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    Predefinito Addio al “fattore C”

    quello che brunick ha dimenticato.

    Non c'è niente da ridere, l'argomento è serissimo. La fortuna irradiata da Romano Prodi, quel fattore «C» che sembrava accompagnare dalla nascita il professore bolognese, non c'è più. Da tempo gli influssi benefici emanati dal leader dell'Ulivo sono oggetto di profonde riflessioni filosofiche e politologiche a sinistra.
    Basta leggere quello che ne ha scritto una delle poche vere teste pensanti della gauche , Edmondo Berselli, direttore di una rivista seria come il Mulino. L'articolo, apparso su Repubblica nell'ottobre del 2004, s'intitolava «Il mago Romano e il "fattore C"», e rappresenta a tutt'oggi il più approfondito studio fenomenologico sulle terga del premier.
    Berselli fu il primo a chiamarlo con il suo nome: «È il Culo di Prodi.
    Categoria mitologica che verrà usata per esteso solo questa volta, per rispetto ai lettori e per non sfidare sorti e superstizioni.
    Come tutti i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente, come un prodigio prenaturale, una chimera, una fenice, una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile». «Il dono del mago Romano», ci informava Berselli, «esiste da tempi immemorabili, eppure ricordati religiosamente dai fedeli: i compagni del liceo gli sfregavano la nuca prima delle interrogazioni, convinti che il contatto con gli spigoli vivi della blindatura cranica di Prodi fossero una garanzia di fronte a qualsiasi insegnante». Ecco: oggi, a un anno esatto dalla vittoria dell'Unione alle elezioni politiche si può dire con ragionevole certezza che il monstrum non c'è più. Il "fattore C" è scomparso.

    Karzai, ultima vittima
    Intendiamoci, per Prodi funziona sempre. Altrimenti non sarebbe ancora a palazzo Chigi, dopo aver vinto le elezioni per un soffio ed essersi ritrovato privo di maggioranza al Senato. Ma tutti quelli che nel frattempo sono stati in qualche modo toccati da lui, sono finiti in disgrazia. Se prima portava fortuna a chiunque gli si avvicinasse (o almeno così ci avevano fatto credere), adesso il " mago Romano" sembra succhiare quel po' di buona sorte che gli resta dalle sventure altrui. Detta con la stessa schiettezza di Berselli: Prodi di questi tempi pare portare una jella nera a chi gli sta accanto. L'ultimo che ha subito il suo tocco letale è stato il presidente afgano Hamid Karzai. Il quale ha accettato controvoglia la "richiesta" di Prodi di scarcerare cinque tagliagole islamici in cambio della liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, essenziale per la sopravvivenza del governo italiano.
    Errore fatale, perché i talebani ci hanno preso gusto e hanno tentato subito il bis. Alla tragedia umana (l'uccisione di Adjmal Naqeshbandi, l'interprete di Mastrogiacomo) si è aggiunta la sconfitta politica: Karzai, per i suoi elettori, ora è l'uomo che valuta la vita di un afgano meno di quella di uno straniero, mentre i suoi nemici rivolgono pensieri di gratitudine al governo italiano che ha fatto liberare cinque loro compagni e vuole far sedere gli allievi del mullah Omar al tavolo delle trattative. «Mai più trattative simili», ha commentato Karzai quan- do si è reso conto di cosa ha significato dare retta a Prodi. Non vanno meglio le cose in Italia. I due più stretti collaboratori di Prodi sono finiti nel tritacarne. Prima è toccato ad Angelo Rovati, il consigliere ombra del premier, l'uomo dei numeri, che ha commesso l'errore madornale di spedire a Marco Tronchetti Provera, su carta intestata di palazzo Chigi, uno studio nel quale suggeriva a Telecom di scorporare la rete telefonica e farla passare sotto il controllo dello Stato. Quando l'intromissione del governo negli affari di un'impresa privata è venuta a galla - complice una manina galeotta che ha consegnato ai giornali il documento partito dalla presidenza del Consiglio - Rovati è stato costretto a dimettersi. Ovviamente dopo essersi assunto tutte le responsabilità. Poche settimane fa è toccato al povero Silvio Sircana, appena scelto come portavoce unico del governo, finire in prima pagina fotografato mentre chiedeva informazioni, si presume stradali, a un transessuale sul bordo della strada. Altri ci avrebbero fatto una risata sopra, ma Sircana è personcina sensibile, e appena ha saputo della fotografia è stato ricoverato in ospedale per colica addominale. Da allora continuano a girare le voci che lo vogliono intenzionato a lasciare l'incarico di portavoce di Prodi. Altro che sfregamento scaramantico della nuca.

