La resurrezione di Gesù, giallo in tv.
Un detective dell’antica Roma al centro de «L’inchiesta». Proiezione in Vaticano
ROMA — Grande mobilitazione della Chiesa per «L’inchiesta», il tv-movie in due puntate, in onda su Raiuno il 2 e 3 aprile, che racconta l’indagine sulla scomparsa del corpo di Gesù dal Sepolcro dopo la sua crocifissione. Manifesti che tappezzano le facciate di edifici di culto, copertine dei giornali religiosi, una proiezione a maggio nella chiesa di St. Malachy di New York e domenica prossima Papa Benedetto XVI potrebbe partecipare a una proiezione privata in Vaticano.
Prodotto da Fulvio Lucisano per Rai Fiction con la regia di Giulio Base, il film descrive l’avventura umana e spirituale di un tribuno romano, Tito Valerio Tauro, che viene inviato in gran segreto dall’imperatore Tiberio in Palestina per una missione molto delicata: scoprire la verità sulla condanna a morte di un povero rabbino giudeo, un certo Gesù di Nazareth, che pare sia risorto dalla morte.
«Uno 007 di duemila anni fa», avverte il protagonista Daniele Liotti, accompagnato da un cast internazionale: tra gli altri, Max Von Sydow (Tiberio), F. Murray Abraham (Nathan), Ornella Muti (Maria Maddalena), Monica Cruz (Tabità), Enrico Lo Verso (Pietro), Anna Kanakis (Claudia Procula, cugina di Tiberio) e Hristo Shopov nei panni di Ponzio Pilato, lo stesso ruolo che aveva in The Passion di Mel Gibson.
Siamo nell’anno 35 dell’era volgare. Strani fenomeni celesti, un terremoto, l’oscurarsi del cielo come in un’eclissi, turbano l’imperatore Tiberio. È così che richiama dall’esilio Tito Valerio Tauro, il più grande investigatore di Roma, finito nei guai anni prima per aver scoperto troppi fatti scomodi sulla morte del predecessore di Tiberio, l’imperatore Augusto. Se condurrà con successo il difficile compito che gli viene affidato, sarà riabilitato. Dice Liotti: «La forza di questo film sta nel fatto che il protagonista non è presentato come un "santino". Tauro è un uomo diffidente, indurito dalla guerra e parte con un’indagine freddamente razionale: è scettico, non ha la fede, non crede alla trascendenza delle anime, tanto meno alla resurrezione. Ma è l’amore per una donna, la giovane cristiana Tabità, ad aprire il suo cuore. Sarà grazie a questo incontro, che Tauro compirà il salto nel buio, in quella zona dove la ragione non può arrivare».
Per il grande schermo, già Damiano Damiani nel 1987 realizzò l’omonimo film con Keith Carradine, Harvey Keitel e Phyllis Logan, ispirandosi a un’idea di Ennio Flaiano e Suso Cecchi D’Amico. Il nuovo soggetto, che prende le mosse dallo stesso spunto, è firmato da Valerio Massimo Manfredi, archeologo e autore di best-seller storici, mentre la sceneggiatura è di Andrea Porporati. Riprende Liotti: «Non si può parlare di un vero e proprio remake. L’approccio di Damiani è molto più razionalistico, quasi non lascia spazio a ciò che la ragione, con i suoi limiti, non può spiegare. Noi, per una scelta diversa della sceneggiatura, abbiamo approfondito maggiormente». Una scelta che è piaciuta: «All’anteprima che si è svolta venerdì scorso nella Residenza Universitaria Internazionale dell’Opus Dei - racconta l’attore - il film è stato accolto con caloroso entusiasmo proprio per il messaggio che propone: la fede, prima che questione teologica e trascendente, è questione umana, è una catarsi che avviene nell’animo dell’individuo ».
Il lavoro uscirà anche in una versione cinematografica in 500 sale americane, distribuito dalla Fox dal 6 aprile, e in dvd è stato inviato a 174 vescovi delle diocesi statunitensi più importanti, mentre dal 4 aprile uscirà anche nei cinema spagnoli. Intanto, Liotti, che a maggio sarà su Canale 5 con Martina Stella in «L’Amore e la Guerra», si prepara a vestire i panni di Biagio Schirò nel «Capo dei Capi», serie- tv in 6 puntate, per la regia di Enzo Monteleone e Alexis Sweet, prodotta da Taodue. Anticipa l’attore romano, che sta prendendo lezioni di «siciliano»: «È un grande affresco della Sicilia, dalla metà anni ’40 agli anni ’90, periodo in cui nasce e cresce il gruppo mafioso dei corleonesi. Io sono un poliziotto che vive nello stesso ambiente, è amico fraterno, da ragazzo, di Totò Riina, ma ne diventerà il più acerrimo nemico: la sua missione, la sua ossessione sarà quella di acciuffare il criminale». Una bella differenza fra Tauro e Schirò. Conclude: «Tutti e due combattono contro due misteri inspiegabili: uno trascendentale e l’altro, purtroppo, molto terreno, la mafia».
Emilia Costantini (www.corriere.it)




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