La lotta all'evasione fiscale è la cantilena ossessiva dell'attuale maggioranza. È con la sua quotidiana invocazione, che il centrosinistra e il governo Prodi hanno prima accusato il governo e la maggioranza che li ha preceduti di essere amici degli evasori.
Poi di aver perciò disastrato il bilancio pubblico, che secondo loro ancora mesi dopo la formazione del governo Prodi avrebbe registrato nel 2006 un deficit superiore al 5% del Pil, mentre al contrario il disavanzo di competenza al netto delle poste patrimoniali straordinarie si è poi chiuso al 2,4% del Pil. Cantando sempre la canzone della lotta all'evasione, il governo Prodi nel luglio scorso ha emesso un decreto fitto di aggravi di adempimenti per i contribuenti, e irto di nuovi controlli e strumenti di accertamento a favore dell'Agenzia delle entrate e della Guardia di Finanza, dall'accesso on line immediato ai conti correnti bancari alla tracciabilità elettronica di ogni tipo di prestazione professionale.
È sempre con lo stesso motivetto, che è stata varata una finanziaria con oltre 100 aggravi complessivi, fiscali e contributivi, con effetti che condurranno la pressione fiscale a superare quel 44% sul Pil che già rappresentava un record sempre registrato dalla sinistra, nel 1997.
Che cosa bisogna pensare di questo mantra tanto insistito, quando i dati rivelano che si tratta di una pietosa ed evidente menzogna?
Menzogna ancora più lapalissiana, dopo i dati resi noti ieri dal comando generale della Guardia di Finanza.
Avviene infatti che, malgrado tutta la maggior enfasi in materia di sacra lotta all'evasione, nel 2006 l'ammontare di risorse evase accertate dalla Guardia di Finanza è stato di 16,8 miliardi di euro, mentre nell'ultimo anno del "famigerato" ministro Tremonti l'ammontare accertato è stato ben superiore, 19,4 miliardi. E anche gli evasori totali accertati, sono stati meno nel 2006 che nel 2005, 7.288 rispetto a 7.613. Tutto ciò, malgrado un aumento dei controlli del 14% l'anno scorso, che crescerà di altrettanto nel 2007.
Traduciamo in parole semplici.
I controlli potenziati del 30% in termini di numero e funzionari addetti a inseguire come mastini gli affari di imprese e cittadini, hanno un costo ovviamente più rilevante che in passato. Ciò malgrado, sotto la sinistra giustizialfiscalista, si beccano meno evasori di prima e si restituiscono allo Stato meno risorse.
Con Tremonti, l'evasore tremava di più, con Visco gode.
Sembra un paradosso. Ma non lo è, perché consente di smascherare uno dei più triti luoghi comuni.
Com'è possibile che in un Paese in cui le amministrazioni pubbliche pesano con le loro entrate per una quota pari al 46% del totale del Pil (dato del 2006, riportato nell'ultima trimestrale di cassa del ministero dell'Economia ) non si riesca a impostare un dibattito serio sull'eccesso di pressione fiscale?
Come mai il nostro Paese non riesce a far propria quell'agenda di riduzione della pressione fiscale a fronte di maggior efficienza e revisione dei fini delle politiche pubbliche, che invece innerva da un quindicennio l'intera area dell'Ocse, dopo che negli anni 80 furono Ronald Reagan e Margareth Thatcher a imporla nei loro Paesi e a coglierne il dividendo, in termini di maggior crescita e consensi elettorali?
Cosa pensano gli italiani
Per capirlo, diamo un'occhiata a come la pensano gli studiosi.
Anzi, paragoniamo che cosa dicono alcuni di essi che indossano "occhiali" ideologici, e altri che dall'estero guardano al fenomeno dell'evasione con maggior serietà.
Recentemente, due economisti italiani, Luigi Cannari e Giovanni D'Alessio hanno pubblicato nei Temi di discussione dell'Ufficio Studi della Banca d'Italia una ricerca intitolata "Le opinioni degli italiani sull'evasione fiscale".
Cannari e D'Alessio perseguono tre obiettivi.
Esaminare l'atteggiamento degli italiani di fronte all'evasione sulla base di un sottoinsieme del campione dell'indagine della Banca d'Italia su reddito e patrimonio delle famiglie, costituito da 3.796 capifamiglia.
Elaborare un indicatore sintetico della propensione ad evadere.
Realizzare un esame comparato delle conclusioni alle quali si perviene nei due punti precedenti, rispetto al passato italiano e nei confronti degli altri Paesi. Dalle risposte del 2004 paragonate a quelle del 1992, gli italiani secondo i quali l'evasione fiscale è un problema gravissimo sono scesi dal 37,9% al 30,3%, mentre quelli per i quali l'evasione fiscale è un problema tra i tanti sono saliti dal 14,3% al 20%.
