http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Passannante
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Giovanni Passannante (Savoia di Lucania, 9 febbraio 1849 – Montelupo Fiorentino, 4 febbraio 1910) è stato un anarchico e repubblicano italiano.
Fu protagonista di un attentato fallito ai danni di Umberto I di Savoia nel 1878. Condannato a morte, la pena gli fu commutata nell'ergastolo, trasformato in uno spaventoso calvario.
Indice
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- <LI class=toclevel-1>1 Infanzia e formazione <LI class=toclevel-1>2 L'attentato <LI class=toclevel-1>3 L'arresto <LI class=toclevel-1>4 Conseguenza politiche <LI class=toclevel-1>5 Repressione e persecuzione <LI class=toclevel-1>6 Cambia il nome del suo paese <LI class=toclevel-1>7 Processo, condanna e tortura <LI class=toclevel-1>8 Decapitato dopo la morte <LI class=toclevel-1>9 La vicenda oggi a Savoia di Lucania <LI class=toclevel-1>10 Bibliografia <LI class=toclevel-1>11 Voci correlate
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[modifica] Infanzia e formazione
Nato da Pasquale e da Maria Fiore, fu l'ultimo di dieci figli dei quali 4 morti in tenera età. Le condizioni economiche molto difficili della famiglia ebbero una decisiva influenza sulla sua formazione. Costretto per aiutare i suoi a svolgere piccoli lavori sin dalla più tenera infanzia, Giovanni espresse il desiderio di frequentare la scuola. Il perdurare delle misere condizioni familiari, tuttavia non gli consentì di frequentare che brevemente le aule scolastiche.
Cresciuto, nel tentativo di affrancarsi dalla fame che lo costringeva a lavori saltuari da bracciante e guardiano di greggi, si recò a Potenza, dove trovò lavoro come sguattero presso un'osteria. Più tardi, un Capitano dell'Esercito, nativo come lui di Salvia, ma residente a Salerno, notato il vivo interesse del ragazzo per gli studi, lo prese a servizio presso di sé e gli assegnò un vitalizio che gli consentisse di integrare la propria istruzione. Passannante alternò così la lettura della Bibbia a quella dei giornali e degli scritti di Giuseppe Mazzini.
Abbracciate le idee repubblicane, Giovanni frequentò circoli mazziniani e per questo venne arrestato e trattenuto in carcere per due mesi. Uscito di prigione tornò brevemente presso la famiglia a Salvia, quindi si recò nuovamente a Potenza, lavorando questa volta come cuoco. Nel 1872 si trasferì a Salerno, ove continuò a svolgere la stessa professione e si iscrisse alla locale Società operaia. Grazie al suo attivismo i membri della società si moltiplicarono, passando da 80 a 200. Frattanto Passannate si orientò verso idee anarchiche. Infine, il trasferimento a Napoli.
[modifica] L'attentato
Nel 1878 il Re, accompagnato dalla regina Margherita e dal Principe di Napoli, stava compiendo un viaggio per diverse città meridionali: da Ancona, passarono a Chieti e Bari. Il 17 novembre, dopo di aver brevemente sostato a Foggia, giungevano a Napoli.
Giunto il re a Napoli, prese ad incedere in carrozza, lentissima, tra la folla che aveva rotto i cordoni ed applaudiva. Giunti all'altezza del Largo della Carriera Grande, Passannante si avvicinò alla carrozza facendo sembrare di voler porgere una supplica, salì sul predellino, scoprì il pugnale che teneva avvolto in uno straccio rosso e vibrò un colpo in direzione del sovrano. Questi riuscì a deviare l'arma, rimanendo leggermente ferito a un braccio. L'erede al trono rimase immobile. L'attentatore venne afferrato dal primo ministro Benedetto Cairoli e ne ricavò una coltellata alla coscia destra. Passanante venne colpito con una sciabolata alla testa dal capitano dei corazzieri Giovannini e venne tratto in arresto.
[modifica] L'arresto
Arrestato in flagranza, Passannante, che aveva concepito l'attentato ed agito da solo, fu brutalmente interrogato e torturato nel tentativo di fargli confessare un'inesistente congiura. L'attentatore aveva compiuto il suo gesto con un coltellino che aveva una lama di 8 cm circa, "buono solo per sbucciare le mele", come dichiarò al processo il proprietario del negozio dove Passannante aveva ottenuto l'arma barattandola con la sua giacca. Nel fazzoletto rosso nel quale aveva nascosto il pugnale, Passannante aveva scritto: «Morte al Re, viva la Repubblica Universale, viva Orsini».
[modifica] Conseguenza politiche
L'attentato produsse in tutta Italia una grande indignazione e numerosi cortei di protesta contro il tentato regicidio. Il giorno successivo, 18 novembre, a Firenze alcuni anarchici lanciarono una bomba contro uno di questi cortei: restarono uccisi due uomini, una ragazza e ferite più di dieci persone. Lo stesso accadde a Pisa e la notte del 18 novembre venne assalita una caserma di Pesaro.
L'11 dicembre 1878 un ordine del giorno favorevole al governo venne respinto a grande maggioranza dalle Camere e Cairoli si dimise il successivo 19.
