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    Post Guerra, mercato, donne e guerrieri: la storia di Anna - E. Quadrelli

    Guerra, mercato, donne e guerrieri: la storia di Anna

    di Emilio Quadrelli

    Il dibattito intorno alle guerre contemporanee, per lo più, è affrontato
    unicamente all'interno di retoriche geopolitiche. In tale contesto ciò che
    accade concretamente alle donne e agli uomini che di quelle guerre sono,
    volenti o meno, gli attori principali è posto velocemente tra parentesi. Con
    buona pace degli uomini politici, dei media e di gran parte del mondo
    intellettuale le guerre si riducono a una sorta di war game in grado di
    rendere emozionanti e interessanti le noiose e asfittiche serate alle quali
    le donne e gli uomini del Palazzo sono costretti in nome dei loro impegni
    presi nei confronti dei cittadini se non addirittura dell'intera umanità.
    Tranquillamente seduti sulle poltrone di salotti pubblici o privati,
    spostano truppe, mezzi corazzati, aerei e navi da guerra insieme all'inevitabile
    corollario di altrettante "missioni civili" e, senza animosità eccessiva,
    discutono se, ed entro quali limiti, la tortura sia legittima o quali e
    quanti "effetti collaterali" siano accettabili. Un dibattito che sposta per
    intero la questione guerra sul piano anodino della teoretica dove, la
    magnitudine platonica, non lascia spazio e scampo alla critica animosa e
    partigiana propria del sofista. Ma al di fuori dei salotti dove a dominare è
    la solarità del mondo delle idee a prevalere è la caverna ed è lì che vivono
    e sovente muoiono le donne e gli uomini reali. Per loro, la guerra, si
    confonde fino a dominarla e plasmarla per intero con la propria esistenza e
    per questo ne ricavano un'esperienza che racconta qualcosa di ben diverso.
    La "storia di vita che ci prestiamo ad ascoltare fotografa il volto con il
    quale la guerra si presenta agli abitanti della strada. È la guerra vera,
    dove non vi è spazio per la civile disputa che anima i salotti del Palazzo.
    Si vive, si muore, si è stuprate e rese schiave concretamente e la libertà e
    la dignità sono (talvolta) possibili unicamente se conquistate in prima
    persona e, sembra il caso di rimarcarlo, con le armi in pugno. Una realtà
    più tragica che drammatica dove nessuna utopia o redenzione sembra
    profilarsi all'orizzonte. Il teatro degli eventi è l'Albania dei giorni
    nostri.
    Per Anna, la nostra protagonista, e i suoi l'Angelo della Storia non sembra
    avere alcunché da offrire. Le loro spalle non sono rivolte al futuro ma, più
    realisticamente, attente a ciò che gli si aggira intorno perché la
    possibilità di cadere in una qualche imboscata, vittime di un "regolamento
    di conti" o diventare l'obiettivo di una qualche operazione di "polizia
    internazionale" sono variabili continuamente all'ordine del giorno. Per
    loro, nessun vento soffia dal Paradiso e se qualcosa li trascina è solo il
    ritmo cadenzato dei colpi delle loro armi. Precipitati dentro all'inferno
    hanno trovato un modo per non soccombere.
    La dimensione in cui attualmente Anna vive, non è distante da quella del
    proscritto anche se è ben distante dall'incarnarne le suggestioni letterarie
    che quelle esperienze hanno suggerito. Una fine del tutto impensabile solo
    dieci anni prima quando, al pari di gran parte dei suoi coetanei, guardava
    estasiata le nostre televisioni augurandosi di toccare al più presto con
    mano il sogno italiano. Oggi Anna è una donna dura, decisa, implacabile,
    persino spietata. Le esperienze che paramilitari, imprenditori italiani ed
    europei prima e soldati NATO e operatori umanitari poi le hanno fatto
    conoscere hanno aperto ferite che si sono forse cicatrizzate ma che non
    potranno mai più essere dimenticate o rimosse.
    L'incontro con lei avviene in una città dell'Italia del Nord grazie alla
    mediazione di un "clandestino" evaso qualche tempo addietro da un Cpt. In
    Italia Anna non è ricercata ma è pur sempre una "clandestina" e per questo
    ha accettato di parlare a condizione che la sua figura rimanga una semplice
    ombra di cui, persino la descrizione fisica, deve rimanere priva di
    contorni. Una condizione che non è difficile accettare, in fondo si sta
    parlando di una non - persona. Questo è il suo racconto.
