Ritornano gli Euromissili ?
Il trattato fra Stati Uniti ed Unione Sovietica che sancì la eliminazione delle armi nucleari intermedie (Trattato INF: Intermediate Nuclear Forces) venne firmato l’8 dicembre 1987 ed entrò in vigore l’1 giugno 1988. La sua valenza politica fu epocale: può essere considerato l’inizio della fine della Guerra Fredda, e annullò quella installazione dei missili nucleari americani in Europa che aveva costituito per molti Paesi NATO - compresa l’Italia - un elemento di forte polarizzazione politica.
Inoltre, al di là della sua rilevanza politica, il Trattato INF fu un vero e proprio accordo di disarmo, che portò alla completa eliminazione di una importante categoria di vettori delle armi nucleari: tutti i missili basati al suolo con gittate da 500 a 5500 chilometri. Esso comportò la eliminazione fisica – verificata bilateralmente - di tutti i missili nucleari sovietici SS-20 puntati sull’Europa Occidentale e di tutti i missili nucleari Pershing II e cruise americani stanziati nei Paesi NATO e puntati sull’Unione Sovietica - missili che, con il loro immane potenziale distruttivo, la loro alta precisione e i loro brevissimi tempi di volo (pochi minuti nel caso di Pershing II e SS-20), costituivano un pericoloso elemento di instabilità strategica.
Il Trattato INF è tuttora in vigore. Trattandosi di un trattato bilaterale, esso vincola solo le due parti che lo stipularono, gli Stati Uniti e ora la Russia (e presumibilmente altri paesi risultati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, per esempio l’Ucraina). Sicché da quasi 20 anni si registra la situazione alquanto paradossale che i due paesi dotati dei maggiori arsenali nucleari sono ora anche gli unici (o quasi) a non poter schierare al suolo alcun missile - dotato o meno di testate nucleari: il Trattato INF riguarda solo i vettori - con gittata da 500 a 5500 chilometri.
È vero che gli arsenali nucleari, sia degli Stati Uniti che della Russia, comprendono missili balistici intercontinentali (InterContinental Ballistic Missiles: ICBM) basati al suolo (sul loro territorio) con gittate superiori ai 5500 chilometri, missili balistici basati su sottomarini (Submarine Launched Ballistic Missiles: SLBM) e armi nucleari cosiddette tattiche, cioè missili con gittate inferiori a 500 chilometri e bombardieri dotati di bombe nucleari. È nondimeno evidente che la limitazione costituita dal Trattato INF è significativa, in particolare quando si constata che missili con gittate di migliaia di chilometri vengono ora sviluppati e schierati da numerosi (e rilevanti) paesi, quali Cina, India, Pakistan, Corea del Nord, Iran, Israele.
Subito dopo l’entrata in vigore del Trattato INF alcuni osservatori - compreso il sottoscritto - suggerirono che la comunità internazionale considerasse l’opportunità di trasformare il Trattato INF da bilaterale a multilaterale, aprendo in tal modo la prospettiva della totale eliminazione di un’intera categoria di armi.
C’erano altri motivi per farlo: questa specifica categoria di armi introduce un elemento di instabilità particolarmente pericoloso in ogni contesto strategico; inoltre, nel lungo periodo, era prevedibile che, all’interno dei due paesi maggiormente dotati di armi nucleari, voci sempre più influenti avrebbero sottolineato che la limitazione cui il loro potenziale strategico era sottoposto a causa del Trattato INF diventava insopportabile in un contesto in cui numerosi altri paesi si dotavano di una rilevante capacità missilistica. Ma questi suggerimenti non vennero mai presi in seria considerazione, nemmeno come proposte da promuovere, da parte di Stati Uniti e Russia, a fini propagandistici, per sottolineare il fatto che le due cosiddette superpotenze nucleari erano dopotutto più avanti di tutti gli altri sulla via del disarmo nucleare - anche se solo in uno specifico settore, peraltro non proprio irrilevante.
Ora, purtroppo, si cominciano a registrare, in Russia, autorevoli interventi che ventilano la possibilità di un ritiro dal Trattato INF. Ciò nel contesto di una progressiva prevalenza, nella dirigenza politica, e presumibilmente anche nell’opinione pubblica, di un atteggiamento sempre più antagonista rispetto al mondo occidentale, alla NATO e specialmente agli Stati Uniti. Motivi specifici di questa tendenza sono l’estensione della NATO verso Est, nonché lo sviluppo del sistema antimissilistico degli Stati Uniti (che ha comportato la uscita unilaterale dal Trattato ABM da parte degli Stati Uniti), compresa la prospettiva che elementi di tale sistema vengano ora installati in paesi che erano satelliti dell’Unione Sovietica, che sono situati geograficamente vicino alla Russia, che ora fanno parte della NATO, e nei quali sono ora al potere forze politiche che non esitano a far leva su un nazionalismo tradizionalmente antirusso (si pensi per esempio alla Polonia).
