Salvare la rete? Bisognava pensarci prima»
di RAFFAELLA CASCIOLI
Consigliere economico di Massimo D’Alema a palazzo Chigi, quando Colaninno lanciò l’Opa su Telecom, deputato dell’Ulivo ed ex diessino, Nicola Rossi ritiene che occorra uscire dall’ambiguità e non si possa giudicare le vicende Telecom e Alitalia solo dal passaporto dei possibili acquirenti.
Vista in prospettiva la vicenda Telecom, non era meglio il piano Rovati?
No, anzi direi il contrario. Anzi, la logica è sempre la stessa, ovvero il rischio dell’ingerenza dello stato nella cessione del controllo di un’azienda italiana a una società estera.
Lei dunque non è preoccupato, come invece si dicono diversi esponenti del governo, dell’offerta di acquisto di una quota di Olimpia, la holding che controlla Telecom, avanzata dalla statunitense AT&T e dalla messicana América Móvil?
Guardi, se questa preoccupazione fosse autentica si potevano porre le condizioni – non dico solo da parte di questo governo, ma anche del precedente – per creare un grande operatore europeo. Purtroppo, invece, si continua a ragionare secondo un’ottica locale. Prima il piano Rovati, poi l’invito alle banche. Il mondo è altro, è come se la politica non avesse consapevolezza di quello che avviene fuori.
Per lei è ininfluente che pezzi del nostro sistema industriale, da Telecom ad Alitalia, possano non andare nelle mani non solo di acquirenti italiani ma neanche europei? No, non dico questo. Mi dispiace che l’acquirente possa non essere europeo. Però è anche vero che spetta alla politica industriale mettere in piede reti europee. Se questo non si è fatto, c’è poco da recriminare. In sostanza, la preoccupazione c’è ma ad essa si reagisce mettendo in grado le imprese italiane di affrontare la concorrenza sui mercati. È evidente che una parte del centrosinistra immagina un intervento diretto dello stato nei mercati. C’è però, mi auguro, un’altra parte che crede nello stato come regolatore e non gestore, per non parlare di proprietario. Negli ultimi anni si è posta una grande attenzione agli assetti proprietari, ma gli interventi per una regolazione autorevole e forte sono stati limitati.
Crede che l’Italia sconti l’assenza di un sistema imprenditoriale con capitali alle spalle? E nel caso crede che gli istituti di credito potrebbero intervenire?
Non so se sia il mestiere delle banche intervenire in questo caso. Credo che gli istituti di credito, dovendo rispondere ai loro azionisti, debbano intervenire solo se le condizioni economiche dell’investimento sono buone. Altrimenti si rischierebbe di compiere un errore per rimediare ad altri errori.
Se la previdenza integrativa fosse decollata in Italia, staremmo oggi parlando di un caso Telecom?
No, direi proprio di no. Oggi scontiamo un ritardo di almeno quindici anni rispetto ai nostri partner. La possibilità di un decollo della previdenza complementare è oggi frenata dalla decisione inserita in Finanziaria di un trasferimento del Tfr inoptato all’Inps. Ecco credo che quella scelta sia stata sbagliata in quanto non aiuta e deve essere ripensata.
Veniamo ad Alitalia. Come giudica l’offerta di Unicredit-Aeroflot?
Prima di tutto credo che in questo caso il governo si sia comportato con linearità seguendo un percorso condivisibile. Chi avanza offerte è libero di farlo per conto terzi purché si comprenda il piano industriale.
Nel merito non ho elementi per giudicare, ma in ogni caso trovo strano stabilire la bontà o meno di un acquirente basandomi sulla sua bandiera.
La compagnia di bandiera forse ai russi, la telefonia ai messicani, le autostrade agli spagnoli. Siamo un paese in vendita e se sì che vantaggi avrebbe il consumatore? L’elenco potrebbe continuare anche per altri settori come l’energia e le banche. Credo però che questa sia la realtà; tutto quello che crea concorrenza va a vantaggio dei consumatori purché esista un regolatore degno di questo nome.




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