    Per quasi sei anni hai vissuto segregata. Come ha inizio la tua storia?
    Sono stata rapita l'11 novembre del 1996, avevo tredici anni. Abitavo in un
    piccolo paese che, come molti altri, è stato preso di mira da uomini armati
    che arrivavano e si portavano via le persone per metterle a lavorare nelle
    tante piccole fabbriche aperte dagli stranieri, gran parte di queste erano
    proprietà di italiani.
    Un modo non proprio ortodosso per reperire forza lavora. Perché le imprese
    scelgono questa strada?
    Perché dalle fabbriche la gente comincia a scappare. All'inizio, questi sono
    i racconti di quelle un po' più grandi di me e che erano andate nelle
    fabbriche prima, volontariamente, quando reclutavano la gente per fare un
    lavoro che sembrava normale. Per questo, molte, andavano nelle fabbriche
    anche con entusiasmo. Era l'epoca in cui noi pensavamo che il mondo fosse
    quello che si vedeva in televisione. In Albania si prendono tutti i canali
    italiani e noi ci siamo immaginati che il mondo vero fosse quello che
    vedevamo alla televisione. Vestiti, auto, locali, divertimento, uomini
    bellissimi insomma tutte queste cose qua. Per noi l'Italia era questa e, con
    non poca ingenuità, pensavamo che andare a lavorare per gli italiani era un
    po' come entrare a far parte di quel mondo lì. Poi moltissime vedevano in
    quel lavoro un modo per staccarsi ed emanciparsi dalla famiglia. Da noi il
    peso della famiglia o di chi era più grande è sempre stato molto forte e
    quindi vedere alla televisione tutte quelle ragazze molto libere, belle,
    ricche e che vivevano un po' come gli pareva era un modello molto forte, che
    tutte volevano imitare. Questo è un aspetto del discorso al quale se ne
    aggiunge un altro. In Albania c'era un forte orgoglio nazionalista e,
    specialmente per le generazioni più anziane, un certo attaccamento verso l'epoca
    comunista. È difficile dirti se questo attaccamento verso il passato fosse
    più una questione ideologica, cioè una forte convinzione verso il comunismo,
    oppure il legame che molti mantenevano con Enver era forse dovuto all'indipendenza
    che lui e i suoi partigiani avevano conquistato e garantito all'Albania.
    Nelle case, un po' in tutte, l'arrivo degli italiani e delle fabbriche
    produce delle continue rotture tra giovani, soprattutto i giovanissimi come
    me, e i più grandi e più si ha a che fare con persone anziane maggiore è il
    conflitto che nasce. Per i vecchi, gli italiani, non sono quelli che si
    vedono alla televisione ma quelli che hanno occupato l'Albania nel 1939. Per
    loro gli italiani sono i fascisti e l'ostilità nei loro confronti è rimasta
    la stessa. Anche chi non è mai stato molto allineato con Enver e i suoi
    uomini, in casa nostra c'era uno zio che era stato in prigione perché, pur
    essendo membro del partito, ne aveva criticato la politica ed era stato
    condannato per revisionismo, nei confronti degli italiani non aveva idee
    diverse. Tra le generazioni più anziane il ricordo e lo spettro della
    conquista era ancora molto presente. Il loro discorso, in poche parole, era
    questo: Una volta sono arrivati con le armi e poi si sono presi tutto.
    Adesso arrivano con le industrie, si prenderanno tutto e poi manderanno
    anche i soldati. Per noi più giovani queste sono solo fantasie e paure
    ingiustificati di persone che non vogliono cambiare e che, soprattutto, non
    sanno cogliere la grande occasione che abbiamo a portata di mano. Andare a
    lavorare per voi molti lo considerano come una rivincita dei giovani sugli
    anziani. Noi venivamo da una società molto incentrata sulle figure dei
    grandi mentre i giovani contavano poco. Da voi, invece, sembra essere tutto
    il contrario. Si sente in continuazione dire che il mondo deve essere dei
    giovani, i più sono attratti da questi discorsi. Così, per fartela breve,
    all'inizio molti vanno a lavorare spontaneamente e con entusiasmo nelle
    lavorazioni che gli italiani aprono in continuazione e lo vedono anche come
    un modo per liberarsi dal peso del potere familiare. Tutto questo ha vita
    breve ed è a quel punto che inizia il reclutamento coatto attraverso i
    rapimenti e le deportazioni.
