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    Post Le case farmaceutiche ci vogliono "malati"!

    15/7/2006, Quotidiano di Sicilia

    Bayer, AstraZeneca, Pfizer: Così le industrie farmaceutiche ci vogliono malati... immaginariLe strategie di marketing dei produttori per incrementare le vendite dei medicinali - Un lieve problema di salute diventa una patologia grave, e la spesa sanitaria cresce

    Sei timido? Non dormirci troppo: potrebbe essere, infatti, un chiaro sintomo di "fobia sociale". Incontri delle difficoltà sessuali? Potrebbe trattarsi di vere e proprie disfunzioni. Sei distratto sul lavoro? Pensaci bene: e se fossi affetto da "disturbo da deficit di attenzione"?

    Sono bastate, forse, queste poche frasi per alimentare qualche dubbio? Bene. È proprio quello che accade ogni giorno a milioni di persone nel mondo: lievi problemi di salute vengono dipinti come patologie gravi, con la complicità di gigantesche campagne pubblicitarie frutto di attente operazioni di marketing elaborate dalle grosse industrie farmaceutiche, prime tra tutte quelle americane, che vantano un fatturato annuo di oltre 500 miliardi di dollari. Se da un lato, infatti, i giganti mondiali della farmaceutica salvano vite e riducono le sofferenze, dall'altro non si accontentano più di vendere medicine solo ai malati. Si possono fare montagne di soldi, infatti, convincendo la gente sana che è malata.

    Così, il semplice rischio di una malattia diventa la vera e propria malattia. E, di conseguenza, donne sane di mezza età soffrono di un male latente alle ossa, chiamato osteoporosi, e uomini di mezza età in piena forma hanno un disturbo cronico che si chiama colesterolo alto. E il gioco funziona. Perché, in fondo, stiamo parlando di salute.

    Un sogno alla Merck
    Henry Gadsen, direttore generale della casa farmaceutica Merck, trent'anni fa confessò in un'intervista a Fortune il suo più grande cruccio, e cioè che il potenziale mercato della sua società fosse limitato alla gente malata. Avrebbe voluto infatti vendere medicinali come gomme da masticare. Produrre farmaci, cioè, per la gente sana, vendendo così a tutti. Sono bastati tre decenni perché il sogno si avverasse.

    Le strategie di marketing delle case farmaceutiche mondiali, oggi, prendono infatti di mira, in maniera massiccia, le persone in perfetta salute. Non c'è persona normale che non possa figurare come paziente. E le vendite aumentano.

    A sostenere questa tesi, tra gli altri, sono due giornalisti scientifici, Ray Moynihan e Alan Cassels, che hanno scritto il libro Farmaci che ammalano, e case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti (Nuovi Mondi Media editore), tradotto in Italia da Simona Minnicucci, da cui derivano gran parte delle informazioni che vi stiamo presentando.

    Negli Stati Uniti, spiegano i due autori, la spesa farmaceutica è salita del 100 per cento, e continua a crescere. Il prezzo dei farmaci aumenta sempre più. Ma soprattutto aumentano le prescrizioni dei medici. Specialmente quelle di medicinali per il cuore e antidepressivi: guarda caso, le categorie maggiormente pubblicizzate.

    Un esperto newyorkese di pubblicità, Vince Parry, in un articolo dal titolo "L'arte di fabbricare una malattia" ha rivelato che le società farmaceutiche stimolano la creazione delle patologie mediche. A volte accendendo i riflettori su malattie poco note, o anche inventando un nuovo nome e una nuova definizione per vecchi disturbi.

    Promuovere esclusivamente le pillole sarebbe riduttivo. La vera propaganda, quindi, la si fa direttamente "sponsorizzando" disturbi e malattie. Come? Mettendo in campo eserciti di informatori, influenzando la ricerca scientifica, sponsorizzando importanti convegni medici, persino "pilotando" le commissioni statali che aggiornano le definizioni delle malattie. Sono sempre più numerosi i casi di medici che redigono le direttive il cui nome compare sui libri paga dei produttori di farmaci.