    Scongiuri a sinistra
    Restano i vicini "politici" del presidente del Consiglio. Che poi sono quelli che se la passano peggio. Prodi non ha un partito, e quasi può permettersi il lusso di fregarsene dei sondaggi. Ma i Ds, la Margherita e gli altri no.
    Il partito di Fassino e quello di Rutelli, insieme, un anno fa ottennero il 31,3% dei voti degli elettori.
    Adesso, uniti in quello che dovrebbe essere il partito democratico, secondo un recente sondaggio apparso su Repubblica.it arriverebbero appena al 25%: due punti in meno di Forza Italia.
    Il crollo, ovviamente, non risparmia gli altri partiti dell'Unione. Il più malconcio dei suoi alleati è Piero Fassino, che all'emorragia di consensi deve aggiungere la scissione che Fabio Mussi gli sta organizzando dentro al partito.
    Non bastasse, il segretario dei Ds ha appena rimediato una colossale figuraccia internazionale: l'idea di convocare i talebani alla conferenza di pace sull'Afghanistan l'ha lanciata lui, e i tagliagole l'hanno subito ripagato sgozzando l'interprete di Mastrogiacomo: con tanti saluti alla "proposta Fassino".
    Guai uno appresso all'altro pure per Massimo D'Alema, che dopo aver visto il Senato bocciare la "sua" politica estera si è tirato addosso le critiche di tutte le cancellerie occidentali per come ha gestito l'emergenza afgana. Quindi ha dovuto subire Gino Strada, che ha definito «vergognoso» il comportamento della Farnesina dinanzi all'arresto del mediatore di Emergency.
    Un amuleto servirebbe anche a Francesco Rutelli. Prima è esplosa la vicenda dei tesseramenti gonfiati della Margherita. Poi i bloggers vicini al suo partito hanno documentato che il congresso romano è stato una buffonata, poiché il quorum ufficiale di 15mila votanti è stato solo fittizio. Ciliegina sulla torta, il video "istituzionale" - diventato subito un cult su Internet - nel quale Rutelli illustrava al mondo le bellezze dell'Italia con un inglese da far inorridire Aldo Biscardi: «Pliz, visit Itali». Resta solo Arturo Parisi. Il quale, poverello, ha appena incassato due schiaffi dal suo stesso governo. Il primo in politica estera, quando la Farnesina ha dato a Strada, e non al Sismi (che dipende dal ministero della Difesa, cioè da Parisi), la gestione delle trattative per liberare Mastrogiacomo. Il secondo sul fronte interno: Prodi, su pressione dei piccoli partiti, è stato costretto a sconfessare tutto l'impegno del suo ministro in favore del referendum per cambiare la legge elettorale. Ora gli ambienti prodiani dipingono Parisi piuttosto distante dal premier. Vista l'aria che tira da quelle parti, non è detto che per lui sia un male. Anzi.

    LE VITTIME
    ANGELO ROVATI Il consigliere ombra del premier è stato costretto a dimettersi dopo essere stato coinvolto nello scandalo Telecom
    FRANCESCO RUTELLI Guai anche per Rutelli: prima è esplosa la vicenda dei tesseramenti gonfiati della Margherita, poi i bloggers vicini al suo partito hanno documentato che al congresso romano il quorum ufficiale di 15mila votanti è stato solo fittizio
    HAMID KARZAI Dopo aver dato retta a Prodi e aver liberato cinque talebani è stato attaccato in Patria anche dai suoi elettori
    MASSIMO D'ALEMA Finito in minoranza in Senato, il ministro degli Esteri ha poi subìto anche il duro attacco di Gino Strada, che ha definito «indecente» il comportamento della Farnesina in merito all'arresto del mediatore di Emergency


    F.Carioti su Libero di oggi

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Che figuraccia!

