Prodi resta ancora l’unico leader europeo a non essere stato invitato alla Casa Bianca.
    Chi ne esce a pezzi è il ministro D’Alema, la cui affidabilità pare ampiamente al di sotto della soglia di sicurezza, malgrado la simpatica e mondana propaganda
    sui “bye bye Condi”.

    Bye bye D'Alema??!!??

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    New York. Il ritiro strombazzato dall’Iraq, una passeggiata a braccetto di Hezbollah in Libano, la stretta di mano con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, il rifiuto di assistenza all’Alleanza atlantica in pericolo in Afghanistan, il “dissenso” sui raid americani contro i terroristi in Somalia, una valutazione di impatto ambientale contro la base di Vicenza, il “turbamento” per le mancate estradizioni nei casi Abu Omar e Calipari, l’ostruzionismo sullo scudo antimissilistico.
    L’enciclopedia del dissenso, per usare un eufemismo, tra Italia e Stati Uniti è troppo spessa per lasciar passare al governo di Romano Prodi quello che Washington considera uno dei più gravi tradimenti ai principi che regolano la politica estera e di sicurezza:
    “Non negoziamo con i terroristi e raccomandiamo agli altri di non farlo”, come ha ribadito il portavoce del Dipartimento di stato, Sean McCormack, dopo la telefonata tra Condoleezza Rice e Massimo D’Alema. Da tempo gli Stati Uniti mostrano pazienza nei confronti di Roma e delle sue punzecchiature.
    La ritirata dall’Iraq è avvenuta nei tempi previsti, anche se Washington ha mal digerito la propaganda antiamericana e le continue ingerenze, come se l’Italia fosse ancora tra quelli che mettono a rischio i propri soldati. In Libano, l’irritazione per la passeggiata di D’Alema con il deputato Hezbollah, Hussein Haji Hassan, era stata edulcorata dalla disponibilità su Unifil 2. L’incontro all’Onu tra Prodi e Ahmadinejad, nello stesso momento in cui gli Stati Uniti puntavano sull’isolamento iraniano e il Consiglio di sicurezza lanciava un ultimatum sul programma nucleare, era stato accolto come una bravata.
    Il rifiuto al vertice di Riga a novembre di ascoltare le richieste della Nato in Afghanistan era stato considerato con indulgenza perché, in fondo, quello italiano è il sesto contingente.
    Ma la mancata modifica delle regole di ingaggio e la misera offerta di un C-130 e di due ricognitori senza pilota erano la prova che l’Italia stava prendendo il posto della Germania di Schröder sul fronte dell’antiamericanismo europeo.

    L’“irritazione” di Berlino
    La conferma per Washington è arrivata da altre piccole Sigonella, motivate più dagli equilibrismi di politica interna che da una strategia internazionale coerente.
    A gennaio, mentre la comunità internazionale sperava che l’Etiopia portasse a termine il lavoro sporco contro le Corti islamiche in Somalia, l’Italia si è messa di traverso nel gruppo di contatto e in Europa.
    D’Alema ha parlato di “momento di dissenso” per i raid americani contro i terroristi.
    Su Vicenza, la manifestazione della maggioranza e l’incertezza di governo hanno spinto Washington a immaginare di bissare il trasloco delle basi in Germania verso i più affidabili paesi dell’est europeo. Di fronte all’ostinazione italiana nel mantenere caveat restrittivi in Afghanistan si è cominciato a parlare di violazione dell’obbligo di assistenza previsto dall’articolo 5 del trattato Nato. Dopo le accuse e la strumentalizzazione dei casi Abu Omar e Calipari – “si sa chi ha sparato, c’è bisogno di giustizia”, per gli Stati Uniti è “un’occasione persa”, ha detto Massimo D’Alema – l’Amministrazione ha risposto con segnali inequivocabili: la lettera dei sei ambasciatori sull’Afghanistan; l’inusuale incontro stampa del consigliere legale del Dipartimento di stato per dire che non consegnerà gli americani nel caso Abu Omar.
    Infine, la comunicazione di ieri.
    Se “si può comprare la libertà di combattenti talebani con un sequestro, tra poco non ci saranno più giornalisti”, ha detto a Kabul il ministro degli Esteri olandese, Maxime Verhagen.
    E ieri anche il governo tedesco ha ribadito ancora la sua “irritazione”.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Antonio Martino spiega come dev'essere....