    Colesterolo, che fortuna
    Il primo dei timori? Il colesterolo alto. Una paura diffusa, che ha fruttato guadagni per 25 miliardi di dollari all'anno ad industrie come la Bayer, l'AstraZeneca, e la Pfizer. Con una spesa pubblica che è cresciuta al punto da diventare una seria minaccia, in taluni stati dell'Est europeo, per il sistema sanitario nazionale.

    Eppure, il colesterolo in sé non è un nemico mortale. Piuttosto è indispensabile per vivere! Nel caso di persone sane, l'unica cosa scientificamente accertata è che l'elevato livello di colesterolo nel sangue è solo uno dei tanti fattori che possono incidere sul rischio di disturbi cardiaci. Tra i pochi fattori, però, su cui si possa agire direttamente attraverso dei farmaci: le statine. Per le quali esistono investimenti promozionali colossali, paragonabili a quelli di certe marche di birra. Le statine sono un rimedio valido per chi ha già avuto problemi cardiaci. Per tutti gli altri, ovvero la maggioranza delle persone sane, le strategie per mantenersi in salute sono molto più semplici: una buona dieta, più movimento, niente fumo.

    Questione di definizioni
    Nell'ultimo decennio le vendite di statine sono salite alle stelle. Negli anni '90, secondo i National institutes of Healts (Istituti nazionali per la salute), sono 13 milioni gli americani che hanno bisogno di cure a base di statine. Persone classificate come "affette da colesterolo alto". Una classificazione che viene periodicamente rivista. Nel 2001, infatti, il numero sale a 36 milioni, secondo il parere di una commissione di esperti che riformula le direttive. Nel 2004 un altro aggiornamento: si arriva a 40 milioni. Quadruplicato il numero di pazienti oggetto di una possibile terapia farmacologica.

    Otto dei nove esperti che hanno redatto le direttive nell'interesse pubblico della nazione lavorano anche come relatori, consulenti o ricercatori per le maggiori case farmaceutiche al mondo: Pfizer, Merck, Bristol-Myers Squibb, Novartis, Bayer, Abbott, AstraZeneca e GlaxoSmithKline. Una maglia di legami finanziari per un conflitto di interessi sconcertante. Ma lo scopo è raggiunto: il colesterolo preoccupa "un sacco" di pazienti.

    Un potere sotterraneo
    L'intreccio tra redattori di direttive e l'industria - spiegano Moynihan e Cassels - sono solo un aspetto della vasta rete di interrelazioni tra medici e case farmaceutiche. Si "gonfiano" le direttive sulle malattie per ampliare il bacino dei pazienti-clienti, e si condiziona anche la ricerca scientifica.
    Sempre negli Stati Uniti, si stima che un buon 60 per cento della ricerca e dello sviluppo biomedico riceva finanziamenti da fonti private. In prevalenza, si tratta di case farmaceutiche. La percentuale sfiora il cento per cento nel settore degli antidepressivi: quasi tutti i test clinici di questi farmaci vengono finanziati dagli stessi produttori.

    E anche la Bibbia degli psichiatri, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, un librone di mille pagine che classifica i disturbi della mente, è risultato essere un testo poco trasparente: più della metà dei membri del gruppo di esperti che ha redatto le definizioni, infatti, ha legami finanziari con aziende del settore farmaceutico.

    Non vi basta? C'è una notizia ancora più sconvolgente: persino le attività di diverse associazioni per la difesa dei pazienti e dei malati vengono "sostenute" dall'industria farmaceutica. Uno scenario inquietante.

    Depresso? Va' dal medico
    La depressione è una diffusa patologia psichiatrica dovuta con ogni probabilità ad uno squilibrio chimico nel cervello. Si può curare al meglio con una moderna categoria di farmaci chiamati Selective serotonin reuptake inhibitors, o Ssri (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina). Vi sembrerà più semplice chiamarli Prozac, Paxil o Zoloft. E se a consigliarvi questi farmaci è il vostro medico, perché non fidarsi?
    Dietro ai consigli dei medici, è noto, c'è un esercito di professionisti: gli informatori medico-scientifici. Le industrie infatti intervengono anche sul modo in cui i medici prescrivono i farmaci. Rappresentanti (28 mila in Italia) e rivenditori sono sempre pronti al sorriso e ad elargire preziosi ed amichevoli consigli sui farmaci più recenti, oltre che i migliori aggiornamenti sulle malattie. Chiunque metta piede in uno studio medico ne sa qualcosa. Un lavoro dagli abbondanti frutti: è grazie a questi professionisti, infatti, che in alcuni Paesi le prescrizioni di antidepressivi si sono triplicate nel corso degli anni '90. Con un fatturato complessivo, per i produttori, di oltre 20 miliardi di dollari.