    Da quando Sircana ha avuto un contenzioso con l'Italia a causa di passeggiate notturne e di occhiate galeotte ai transessuali romani, è diventato più simpatico e ciarliero; gli esce dalla boccuccia una battuta dietro l'altra.
    Se il suo compito è quello di incrementare il buonumore nazionale, nessun dubbio: successo strepitoso.
    Il portavoce del governo più ridicolo della storia repubblicana, dopo mesi e mesi di cupezza stonata rispetto al clima di generale ilarità, si è trasformato in giullare di corte, adeguandosi allo stile del capocomico, Romano Prodi, ormai pronto a essere scritturato da Zelig.
    Sircana, in un momento di alta ispirazione umoristica, ha detto che il premier non ha parlato del proprio esecutivo traballante con Karzai né lo ha pregato di darsi da fare per liberare i cinque talebani richiesti dai sequestratori in cambio del rilascio di Mastrogiacomo.
    Figurarsi se uno statista quale Prodi, ha aggiunto, poteva arrivare a tanto; si è limitato a consigliare al collega afghano di comportarsi con coscienza.
    Come barzelletta è carina, induce al sorriso anche la gente meno spiritosa.
    Come dichiarazione attribuita a Palazzo Chigi, invece, non sta né in cielo né in terra.
    Se il Professore non avesse convinto Karzai che la salvezza dell'inviato de "La Repubblica" era anche la salvezza di sé medesimo, non si capirebbe perché il presidente democratico dell'Afghanistan abbia scarcerato cinque terroristi, attirandosi le ire degli Usa e della Gran Bretagna, per citare solo due potenze. Se Karzai ha abbozzato alle suppliche di Prodi avrà avuto la sua bella convenienza: apro i cancelli della prigione ai criminali e l'Italia, grata, mi darà una mano a riassestare il mio povero Paese distrutto da trent'anni di guerra.
    Insomma, si è illuso che Mortadella fosse in grado di saldare prima o poi il debito contratto con lui, e ha sfidato la rabbia di mezzo mondo per accontentarlo.
    Uscito dalla tana Mastrogiacomo, sembrava che il giochino avesse funzionato. Sembrava. Col cavolo.
    Il nostro governo non aveva calcolato gli imprevisti.
    - Primo . I rapitori hanno mollato il giornalista ma trattenuto il suo interprete.
    - Secondo . I servizi segreti di Kabul hanno arrestato il mediatore della trattativa (il direttore dell'ospedale di Gino Strada) per costringerlo a rivelare la zona dove si nascondono i delinquenti.
    - Terzo . Gino Strada, costatato il disinteresse sia di Prodi sia di Karzai alle sorti del proprio collaboratore e dell'interprete, si è infuriato e ha spifferato tutto quanto doveva rimanere segreto, compreso il non trascurabile dettaglio che il governo di casa nostra ha pagato, tra l'altro, due milioni di euro per far liberare in novembre il fotografo italiano Gabriele Torsello, cosa sempre negata dal nostro esecutivo.
    Riassumendo. Mortadella è finito nel sacco.
    Karzai in pratica gli ha dato del bugiardo; Strada è stato anche più duro: caro Romano è tutta colpa tua.
    Nonostante ciò il premier targato Unione è apparso in tivù e, con in volto l'espressione di una prefica, ha detto di essere addolorato per la decapitazione dell'interprete (da lui abbandonato), non ha sprecato un aggettivo né per lo sgozzato né per lo sfigato intermediario amico di Strada, in compenso ha lanciato un monito all'opposizione: guai a voi se su questa faccenda qualcuno osa imbastire una speculazione politica.
