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    Predefinito L'Europa che si voleva non è quella di oggi

    Da "Lettere al direttore" "Giornale di Brescia"
    Mercoledì 28 Marzo 2007 pag. 55




    L'Europa che si voleva non è quella di oggi



    Era il 1956, quando mi iscrissi al Movimento federalista europeo, che fu fondato da Altiero Spinelli a Ventotene e che già nel 1943, aveva raccolto proseliti per la costituzione della Federazione Europa, preludio per l'annullamento delle guerre fra gli stati Europei.

    Si era certi, allora, che l'unione politica dell'Europa fosse una possibilità concreta e che potesse essere attuata nell'arco di 10 anni.

    L'anno successivo infatti si riunirono a Roma i capi di Stato di Italia, Germania, Francia e Benelux e firmarono i trattati di Roma, per la costituzione della Comunità Europea.

    Lo spirito di aggregazione era forte e molti giovani, fra i quali il sottoscritto, dedicarono la loro vita e tutto il tempo a disposizione per arrivare alla costituzione dello stato federale europeo.

    Si fecero manifestazioni di piazza, convegni, dibattiti: si costituì a Parigi la Uef, Unione europea dei federalisti, dove il sottoscritto ne fece parte con Altiero Spinelli, e Mario Albertini , che ne fu l'ideologo.

    La spinta popolare fu forte in Italia e Germania, mentre la Francia con De Gaulle era più portata al nazionalismo, comunque l'Europa dei sei Stati, fece passi avanti verso l'Unione, costituendo la Ced (Comunità europea di difesa), l'Euratom, la Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio), che permisero la rinascita, dopo la II guerra mondiale dei paesi Europei.

    Allora era il popolo che voleva l'Europa Unita politicamente in Stato federale, e sotto questa spinta, grazie sempre ai federalisti, anche bresciani, si giunse all'elezione diretta del Parlamento europeo, che doveva
    diventare «parlamento costituente» proprio per redigere la «Costituzione europea», ma così non fu. li principale motivo della mancata costruzione dell'Unione politica ed economica dell'Europa è stato il mancato annullamento dello Stato nazionale.

    Infatti non poteva costituirsi uno Stato federale, senza la rinuncia all'esistenza dello Stato nazionale, che, in seno all'Europa, doveva diventare delle grandi regioni, che demandavano allo Stato federale la gestione della politica estera, della politica economica e della difesa.


    Nessuno Stato europeo ha mai rinunciato ad essere nazione, e proprio per questa situazione giuridica, doveva difendere e tutelare le necessità nazionali e dei propri cittadini dagli altri stati nazionali.


    La conseguenza di tutto ciò è stata veramente tremenda per l'Europa e per il suo futuro, perché non essendo diventata stato Federale europeo unito politicamente ed economicamente è andato allo sbando non riuscendo più a difendere la propria civiltà, la propria economia, ed ancor peggio la possibilità di essere uno dei centri politico-economicoscientifici e culturali del mondo.


    Con la mancanza della costituzione dell'unione politica dell'Europa in Stato federale, si è creato un mostro burocratico e tecnologico che decide della sorte di tutti i cittadini europei in tutti i campi di attività industriale, legale, cultura, ma soprattutto economica, perché è stato proprio l'Euro a creare il più grosso disastro.

    L'euro, che il sottoscritto diede a Guido Carli, governatore della Banca d'Italia, a Brescia nel 1970, quale simbolo dell'Unione politica ed economica dell'Europa, (il suo giornale pubblicò l'evento in prima pagina con la mia foto), non è certo l'euro di oggi, che ha rovinato gli stipendi e le paghe dei lavoratori, ed il cui valore non è deciso dalla politica europea, ma dai grandi capitali internazionali americani ed arabi.

    Con l'attuale valore dell'euro è difficile esportare.

    La crisi dell'Europa e dei suoi Stati è sotto l'occhio di tutti e certamente la mia vita dedicata all'Unione politica dell'Europa in Stato Federale, ha fallito l'obiettivo, perché l'Europa che si voleva non è assolutamente l'Europa di oggi.

    Gianfranco Pretto

    (Brescia)

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  2. #2
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    Predefinito

    Abbiamo idee molto diverse, ma in democrazia, come suggeriva Socrate oltre 2.500 anni fa, è necessario discutere avendo la modestia di non pretendere a priori d’aver ragione. E laddove voi dimostraste che io ho torto, tutti ne usciremmo arricchiti e non sconfitti.