    ....il decreto su Kabul

    Roma. L’ex ministro della Difesa, Antonio Martino, esponente di Forza Italia, giudica “avvilente” la crisi internazionale provocata dal governo sul dossier afghano:
    “Mai nella storia d’Italia si era dato il caso che questo paese si trovasse in difficoltà nei rapporti con i principali alleati, non solo con gli Stati Uniti, anche con gli europei”.
    Martino spiega che l’opposizione, come finora per senso di responsabilità ha votato a favore delle missioni, ora per senso di responsabilità deve porre due condizioni al governo, due modifiche al decreto.
    Primo: i militari devono partecipare alle operazioni con i contingenti dell’Alleanza atlantica, dunque via il caveat che li vincola a non combattere, e devono poterlo fare coi mezzi appropriati, quindi rafforzamento della dotazione.
    Altrimenti, secondo Martino, la Cdl non voterà il rifinanziamento.
    “Il governo non sembra avere ben compreso che gli italiani sono in Afghanistan per combattere il terrorismo internazionale, non per liberare i terroristi”.
    La condotta del governo nei negoziati che hanno portato alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo “è stata riprovata dal Dipartimento di Stato americano e dai governi inglese, tedesco e olandese.
    Il commento più pungente è di un esponente del ministero degli Esteri tedesco: Mastrogiacomo è contento, il governo italiano è contento, ma i più contenti sono i Talebani”.
    L’ex ministro spera “che sia l’ultimo atto di una lunga tragedia, così va definita la politica estera degli ultimi dieci mesi: è stato dilapidato il patrimonio di affidabilità che l’Italia aveva accumulato, non solo nei cinque anni di governo di centrodestra, ma nei sessant’anni della sua storia”.
    Nonostante la lunga successione di governi, “i capisaldi della nostra politica estera – l’Alleanza atlantica, l’europeismo e l’amicizia con gli Stati Uniti –sono sempre stati rispettati, questo esecutivo ha dilapidato tutto”.
    C’è poi un aspetto “vergognoso”, legato alla scelta della diplomazia di Gino Strada, la “diplomazia dei movimenti”, “abbiamo istituzioni che esistono per svolgere alcuni compiti, come la liberazione di ostaggi, ora il Sismi è stato messo da parte: per chi ha senso dello stato non è accettabile. Non credo che persone come Amato e Parisi possano avere della politica estera la stessa concezione che hanno, chessò io, Pecoraro Scanio o Rizzo. Devono scegliere”.

    “Il mendacio intenzionale” del ministro
    Errori del governo e natura della maggioranza, dunque, hanno provocato una frattura nella continuità della politica estera italiana, “ma è prevalente il fatto che non si può mescolare l’acqua con l’olio. In questa maggioranza coesistono forze che aspirano a politiche estere contrapposte”.
    Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema si cimenta nel ruolo di conciliatore e “il tentativo di accontentare tutti ha prodotto i disastri che abbiamo visto”.
    Fino a pochi giorni fa, però, gli americani sembravano fidarsi di D’Alema? “Non so se sia vero: per molte delle cose che sappiamo l’unica fonte è D’Alema stesso e io ho esperienza personale e sono in grado di provare che la menzogna, il mendacio intenzionale, non è estraneo alle abitudini del ministro D’Alema. Per giustificare la fuga dell’Italia dalla missione dell’Onu in Iraq disse che la nostra presenza era parte di accordi ‘segreti’ tra Berlusconi e gli Stati Uniti e che il Parlamento non era stato informato. Provai in commissione che non era vero, nemmeno si scusò. Il che fa supporre che consideri normale il mendacio intenzionale”.
    Finora l’opposizione ha votato a favore delle missioni internazionali. Finora. “Abbiamo sempre votato per le missioni, anteponendo l’interesse nazionale a quello di parte, perché era in gioco la credibilità internazionale dell’Italia, ma qui siamo in presenza di un impiego dei nostri militari che non è accettabile. Noi, a meno che non siano radicalmente cambiate le condizioni della nostra presenza in Afghanistan, non possiamo votare il rifinanziamento”.
    E’ in atto la grande offensiva talebana, i paesi della Nato sono impegnati a contrastarla per impedire che i miliziani islamici si riapproprino dell’Afghanistan “e i nostri militari, malgrado il fatto che la Nato ce l’abbia chiesto, non possono partecipare all’operazione di contrasto perché c’è un caveat, una limitazione, per cui non possono agire in operazioni combat. Questo caveat va rimosso. I nostri militari non sono inferiori a nessuno, noi dobbiamo fare la nostra parte di membri a pieno titolo dell’alleanza atlantica”.
    L’altra richiesta per votare a favore “è che i nostri soldati siano posti nelle condizioni di partecipare con gli altri contingenti della Nato alle operazioni”.
    Più truppe? “Sarebbe meglio e ne avremmo eccome le forze, ma non è una condizione indispensabile”, quel che conta “è che i nostri soldati siano impegnati là dove servono”.
    “Ricordo – dice Martino – andai a trovare John Reid a Londra, che tornava al ministero della Difesa dopo sette anni, mi disse: ‘Sono tornato qui e ho scoperto che in questi sette anni è cambiata una sola cosa: gli italiani, sembra che siate diventati indispensabili. In quei sette anni non erano cambiati i militari, erano bravi anche prima, ma c’era un governo con una politica estera chiara, coerente e condivisa che aveva consentito ai militari di dare il meglio di sé”.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito La CdL e Kabul