[modifica] Repressione e persecuzione
Seguì una pesante opera di repressione che investì l'intero Paese: la magistratura istruì circa 140 processi contro appartenenti a circoli anarchici. L'intera famiglia dell'attentatore, composta dalla madre settantaseienne, 2 fratelli e 3 sorelle, colpevoli solo d'essere suoi consanguinei, furono arrestati già il giorno dopo l'attentato e condotti nel manicomio criminale di Aversa dove furono internati fino alla morte. Solo il fratello Pasquale riuscì a fuggire.
Il giovane poeta Giovanni Pascoli, intervenendo in una riunione di aderenti ad ambienti socialisti a Bologna, diede pubblica lettura di una sua Ode a Passannante; nonostante egli avesse poco dopo strappato il suo componimento, fu arrestato e trattenuto in prigione.
[modifica] Cambia il nome del suo paese
Il consiglio comunale del paese natale del Passannante, Salvia, deliberò che il paese si chiamasse Savoia di Lucania, nome che porta ancor oggi. Parenti e omonimi del Passannante dovettero lasciare il Paese.
[modifica] Processo, condanna e tortura
Processato con un difensore d'ufficio, l'anarchico fu condannato a morte, sebbene il codice penale prevedesse la pena capitale solo in caso di morte del re e non di ferimento. Successivamente, con Regio Decreto del 29 marzo 1879, la pena gli fu comunque commutata in ergastolo, da scontarsi in condizioni disumane a Portoferraio, sull'isola d'Elba. Qui Passannante fu rinchiuso in una cella, priva di latrina, posta sotto il livello del mare, senza poter mai parlare con nessuno e vivendo in completo isolamento per anni tra i propri escrementi, caricato di diciotto chili di catene. Passannante era alto circa 1,60 m, la cella era alta solo 1,40 m.
«Passanante è rimasto seppellito vivo, nella più completa oscurità, in una fetida cella situata al di sotto del livello dell'acqua, e lì, sotto l'azione combinata dell'umidità e delle tenebre, il suo corpo perdette tutti i peli, si scolorì e gonfiò … il guardiano che lo vigilava a vista aveva avuto l'ordine categorico di non rispondere mai alle sue domande, fossero state anche le più indispensabili e pressanti. Il signor Bertani … poté scorgere quest’uomo, esile, ridotto pelle e ossa, gonfio, scolorito come la creta, costretto immobile sopra un lurido giaciglio, che emetteva rantoli e sollevava con le mani una grossa catena di 18 chili che non poteva più oltre sopportare a causa della debolezza estrema dei suoi reni. Il disgraziato emetteva di tanto in tanto un grido lacerante che i marinai dell'isola udivano, e rimanevano inorriditi»
(Salvatore Merlino, «L'Italia così com’è», 1891 in "Al caffè", di Errico Malatesta, 1922)
Tali condizioni disumane di detenzione furono oggetto di una denuncia dell'on. Agostino Bertani e della giornalista Anna Maria Mozzoni, a seguito della quale il prigioniero, ormai ridotto alla follia, certificata da una perizia psichiatrica condotta dai professori Biffi e Tamburini, fu trasferito presso il manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, ove morì.
[modifica] Decapitato dopo la morte
Dopo la sua morte il corpo, in ossequio alle teorie lombrosiane miranti ad individuare supposte cause fisiche di "devianza", fu sottoposto ad autopsia e decapitato. Il cervello e il cranio, assieme a suoi blocchi di appunti, studiati dai fautori della teoria eugenetica sviluppata dal criminologo Cesare Lombroso, sono ancor oggi esposti presso il Museo Criminologico dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia di Roma, dove si trovano dal 1936, dopo essere stati conservati presso l'Istituto Superiore di Polizia associato al carcere giudiziario "Regina Coeli" di Roma.
La permanenza dei resti in esposizione presso il Museo ha causato proteste ed interrogazioni parlamentari. Il 23 febbraio 1999 l'allora ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, firmò il nulla osta alla traslazione dei resti del Passannante da Roma a Savoia di Lucania. A tutt'oggi, la traslazione e la sepoltura dei resti non ha ancora avuto esecuzione.
[modifica] La vicenda oggi a Savoia di Lucania
Oggigiorno nel comune di Savoia di Lucania la popolazione è divisa in due comitati opposti: un comitato "pro-Salvia" capeggiato da Michele Parrella e Giuseppe Salvatore, che rivendica il desiderio di ritornare al vecchio nome "Salvia di Lucania", in memoria delle torture inflitte a Passannante e del ruolo distruttivo dei Savoia nella politica Italiana; ed un comitato "pro-Savoia" di cui fa parte il monarchico dott. Parrella (molto criticato è stato il suo gesto di porre la bandiera Italiana con lo stemma dei Savoia sul castello del paese), il quale rivendica l'onore di essere legati alla dinastia dei Savoia e condanna l'atto compiuto dall'anarchico. Il comitato "pro-Savoia" ha previsto per il prossimo 1 maggio 2007 un incontro pubblico nel piccolo paese con Emanuele Filiberto di Savoia.
L'11 maggio 2007 Giovanni Passannante ritornerà finalmente nella sua terra grazie all'encomiabile impegno del Sindaco di Savoia di Lucania Rosina Ricciardi, dell'Amministrazione comunale e di quanti in questi anni hanno contribuito, a vario titolo, per far conoscere la vicenda di Passannante e per smuovere le coscienze riguardo la sua sepolturA





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