Da Pagine di Difesa.it
Le tre corvette israeliane della classe Sa’ar 5 (Eilat, Lahav e Hanit, consegnate tra il 1994 ed il 1995) rappresentano l’esempio più efficace del percorso che la Marina Israeliana (Heyl Ha’Yam) sta compiendo in questi ultimi anni per trasformarsi da una tipica Brown water navy in uno strumento più robusto, capace e simile a una Blue water navy.
Un ruolo minore, quello che la Heyl Ha’Yam ricopre da sempre tra le forze armate israeliane, originato dal fatto che le minacce nettamente prevalenti per questo Stato sono provenute e provengono dalle forze di terra e da quelle aeree dei Paesi arabi; uno scenario che porta quindi a concentrare quasi tutta l’attenzione e le risorse finanziarie verso l’Esercito (Tshal) e l’Aeronautica (Hel Avir).
Non solo, dopo le gravi perdite subite per l’affondamento del cacciatorpediniere Eilat nel 1967 a opera di due motomissilistiche egiziane, la Marina israeliana decise di concentrare la propria attività sulla sola sorveglianza delle coste e delle acque territoriali, con secondarie capacità di contrasto alle unità navali nemiche, e di ritirare tutte le unità maggiori (corvette, fregate e caccia) dalla flotta.
A partire da quel momento vennero così sviluppate una nutrita serie di piccole imbarcazioni - con dislocamento compreso tra le 40 e le 70 tonnellate - del tipo Dabur, Shaldag e Dvora (queste ultime in diverse versioni), leggermente armate, molto veloci e con compiti di pattugliamento delle coste e altre unità di dimensioni maggiori – con dislocamenti fra le 250 e le 480 tonnellate – del tipo Sa’ar (delle serie dalla 1 alla 4 e la 4.5) dotate di un armamento più robusto, composto da cannoni di medio calibro, sistemi per la difesa di punto, sistemi missilistici antinave e/o antiaerei e ridotte capacità Asw (Anti submarine warfare). Anche per queste unità mancavano tuttavia alcune capacità fondamentali quali una sufficiente autonomia, adeguate capacità di comando e controllo, nonché sistemi di combattimento più completi.
Alla luce di queste deficienze, del mutamento degli scenari strategici, della necessità di assicurare un maggiore supporto alle operazioni terrestri e di garantire la protezione delle vie di comunicazione marittime del Paese, anche considerando che Israele si affaccia su due mari diversi (il Mediterraneo e il Mar Rosso), la Marina israeliana si rese conto alla fine degli anni 70 che la struttura e la composizione della propria flotta non erano più adeguate e quindi diventava necessario procedere a un suo potenziamento sia nella componente di superficie con le Sa’ar 5 che in quella subacquea con i sottomarini della classe Dolphin.
Lo sviluppo delle Sa’ar 5 si è rivelato comunque lungo e complesso perché all’interno delle forze armate israeliane vi era chi riteneva che tali corvette non fossero realmente necessarie e che con la stessa cifra si sarebbero potute allestire molte più unità più piccole. E così, dal primo studio elaborato nel 1979, si dovette attendere il 1984 per la firma del contratto con una società americana di progettazione incaricata di definire nel dettaglio del progetto e, infine, il 1989 per assegnare la costruzione delle tre unità ai cantieri Litton Ingalls (poi confluiti nella Northrop Grumman). La scelta di cantieri americani era obbligata se si volevano utilizzare, attraverso il canale dei Foreign military sales (Fms), i finanziamenti concessi dagli Stati uniti per i coprire i costi delle Sa’ar 5, pari a 260 milioni di dollari a unità.
Tre sono i requisiti che hanno condizionato fin dall’inizio la progettazione di queste corvette multiruolo: limite di 1.250 tonnellate per il dislocamento a pieno carico; equipaggio ridotto; elevata capacità di sopravvivenza. Per quanto riguarda il dislocamento, sono stati adottati accorgimenti quali la realizzazione delle sovrastrutture in alluminio, al posto dell’acciaio utilizzato per lo scafo, e un’attenta valutazione del peso di ogni apparato o sistema imbarcato. L’equipaggio, contenuto in 61 uomini più i dieci della componente elicotteristica imbarcata, sfrutta un livello di automazione spinto e un sistema di rilevazione e controllo della piattaforma che gestisce tutti i sistemi (di propulsione, ausiliari, di governo) della nave.
La capacità di sopravvivenza è garantita dalla bassa osservabilità ottenuta con un disegno volto a ridurre la segnatura radar, visibile dalle forme dello scafo e delle sovrastrutture, da sistemi per ridurre quelle termica e acustica, da un’elevata robustezza strutturale e da una notevole stabilità della piattaforma, specie se si tiene conto delle dimensioni relativamente ridotte (85,6 metri di lunghezza fuori tutto, 11,9 di larghezza massima ed un pescaggio di poco meno di 3,2).