    E la depressione? Gli specialisti di malattie mentali dicono che la teoria della mancanza di serotonina è solo una delle tante teorie scientifiche, per di più semplicistica e anche sorpassata. Ma tenuta viva dall'apparato promozionale fatto di tante strette di mano e campioncini gratuiti negli ambulatori medici.

    Una salutare informazione
    Le industrie fanno solo il loro mestiere: vendere il più possibile al prezzo più alto possibile. E lo fanno investendo il 30 per cento del loro fatturato in un'aggressiva politica di marketing. Soltanto in Italia, fatturano 20 miliardi di euro.
    E il Servizio sanitario nazionale? Ha l'obiettivo opposto: comperare medicine al prezzo più basso possibile, e soltanto per pazienti che ne hanno veramente bisogno. Compreso il danno? Non è solo per il paziente reso indebitamente "malato", ma per l'intero sistema gestito dallo Stato, costretto a reggere una spesa pubblica superiore a quella effettivamente necessaria.
    Non è facile stabilire dove stiano i confini tra salute e malattia, specie quando enormi forze promozionali sono all'opera per cercare di confonderli. A volte le malattie sono reali, dolorose e mortali, e la cura è auspicabile. In molti altri casi, i problemi sono talmente lievi e passeggeri che non fare niente potrebbe rilevarsi la migliore scelta.
    La soluzione? Ci vorrebbe più informazione indipendente. I medici accolgono a braccia aperte gli informatori, le riviste mediche dipendono troppo dalla pubblicità delle industrie farmaceutiche. Trovare materiale di qualità non è facile. Ma perlomeno, uno sforzo merita di essere fatto. Prima di correre in farmacia. di Agostino Laudani






    Linee guida pilotate dalle case farmaceutiche?Sanihelp.it - Le linee guida sono uno strumento importante per aiutare medici e pazienti a seguire i percorsi migliori di diagnosi e cura. Ma sono spesso a rischio di interferenze da parte delle industrie farmaceutiche.

    Uno dei casi più clamorosi è stato esposto poche settimane fa su The Lancet: le linee guida sull’uso delle statine per la prevenzione dell’infarto in soggetti con livelli alti di colesterolo sarebbero più o meno campate per aria, nient’altro che il frutto di pressioni delle aziende. A sostenerlo sono J. Abramson e J. Wright della Harvard Medical School, secondo i quali i 15 studi clinici utilizzati per giustificare l’indicazione alla terapia ipocolesterolemizzante per le donne e per tutti gli ultrasessantacinquenni senza una provata malattia vascolare non dimostrerebbero affatto l’assunto.

    La storia, secondo gli esperti di Harvard, è emblematica della tendenza attuale alla creazione di condizioni patologiche inesistenti al fine di poter allargare lo spettro dei consumatori di farmaci. Purtroppo non è un incidente di percorso: un articolo di gennaio del New England Journal of Medicine a firma Robert Steinbroock cita numerosi altri esempi di linee guida pilotate.

    Anche se negli Stati Uniti le linee guida depositate presso la US National Guideline Clearinghouse sono più di 2000, questi episodi hanno dato vita a un vivace dibattito; un’indagine condotta su 685 linee guida ufficiali ha svelato che il 35% degli autori aveva dichiarato un interesse economico sospetto.

    Marco Bobbio, direttore dell’Unità operativa di cardiologia dell’Ospedale Santa Croce di Cuneo e autore di un libro sul conflitto di interessi, commenta così: «Le linee guida vengono stilate in base all’analisi e all’interpretazione dei dati disponibili fatte da esperti del settore che si suppone siano dotati di indipendenza di giudizio.
    Con il tempo, tuttavia, ci si è resi conto che potevano diventare oggetto di strumentalizzazioni e conflitti di interessi. Oggi tutte le principali riviste chiedono che siano esplicitate tutte le possibili fonti di interessi privati, anche non direttamente collegati con l’oggetto delle decisioni, per esempio un farmaco.