    Una faccia di tolla così ha rari precedenti. Qui se c'è uno che ha speculato e seguita a speculare è il signor Mortadella. Non si ferma dinanzi a nulla, neanche ai morti e alle vedove, neanche dinanzi all'evidenza dei fatti e alle testimonianze. A lui premeva soltanto la pelle di Mastrogiacomo, perché è una pelle preziosa, quella di un dipendente del più importante gruppo editoriale progressista italiano. Se il giornalista non fosse rientrato incolume in patria addio sostegno del quotidiano fondato da Scalfari, dell'Espresso e della catena di fogli locali facenti capo al colosso di De Benedetti.
    Una catastrofe mediatica da evitarsi a ogni costo.
    Ecco perché il governo si è dannato per risolvere il problema, affidandosi anche a chi affidabile non era. È stato impiegato ogni mezzo, lecito e illecito. L'imperativo era: non torcere un capello al redattore viaggiante altrimenti l'esecutivo, già indebolito dalle intemperanze della sinistra massimalista, va a ramengo.
    Questa è la ragione per la quale Prodi ha implorato Karzai, promettendogli eterno amore e fedeltà.
    E Karzai ha accolto l'appello dal tono drammatico benché consapevole che ributtare in circolazione cinque criminali comportava un pericolo per il regime di cui egli è il perno. Le bugie poi, si sa, hanno le gambe corte e la verità è emersa.
    Una verità ripugnante. Tutti gli sforzi si sono concentrati sul rilascio di Mastrogiacomo.
    È stato mobilitato Gino Strada.
    Accantonati i servizi segreti.
    Mandato allo sbaraglio un mediatore.
    Chi se ne frega dell'autista trucidato alla moda musulmana.
    Finalmente l'inviato è libero.
    Si presenta ai fotografi in costume folcloristico con tanto di turbante; forse ha perso la cognizione del tempo e crede sia ancora carnevale.
    Scrive un romanzo breve in due ore pubblicato in prima, seconda, terza, quarta e quinta pagina.
    Però, che carriera.
    Lo sgozzamento dello chaffeur viene liquidato in due righe: in fondo si trattava di uno straccione afghano.
    Comunque, quando Mastrogiacomo scende dall'aereo con le braccia alzate come un centravanti dopo il gol della vittoria, il popolo esulta.
    Esulta il governo.
    Esultano tutti.
    D'Alema va a Porta a Porta e maltratta Vespa perché questi non è soddisfatto del racconto evasivo riguardo all'esito e al prezzo del sequestro.
    Le polemiche accennate dal centrodestra sono coperte dal chiasso dei festeggiamenti.
    E l'interprete ancora ostaggio dei fetenti?
    È un ragazzo di ventisei anni, giornalista anche lui, ma non merita alcuna attenzione, è un afghano, già, uno straccione. Crepi pure.
    Prodi non ha sganciato due spiccioli.
    Non ha preteso da Karzai la scarcerazione di un paio di talebani.
    E l'intermediario che si è speso per strappare Mastrogiacomo alle grinfie dei malviventi?
    Uffa quante balle. Sia fatto a pezzi, lui e quell'altro sfigato di un interprete.
    Gino Strada è incredulo.
    Sperava che Mortadella si desse una mossa. Zero.
    Questa è l'umanità della sinistra.
    Questa la sua solidarietà.
    A Prodi e Sircana le nostre congratulazioni.