    Posso rispettare il signor Gianfranco Pretto se le giustificherà alla luce della Costituzione voluta dai “partitocrati” europei; ma rispettino tutti anche le idee degli altri. Soprattutto se son di uomini che per le loro idee pagano di persona.
    E’ necessario ammetterete che la parola “legittima” Costituzione è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dal prediligere, quando occorra, la “legittimità” di valori alla “legalità” degli atti, e scegliere quelli più alti.
    Tutto è già stato scritto, e nessuna scienza umana e politica è perfetta, ma come ebbe a scrivere Thomas Paine ("Rights of man" - 1791):

    «Una costituzione non è l’atto di un governo, ma l’atto di un popolo che crea un governo: un governo senza costituzione è un potere senza diritto… Una costituzione è antecedente ad un governo: e il governo è solo la creatura della costituzione»
    Ora, sotto questo profilo, possiamo trascurare che la Costituzione italiana entrata in vigore nel 1948, non è mai stata votata dal popolo?

    I “partitocrati” italioti (e non solo essi) ci hanno raccontato che l'Europa è alle porte. Ed alcuni capi partito hanno pubblicamente dichiarato che noi cittadini di questa penisola siamo già molto europeisti; di conseguenza, ancora una volta si sono arrogati il diritto (che in democrazia spetta ai cittadini, non ai “rappresentanti”) di ratificare il TRATTATO CHE ISTITUISCE UNA COSTITUZIONE PER L’EUROPA.


    Fortuna ha voluto che i cittadini di Francia ed Olanda, paesi più democratici del nostro, bocciassero quel trattato. Evidentemente quei cittadini avevano letto almeno l’articolo 45:
    Principio della democrazia rappresentativa
    1. Il funzionamento dell’Unione si fonda sul principio della democrazia rappresentativa.
    2. I cittadini sono direttamente rappresentati a livello dell’Unione nel Parlamento europeo. Gli Stati membri sono rappresentati nel Consiglio europeo e nel Consiglio dei ministri dai rispettivi governi, che sono essi stessi responsabili dinanzi ai parlamenti nazionali, eletti dai loro cittadini.
    3. Ogni cittadino ha il diritto di partecipare alla vita democratica dell’Unione. Le decisioni sono prese nella maniera più aperta e più vicina possibile al cittadino.
    4. I partiti politici di livello europeo contribuiscono a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione.


    Evidentemente a francesi ed olandesi non andava di rinunciare alla loro sovranità popolare, per affidarla a partiti come quelli che albergano nel paese di Pulcinella e, in misura minore, altrove.
    Tant’è che in nessuna parte del corposo e magniloquente documento si parla della “sovranità” del popolo, al contrario,l’articolo II-12: Libertà di riunione e di associazione
    1. Omissis
    2. I partiti politici a livello dell’Unione contribuiscono a esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione.
    E noi dovremmo sentirci “RAPPRESENTATI” dagli attuali partiti del bel paese…?

    Eppure, nel magniloquente preambolo di detta Costituzione si cita Tucidide II, 37:
    «La nostra Costituzione ... si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi, ma dei più.»

    In un modello costituzionale democratico e rispettoso della “sovranità” popolare il referendum è la regola, l’inammissibilità costituisce l’eccezione.
    Tutto l’opposto di quanto accade nelle grandi democrazie contemporanee, dove l’appello al popolo costituisce un dato fisiologico, una normale cadenza della vita politica.
    Senza citare la vicina Svizzera, va’ rilevato che il 2 novembre 2004, 120 milioni di americani hanno rieletto Bush come loro presidente; ma nello stesso giorno hanno anche votato 163 proposte referendarie in 34 Stati. E fra i temi sul tappeto campeggiava la libertà di ricerca sugli embrioni, approvata a larga maggioranza dagli elettori della California; né più né meno di quanto hanno poi deciso il 28 novembre 2004 gli elettori svizzeri, licenziando con il 66,4% dei voti favorevoli un referendum del medesimo tenore.

    Da ciò deriva, per esempio, che i limiti al referendum sanciti dall’art. 75 della Costituzione italiana: le leggi tributarie, quelle di amnistia, il rispetto dei trattati internazionali, come alcune bocciature della Corte Costituzionale, non sono riscontrabili altrove, e per una serie di ragioni che per brevità ometto, è da considerarsi illegittimo.

    Più in generale, dal tessuto costituzionale delle democrazie più evolute si ricava un favore verso il referendum, come strumento di democrazia diretta a valenza antagonista e di controllo rispetto alle decisioni della maggioranza di governo. Per questo gli elettori hanno titolo a decidere come e più dei loro rappresentanti in Parlamento.

    Ma nel documento europeo NON vi è traccia della parola… REFERENDUM!

    Concludendo, è possibile che proprio uno dei fondatori dell’UE, quell’Altiero Spinelli che NON volle mai che il Movimento Federalista Europeo si trasformasse da “strumento culturale” in soggetto “politico”, abbia fallito il proprio obiettivo. Infatti, quale cultura esiste nella penisola italiota? E in Europa?