Al contempo, richiesto di quanti siano i contribuenti infedeli al fisco, il campione dà una risposta altissima, l'84%, e siamo secondi solo all'87% dei greci.
Ma, sorpresa, gli italiani pensano che tra il 1992 e il 2004 sia aumentata l'efficacia del recupero dell'evasione, visto che 12 anni prima stimavano una perdita media per il gettito tributario del 34%, mentre 2 anni fa la stima media di tutto il campione di intervistati si era abbassata al 27%.
Ciò che colpisce, nella valutazione dei due studiosi di Bankitalia, è che nelle loro chiose passa in secondo piano, il dato che attesta una convinzione degli italiani del miglioramento complessivo della tax compliance verificatasi tra gli anni 90 e i primi 3 anni di governo Berlusconi.
Al contrario, Cannari e D'Alessio sottolineano che giudizi come quelli per i quali l'evasione elevata viene giustificata dagli intervistati in ragione delle aliquote troppo elevate, dell'eccesso e dell'onerosità di adempimenti tributari, e della necessità di finanziare attività pubbliche "inutili" o clientelari - le giustificazioni cioè comunemente accettate e sostenute dagli antistatalisti che hanno indotto tutti i Paesi Ocse ad abbassare in media da 15 anni a questa parte le aliquote e a semplificare gli adempimenti - sono più diffusi nel Sud, nelle Isole e tra i lavoratori indipendenti.
Tale lettura spiega puntualmente l'indicatore sintetico messo a punto dai due studiosi per quanto riguarda la propensione a evadere delle famiglie italiane. La tendenza, a loro giudizio, è più elevata tra i lavoratori indipendenti, e, tra i dipendenti, tra chi ha più basse qualifiche e titoli di studio meno elevati.
Un criterio "eticista" - se mi si passa il termine - che convalida ciò che nel dibattito pubblico italiano risulta uno dei più inossidabili luoghi comuni in materia, e cioè che sia il basso civismo a determinare una bassa tax morality, e non la meglio diffusa percezione delle inefficienze della macchina pubblica e delle pretese dello Stato, a radicare una bassa tax compliance.
Con tale impostazione, la lotta all'evasione finisce per identificarsi con la lotta per la diffusione della cosiddetta "cultura della legalità", cioè attraverso un appesantimento delle sanzioni, degli obblighi sul contribuente, della pervasività dei controlli. È ciò che abbiamo appunto visto potentemente in atto dacchè il governo Prodi ha emesso il primo decreto Visco in materia fiscale, nel luglio 2006, e poi in finanziaria.
Evasione e sfiducia nello Stato
Chi volesse invece abbeverarsi a un punto di vista altro e diverso, rispetto alla lettura eticista della propensione all'evasione, legga invece una ricerca sanamente liberale nei suoi presupposti ispiratori, come nei criteri di lettura dei dati statistici.
Ne sono autori Benno Torgler, della Yale University, e Friedrich Schneider, dell'Università di Linz .
Si trova in rete sul circuito on line del Ssrn, e si intitola Shadow Economy, Tax Morale, Governance and Insititutional Quality: A Panel Analysis.
È un vero e proprio contro manuale liberale, per capire che cosa davvero provochi l'evasione, anche in Italia e non solo in Italia, e come sia più opportuno combatterla.
L'evasione fiscale è uno dei pochi canali attraverso i quali i cittadini contribuenti possano esprimere il proprio giudizio di sfiducia verso l'eccesso di statalismo e l'inefficienza della macchina pubblica, verso bassi tassi di partecipazione al processo decisionale e verso alti gradi di corruzione o criteri relazionali preferiti al merito e al talento.
Se la moralità fiscale è l'intrinseca predisposizione e pagare le tasse, essa è maggiore quanto è più bassa la pressione fiscale, estesa la partecipazione al mercato del lavoro e meno gravata fiscalmente, più aperta l'economia alla concorrenza e al commercio estero, meno presente la mano pubblica proprietaria nel mercato Venticinque indicatori diversi vengono estrapolati da tre grandi rapporti internazionali sull'interfaccia tra cittadino e Stato, per dare corpo a una conclusione che ci vede, noi impenitenti liberisti, totalmente d'accordo.
L'evasione si combatte rendendo lo Stato più magro, meno esoso, e concentrato solo sulle vere emergenze redistributive. Chi pensa alle manette, vuole solo a mettere nuovo fieno in cascina nelle casse pubbliche, accusando i cittadini e le imprese di essere meno civili dello Stato oppressore in cui crede.
È per questo che Visco, facendo la faccia feroce, non solo ci rapina più euro dalle tasche.
Ma fa emergere e castiga pure meno evasori, rispetto a chi semplificava il sistema e abbassava le aliquote.
Oscar Giannino su Libero di oggi
dedicato ai "coglioni" e follinidipendenti
saluti




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