Un calo di consenso in cui nessuno considera più il fattore TV

Con un entusiasmo le cui ragioni sfuggirono ai più, di ritorno dalle vacanze, Prodi sbandierava il fatto che per la prima volta si iniziava a discutere di finanziaria prima di settembre. Se la cosa si fosse poi concretizzata in un iter meno travagliato della legge di bilancio, saremmo qui oggi a parlare di un governo serio che ha anticipato un percorso necessario.

Siamo invece qui alle porte di Natale a parlare ancora degli ultimi emendamenti scritti in piena notte prima di passare al voto di fiducia, dopo una serie infinita di rettifiche, di cambiamenti anche radicali di rotta, di tasse e balzelli che stupiscono per come nascono e muoiono nel giro di giorno, e con un ministro dell’Economia che non sembra a dire il vero profondersi in spiegazioni per far capire al pubblico la portata e la ratio dei provvedimenti che stanno per essere approvati.

Nel calo di consenso vistoso che questo governo affronta dopo pochi mesi dal suo insediamento, la Finanziaria 2007 sta giocando al pari dell’Indulto, un ruolo sostanziale, che non possiamo quindi ricondurre esclusivamente all’alibi della cattiva comunicazione ma sembra invece la logica conseguenza di una somma di una cattiva comunicazione e di provvedimenti chiaramente impopolari. Impopolari perché, senza andare incontro alle esigenze del proprio elettorato di riferimento, sembrano risentire della mancanza di un progetto e di un messaggio, e più in generale di mancanza di coraggio. L’impopolarità è un rischio che ogni governo corre, ma sarebbe logico aspettarsi che tale rischio venisse corso per un progetto più grande in cui rispecchiarsi, non per una somma di mini-provvedimenti di cui sfugge anche all’osservatore più attento, l’organicità.

In questo contesto, ha funzionato da catalizzatore la continuazione della campagna elettorale da parte delle reti del “Biscione”. All’incessante campagna orchestrata dalle reti Mediaste non si sottrae nessuno. E’ pronto come sempre il TG4, forte del fatto che ormai è considerato con bonaria simpatia quasi fosse un innocuo diversivo all’informazione e non un telegiornale seguito da più persone di quante leggano i corsivi del Corriere della Sera. Non è stato da meno Studio Aperto, che è passato direttamente da mostrare Prodi che inciampa in campagna elettorale con tanto di replay, ai fischi di Bologna ed alla derisione continua dell’avversario politico (e qui in effetti parlare di TG è alquanto dura). Non poteva mancare il TG5, che sotto la direzione di Rossella sta compiendo da mesi miracoli di disinformazione e partigianeria in ogni occasione.

Ma si è mobilitata al'intera l’azienda in molte occasioni, dalle trasmissioni della Pivetti, che oggi scopre che i cittadini non arrivano nemmeno alla terza settimana, alla rubrica giornaliera di Paolo del Debbio, ex fondatore di Forza Italia che chiede ai cittadini quanto idiota ed inutile sia questo esecutivo, al capolavoro in diretta della manifestazione del 2 dicembre, la cui copertura televisiva non è lata nemmeno paragonabile a quella data a manifestazioni ugualmente imponenti del recente passato. Fatti, trasmissioni, disparità diverse, ma che dimostrano quanto la propaganda politica sia l’unica bussola di riferimento dei giornalisti “embedded” nella guerra al Centrosinistra di governo.

C’è una parte della Sinistra che credeva che dopo le lezioni continuamente subite da più di 10 anni su come si conducano campagne denigratorie e oscure contro gli avversari, quali le trame della sedicente commissione Mitrokin o il famoso “Conte” Marini della vicenda Telekom Serbia, il centrosinistra avesse finalmente sviluppato gli anticorpi ed adottasse dei provvedimenti per sottrarsi al linciaggio mediatico cui è sottoposto. Qualcuno si era illuso che fosse stata intuita dalla nostra classe dirigente la pericolosità del megafono mediatico, e che gli infortuni in campagna elettorale che per poco non ci facevano perdere le elezioni ci avessero edotti sul rischio che l’incoerenza produce su un elettorato certamente fedele, ma che aveva demandato a questa maggioranza il sogno non solo di un’economia più florida e con meno “furbetti”, ma anche di una vita democratica migliore e di un’informazione magari schierata, ma almeno più corretta.

Tutto ciò che vediamo su questo versante dopo qualche mese è un ritorno di due delle tre vittime dell’editto “bulgaro” berlusconiano (Santoro torna nell’arena, Biagi sta per farlo, mentre Luttazzi ad occhio è ancora sgradito). Per il resto abbiamo un Ministro (Gentiloni) che con molta calma sta studiando una legge che liberalizzi qual tanto il mercato televisivo, da dire che almeno si è fatto qualcosa, avendo come stella polare in ogni caso la concezione che prima di tutto “Motore e obiettivo della nostra azione non sarà colpire Mediaset” (Repubblica Online, 22 maggio 2006).

E’ triste dirlo, ma con tutti i conflitti d'interesse che vediamo ogni giorno, in cui tutti fanno i propri affari in perfetta tranquillità, non ci sconvolge il fatto che un politico abbia continuamente favorito la propria azienda con leggi e decreti ad hoc, rappresentando questo fatto non altro che un danno economico al paese.

Ciò che rende speciale ai nostri occhi il conflitto d’interessi berlusconiano è invece il suo essere doppio, e cioè agire positivamente verso le tasche di chi ne sta a capo, ma parallelamente anche sulla formazione del consenso attraverso manipolazioni assolutamente smaccate. E’ questo ultimo aspetto, infinitamente più pericoloso per la democrazia italiana, che non quello legato all’illegittimo arricchimento del Berlusconi padrone di Mediaset. In queste condizioni dell’informazione, (poiché non sosteniamo che la TV conti più della politica), per superare la crisi di consenso ci vorrebbe un governo e delle forze politiche addirittura granitiche per compattezza ed efficacia nell’azione di governo, due qualità che ci sembrano lungi dal raggiungere.

Una legge seria su conflitto di interessi ed mercato televisivo, che tolga la Rai dalle grinfie dei partiti e restituisca Mediaset alla concorrenza di altri editori, non è solo una delle cose da fare, ma è semplicemente qualcosa di non più demandabile al futuro o rimandabile a tempi migliori, e non perché noi si debba colpire l'avversario politico, ma perché da una liberalizzazione del mercato televisivo trarremmo giovamento tutti, specialmente la democrazia.



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