  3. #3
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Citazione Originariamente Scritto da ugolupo Visualizza Messaggio
    Il principale motivo della mancata costruzione dell'Unione politica ed economica dell'Europa è stato il mancato annullamento dello Stato nazionale.

    Infatti non poteva costituirsi uno Stato federale, senza la rinuncia all'esistenza dello Stato nazionale, che, in seno all'Europa, doveva diventare delle grandi regioni, che demandavano allo Stato federale la gestione della politica estera, della politica economica e della difesa.
    Condivido e riporto qui sotto il discorso conclusivo della ricorrenza dei 25 anni dell'Ale-Efa (European Free Alliance, il raggruppamento europeo dei partiti autonomisti ed indipendentisti).


    "I 25 anni dell’Alleanza Libera Europea (ALE) sono la storia di 25 anni di lotta per l’autodeterminazione dei popoli e delle regioni, il cui destino veniva deciso in una capitale, un parlamento, un governo, non considerati come ‘propri’ e la cui lingua e cultura venivano discriminate, minacciate o tollerate ma non riconosciute. L’autonomia era ed è perciò di importanza vitale. L’Europa, l’Unione era vista come un alleato, un comune destino in un mondo che diventava e diventa sempre più piccolo. Questa politica a doppio binario ha sempre contraddistinto l’ALE.

    In questi 25 anni molti Stati europei hanno cambiato aspetto, spesso sotto la pressione crescente di partiti che difendono o riprendono i nostri obiettivi. Sono stati decentralizzati o hanno ricevuto uno statuto federale. Si sono avuti parlamenti regionali e governi. Persino la Francia giacobina non è riuscita ad evitare del tutto questa evoluzione. I nuovi Stati membri devono seguire, talvolta anche contro voglia, questa tendenza alla decentralizzazione.

    Maurits Coppieters ha dato questa definizione: “that you could be both Flemish and European at the same time, and that autonomy for Flanders combined with European unity would bring about ‘less’ Belgium.”

    Anche gli Stati membri candidati non hanno altra scelta. La strada da Ankara a Bruxelles passa per Dyarbakir. L’Europa non vuole conquistare o dominare, vuole unire. Per l’Europa la pace non è solo un fine ma anche un mezzo. I membri dell’Alleanza Libera Europea lottano per l’autonomia con mezzi pacifici. Intendono così superare le profonde frustrazioni che sono d’intralcio ad una vera pace in Europa.

    Ci rallegriamo quindi anche dell’evoluzione della situazione nell’Irlanda del Nord e nei Paesi Baschi, in cui il dialogo finalmente ha avuto la precedenza.

    L’Europa negli ultimi 25 anni è cresciuta fino a diventare un’Unione di 25 stati membri. È diventata un enorme mercato, un grande protagonista nell’ambito del commercio mondiale, un motore per la crescita economica. Dopo la guerra fredda ha aperto le porte, a grandissima velocità, a nuovi Stati membri.

    Ma l’Unione Europea è rimasta a livello politico ben al di sotto delle nostre aspettative in ambito sociale, nelle questioni relative allo sviluppo democratico dell’Unione, alla lotta contro la povertà all’interno e all’esterno dell’Europa, ad una pace duratura nel mondo. Noi continuiamo a dedicarci ad un’altra Europa, un’Europa in cui le regioni e i popoli liberi e democraticamente organizzati siano i mattoni fondanti.

    Nel progetto della costituzione sono stati fatti dei passi avanti nella buona direzione. Per noi però non sono andati abbastanza avanti. Ci auguriamo che nel prolungamento del periodo di riflessione che la Commissione Europea ha ritenuto necessario, si insista su questi aspetti positivi, come l’effettivo rispetto dell’Unione per il principio di sussidiarietà, il rispetto per il potere democratico regionale e locale, il rispetto per il mantenimento della differenza culturale e delle lingue nella UE.

    L’Unione si rassegna già troppo facilmente di fronte al comportamento sprezzante o persino discriminante degli Stati membri o degli Stati membri candidati. Parole e garanzie su carta non contano per noi. Noi continueremo a giudicare la pratica.

    Nell’ambito delle istituzioni ci aspettiamo profonde riforme. Vogliamo accanto al Parlamento Europeo una seconda camera, una sorta di emanazione dei cittadini, che parli a nome delle regioni e dei popoli.

    La situazione attuale con un Consiglio che (tranne per le Fiandre) parla solo a nome dei governi degli Stati membri senza coinvolgere i propri parlamenti, è inaccettabile. Si fa così troppo il gioco dei grandi Stati e delle grandi potenze (persino quello degli USA).