    Roma. Se Pier Ferdinando Casini non fosse altrove, con il cuore e con il suo pacchetto di voti in Senato, il centrodestra berlusconiano martedì prossimo sarebbe in grado di dare una svolta alla politica estera italiana così debilitata, contraddittoria ed esposta alle recriminazioni degli alleati occidentali per gli effetti della liberazione di Daniele Mastrogiacomo.
    Martedì prossimo si voterà a Palazzo Madama il rifinanziamento, fra le altre, della nostra missione in Afghanistan. Rispetto alle premesse con le quali l’Italia, nel 2001, disse “sì” all’operazione antitalebana, il nostro contributo militare era stato già edulcorato sei mesi fa dal governo prodiano.
    Adesso, con un’offensiva talebana in corso, si pone una questione di sicurezza e di equipaggiamento per i militari.
    I leader della Cdl si stanno convincendo che la soluzione appropriata sia convergere in un ordine del giorno, presentato dal capogruppo di Forza Italia, Renato Schifani, che “impegna il governo a dotare i nostri militari di armi di difesa attiva” per “garantire adeguati strumenti che consentano di fronteggiare eventuali scontri, eliminando così quanto più possibile il rischio della vita dei soldati”. La maggioranza non è interessata alla proposta parlamentare, anche se il ministro D’Alema promette:
    “Il governo fornirà i mezzi necessari per la sicurezza dei nostri militari”.
    Considerando l’appannamento del centrosinistra, i dubbi di certi senatori riformisti e la dissidenza di altri senatori della sinistra radicale, l’Unione non è sicura della propria autosufficienza in aula. Da qui la disponibilità ad accogliere ogni sostegno. Se il suo ordine del giorno venisse respinto, la risposta dell’opposizione può essere un “no” al decreto di rifinanziamento (sarà votato dopo gli altri odg e dopo gli emendamenti).
    Forza Italia e An valutano l’ipotesi di un’astensione, come la Lega ha già fatto alla Camera.
    Lo spiegava ieri Gianfranco Fini: “Il nostro voto non è scontato, il governo ha perso credibilità in politica internazionale, i nostri soldati si trovano in situazioni spesso drammatiche”.
    E’ quindi sul passaggio dalla difesa passiva a quella attiva che si giocherà una parte cruciale del confronto.
    L’Udc è contraria a far mancare il sostegno al decreto. Per Casini, che ne ha parlato con l’ambasciatore americano Ronald Spogli, è impensabile mettere in pericolo la nostra presenza a Kabul, con quel che di negativo ne deriverebbe per il complesso della missione. “Ma se l’Unione non sarà autosufficiente, dovrà trarne le conseguenze”.
    Come l’Udc, sia Forza Italia sia An si pongono il problema di non invalidare per calcolo tattico la qualità della missione afghana.
    D’accordo con il Cav., Fini e La Russa hanno avvicinato Casini proponendogli un’iniziativa comune per mettere la maggioranza di fronte all’obbligo di proteggere i soldati italiani.
    Ferma restando la divaricazione sul decreto – An la formalizzerebbe martedì, per Forza Italia ha parlato Paolo Bonaiuti:
    “Sono d’accordo con Fini” –sulla richiesta di una maggiore copertura militare i partiti del centrodestra possono ricompattarsi. Secondo i promotori, il tema è destinato a trovare ascolto anche in alcuni settori della maggioranza.
    Per esempio in Lamberto Dini (Margherita), che martedì scorso è riuscito a ottenere il via libera alla conversione del decreto nella commissione Esteri da lui presieduta, e lo ha fatto promettendo alla Cdl l’apertura di un dialogo su eventuali correttivi al provvedimento.
    Poi invece Vannino Chiti (Ds) ha forzato nel verso opposto nella successiva riunione dei capigruppo.
    E’ prevedibile che Dini, lunedì, riprovi a far ragionare i suoi colleghi del Senato. Dialogo o no, se passasse l’odg di Schifani per la Cdl diventerebbe inattuale ogni divaricazione sul decreto. E l’effetto sulla tenuta della maggioranza sarebbe letale.
    Il capogruppo dell’Udc in Senato, Francesco D’Onofrio, ha letto due giorni fa il testo di Schifani e gli ha detto che lo voterebbe volentieri. Casini tace ma i suoi dirigenti sostengono che sia disposto a promuoverne il messaggio. Quindi a votarlo, purché l’eventuale azione non abbia il sapore di “un irresponsabile ricatto parlamentare”.
    Anche per stornare ogni possibile fraintendimento, con l’accusa di cinismo che incombe dal centrosinistra, Silvio Berlusconi durante tutta la giornata di ieri ha evitato di esporsi personalmente.
    Ma oltre cento suoi deputati gli hanno scritto per lettera: “Il decreto non si può votare”.
    Queste sono le ragioni tattiche e di principio che si intersecano davanti a una necessità primaria ribadita anche ieri, in via informale, da Londra e Washington: l’essenziale è poter contare sul contributo attivo del contingente italiano.
    Quanto al meccanismo per onorare l’impegno, è un dettaglio che non riguarda la diplomazia angloamericana.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito L’Unione e Kabul