    Cos'è che fa saltare il clima idilliaco che inizialmente si era creato tra
    imprenditori italiani e forza lavoro albanese?
    Le condizioni in cui le operaie e gli operai sono costretti a lavorare. Una
    situazione che per le donne, in base ai racconti che ho sentito, sono ancora
    più duri perché sono spesso vittime di abusi sessuali da parte degli agenti
    della sicurezza. In ogni caso, abusi o meno, è come si svolge il lavoro che
    rende quella vita insopportabile. Agli orari interminabili, ai ritmi da
    incubo e a tutto il resto devi aggiungere l'impressionante numero di
    infortuni che ci sono. Se i morti non sono tantissimi, le menomazioni
    permanenti, invece, sono all'ordine del giorno. Questo vuol dire tornare a
    casa e diventare un peso per la famiglia perché se hai perso una mano o
    anche solo tre dita non è che poi puoi essere tanto utile. Ma tante, dopo un
    po', vengono anche mandate via perché sono troppo debilitate per continuare
    a lavorare con i ritmi che loro vogliono e difficilmente riescono a
    riprendersi in seguito. Molte, per la scarsa alimentazione, cominciano ad
    avere carenze di ferro e questo a sua volta gli provoca altri problemi ben
    più gravi. Oppure in molte si ammalano ai polmoni e questa cosa li rende
    malaticce per sempre anche perché, una volta tornate a casa, non hanno i
    mezzi per potersi curare. C'è un'intera generazione, specialmente di donne,
    rese permanentemente invalide a causa del lavoro in fabbrica. Così diventi
    un'invalida e hai magari solo vent'anni. Per questo dalle fabbriche molte e
    molti cominciano a scappare. All'inizio non è molto difficile perché i
    dormitori non sono cintati e non c'è una vigilanza armata. L'idea che le
    operaie si ribellassero probabilmente non era stata presa in considerazione
    al pari di altri aspetti. Infatti, in contemporanea alla fuga dalla
    fabbrica, iniziano anche gli assalti alle fabbriche, ai magazzini o alle
    residenze degli imprenditori da parte di bande che si sono organizzate
    alcune con fini politici altre semplicemente per denaro. Per molti
    proprietari il clima diventa pesante e loro stessi iniziano a girare
    abitualmente armati, vivendo una situazione da assediati. Per un breve
    periodo, a parte le aree della fabbrica, che sono le uniche che tengono
    abbastanza sotto controllo, hanno difficoltà a muoversi liberamente all'esterno.
    Per questo, quando si spostano, lo fanno portandosi dietro il fucile e la
    pistola. L'arma più diffusa è il fucile Winchester calibro 30/30 e la
    Beretta calibro 9 ma girano anche parecchi mitra M12 o fucili mitragliatori
    americani. Molte bande controllano, oppure riescono a comparire all'improvviso
    un po' ovunque, le vie di comunicazione e per questo il trasporto del
    prodotto finito spesso diventa un problema perché i carichi sono assaltati
    da questi gruppi. Quindi gli imprenditori hanno il problema di far viaggiare
    i carichi con una scorta in grado di reggere o scoraggiare gli assalti. In
    alcuni casi, però, anche le zone delle fabbriche non sono troppo sicure. Ci
    sono stati episodi in cui qualche banda ha neutralizzato la vigilanza armata
    dei paramilitari arrivando fino alle abitazioni dei proprietari. In alcuni
    casi questi, insieme a un po' dei loro uomini, si sono barricati nelle ville
    e hanno dovuto sostenere dei conflitti a fuoco fino all'arrivo della
    polizia. Questo clima favoriva anche una certa iniziativa dentro alle
    fabbriche dove iniziavano a essere sempre più frequenti i sabotaggi insieme
    alle richieste di migliori condizioni di lavoro, soprattutto una riduzione
    della giornata lavorativa e una diminuzione dei ritmi oltre a una quantità e
    una qualità del cibo maggiore. È a questo punto che inizia ad aumentare il
    numero di miliziani assunti dagli imprenditori e il loro ruolo diventa
    sempre più importante. Questi hanno diverse mansioni. Proteggere le
    proprietà dagli assalti, impedire la fuga del personale, mantenere l'ordine
    e la disciplina sul lavoro ma anche procurare in continuazioni nuovo
    personale. Questo per due motivi. Da una parte devono colmare i vuoti
    lasciati dalle fuggiasche, dall'altra aumentare il numero delle operaie
    perché c'è un vero e proprio boom di richieste e quindi hanno tutto l'interesse
    ad aumentare la produzione.
