Soldatessa britannica, e propaganda
Maurizio Blondet
30/03/2007
Che immagini «orrende»: la moderna mamma-soldatessa Faye Turney costretta a vestire il chador.
Un tizio di Radio 24 definisce «orrende» le immagini tv diffuse dagli iraniani, dove si vedono i 15 marines britannici prigionieri.
E «scioccante» il fatto che abbiano ammesso di aver sconfinato nelle acque territoriali persiane.
Tutti i tg ripetono l’orrore e lo shock (dev’esserci stato un ordine del centro di propaganda), e i commenti implicano che i soldati inglesi abbiano parlato sotto costrizione.
Quei barbari sciiti. Quei persiani senza scrupoli, che mostrano immagini «orrende» di prigionieri intenti a pranzare tranquillamente; e magari, dopo pranzo, li hanno torturati.
L’Occidente non farebbe mai un uso così «scioccante» dei prigionieri catturati.
L’Occidente ha mostrato altre immagini, se ben ricordo.
Saddam Hussein subito dopo la cattura, sporco e arruffato, mentre un milite USA gli ispezionava i denti come a una bestia.
Mi pare di ricordare la sequenza dell’impiccagione di Saddam.
Ho il vago ricordo dei trattamenti di Abu Ghraib, dei detenuti iracheni messi sotto minaccia in pose oscene, vilipesi e legati nudi e incappucciati, con elettrodi, sporchi dei loro escrementi e del loro sangue.
Mi pare di ricordare qualcosa di Guantanamo, dove si pratica il waterboarding, il simulato annegamento.
Mi pare di ricordare – ma posso sbagliare – che l’uso della tortura per far parlare prigionieri di guerra è diventata una norma ufficiale del governo super-occidentale americano.
Che quelli che l’America non tortura in proprio, li manda a torturare in subappalto in Marocco, Polonia, Siria, Egitto.
Mi è rimasto in un angolo della mente che Robert Gonzales, attorney general, ossia ministro di Bush per la giustizia, ha affermato che la tortura è costituzionale.
E che le convenzioni di Ginevra che la vietano sono «obsolete».
Tutto questo non è mai apparso «orrendo» a Radio 24 e al suo tizio pontificante.
La sensibilità morale dell’Occidente è come la sua superiorità morale: selettiva.
Ciò che fanno gli Usa e Israele non è «scioccante» come il video che mostra i prigionieri di guerra britannici che mangiano.
Barbari, incivili.
Il ministro iraniano degli esteri ha detto che la liberazione di Faye Turney, la sola donna del gruppo inglese, è «imminente».
E’ probabile che a loro, i barbari, sembri orrendo o scioccante l’uso altamente occidentale di esporre alla guerra, alle ferite e agli stupri bellici una mamma di 25 anni con una bimba che l’aspetta a casa.
Magari credono ancora che la guerra sia una cosa da maschi: idea «obsoleta», propria di popoli arretrati.
Da noi c’è la parità, le nostre donne non portano mica il chador.
Da noi, Faye Turney è utile.
Tanto utile che l’Independent l’aveva intervistata «prima» dell’incidente in cui è stata catturata.
«Giusto poche ore prima», dice l’Independent: e ne pubblica l’intervista. Guarda caso.
Guarda la fortuna di un bravo giornalista, che si trova sulla «Cornwall», la nave britannica da cui è partito il gommone con i 15, «giusto poche ore prima» e intervista proprio lei, la futura imminente prigioniera.
Leggere per credere: articolo a firma Terri Judd, su l’Independent, data 28 marzo.
Titolo: «In her own words: the female sailor held captive in Iran». Ossia: «Con le sue parole: la marinaia prigioniera in Iran».
L’intervista non si può definire «scioccante».
La marinaia scelta dice per esempio: «Io so che facendo questo lavoro posso dare a mia figlia tutto ciò che vuole nella vita, e spero che sul mio esempio cresca con la consapevolezza che una donna può avere una famiglia e anche una carriera allo stesso tempo».
La frase sembra essere capitata in bocca alla povera Turney per sbaglio; dev’essere stata presa di peso da un’altra intervista, quella ad una manager in carriera di un hedge fund della City di quelle che hanno bonus da mezzo milione di sterline.
Dopotutto, la carriera della Turney è quella di leading seaman specialist, marinaio scelto.
Non esattamente lo stipendio grazie a cui si può dare a una figlia «tutto quel che vuole nella vita», ad occhio e croce.