    Roma. Dinanzi al profilarsi di nuove tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti e a pochi giorni dal voto in Senato sull’Afghanistan, previsto per martedì, lo stato dei rapporti all’interno del governo ieri appariva efficacemente testimoniato dalle agenzie: da un lato i comunicati della Farnesina, le dichiarazioni di Massimo D’Alema a Porta a Porta, le note del suo portavoce; dall’altro, il silenzio.
    Nella polemica sulla liberazione di Daniele Mastrogiacomo tra Dipartimento di Stato e Farnesina, nessuna comunicazione da Palazzo Chigi o dalla Difesa, nessuna dichiarazione di Romano Prodi o di Arturo Parisi (che pure nel pomeriggio a Palazzo Chigi si è incontrato proprio con D’Alema, per discutere del decreto di rifinanziamento della missione in Afghanistan).
    E se il dissenso di Parisi è noto da tempo, colpisce invece il silenzio di Romano Prodi, che all’indomani della liberazione aveva rivendicato dinanzi alle telecamere dei telegiornali di avere seguito tutte le fasi della vicenda, facendo personalmente forti pressioni sul governo Karzai.
    Il presidente della commissione Esteri della Camera, il diessino Umberto Ranieri, ieri scriveva sul Riformista un articolo dal titolo: “Daniele è salvo, ma il prezzo è alto”. Posizione che riecheggia preoccupazioni diffuse, dal ministero della Difesa al Viminale, condivise anche dal presidente della Repubblica.
    A conferma di come si sia giunti ben al di là della consueta dialettica con la Margherita di Francesco Rutelli, da dove ieri filtravano “perplessità” e “silenziosa responsabilità”, per evitare di “alimentare polemiche sul delicato fronte della politica estera”. Una perplessità evidente già nell’apertura di Europa, ai limiti del bollettino di guerra: “No, gli Usa non erano affatto d’accordo. E attaccano l’Italia”. E nell’editoriale a fianco: “Non ne usciamo con le cenette”.
    Trasparente allusione all’incontro di due giorni fa tra D’Alema e Condoleezza Rice, che certo non lasciava prevedere le successive tensioni con il Dipartimento di Stato.
    E proprio il Dipartimento di Stato, nel pomeriggio, precisa: all’incontro con D’Alema, la Rice “non era informata degli accordi presi da Roma con Kabul per la restituzione dell’ostaggio italiano in cambio di cinque prigionieri talebani”. Parole che riesce difficile prendere alla lettera, senza bisogno di ricorrere al New York Times, secondo cui “Italy did not, and could not, act alone”. Il significato diplomatico però è chiarissimo.
    Si direbbe che le telefonate di D’Alema con l’ambasciatore Spogli prima e con Condoleezza Rice poi, nel pomeriggio, non abbiano ottenuto effetti.
    E così, mentre Fausto Bertinotti continua a difendere la scelta della trattativa, pressoché solo, Massimo D’Alema entra nel salotto di Porta a Porta per registrare la puntata di ieri sera.
    Il ministro dice di non essere pentito di avere salvato Mastrogiacomo, sostiene che il governo non ha condotto alcuna trattativa né fatto pressioni (“abbiamo ricevuto attraverso una Ong una lista di persone e l’abbiamo trasmessa al governo dell’Afghanistan, che ha ritenuto che non avessero caratteristiche di pericolosità tale da non poter essere liberati”), afferma che con gli Stati Uniti non c’è stata alcuna rottura (solo una “diversità di approccio”) e soprattutto dichiara di avere proposto a Condoleezza Rice di discutere nella Nato regole comuni cui attenersi in caso di sequestri.
    Nel frattempo, un nuovo comunicato del Dipartimento di Stato conferma la posizione americana in merito e tutte le precedenti dichiarazioni, e aggiunge: “Ci aspettiamo che in futuro non vengano fatte concessioni”.
    Il tono della nota – concordata con la Farnesina – è però decisamente più distensivo, e permette a D’Alema di ribadire che “non c’è nessuna crisi”.
    Anzi, ripete, l’Italia è “disponibile e interessata” a discutere in sede Nato norme comuni di comportamento in caso di sequestri (onde evitare “quelle incomprensioni che abbiamo avuto”).
    Quanto alle incomprensioni e ai silenzi nel governo, dalla Farnesina dicono di non avere motivo di lamentarsi, che su questioni delicate di politica estera è bene che a parlare siano presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e ministro della Difesa, e che “semmai è il fiorire di prese di posizione dettate da ragioni di politica interna, che rischia di ingenerare confusione”.
    Un riferimento che appare diretto, prima che al leader della Margherita, a Piero Fassino.
    Alla Farnesina inoltre sono convinti che l’enfasi data alla vicenda nasca dalla volontà di dare una spallata al governo.
    Pausa. “A tutto il governo”.
    Precisazione che appare diretta, prima che al leader della Margherita, a Romano Prodi.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Il "vice D'Alema" di Kabul

    Kabul. “Abbiamo soltanto fatto quello che ci ha chiesto il governo. Siamo assolutamente estranei a qualsiasi scelta politica. Emergency non prende iniziative autonome e resta assolutamente estranea a quasiasi azione di politica interna o internazionale”.
    Anche se oggi rifiuta ogni responsabilità politica, rispondendo così al ministro D’Alema che a sua volta ha cercato di prendere le distanze a posteriori, l’organizzazione umanitaria di Gino Strada ha però sempre tenuto al suo prestigio – e al suo potere – di canale diplomatico privilegiato.
    E quindi ora non meraviglia che il fondatore sia intrappolato nelle polemiche per lo scambio di prigionieri tra cinque tagliagole talebani e il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo.
    Fosse stato per Strada, che non ha mai amato i militari, Mastrogiacomo sarebbe potuto tornare a Kabul in un convoglio di Emergency percorrendo 800 chilometri di strade dal profondo sud dell’Afghanistan dov’era rimasto in ostaggio per 15 giorni.
    Questa volta, Strada ha dovuto cedere e con tutto il suo staff umanitario e pacifista è salito, assieme all’inviato di Repubblica che non vedeva l’ora di tornare a casa, su un C-130 dell’Aeronautica militare italiana che è andato a prendere il gruppone a Lashkargha, il capoluogo della provincia di Helmand infestata dai talebani.