    V.Feltri su Libero di oggi

    Saluti

    Ps anche questa è roba scordata da brunick

  3. #3
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    Predefinito Le accuse di Strada

    Gli attacchi di Gino Strada mettono nell'angolo il governo Prodi.
    Dopo l'assassinio dell'interprete di Daniele Mastrogiacomo, ieri il fondatore di Emergency ha messo sul banco degli imputati il premier italiano e quello afgano, Hamid Karzai, per la prigionia di Rahmatulah Hanefi, l'uomo di Emergency, mediatore nella liberazione dell'inviato di Repubblica, poi arrestato dai servizi segreti afgani.
    «L'arresto di Hanefi è un'infamia di cui sono responsabili due signori, Karzai e Prodi», ha detto un arrabbiatissimo Strada. Che poi definisce i servizi afgani «tagliagole, assassini e delinquenti, che mettono in giro calunnie».
    Il riferimento è alle accuse dei servizi di Kabul ad Hanefi di aver aiutato i talebani a rapire Mastrogiamo.
    Le parole di Strada sono una vera bomba sul governo. Che si difende.
    «L'ambasciatore italiano Ettore Sequi e la Farnesina continuano a operare con intensità per la liberazione di Hanefi», rende noto Palazzo Chigi.
    Che poi risponde alle critiche della Cdl: «Strumentalizzare simili tragedie serve solo ad alimentare nuove divisioni e a istigare un odio nemico della pace. Nessuno può permettersi di dubitare della correttezza del governo».
    Ma sulla vicenda interviene anche Prodi. «Per Hanefi abbiamo fatto tutto il possibile. Ora è un problema che è solo nelle mani del governo afgano. Tutto quello che c'era da sapere lo abbiamo detto. Siamo un libro aperto».
    Ma a Emergency non basta. Il vicepresidente, Carlo Garbagnati, pone due condizioni per continuare a operare in Afghanistan: «La liberazione di Hanefi e la possibilità di lavorare in sicurezza». E chiede a Palazzo Chigi un atto formale come il richiamo del nostro ambasciatore a Kabul e la convocazione di quello afgano a Roma.
    Al Professore, poi, replica anche Strada: «Il governo agisce con una logica da Ponzio Pilato».
    Il capo di Emergency dice al governo che «non può chiamarsi fuori perché non è stato Karzai a decidere autonomamente di fare l'operazione attraverso Emergency, ma la richiesta è venuta da Prodi».
    Nel centrosinistra, però, aumentano le perplessità per aver affidato una vicenda delicata come la liberazione dell'inviato di Repubblica a Emergency.
    «Le parole di Strada si commentano da sole», dice il viceministro degli Esteri Ugo Intini.
    «Strada lo conosciamo tutti. Il problema è il governo che gli ha affidato le chiavi della macchina, ovvero la gestione politica e mediatica della vicenda. Aver lasciato nelle mani dei talebani una persona che poi è stata uccisa è una pagina vergognosa e razzista. Ora Prodi deve andare in Parlamento e dire tutta la verità», sostiene il radicale Daniele Capezzone.
    «Con il suo lavoro tra l'umanitario e il politico Strada ha un atteggiamento ambiguo», aggiunge Emma Bonino.
    Se la parte moderata dell'Unione si permette di attaccare il fondatore di Emergency, la sinistra lo difende, fa muro alle critiche della Cdl e punta il dito contro gli Usa.
    «L'uccisione dell'interprete è conseguenza della decisione di Karzai», osserva Giovanni Russo Spena del Prc, «ma soprattutto degli Usa, di punire chiunque intavoli trattative per salvare la vita degli ostaggi. Si è ripetuto quello che era successo con la morte di Calipari».
    Anche Gennaro Migliore sposa la tesi di Emergency ed esorta il governo a «essere più incisivo per la liberazione di Hanefi».

    da Libero di oggi

    viene spontanea una domanda: l'invito di Fassino - segreterio ds - rivolto ai talebani è ancora valido?

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Quante balle stupide e inutili

    Gino Strada contro Gino Strada.