Ma non conta. Quel che conta, è che la marinaia scelta ripeta gli atti di fede della dogmatica del capitalismo british: una donna è liberata quando, oltre ad allevare un figlio, lavora.
Ed è veramente liberata quando non considera il suo lavoro una dura necessità, ma una «carriera», entusiasmante.
Persino la «carriera» di marine in zona di guerra: vado a rischiare la vita perché mia figlia abbia tutto quello che io non ho avuto, telefonino, schermo piatto, scarpe Nike.
Che l’abbia pronunciato davvero quel discorsetto, la marinaia scelta, non importa: glielo si mette in bocca perché si veda che questa è l’ideologia per cui combatte, perché è la prova del suo patriottismo «di mercato».
Questa è la libertà, la parità dei sessi.
Questa è la grandezza dell’Occidente.
Naturalmente, questa intervista così fortunata proprio «poche ore prima» può lasciare il dubbio che ciò che è accaduto «poche ore dopo» fosse stato preparato in anticipo, che qualcuno sapesse già tutto.
Un po’ come l’11 settembre. Un casus belli accuratamente preordinato.
Non siamo in grado, per ora, di confermare né di smentire.
Ma un amico americano mi dice che questa storia gli ricorda molto, troppo, la faccenda degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran, nel novembre del 1979.
I vani tentativi di liberarli, o di farseli consegnare attraverso una mediazione algerina, fecero scendere sottozero la popolarità del presidente di allora, Jimmy Carter.
L’Iran infine liberò gli ostaggi nel maggio 1981, ma in circostanze tali da favorire la sconfitta di Carter e del suo partito democratico, e di portare al trionfo elettorale l’avversario repubblicano, Ronald Reagan.
Lo scandalo Iran-contra, con cui la faccenda degli ostaggi era collegata, consentì se non di provare, almeno di ipotizzare che fossero occorsi accordi segreti tra i fautori di Reagan e gli ayatollah di Teheran, con una tempistica della liberazione degli ostaggi scelta apposta per ottenere lo scopo politico interno in America.
Reagan non ne sapeva niente.
Chi sapeva tutto era il suo vicepresidente, ed ex capo della Cia, George Bush padre. E anche John Hinkley, il giovane pazzo solitario che sparò a Reagan, era un amico di famiglia dei Bush: se Reagan fosse rimasto ucciso, Bush padre sarebbe diventato presidente molto prima, e senza bisogno di farsi eleggere.
Gli ayatollah ebbero un ruolo ambiguissimo: ma ci guadagnarono una grossa fornitura d’armi, importante perché erano in guerra con Saddam.
Ora, dice l’amico americano, alcuni degli attori che allora manovrarono l’operazione sono tornati in auge.
Per esempio Robert Gates, oggi ministro al Pentagono e uomo di Bush senior all’epoca: fu lui il mediatore dell’accordo segreto sugli ostaggi.
La Commissione Baker-Hamilton, che ha messo sotto parziale tutela Bush figlio, è composta interamente di vecchi amici di papà, attori dietro le quinte dell’operazione ostaggi del 1981 e dell’Iran-Contra (tutti alti ufficiali dello scandalo, condannati, furono graziati da Bush senior appena divenuto presidente).
E la situazione interna in Usa è analoga, sia pure a contrario.
Oggi il partito repubblicano è in calo di popolarità, e i democratici in avanzata elettorale.
Il primo ha dunque bisogno di un successo d’immagine, un po’ come allora quando Teheran liberò gli ostaggi a Reagan, non a Carter.
Sarà un caso, ma di colpo l’uomo che nell’Amministrazione si occupa dell’Iran, Nicholas Burns, rilascia dichiarazioni concilianti verso l’Iran: non è un regime monolitico, il suo programma atomico è in ritardo, «c’è ancora spazio per la diplomazia» (leggere per credere, Financial Times del 27 marzo: «Still time for diplomacy with Teheran, says US»).
Certo i grandi ayatollah hanno voglia di sbarazzarsi di Ahmadinejad, e certamente sono gli stessi che allora giocarono quel ruolo ambiguo.
Che dire?
Non so.
Ma forse i democratici farebbero bene a prepararsi ad una «october surprise», come fu chiamata la liberazione degli ostaggi che diede la vittoria e Reagan, e la sconfitta a Carter.
Maurizio Blondet


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