Se le unità sono state costruite negli Stati uniti, a bordo si ritrovano sistemi ed equipaggiamenti di provenienza diversa. L’apparato propulsore, in configurazione Codog (Combined diesel or gas), utilizza una turbina a gas Ge LM 2500 con una potenza di 30.000 hp per gli spunti di velocità e due diesel Mtu da 6.600 hp ciascuno per le andature di crociera; azionante due assi con eliche a passo variabile, l’apparato è in grado di imprimere alle Sa’ar 5 una velocità massima di 33 nodi su Tag e una di crociera di 20 nodi sui diesel. L’autonomia è di circa 4.000 miglia a 17 nodi, pari a quattro settimane di navigazione.
Il sistema di combattimento è invece di origine israeliana; le Israeli aircraft industries (Iai), con la Elbit e la Tadiran, si sono occupate sia dello Unified combat system che dei sistemi di comunicazione. Tutti i dati e le informazioni provenienti dai sensori di bordo ed elaborate da due calcolatori, giungono a una Centrale operativa di combattimento (Coc) che dispone di 17 display multifunzionali; situazione tattica e livello di minaccia vengono aggiornati continuamente per garantire una pronta risposta ai sistemi d’arma e a quelli per le contromisure.
La dotazione di sensori comprende un radar di scoperta aerea in banda E/F (sul torrione di poppa), uno di scoperta di superficie, uno di navigazione in banda I e uno di guida per i missili Barak in banda I/K/J (posti su quello di prua); è inoltre presente un apparato di sorveglianza elettro-ottico comprendente una camera termica, una Tv e un telemetro laser. Per ciò che riguarda la suite di sensori per l’Asw si segnalano un sonar a scafo, per le funzioni di ricerca e attacco, e uno rimorchiato posto a poppa.
L’armamento è composto da un sistema per la difesa di punto Phalanx posto a prua ma sostituibile con un pezzo da 76/62 della Oto Melara. Sono poi presenti ben due sistemi missilistici antinave differenti, l’Harpoon, con due complessi quadrupli, ed il Gabriel II, con otto lanciatori singoli, entrambi posizionati a centronave. Le differenze tra i due risiedono nel fatto che il primo ha rispetto al secondo una portata maggiore (130 km contro 36) e una testa di guerra più potente (224 kg contro 100). La capacità antiaerea delle Sa’ar 5 è assicurata dai missili Barak, ospitati in due complessi di lancio verticali da 32 celle ciascuno posti a prua, che con una portata di dieci chilometri e una testa di guerra di 22 kg garantiscono la difesa contro un’ampia gamma di minacce aeree.
Nel campo della lotta antisom, si segnalano due tubi lanciasiluri trinati per i siluri leggeri Mk 46 nonché l’elicottero imbarcato Atalef (versione israeliana del As 565 Phanter) ricoverabile nell’hangar poppiero e in grado di compiere anche varie altre missioni di supporto. Adeguata pure la dotazione di contromisure con tre lanciatori di chaffs per l’inganno dei missili antinave, un sistema rimorchiato di inganno per i siluri Nixie, oltre ad apparati per le Electronic support measures (Esm) e per l’Electronic warfare (Ew) comprendenti ricevitori di segnali e jammer.
Un concetto, quello alla base delle Sa’ar 5, che è poi risultato valido proprio alla luce dell’esperienza operativa. Il recente conflitto contro gli Hezbollah, nonostante lo sfortunato episodio che ha visto la Hanit colpita da un missile anti-nave lanciato dagli Hezbollah, ha infatti dimostrato come la missione assegnata alla Heyl Ha’Yam (imposizione di un blocco navale e supporto in chiave joint alle operazioni in corso) necessitasse comunque di unità come la Sa’ar 5, dotate di autonomia, capacità di comando e controllo e armamento superiori alle sia pur valide ma più piccole unità delle classi Sa’ar 4 e 4.5 in servizio.
E che infine l’esperienza maturata con queste corvette sia valutata in termini positivi lo dimostra anche il fatto che, accanto a un possibile loro aggiornamento, la Marina israeliana sta valutando l’ipotesi di dotarsi di almeno altre due unità, in pratica delle fregate; queste, pur mantenendo quella versatilità che permette alle Sa’ar 5 di operare sia in scenari costieri che alturieri, dovrebbero avere capacità – e dimensioni – maggiori rispetto a esse. Un altro significativo passaggio in quel processo di rafforzamento di una Marina sempre più ambiziosa come quella Israeliana.





Rispondi Citando