    Il primo che smentisce il secondo sul rapimento di Gabriele Torsello in Afghanistan.
    «Riscatto? Non ne so nulla. È stata premiata la credibilità di Emergency», assicura il chirurgo il 4 novembre 2006 il giorno dopo il rilascio del fotoreporter.
    «Per la sua liberazione il governo italiano pagò due milioni di dollari», si corregge a distanza di oltre cinque mesi.
    Gli esclusivi meriti di Emergency contro i soldi del Sismi. Ecco come Strada ha cambiato versione sul sequestro.
    Il 3 novembre il fondatore di Emergency è euforico. Torsello è libero e il medico rilascia interviste a volontà. Il lieto fine della vicenda, del resto, a sentire lui è figlio del lavoro della sua organizzazione. E basta.
    «Abbiamo messo a disposizione tutti i nostri contatti in loco», dichiara al Messaggero. Del resto, spiega a Repubblica, «in tutto l'Afghanistan Emergency ha una sua credibilità: abbiamo curato un milione di persone» su una popolazione complessiva di 25. «Praticamente in ogni famiglia afghana c'è qualcuno che ci conosce».
    E dire che la collaborazione con il governo italiano era nata in modo del tutto casuale, racconta lui al Corriere della Sera. «Ci siamo trovati coinvolti per un fatto banale: Gabriele Torsello è passato dall'ospedale di Lashkargah il giorno prima di essere rapito. E visto che siamo gli unici civili occidentali nell'area di Helmand ha indicato noi ai rapitori come riferimento. Abbiamo dato voce a quei primi contatti attraverso Peacereporter e usato tutte le nostre conoscenze sul posto per far passare un messaggio: non usate violenza a Gabriele, parliamo». E così è stato. E le voci di un riscatto, gli domanda ancora La Repubblica? «Non ne so nulla», risponde sicuro lui, «noi ci siamo occupati di tenere aperto il dialogo, non della mediazione».
    Smentisce anche il ministero degli Esteri: ma quale denaro, fa sapere Elisabetta Belloni, capo dell'Unità di crisi della Farnesina, c'è stato solo un «negoziato lungo e difficile».
    Strada sa molto, invece. E vuota il sacco il giorno di Pasqua dalle telecamere di Sky Tg24. Il fondatore di Emergency inizia respingendo l'insinuazione che Ramatullah Hanefi, il mediatore di Emergency nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo ancora detenuto dalla polizia afghana, sia in realtà coinvolto nel sequestro. «Mi sarei aspettato dal governo italiano una dichiarazione immediata per dire chi è Ramatullah, quanto sia affidabile. Il governo lo sa bene perché nell'occasione del sequestro precedente, il sequestro Torsello, a Ramatullah furono affidati, e non erano soldi nostri ma del governo italiano, esattamente due milioni di dollari per riportare Torsello. Quante persone conoscono, quelli del governo, che con due milioni di dollari non prendono la prima strada a destra o a sinistra e spariscono nel nulla? Ramatullah non è sparito».
    Tutt'altro: i soldi, che gli sono stati consegnati personalmente, sono serviti a liberare il giornalista. «Ramatullah se n'è andato in auto con due milioni a ritirare Torsello e a portarlo in una stanza dove c'erano, al sicuro, gli uomini del Sismi seduti ad aspettarlo».
    Poi Strada conclude sibillino: «Abbiamo gettato un sasso. Ora vediamo quello che succede...».
    E Torsello? Cade dalle nuvole.
    «Io Strada non ho mai avuto il piacere di incontrarlo e per quello che mi riguarda non è stato pagato nulla. Queste, almeno, sono le informazioni di cui dispongo e che ho ricevuto dall'ambasciata italiana a Kabul».
    Lui, però, adesso vuole vederci chiaro:
    «A questo punto sarebbe bene capire dove sono finiti questi soldi. Presto dirò tutto quello che so sulla mia vicenda».
    Il fotoreporter, infatti, sta lavorando ad un libro sulla storia del rapimento che, inizialmente previsto in uscita al più tardi nel mese di ottobre, anticiperà i tempi.
    «Non vedo l'utilità di queste affermazioni, a meno che non ci siano delle fondamenta, delle prove. Se Strada continua a confermare questa cosa, a questo punto deve dare i dettagli visto che dice di conoscerli. Lui li conosce bene, se fa queste sparate e se ne esce con questi scatti d'ira».

    Libero

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    Predefinito E arrivò l'ennesimo morto dell'inganno pacifista

    Quello che l'Italia sta giocando in Afghanistan è il campionato dei lutti e delle schifezze. Però un fuoriclasse merita di essere buttato giù subito dal piedistallo di eroe.
    Gino Strada ha lanciato accuse tremende a Prodi e Karzai.
    Poi ha giurato: l'uomo di Emergency che ha condotto le trattative per liberare Daniele Mastrogiacomo a nome del governo italiano, Rahmatullah Hanefi, ed ora è in carcere a Kabul come complice dei talebani, è innocente. Tant'è vero che per conto di Prodi ha consegnato due milioni di dollari al mullah Dadullah per liberare lo scorso autunno il reporter Gabriele Torsello.
    Dunque D'Alema ha mentito al Parlamento.
    A noi non pare un gran scoperta. Anche il governo Berlusconi l'ha probabilmente fatto. Brutte cose, ma note: le Vispe Teresa sono costate un sacco di quattrini, però si sono portate a casa il Corano e le caramelle.
    Qui dei cadaveri.
    Strada però inciampa nella sua barba profetica.
    Se è vero quanto dice oggi, è stato reticente o bugiardo. Disse a Repubblica il 4 novembre del 2006 (pagina 7) a proposito di Torsello: «Non ne so nulla (di riscatto)... è stata premiata la credibilità che Emergency si è costruita in Afghanistan in tanti anni di lavoro».
    Più che la credibilità di Emergency sono stati credibili due milioni di dollari, o no? Che pena questa cura dell'immagine al prezzo della verità, salendo in groppa ai sequestrati.
    L'umanitarismo dei pacifisti si mostra qui narcisismo da strapazzo.
    Ora il centrodestra chiede che Prodi risponda in Parlamento.
    La Lega vuole l'impeachment, che sarebbe l'allontanamento da Palazzo Chigi con infamia, per tradimento. Perché Prodi ha mentito.