    Il Comitato delle Regioni con la sua composizione disparata e il suo ruolo consultivo non può esercitare un ruolo di antagonista né di fronte alla Commissione, né al Consiglio, né al Parlamento Europeo. Il messaggio è eliminare o riformare.

    Ci auguriamo che la nostra perorazione trovi ascolto anche nei piccoli Stati e che le regioni costituzionali rimangano i nostri paladini in questo dibattito.

    Diciamo quindi sì al piano D3 della Commissione di Barroso ma gli chiediamo anche di aggiungere alle sue D quelle di Decentralizzazione e Diversità. L’ALE preferisce parlare del piano D5, in cui accanto a Democrazia, Dialogo e Dibattito ci sia anche rispetto per Diversità e Decentralizzazione.

    Vediamo l’Unione Europea non come un superstato europeo ma come una costruzione democratica originale con diversi strati, in cui i rappresentanti scelti prendano le decisioni importanti o le presentino agli elettori, con il rispetto del principio di sussidiarietà.

    La UE non può tanto meno essere un gigante economico senza un proprio potere decisionale a livello politico se si tratta della lotta mondiale per la democrazia, i diritti umani, la povertà, il sottosviluppo, l’oppressione o il terrore. La UE non può essere un’appendice degli USA. Il modello ultra-liberale, che ha dettato legge negli ultimi anni, deve essere corretto urgentemente attraverso una politica sociale energica, che si preoccupi dell’occupazione di qualità, di bandire la povertà e la disoccupazione in Europa e a livello mondiale. Il mercato libero può portare ad una crescita ma non ad una giusta divisione del benessere in tutte le regioni d’Europa e al di fuori.

    Perciò la UE deve disporre dei necessari mezzi finanziari.

    Ma anche a livello finanziario l’Unione Europea è prigioniera dei grandi Stati membri, che non sono in grado di formulare da soli un’adeguata risposta alla globalizzazione dell’economia, al contrario di alcuni Stati più piccoli come l’Irlanda e i paesi scandinavi.

    La commissione è tanto meno oggi un promotore di cambiamenti. La nostra speranza poggia sulla volontà dei piccoli Stati membri, che preferiscono la collaborazione all’isolamento.

    Noi chiamiamo i partiti di questi Stati a collaborare con noi per spezzare l’immobilismo europeo e offrire una risposta alle sfide a cui ci dobbiamo accingere: rimanere noi stessi, lasciar crescere le nostre regioni e nazioni, mantenendo però i nostri valori, la nostra lingua, la nostra cultura, il nostro paesaggio, mentre capitali, industrie, persone vengono spostate in ogni parte del mondo in base all’ordine di centri decisionali che sfuggono a qualsiasi controllo democratico.

    Ma noi dobbiamo dare una risposta che tenga conto degli uomini, a cui dobbiamo rispondere. Perciò non possiamo essere impotenti spettatori di ciò che fa l’Europa, di ciò che fa Bruxelles, l’OMC, la NATO e così via.

    Immigrazione, rifugiati, disoccupazione non sono fenomeni naturali. Noi abbiamo il dovere di immischiarci nell’andamento delle cose, non solo nel nostro Stato ma certo a partire da lì. Non ci possiamo però fermare ai confini del nostro Stato. Non vogliamo essere colonizzati ma ci rifiutiamo altresì di colonizzare o di sfruttare altri col pretesto di un libero commercio mondiale. Non vogliamo essere conquistati ma neanche conquistare per il petrolio o per le materie prime. Vogliamo essere aperti per tutti quelli che vogliono condividere i nostri valori, senza rinunciare a essere noi stessi.

    L’Europa in questo deve essere un alleato. Per molti non lo è o non lo è più. È una sorta di struttura superiore che domina, che minaccia la nostra lingua e la nostra cultura e ci priva del diritto di disporre noi stessi del nostro destino.

    E noi continuiamo a pretendere questo diritto: il diritto di decidere quale strada intraprendere, quale responsabilità assumerci.

    Oggi l’ALE conta 33 partiti, che sono membri della nostra alleanza. Sono presenti in 13 Stati membri e hanno insieme più di 200 eletti a livello europeo o nei parlamenti nazionali o regionali. Parlano 25 lingue diverse. Abbiamo partner provenienti dai nuovi Stati membri e dagli Stati membri candidati. Mano a mano che i partiti politici europei mostrano maggiormente la loro vera natura, noi ci aspettiamo più interesse da queste grandi formazioni.

    L’Alleanza Libera Europea vuole essere di supporto alle regioni, ai popoli e ai gruppi che vogliono essere se stessi e vogliono rimanere in un’Unione Europea che li rispetti.

    Viva l’Alleanza Libera Europea, viva l’ALE.

    Discorso conclusivo di Nelly Maes (11 maggio 2006)"

 

 

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