    Ma non basta: molte sotto-società di associazioni scientifiche stilano le proprie linee guida, il che dà una visione parziale di una malattia. Se invece nel panel rientrano diverse figure di esperti, il verdetto è più equilibrato.

    Molto resta da fare anche sull’impostazione dei trial che conducono alle linee guida e che spesso sono formulati per raggiungere un certo risultato, nonché sull’influenza dei cosiddetti opinion leader. Inoltre spesso le linee guida suggeriscono usi off label di certi farmaci: se un farmaco non è indicato per una condizione, fino a quando non ci sono prove inconfutabili della sua efficacia e sicurezza, non andrebbe utilizzato.

    Infine bisognerebbe agire sugli organismi pubblici, potenziando quelli indipendenti come il Nice britannico, l’Oms, i Cdc di Atlanta e la Us Preventive Task Force o, ancora, il Nih Consensus Developmet Program».

    Fonte: AIOTE newsletter marzo

    di Roberta Camisasca



    30 Marzo 2007
    Havidol, farmaco inventato per malattia inventata



    Un artista australiano ha creato dal nulla una patologia, un farmaco per trattarla, un sito internet per promuovere il farmaco in questione: tutto questo per sottolineare provocatoriamente la tendenza attuale a ‘inventare’ malattie o a trasformare in malattia ciò che malattia non è. La strana storia dell’Havidol ci arriva dalla rivista The Scientist.
    A guardarlo sembra né più né meno che il solito sito internet dedicato ad un farmaco. Un farmaco che viene definito “il primo e unico trattamento per il Disordine Disforico da Decifit Ansiogeno da Consunzione di Attenzione Sociale” (in originale DSACDAD). Questo disturbo, recita una scritta in bella evidenza, è ritenuto “la preoccupazione numero 1 della vita contemporanea”. Il farmaco, denominato Havidol, promette risultati quasi certi, e modesti effetti collaterali, tra i quali “co-dipendenza da oggetti inanimati”, “comunicazione inter-specie”, “sorrisi terminali”.
    Cosa hanno di veramente speciale il DSACDAD e l’Havidol? Semplice: non esistono. Il sito internet www.havidol.com è frutto della creatività del controverso artista Justine Cooper, che ha messo su anche un servizio di merchandising dedicato all’Havidol (il nome in inglese suona un po’ come “Hotuttoio”) che pare frutti assai bene. Lo scopo di questa operazione? “Soprattutto voler porre l’attenzione sul comportamento delle multinazionali farmaceutiche”, spiega Cooper, “e su come organizzano l’informazione su patologie apparentemente marginali, presentate come gravissime. E che se anche esistono, spesso non andrebbero trattate con farmaci. Havidol è anche un modo per deridere il nostro sentirsi mai belli abbastanza, magri abbastanza, di successo abbastanza”.
    La denuncia di Cooper è tutt’altro che una boutade. Il marketing farmaceutico, si sa, riesce spesso a creare una malattia che faccia al caso di un prodotto farmacologico più o meno nuovo. Non è un’illazione, ma una preoccupante realtà denunciata da numerosi addetti ai lavori negli ultimi anni: si parla di ’disease mongering’, un fenomeno definito come "La vendita di malattie che alimenta il mercato per coloro che commercializzano e producono trattamenti" dal farmacologo australiano David Henry: "Una malattia viene definita da un panel di specialisti (a volte coinvolti in ingombranti conflitti di interesse), provvista di sindromi, disturbi e rimedi; a questo punto le caratteristiche della malattia vengono pubblicizzate, attraverso campagne di sensibilizzazione promosse dalle aziende; una volta creata la malattia il farmaco, già pronto, viene immediatamente tirato fuori dal cilindro e... il gioco è fatto".


    Fonte
    Wenner M. Designing a disease and its drug. The Scientist 23/03/07.

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