    Bugie ne sono state dette.
    Soprattutto però quanto è successo è grave, forse irreparabile a livello di universo mondo.
    Perché i talebani hanno vinto una battaglia importantissima. Noi l'abbiamo persa, e l'abbiamo fatta vincere in carrozza ai barbari.
    Pur di permettere a Prodi di tenersi la cadrega e a Strada di mostrarsi come l'eroe dei due mondi.
    Che giorni sono stati questi. E non si sa come finiranno, anche se adesso Berlusconi invoca di finirla con le polemiche, per non compromettere l'onore nazionale.
    Se vuol dire tacere, non siamo mica tanto d'accordo

    Cominciamo dalla sera di Pasqua.
    Il Tg1 mostra la bella faccia rotonda e triste del giornalista afgano che faceva il co.co.co di Repubblica. Ammazzato. Decapitato. Povero Adjmal.
    Appare subito il volto terreo di Prodi. Abbiamo pensato: soffre anche lui.
    Poi, un secondo e mezzo dopo, la smorfia. L'attacco a chi «specula politicamente». Ma sì. Che gliene importa del morto. Le sue personali chiappe sono tutto. Non si prende nessuna responsabilità per quel paffuto pasthun al soldo di un editore italiano di lui amico politico.
    E allora qui la dico tutta. Prodi? Colpevole! Ezio Mauro e Repubblica? Colpevoli!
    Ora inveiscono contro il «cinismo» e lo «sciacallaggio» altrui.
    Ah sì? Sciacalli sono loro.
    Gli sciacalli mangiano le ossa dei morti, le fanno sparire nelle loro pance. Non ci stiamo. I compagni politici e giornalisti vorrebbero attaccare i talebani e stop, dopo che fino a un attimo fa gli hanno retto il sacco, invitandoli al tavolo delle trattative (o ci sbagliamo, onorevole Fassino?).
    Noi invece vogliamo che quei poveri corpi decapitati, quello dell'autista Saied Agha e quello del cronista Adjmal Naskhbandi, restino davanti ai nostri occhi, e che abbiano giustizia. «Assassini»
    Talebani assassini. D'accordo. Questa paroletta "as-sas-si-ni!" pochi hanno avuto la lealtà di dirla prima d'oggi.
    Non la pronunziarono, mentre Mastrogiacomo recitava in diretta tivù una parte surreale.
    Lui non capiva più niente, è vero. Ma che amici ha? Hanno ammazzato chi lavorava con te. Nell'attimo della liberazione non hai esigito che il tuo collega venisse via con te, era tuo fratello. E quando arrivi a Roma alzi le braccia come un trionfatore? Almeno la Sgrena quando gli hanno ammazzato Calipari è arrivata a Ciampino mesta.
    Esageriamo a dire che la morte di Adjmal e di Saied ricade politicamente e moralmente su Prodi, su Repubblica & C? Ecco altri elementi che ci inducono a essere tristi e furiosi.
    1) Mastrogiacomo il 4 marzo annuncia alla tivù di Repubblica che il 5 partirà verso la provincia di Helmand. E' il regno dei talebani. Perché nessuno è intervenuto da Repubblica o dal nostro governo a intimare a Daniele di non fare quella follia, per di più annunciandola in tivù. Incoscienza, dilettantismo. Tanto chi ci lascia la pelle è qualcun altro.
    2) Vengono rapiti con Mastrogiacomo il collaboratore Adjmal e l'autista Saied. «Sono spie», dicono i terroristi. I giornalisti italiani si affannano a dire: «Mastrogiacomo no». E gli altri? Degli altri non si parla. Sono soli! Soli come cani. Non ci credete. Il giornalista del Tg1 Duilio Giammaria, che ha fatto una filippica contro Feltri a Porta a Porta, scrive un appello per Articolo 21, il gruppo di giornalisti contrari a «ogni forma di censura e di giustizialismo di destra». Lo firmano i soliti: Biagi, Travaglio, Annunziata, Serventi Longhi, se vi viene in mente un nome, quello c'è. Adjmal? Semplicemente non esiste. L'autista neppure. La foto di Mastrogiacomo viene srotolata in Campidoglio, gli altri neppure nominati.
    3) Saied spia. I talebani sono creduti come la Bibbia. Rai News 24 scrive testualmente: «...esecuzione dell'autista Saied, sgozzato perché una spia». Bei termini, un talebano non avrebbe scritto meglio. La cricca dei prodiani ne ha decretato il trionfo.
    4) La estromissione dei Ros e del Sismi ("fuori dai coglioni", ha urlato Strada) ha consentito un'operazione militare e mediaica di grande intelligenza strategica: sì ma per i talebani. Fino ad allora erano una galassia di masnadieri, da quel momento ottengono un riconoscimento politico, e ci ridicolizzano. Gli italiani hanno forse chiesto la liberazione anche di Adjmal, ma non hanno predisposto la meccanica della sua liberazione. Ovvero, hanno lasciato la gallina in bocca alla volpe. La quale fa il suo mestiere: se la mangia. I talebani non sono barbudos ignoranti. I loro capi hanno studiato in Europa e in America, sono i cosiddetti deobandi.
    Hanno ragionato così: «Agli italiani interessa Mastrogiacomo per i loro problemi interni. Di Adjmal non gliene importa. Noi ci becchiamo i nostri cinque briganti. E diventa chiaro che Karzai è uno che obbedisce agli stranieri. Vittoria interna ed esterna. Due nemici morti, cinque amici di nuovo al fianco, Karzai sputtanato, italiani incazzati con Karzai».
    In fondo i talebani la pensano come Diliberto e Giordano: Karzai è un fantoccio. Si è quasi suicidato per fare un piacere a Prodi e Prodi lo scarica da vendicativo qual è.