    Da chi sono formati questi corpi privati di miliziani?
    C'è gente che viene un po' dappertutto. Ci sono tedeschi, belgi, italiani,
    inglesi, americani e anche dei sudafricani. Almeno questi sono quelli che ho
    avuto modo di vedere io. Quelli che mi hanno rapita erano italiani e belgi.
    Ma potevano muoversi liberamente, come paramilitari, dentro il territorio
    albanese?
    Sì. In realtà in Albania dopo il crollo del vecchio regime non c'era più un
    vero e proprio stato. C'erano vari gruppi che governavano a loro convenienza
    dei pezzi di territorio e il governo centrale era un po' una finta. Le forze
    paramilitari straniere erano autorizzate a muoversi come volevano perché
    tutti, governo centrale e i vari poteri locali, ne avevano dei benefici.
    Formalmente c'era lo stato albanese ma in realtà chi comandava sul serio
    erano questi che avevano impiantato le loro fabbriche in Albania insieme
    alle loro milizie private.
    A un certo punto, insieme alle operaie più giovani, sei prelevata dalla
    fabbrica e destinata in un bordello. Quando avviene e perché?
    Nel 1998 quando arrivano i soldati italiani in missione in Albania. A quel
    punto molti imprenditori iniziano a guardare al business del sesso, se
    arrivano i soldati c'è bisogno di donne e così iniziano a selezionare nelle
    fabbriche le più giovani. Subito c'è un miglioramento nelle nostre
    condizioni di vita. Per un mese veniamo esentate dal lavoro, ci danno da
    mangiare di più e roba di migliore qualità e si preoccupano di far rifiorire
    i nostri visi e le nostre mani che, specialmente queste ultime, sono
    martoriate a causa del lavoro. Ci portano anche creme e prodotti di
    bellezza. Non ci dicono niente, ma non ci vuole molto a capire che quel
    cambiamento non prelude a nulla di buono. Se fino al giorno prima ci
    trattavano come animali da soma terrorizzandoci e dandoci il minimo
    indispensabile per sopravvivere all'improvviso non possono certo essere
    diventati dei santi, capiamo in fretta che ci porteranno da qualche parte a
    fare le puttane. Probabilmente perché siamo tutte molto giovani, quelle
    prescelte hanno tra i tredici e i diciotto anni, facciamo in fretta a
    riprenderci, i segni della fatica e dell'abbrutimento spariscono e vengono a
    imbarcarci. Siamo trentasette ragazze, ci fanno salire su un autobus con i
    vetri oscurati, insieme a noi salgono sei uomini armati, quattro italiani e
    due belgi. Davanti e dietro all'autobus ci sono le jeep con gli uomini
    armati che ci scortano. Non hanno certo paura di noi ma, come vengo a sapere
    in seguito, le ragazze giovani e anche i ragazzini stanno per diventare una
    merce preziosa e molto richiesta e per questo il rischio di essere assaliti
    per strada da qualcuno che si vuole impossessare del carico non è da
    scartare. Episodi simili ho saputo che ne sono successi parecchi.
    In che modo vi convincono a diventare delle prostitute?
    Con il terrore. Veniamo portate in questo posto che diventerà la nostra
    dimora dalla quale non è possibile allontanarsi e alcune di noi prese a
    caso, sotto gli occhi di tutte vengono violentate da una quindicina di
    paramilitari. Subito dopo ci spogliano nude e ci ammassano in un cortile,
    quindi vanno a prendere i cani e ce li aizzano contro. Non ci fanno mordere
    perché stanno attenti che i denti non si avvicinino troppo, ma ci dicono
    molto chiaramente che se non facciamo bene il nostro lavoro non ci
    penseranno un momento a buttarci in pasto ai cani. Ci dicono chiaramente che
    non dobbiamo fare storie e mostrarci disponibili ed entusiaste verso
    qualunque richiesta. Una frase che ci viene detta poco dopo rende tutto
    molto chiaro: "Voi non siete qua per fare le troie, voi siete qua perché
    siete delle troie e come tali dovete comportarvi. Dovete far divertire i
    soldati come se anche voi vi divertiste. Come farlo sono cazzi vostri ma
    trovate il modo perché i cani hanno fame e la carne cruda gli piace
    parecchio." Per tutte noi inizia un periodo di totale abbrutimento. Qualcuna
    non regge e finisce con il togliersi la vita. Un paio, invece, muore nelle
    orge. Non ci sono limiti. Su e con noi tutti possono fare quello che gli
    pare. Ti può bastare quello che succede in seguito alle ragazze che, per il
    troppo lavoro o perché non più giovani, per non più giovani si intende
    quelle sopra i venticinque anni, vengono spedite nei bordelli speciali. Sono
    posti frequentati solo da sadici dove le ragazze sono sottoposte a torture e
    supplizi di ogni tipo. Periodicamente, nei bordelli, c'è un'ispezione e
    quelle che sono un po' troppo sciupate vengono mandate a quello che è detto
    il capolinea. Chi esce da lì non potrà mai dimenticare, neppure volendolo.