    Questa volta l’eroica missione di recupero si è lasciata alle spalle alcuni “danni collaterali”.
    Adjmal Naqshbandi, l’interprete di Mastrogiacomo, che avrebbe dovuto essere liberato, è ancora nelle mani dei guerriglieri, come ieri ha dichiarato il feroce capo bastone talebano, mullah Dadullah, che ha promesso nuovi sequestri di giornalisti, visto il recente successo, e ha parlato di un’offerta da un milione di dollari fatta dal governo italiano in cambio del reporter. Rahamatullah Hanefi, capo del personale dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, è ancora in stato d’arresto per aver mediato, su ordine di Strada, con Dadullah per la liberazione degli ostaggi.

    Il fondatore di Emergency, che è un impulsivo per natura, ma poi fa velocemente marcia indietro quando si rende conto di aver superato il limite, ha minacciato di chiudere l’ospedale di Kabul, per ottenere la liberazione del suo uomo, così “migliaia di pazienti protesteranno contro il governo afghano”.
    Un’altra grana che Strada sta cercando di sbrogliare è l’ira dei parenti di Said Agha, il povero autista afghano di Mastrogiacomo decapitato dai talebani.
    La famiglia della vittima ha protestato contro il governo afghano ed Emergency perché lo straniero è stato liberato e degli afghani non si sa nulla. Il problema è che i parenti non sono ancora riusciti a portarsi via dalla zona talebana il corpo del povero autista. Strada ha promesso di dare una mano con un convoglio di Emergency, ma essendo rimasto senza Rahamatullah ha perso l’unico collegamento con i talebani.
    Strada è nato a Sesto San Giovanni 59 anni fa. Dev’essere stata l’aria dell’ex cittadella operaia a farlo diventare di sinistra, al punto che all’Università Statale di Milano era a capo del servizio d’ordine del Movimento studentesco.
    Nel capoluogo lombardo si è laureato in medicina, ma pochi sanno che il fondatore di Emergency è diventato chirurgo di guerra grazie alla Croce rossa internazionale, salvo poi non mancare mai di criticarla.
    Nei primi anni Ottanta Strada rispose a un bando e poco dopo lo spedirono al “fronte”.
    La Croce rossa lo ha fatto lavorare in Etiopia, Thailandia, Gibuti, Somalia, Perù e Bosnia-Erzegovina.
    Fino alla svolta del 1994, quando Strada si sente abbastanza forte da far da sé.
    La prima esperienza senza l’ombrello della Croce rossa è nel Ruanda appena travolto dal genocidio. Gli esperti d’Africa ricordano come Strada avesse il chiodo fisso “di sostituire la neonata Emergency alla Croce rossa”, ma ben presto fu costretto a lasciare il paese perché era arrivato ai ferri corti con il nuovo regime tutsi.
    In Kurdistan fonda il primo ospedale, ma il vero terreno d’azione e battaglia di Emergency diventerà ben presto l’Afghanistan. Strada arriva nella valle del Panshjir quando è ancora vivo Ahmad Shah Massoud, che sarà l’ultimo baluardo contro i talebani. Ad Hanaba fonda un ospedale e i suoi medici cominciano a occuparsi anche dei prigionieri di guerra, compresi jihadisti legati ad al Qaida catturati dai mujaheddin di Massoud.
    A Kabul apre un altro ospedale, sotto il regno dei talebani, e un giorno un gruppo di scalmanati della polizia religiosa fa irruzione a colpi di frusta, perché le donne non sono nettamente separate dagli uomini.
    Nel 2001, durante la rappresaglia americana contro i talebani e i loro ospiti di al Qaida, Strada raggiunge il Panshjir a dorso di mulo.
    Abile nel preparare il ragù e la pizza, spesso la serve agli amici di passaggio con l’aggiunta del “nero” afghano.
    La leggenda vuole che Giulietto Chiesa abbia avuto un collasso assaggiando la pizza drogata.
    Strada è una prima donna, che ama i riflettori e nel suo intimo non sopporta i rivali, come Alberto Cairo, dell’odiata Croce rossa internazionale, soprannominato “l’angelo di Kabul” per i laboratori ortopedici che hanno fatto tornare a camminare migliaia di mutilati afghani saltati sulle mine.
    Cairo, schivo e apolitico, è per carattere e filosofia dell’intervento umanitario agli antipodi dell’irruento e politico Strada.
    Non a caso fra i due non è mai corso buon sangue.
    Ketty Tirzi, un’italiana veterana delle organizzazioni umanitarie che ha lavorato a Kabul, spiega che “lo staff di Emergency è composto da persone in gamba, anche se sono molto chiuse tra di loro. E’ la filosofia di Strada che spesso cozza con la realtà”. Lo stesso governo afghano aveva chiesto alla Tirzi “di mediare con le posizioni estreme” del chirurgo pacifista.
    Per non parlare delle scintille con i militari italiani del contingente della Nato. “Sono testimone di quando i soldati avevano portato la moglie di un afghano all’ospedale di Emergency, per un parto difficile – racconta la volontaria – si sono rifiutati di farli entrare perché avevano le armi, ma gli stessi militari qualche settimana prima, sempre armati, erano stati ben accolti per donare il sangue”.
    Dopo che l’Afghanistan è stato liberato dal governo talebano, il terreno era fertile per una nuova battaglia fra Croce rossa e Strada, che ha trovato la sua origine nella vicenda degli ostaggi italiani in Iraq.
    Anche in questo caso si sono scontrate due personalità opposte. Strada, diventato sempre meno chirurgo e sempre più attivista anti Berlusconi, e Maurizio Scelli, l’avvocato che nel 2001 si era candidato con Forza Italia e poi è stato nominato commissario straordinario della Croce rossa.
    Con la cattura dei primi ostaggi italiani e le mediazioni per liberarli, la Croce rossa ha fatto la parte del leone, nel campo delle organizzazioni umanitarie, occupando la scena. Strada ha cercato di infilarsi con l’intento meritevole di liberare i sequestrati, ma al contempo anche di dare una botta al governo italiano e soprattutto di recuperare visibilità.
    Quando è stato restituito a Scelli il corpo di Fabrizio Quattrocchi, ammazzato dai terroristi, a Baghdad circolavano le indiscrezioni più incredibili e macabre:
    “Il cadavere l’hanno dato alla Croce rossa, ma gli ostaggi vivi verranno consegnati a Strada”.
    Alla fine sono intervenuti i corpi speciali americani e hanno risolto il problema.

