….il tesoretto
I temi dell’economia sembrano imbarazzare l’attuale governo ancor di più di quelli di politica estera.
Come accade di fronte ai dati ufficiali Istat che man mano si accumulano su vari aspetti dell’evoluzione dell’economia italiana. Gli ultimi sono quelli relativi alla crescita dell’occupazione nel 2006, che tuttavia non contengono nulla di particolarmente nuovo visto che confermano andamenti tendenziali in atto da anni. In verità, se nel 2006 l’occupazione è aumentata in media di quasi il 2 per cento rispetto all’anno precedente, sull’onda della ripresa economica, conviene guardare i fatti in una prospettiva di più anni. Dal 2001 al 2006 il tasso di disoccupazione è sceso dal 12,2 per cento al 6,8 per cento.
Poiché il tasso di disoccupazione si calcola rapportando i senza lavoro (ma che ne cercano attivamente uno), al totale della forza lavoro che comprende occupati e disoccupati, ci si può chiedere se le statistiche registrano meno disoccupati perché diminuiscono coloro che partecipano al mercato del lavoro.
In realtà, sempre dal 2001 al 2006, il tasso di attività, cioè la percentuale della popolazione in età di lavoro che lavora o è in cerca di lavoro, passa dal 49,5 per cento al 62,7 per cento.
Un bel salto, anche se siamo ancora lontani dalla media dei principali paesi industrializzati.
Inoltre, il tasso di occupazione, cioè la percentuale della popolazione in età di lavoro che è occupata, passa sempre nello stesso arco di tempo dal 43,4 al 58,4 per cento.
La qualità di questo lavoro? Si può approfondire, ma nel 2006, dopo anni di selvaggia precarizzazione berlusconiana, la percentuale di occupati a tempo parziale sul totale occupati è del 13 per cento, mentre quella di occupati a tempo determinato sul totale è del 9,6 per cento, meno della media prevalente in altri paesi. Nel 2006, su 425 mila nuovi occupati, il 63 per cento è a tempo indeterminato.
Questi risultati si sono avuti in anni di stagnazione economica e con una ripresa non impetuosa nel 2006.
Rimane il problema della produttività che non cresce. Le cause, solo in parte cicliche, sono ben note. I nuovi dati sull’occupazione si affiancano a quelli sulla crescita del pil maggiore del previsto, ma ancora bassa, e a quelli sul deficit pubblico, che, per il 2006, come anticipato fin dalla scorsa estate su queste colonne e da quasi tutta la comunità scientifica, è risultato inferiore di circa un punto e mezzo di pil rispetto alle previsioni enunciate, dopo un’accurata analisi assai strombazzata, dal governo Prodi appena insediato.
Ricordare le balle raccontate
Perché attardarsi a ricordare le balle raccontate?
Perché guardare i fatti per identificare le bugie propalate aiuta ad affrontare i problemi del domani. Adesso si discute come utilizzare il cosiddetto “tesoretto” che il ministro Visco preferisce chiamare bonus fiscale, uno strano modo di definire un maggior prelievo effettuato sui redditi dei cittadini (bonus per chi?).
In realtà il “tesoretto” è frutto di un errore di stima (o di una bugia) e di un errore di politica.
Spargendo allarmismi sui conti pubblici, il nuovo governo è riuscito a far passare un inasprimento ulteriore della pressione fiscale. Allo stesso tempo ha aumentato le spese trasformando il tesoro in “tesoretto”.
Cosa fare ora? Caduta di consensi e scadenze elettorali spingono molti ministri a chiedere più spese a favore delle rispettive “costituency” (il termine usato per questa strategia è “equità e sviluppo”) . Altri chiedono di restituire le tasse raccolte in eccesso. Ma a chi? La Confindustria, che si segnala puntualmente per la capacità di coniugare apologie del mercato e pratiche lobbistiche, reclama altri soldi per le imprese e critica l’ipotesi di alleggerire il carico fiscale per le famiglie. Eppure due fatti devono essere considerati. Il primo è che le imprese sono le uniche ad avere ricevuto dalla Finanziaria un alleggerimento fiscale. Il secondo fatto è che l’occupazione è aumentata anche senza crescita, e la ripresa economica è arrivata anche senza riduzione del cuneo fiscale.
Che poi la produttività, anche del settore industriale, sia ferma in Italia è un altro discorso. Intendiamoci, una riduzione delle tasse sui profitti di impresa non sarebbe un errore, ma sono i redditi delle famiglie - che determinano l’incentivo a lavorare - a dover essere rinforzati in via prioritaria. Anche perché la bassa crescita dei consumi è uno dei fattori di incertezza della ripresa. Sarebbe apprezzabile un ragionamento autonomo su questi temi da parte del governo, qualunque esso sia.
Più probabile che tutto si giochi secondo rapporti di forza, o di collusione, tra le due lobby più potenti: sindacati e Confindustria.
Ernesto Felli e Giovanni Tria su il Foglio del 30 marzo
saluti




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