    Le ferite, le piaghe e le bruciature ricevute nei giochetti se li porteranno
    dietro finché campano.
    La tua storia nei bordelli per militari continua nonostante la fine della
    "missione italiana". Cosa succede?
    Intanto la missione finisce ma la presenza militare, anche se ridotta
    continua e poi a quel punto il giro dei bordelli funziona talmente bene che
    iniziano a essere frequentati anche da civili. Sono turisti, per lo più
    europei ma ci sono anche degli americani e molti arabi che arrivano con dei
    viaggi appositamente organizzati. La possibilità di praticare sesso estremo
    senza problemi attira un pubblico internazionale. Prima per avere occasioni
    del genere dovevano spostarsi fino in Asia o in Sud America mentre adesso,
    per gli europei, è possibile addirittura organizzarsi un week end di sesso
    senza regole senza troppi sbattimenti. Quindi, per un certo periodo, si
    passa da un pubblico prevalentemente di militari a uno di civili. L'Albania
    è una terra di conquista per tutti e ognuno viene a farci quello che vuole
    soprattutto quello che nel suo paese è considerato addirittura un crimine.
    Con l'arrivo dei civili aumenta la richiesta di ragazze e ragazzi giovani.
    Noi, anche se siamo quasi tutte sotto i diciotto anni, cominciamo a essere
    considerate vecchie perché i civili vogliono soprattutto ragazzini e
    ragazzine tra i dieci e i tredici anni. Per questo noi che siamo più grandi
    continuiamo a essere offerte ai militari che ci preferiscono. Poi scoppia la
    guerra del Kosovo e i bordelli per militari hanno una grossa impennata
    infatti noi veniamo trasferite vicino a una base della NATO.
    Quando la guerra finisce cambia qualcosa per voi?
    No perché, a quel punto, ai militari si sommano un numero enorme di
    funzionari e operatori civili e quindi la richiesta di prestazioni sessuali
    non diminuisce ma aumenta. Il business si allarga sia perché la richiesta è
    maggiore, sia perché qualcuno inizia a prendere le ragazze e i ragazzi da lì
    e spedirli in giro per il mondo. Questo succede soprattutto con i più
    giovani. Ragazzini e ragazzine, l'età media è sui dodici anni. Nei villaggi
    e nelle zone povere delle città iniziano i rastrellamenti. Le informazioni
    che ho, avute dai miei guardiani, sono che molti di questi finivano in
    alcuni paesi arabi, specialmente Arabia Saudita, Kuwait, Emirati del Golfo
    ma anche in zone come le Filippine e la Tailandia. A me e alle altre
    ripetevano che a noi andava bene perché ormai eravamo troppo vecchie per
    quel genere di business. Nelle vicinanze di uno dei bordelli in cui sono
    stata c'era, in un capannone separato, lo smistamento di questi. Li tenevano
    lì una quindicina di giorni in attesa di imbarcarli per le loro
    destinazioni. In quel periodo venivano continuamente violentati e torturati.
    Questo sia per piegare ogni forma possibile di resistenza, sia perché tra i
    miliziani ci sono parecchi sadici che si eccitano e godono solo in questo
    modo. Anche molte di noi, prima di essere messe al lavoro, hanno subito
    trattamenti analoghi.
    Vuoi parlarne?
    No. Su queste cose non mi va di tornarci. Anche se sono passati degli anni
    le mie notti sono piene di incubi e paure, non riesco neppure più a pensare
    di poter stare con un uomo, da quel punto di vista lì la mia vita è
    definitivamente chiusa. La sola idea di sentirmi le mani di un uomo addosso
    mi fa schifo e paura allo stesso tempo. Per quanto razionalmente so che è
    una cosa sbagliata e priva di senso quando mi ritrovo a sparare e vedo l'uomo
    o gli uomini davanti a me cadere non posso fare altro che provare piacere.