    Da il Foglio di sabato

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Zitto e lavora!

    Volo per Herat, e sveglia al mattino presto.
    Ma ieri era stato un giorno di quasi riposo, con il torneo di buskashi. Che, come sapete, è un gioco duro e affascinante, con due squadre a cavallo che si contendono la carcassa di una capra, cercando di portarla in un cerchio del terreno prestabilito, e segnando così un punto a proprio favore. Gioco duro sul campo, con nuvole di polvere, cavalli che si incrociano come in un dipinto da battaglia di Anghiari, e cavalieri che si sporgono di sella fino a sfiorare il terreno. Sembra quasi un rugby a cavallo, con la squadra che protegge il compagno e fende il muro avversario. Ma tanto è violento il gioco – specie quando uno vede avviarsi al suo destino di palla del secondo tempo la capra inconsapevole al guinzaglio – tanto è mite il tifo attorno, con applausi generosi per tutti, e fughe generali quando la mischia si avvicina alla muraglia degli spettatori. Insomma è stato un giorno di festa, e anche la sera, alla pizzeria di Camp Invicta, con le foto di Venezia, di Roma e Firenze e Amalfi e Verona alle pareti.
    Il personale della pizzeria, come quello degli altri PX – cioè gli spacci, gestiti da ditte private – è filippino. Invece il personale assunto dai nostri militari per i compiti più generici – le pulizie, ad esempio – è afghano.
    Ne ho incontrato una fila, mentre uscivo per andare a prendere l’aereo e mentre usciva una folta pattuglia di blindati. E questa fila di avventizi sembrava un po’ una corte dei miracoli, perché ognuno sembrava avere un piccolo o grande difetto fisico. Ho chiesto, con garbo, come mai. E’ che sono i raccomandati di Alberto Cairo, il buon medico di Kabul.
    Li dimette, e cerca di fargli guadagnare qualcosa.
    Il nostro aereo per Herat avrebbe proseguito poi per altri scali, verso l’Italia, e dunque a bordo c’era personale dell’ambasciata, scortato in aeroporto da due carabinieri – almeno credo lo fossero – che sembravano davvero due afghani, per via della pelle scura e delle barbe lunghe.
    C’era un militare con il braccio ingessato, e tredici ospiti. Tredici giovani che vanno in Italia a imparare l’inglese, e poi a frequentare scuole militari, a Modena o altrove, e tornare al loro paese come quadri dell’esercito afghano. Avevano i capelli tagliati di fresco, e alla moda, ed era evidente che avevano scelto il vestito migliore – alcuni con un gessato di imitazione italiana, e scarpe a punta – ed erano emozionati.
    Ho chiesto di che etnia fossero. Mi hanno risposto che erano tagiki, hazari, pashtun. Mi hanno chiesto qualcosa dell’Italia, ma il rumore del C130 mi ha assolto da una spiegazione complicata.
    Ho messo alle orecchie i tappi di gomma, e loro ne hanno fatti di simili, con la carta di un giornale. Dagli oblò entrava il bianco accecante del cuore dell’Afghanistan, e poi valli dal color di leone spelacchiato e villaggi dello stesso colore, che mandavano solo ogni tanto il lampo di una lamiera o di un ruscello.
    Il C130, in volo tattico, è calato su Herat come un ascensore. Ho salutato i ragazzi afghani, e la tenerezza che avrebbero suscitato in chiunque è stata completa quando uno di loro mi ha stretto la mano, e mi sono accorto che sulla manica aveva ancora attaccata l’etichetta della marca, forse contraffatta, ma su di lui sembrava un grado di marina o di aeronautica.

    Toni Capuozzo su il Foglio

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Avete - o meglio abbiamo - capito male!