    La sinistra degli ultimi
    Repubblica e Prodi tenendo basso Adjmal nella trattativa ne hanno decretato la morte. La gioia sfrenata, senza se e senza ma, nel momento del ritorno di Mastrogiacomo è un documento agghiacciante: Karzai e i talebani hanno annotato. Gli italiani hanno avuto di tutto e di più. Ma non era la sinistra quella che stava con gli ultimi? Figuriamoci: prima noi, poi i piccoli amicucci asiatici, noi che c'entriamo con le loro storie, siamo giornalisti, neutrali, imparziali, scriviamo, nota spese, e a casa. Così Adjmal è morto. La sua morte è stata voluta ad ogni costo dai signori talebani, ma di fatto accettata dal governo italiano e dai suoi sostenitori: non per calcolo, ma per stupidità e per una specie di riflesso razzista, per cui la sinistra salva sempre e comunque il suo uomo, quello dell'establishment, il buana bianco. Gli altri? Boh. Forse sono spie, ci pensiamo dopo. Dal mio angolo capivo che la situazione andava verso questo disastro, e - senza essere preso sul serio da nessuno - mi sono offerto come merce di scambio. Si sa chi sono, non è vero? Invece non c'è stato da nessuna parte alcun gesto forte. Ezio Mauro è restato prudentemente in Italia a stappare spumante e poi a piangere con Mastrogiacomo.
    Ora di Adjmal dicono: uno di noi, un giornalista. Sì, ma piccolo piccolo.

    Renato Farina - si, sempre “quel” Renato Farina- su Libero di oggi

    saluti

 

 

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