È pur vero che la NATO ha compiuto qualche passo per rassicurare la Russia che il proprio allargamento verso Est non ha valenze offensive: importante in questo contesto è stata la formale dichiarazione che la NATO non ha alcuna volontà, alcuna intenzione, alcun piano di installare armi nucleari nei nuovi Paesi NATO. Inoltre da parte della NATO si sottolinea che il sistema antimissilistico americano ha semmai una valenza contro “Stati canaglia” che si avviano ad acquisire un potenziale missilistico ed eventualmente nucleare, ma è certamente del tutto inefficace contro l’enorme arsenale nucleare russo.
L’irritazione russa è comunque comprensibile: per contrastarla sarebbe stato e sarebbe necessario - ed opportuno - un atteggiamento assai più aperto da parte degli Stati Uniti e della NATO, con l’esplicito obiettivo - in una prospettiva di medio periodo - di integrazione della stessa Russia in ambito NATO, in un contesto di completo superamento della guerra fredda e di reale transizione, da parte degli Stati Uniti e della NATO, da un atteggiamento antagonista rispetto alla Russia, a una sostanziale alleanza per combattere quel terrorismo di matrice fondamentalista che è nemico della Russia quanto degli Stati Uniti e dei paesi occidentali.
Ma la arrogante insipienza dell’Amministrazione Bush - nutrita di una ideologia fondamentalista, incapace di capire le ragioni e le motivazioni altrui, e inoltre caratterizzata da quella stupidità che sta causando il disastro iracheno - non è stata finora capace di compiere alcun passo significativo nella giusta direzione; e gli altri Paesi NATO non sono stati, a loro volta, capaci di condizionare in modo sufficientemente significativo la politica degli Stati Uniti.
Vi è inoltre uno specifico motivo di carattere strategico che spinge la politica militare della Russia a far sempre più affidamento sul proprio potenziale nucleare, e quindi ad esser diffidente di ogni accordo che comporta restrizioni di tale potenziale. È la sensazione di insicurezza strategica causata dalla constatazione di esser ora circondata da paesi e popoli ostili, in un contesto di sostanziale debolezza del proprio apparato militare, in particolare nel settore delle armi convenzionali, dovuta al profondo travaglio della società russa conseguente alla fine dell’Unione Sovietica - travaglio dal quale la Russia sta solo ora, lentamente, emergendo.
Si sta riproducendo, a parti invertite, la situazione che caratterizzava la politica americana e della NATO nella seconda metà del secolo scorso, quando vigeva la convinzione - probabilmente ingiustificata, ma universalmente condivisa, almeno a livello ufficiale - di una sostanziale insicurezza strategica dell’Europa occidentale, attribuita alla schiacciante preponderanza militare, in campo convenzionale, dell’Unione Sovietica e delle forze del Patto di Varsavia - preponderanza che si riteneva potesse esser bilanciata solo facendo affidamento sulle armi nucleari. Ne conseguì la installazione di un enorme schieramento di armi nucleari tattiche nei Paesi NATO dell’Europa Occidentale, e un atteggiamento assai diffidente -- da parte americana e NATO -- rispetto a ogni prospettiva di limitazione degli armamenti nucleari.
Analogamente, oggi in Russia tende a prevalere l’idea che sia indispensabile far grande affidamento sul potenziale nucleare. Ne discende la rinuncia al precedente impegno di “non primo uso” di armi nucleari, un’alternanza paranoica di minimizzazione e massimizzazione della rilevanza strategica dello sviluppo di un sistema antimissilistico da parte degli Stati Uniti, una sostanziale contrarietà a continuare la politica di riduzioni delle armi nucleari tattiche che era stata iniziata da Gorbaciov e da Bush senior, ed ora perfino, in questo contesto, il ventilato ritiro dal Trattato INF; ritiro che potrebbe venir giustificato -come previsto dal Trattato stesso, purché con un preavviso di sei mesi - da “eventi straordinari” che mettono a rischio i propri “interessi supremi”.
Speriamo che questo evento non si verifichi. E che chi di dovere si attivi subito -- anche in ambito NATO – per impedire un tale disastro, che ci farebbe ritornare alla situazione di catastrofico rischio nucleare caratteristica della guerra fredda.
Questo articolo verrà pubblicato nella rubrica Armamenti del prossimo numero del bimestrale Sapere.
3/4/2007 -
di Francesco Calogero
tratto dal sito web della Fondazione Ugo La Malfa




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