    Non c’è nessuna incazzaturamdegli Stati Uniti con D’Alema, nessun conflitto sui talebani liberati, la cenetta sul Potomac non poteva andar via più liscia, Italia e Usa esser più vicine.
    L’Unità spiega tutto.
    Si è trattato di una congiura. E che congiura.
    Ma una congiura contro chi? Contro Condi. E perché contro Condi? Perché è culo e camicia con Massimo.
    Cioè.
    La Casa Bianca deviata, insieme ai generali del Pentagono deviato, insieme agli uomini del Dipartimento di Stato deviato, tutti incazzati come tori con Condi perché pende dalle labbra di Massimo, hanno lanciato un siluro sulla tresca.
    Cioè.
    L’obiettivo della Casa Bianca non era per nulla chi ha mostrato le chiappe a Dadullah. Quando mai.
    Era il suo segretario di stato.
    “E’ la vendetta di Donald”, nel senso di Rumsfeld, scattata attraverso il famigerato “funzionario senza volto”, il quale ha mollato sì un paio di sganassoni, ma mica a noi, a Condoleezza.
    E’ stato un complotto. Un terribile complotto.
    Secondo solo, per ordine di importanza, a quello ordito a Roma da Sircana per sputtanare i trans della Salaria.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito

    Situazione critica
    Nessuna chiarezza sulla politica estera

    Il voto al Senato di martedì sera, più che un voto sui soldati italiani - i quali hanno, come è ovvio, tutto il nostro sostegno e quello dell'opposizione - era un voto sulla politica estera del Paese. E se la politica estera di un paese non è chiara e coerente con le sue finalità, i soldati di quel paese si trovano esposti ad un rischio gravissimo, soprattutto quando si trovano in zona di guerra.

    Le modalità della liberazione di Daniele Mastrogiacomo, i comportamenti e le dichiarazioni che ne sono seguiti da parte della maggioranza, hanno creato un problema all'Italia sul piano della collocazione internazionale e dei rapporti con gli alleati, tale da modificare necessariamente l'atteggiamento dell'opposizione.



    Ciononostante il governo ha trovato un sufficiente sostegno parlamentare e può andare avanti. La nostra impressione è che il problema non sia risolto e che le difficoltà tenute sotto traccia dalle divisioni di quella che una volta era la Casa della Libertà, non serviranno. Resta fin troppo evidente che vi sia un profondo dissenso nella maggioranza, e financo nello stesso governo, sulla politica estera: c'è da credere che questo dissenso non resterà imbavagliato a lungo, soprattutto se la situazione internazionale si dovesse complicare.

    In proposito notiamo che l'Afghanistan non è certo l'unico paese a rischio, considerando la crisi apertasi fra Iran e Gran Bretagna sui marinai inglesi arrestati dalle milizie del regime di Teheran, e per gli effetti che una crisi di questa portata potrebbe avere sul Libano.

    Crediamo che un governo che non si risparmia nemmeno le più futili polemiche con gli Stati Uniti e si ritrova costantemente criticato dalla Nato, abbia il fiato corto e che esponga a un rischio eccessivo i nostri soldati. Non capire questo al punto di arrivare a sostenerlo, è un errore che potrebbe rivelarsi fatale. Non abbiamo avuto ancora l'impressione che il governo, nei confronti dei nostri militari in Afghanistan, sia in grado di fornire loro gli strumenti per assolvere al meglio la loro azione. Il Pri per un problema di politica interna è stato costretto a seguire una linea comune estrinsecatasi con l'astensione che al Senato per motivi regolamentari vale voto contrario. Noi riteniamo quel voto come come voto esclusivamente politico e quindi su questo piano non voto contrario.

    Diciamo questo perché per il futuro ciò che si farà in prima lettura dovrà essere una linea concordata. Come abbiamo già detto al Presidente del Consiglio i repubblicani sosterranno sempre le idee in cui credono. Tatticismi da strapazzo non ci interessano e vorremmo che ciò valesse anche per i nostri alleati, oggi, all'opposizione.

    Roma, 28 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  10. #10
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    Predefinito Un bluff da Strada

