MARCO FERRANDO
SALUGGIA (VERCELLI)
La signora Bergandi abita nella località Benne a Saluggia e l'altroieri ha scoperto che nel pozzo di casa sua c'è acqua radioattiva.
La sua cascina si trova a un chilometro dalla piscina «Eurex», dove sono custodite 52 barre irradiate: è la scomoda eredità della vicina centrale atomica «Enrico Fermi», spenta nel 1987 dopo il «no» al nucleare pronunciato dal famoso referendum. Dunque, sull'origine delle tracce di Stronzio-90 ritrovate dai tecnici dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente del Piemonte non ci sono dubbi: arrivano dalla piscina radioattiva, che per la prima volta nella sua storia ha iniziato a «gocciolare» anche fuori dal bordo.
In realtà, il pozzo in questione è inutilizzato e fortunatamente non è collegato alle falde da cui si abbevera il vicino acquedotto del Monferrato. «La quantità rilevata non comporta alcun rischio per la salute umana», assicurano Laura Porzio e Giovanni D'Amore dell'Arpa. I livelli sono ben al di sotto dei tetti d'allarme individuati dall'Organizzazione mondiale della Sanità e sono di 50 volte inferiori alla soglia di potabilità fissata per legge in Italia. Ma resta il fatto che d'ora in poi l'Arpa intensificherà i controlli: «Monitoreremo i pozzi una volta al mese - assicurano ora i tecnici - ma soprattutto avvieremo uno studio ad hoc sulla falda».
Il pozzo della signora Bergandi si trova a sette metri, molto lontano dai 150 metri di profondità in cui pesca l'acquedotto. Se ci si trovasse in un posto qualunque, le analisi passerebbero pressoché sotto silenzio, ma a Saluggia basta poco e scatta subito l'allarme: anche perché soltanto pochi mesi fa 13 addetti del sito si erano improvvisamente ritrovati contaminati (anche in questo caso le soglie critiche erano lontane, ma sei di loro stanno ancora seguendo le cure decontaminanti).
L'«Eurex», insomma, va bonificata e subito. «Bisogna accelerare il più possibile il suo svuotamento», ha ripetuto anche ieri il prefetto di Vercelli, Pasquale Minunni. Ma che fine faranno le barre? «L'Apat, l'Agenzia per la protezione ambientale, sta passando al vaglio tutte le possibili destinazioni», sottolinea Lamberto Matteocci, del settore «Trasporti beni pericolosi» dell'Apat, e tuttavia più aumenta la fretta più salgono le quotazioni del vicino deposito Avogadro, che richiederebbe un trasloco di appena 800 metri e che già oggi ospita 28 tonnellate di materiale radioattivo.
Proprio ieri, in un vertice convocato dal prefetto con forze dell'ordine, sindaci, Apat, Arpa e Asl, si è deciso che il trasporto delle scorie «avverrà con modalità analoghe a quelle utilizzate per i 13 trasferimenti a Sellafield effettuati negli anni scorsi», specifica Minunni. Che, però, chiarisce: «Il piano prevede "come" saranno trasportate e non "dove"». La destinazione, dunque, resta una scelta politica, ma l'impressione - a maggior ragione dopo la riunione di ieri - è che il via libera sia imminente alla volta di Avogadro. «I camion sono pronti a partire - assicura Roberto Donati della Mitnucleare, la società che fornirà i mezzi per la movimentazione delle barre - e i rimorchi sono già fuori dalla "Eurex" ad aspettare».
Ormai l'iter autorizzativo è completato all'80% e non è escluso che il trasloco possa concludersi entro l'estate: «Non è mai troppo tardi», commenta secco il generale Carlo Jean, che per anni è stato al timone della Sogin. «Si tratta soltanto di una decisione di buon senso», fa notare, ma il «fronte Avogadro» registra ancora alcuni dissidenti illustri.
Come il ministro all'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, che ancora ieri - dopo aver saputo delle tracce di materiale radioattivo al di fuori del sito - ha detto di voler puntare su una rosa di opzioni: «Per questo abbiamo proposto la convocazione di un tavolo tecnico incaricato di trovare alcune alternative nel raggio di 30 chilometri».