    Kabul. Gino Strada è preoccupato dai “danni collaterali” provocati dalla liberazione di Daniele Mastrogiacomo, ma soprattutto è arrabbiato con il governo italiano, che prova a sganciarsi dalla vicenda.
    Dopo che il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha parlato di un ruolo marginalissimo dell’esecutivo – che avrebbe semplicemente “passato un foglietto con sei nomi da un’organizzazione umanitaria al governo afghano”– il chirurgo ha minacciato: “Martedì votano il rifinanziamento della missione in Afghanistan, ma se il governo non si muove per Rahmatullah ci penso io a parlare e a fare saltare il banco”.
    Teresa, moglie di Strada e presidente di Emergency, ha scritto una lettera aperta durissima sul sito di Peacereporter, costola informatica dell’ong italiana: “Rahmatullah torturato: il governo italiano agisca”.
    Rahmatullah Hanefi è il capo del personale dell’ospedale di Emergency di Laskhargah, dove Mastrogiacomo è stato portato subito dopo la liberazione. Proprio lui ha parlato più volte con il mullah Dadullah, il capo talebano che gestiva il sequestro, ed è andato nel profondo sud della provincia di Helmand a realizzare materialmente lo scambio. L’Nds (National defence services), i servizi segreti afghani, lo ha arrestato il giorno dopo la liberazione di Mastrogiacomo e Strada si è subito appellato al governo italiano per farlo rilasciare.
    La prima avvisaglia di una presa di distanze è arrivata con la decisione del presidente del Consiglio, Romano Prodi, convinto dai suoi consiglieri, di non telefonare immediatamente al capo di stato afghano, Hamid Karzai, che già aveva fatto un enorme favore agli italiani mollando i cinque talebani (forse di più) per fare pressioni sul caso Hanefi. Inoltre c’erano ancora di mezzo le festività di Nowroz, il capodanno afghano, e Karzai voleva stare in pace.
    Lo stesso Strada ha confessato, senza stupore, che dopo la liberazione di Mastrogiacomo anche le telefonate a Repubblica per chiamare Ezio Mauro non sono più le stesse.
    Prima, con l’inviato ancora in mano ai talebani, la segretaria lo passava al direttore in un battibaleno. Adesso lo fa attendere o richiamare. Nulla di grave se non fosse per il fatto che Strada comincia a lamentarsi anche del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, e in uno dei suoi scatti di rabbia ha minacciato:
    “Martedì votano il rifinanziamento della missione in Afghanistan, ma se il governo non si muove per Rahmatullah ci penso io a parlare e a fare saltare il banco”.
    Fra le righe di un’intervista al Corriere della Sera si leggevano segnali poco pacifici verso il governo.
    L’unico rappresentante italiano che sembra salvarsi dalle ire di Strada è l’ambasciatore a Kabul, Ettore Sequi, in effetti il primo a confermare che Hanefi si trovava nella mani dei servizi afghani. Strada, però, lo ha coinvolto troppo parlando in pubblico del suo lavoro con i funzionari afghani per il rilascio dei talebani e anche della rivelazione che “c’è un cono americano” sopra la residenza di Emergency a Kabul per monitorare tutto quello che il chirurgo fa e dice. Il rischio è che la chiamata in causa di Sequi imbarazzi l’ambasciata, che difficilmente farà una campagna contro il governo Karzai, come vorrebbe Strada, per liberare a tutti i costi l’afghano di Emergency.
    Invece oggi sarà convocata, presso la rappresentanza diplomatica italiana, una conferenza stampa con i familiari di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di Mastrogiacomo ancora nelle mani dei talebani. Non è prevista, al momento, un’eguale iniziativa per il braccio destro di Strada. L’aspetto più preoccupante è che Karzai, riunendo il suo consiglio di sicurezza, ha confermato l’arresto di Hanefi.
    Molti in Afghanistan pensano che con lo scambio di prigionieri, fratello di Dadullah compreso, Strada ed Emergency abbiano oltrepassato il limite. Uno di questi è sicuramente Amrullah Saleh, il potente capo dell’Nds, che ha conosciuto il chirurgo a Dushambe, ai tempi dell’ultima ridotta antitalebana del comandante Ahmad Shah Massoud, nel nord dell’Afghanistan.
    Saleh si occupava dei rapporti con gli stranieri, come Strada che stava cominciando a costruire il suo primo ospedale nella valle del Panjsher, roccaforte di Massoud. Ora Saleh, vicino agli americani e fermamente contrario al rilascio dei talebani, non passerà sopra l’oltraggio. Non è escluso che l’interrogatorio di Hanefi serva anche a incastrare Strada ed Emergency con l’obiettivo di limitare le sue attività in Afghanistan, almeno nelle zone come Helmand a diretto contatto con i talebani.
    Il chirurgo pacifista lo sa e ha, per ora, prudentemente abbandonato l’idea di manifestazioni o conferenze stampa rissose a Kabul. Inoltre Emergency deve guardarsi le spalle dalla tribù di Sayed Agha, l’autista di Mastrogiacomo decapitato dai talebani, che fuori della sede dell’ong a Lashkargah gridava “morte a Rahmatullah”, quando Mastrogiacomo era già stato liberato e il corpo del loro caro ancora rimaneva in zona talebana.
    Il fratello di Sayed Agha aveva chiesto espressamente al governatore di Helmand di aprire un’inchiesta sul ruolo del mediatore di Emergency. “Non si possono sottovalutare le possibili vendette di questa storia”, spiega un veterano del personale umanitario in Afghanistan.
    Strada, compreso velocemente il clima, in un’intervista su Peacereporter ha spiegato che il ruolo della sua ong era di fare “da postino” e non di assumersi la responsabilità della mediazione e delle relative scelte politiche, compreso l’avallo allo scambio di prigionieri.
    Ieri il premier Prodi ha detto che il governo “non ha gestito lo scambio di prigionieri talebani, perché è stato deciso da Karzai”.
    Il portavoce del presidente afghano, Karim Rahimi, aveva invece già dichiarato che “si è trattato di un caso eccezionale in nome dell’amicizia con l’Italia”, ovviamente chiesto a gran voce da Roma.
    Nessuno si assume la responsabilità, dunque.
    Come non bastasse Strada, chiude l’intervista a Peacereporter con un messaggio per D’Alema e Prodi, che lo chiamavano ogni giorno durante il sequestro, ammettendo “l’amarezza nel constatare che non per noi, ma per altri in Italia, la sorte di due afghani, uno dei quali indispensabile alla liberazione di Daniele, non è poi così importante”.

    Da il Foglio del 27 marzo

    saluti

 

 

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