    Lo so che non tutti gli uomini sono colpevoli e maiali come quelli che ho
    trovato sulla mia strada ma non posso farci nulla, ucciderli mi dà piacere.
    Sai le persone non sono diverse dagli animali. Una bestia che è stata
    terrorizzata ha solo due possibilità o soccombe come una cavia da
    laboratorio o si trasforma in belva, meglio la seconda ipotesi. Dopo la mia
    liberazione ho fatto un periodo di addestramento con il gruppo e ho
    partecipato e partecipo tutt'ora alle storie che ci facciamo. Se, come a
    volte è capitato, c'era da neutralizzare qualche soldato o paramilitare e
    per motivi di opportunità si doveva usare il coltello o la baionetta, io ho
    sempre fatto in modo di essere in quel nucleo operativo. Affondare la lama
    nelle carni di uno di quei maiali è uno dei pochi piaceri che riesco ancora
    ad avere. Molto meglio che buttargli un caricatore in corpo, ti dà molta più
    soddisfazione sentire direttamente con le tue mani che la vita se ne sta
    andando dal corpo di quel bastardo, leggere nei suoi occhi la paura e il
    terrore perché in quel momento ti ricordi di quando, i porci come lui, ti
    usavano peggio di una bambola di pezza e più avevi paura ed eri terrorizzata
    più loro si accanivano e ci provavano gusto. Quindi, anche se non mi va di
    dilungarmi troppo in particolari, ma solo per motivi di sicurezza,
    preferisco parlare del dopo liberazione ma non chiedermi i dettagli della
    segregazione, quegli incubi li ho rinchiusi da qualche parte e sono già
    costretta a conviverci quando di notte mi escono fuori all'improvviso. E poi
    non cerco pietà o comprensione. Ho vissuto prima e visto in diretta dopo di
    che cosa sono capaci tutti questi che sono arrivati per portarci aiuti,
    benessere e tutte le cazzate con le quali si fanno belli. Rubano, stuprano,
    opprimono tanto quanto i soldati, i poliziotti e i paramilitari. La mia
    esperienza mi dice che tutti questi amorevoli personaggi diventano
    comprensivi e umani solo quando si trovano nel mirino del mio fucile
    mitragliatore o con la gola alle prese con la lama seghettata del mio
    coltello. Perciò basta con queste cazzate.
    Come avviene la tua liberazione?
    Grazie a mio fratello e al suo gruppo. Quando io sono stata rapita lui non
    era in casa e così si è salvato. Non ci siamo più visti per più di cinque
    anni fino a quando non è riuscito liberarmi. Per non rischiare di fare la
    mia fine, insieme ad altri ragazzi, ha vissuto per un po' nelle campagne. Lì
    è stato accolto da uno dei tanti gruppi armati che si sono formati in
    Albania per difendersi dagli stranieri, dal governo e dalla polizia. Ha
    imparato a usare le armi, perché molti di questi gruppi sono formati da ex
    militari, e a combattere. Con questo gruppo faceva incursioni nelle città
    dove assaltavano i magazzini, i depositi di armi o sequestravano qualche
    ricco. L'unico modo per avere a disposizione i marchi era quello. La moneta
    albanese non valeva più niente ed era inutile rapinarla perché era come
    rubare aria. Dopo si è dedicato soprattutto al traffico di armi è grazie a
    quel traffico che è riuscito a rintracciarmi. I nostri guardiani erano
    italiani e belgi che lavoravano come dipendenti nei bordelli e in proprio
    come trafficanti d'armi. Fino a poco tempo prima, sono cose che ho saputo
    dopo da mio fratello, avevano un canale diretto con le forze NATO che li
    rifornivano direttamente però, a un certo punto, quel traffico è stato preso
    in mano direttamente da dei soldati regolari che li hanno estromessi dal
    business e loro si sono dovuti cercare un'altra strada. Per questo si sono
    rivolti a un giro dell'UCK con il quale mio fratello e il suo gruppo avevano
    fatto degli affari. In questo modo mio fratello è entrato in contatto con i
    nostri carcerieri. Hanno contattato una partita di fucili mitragliatori,
    pistole, razzi anticarro e esplosivo e, dopo una trattativa abbastanza lunga
    fatta attraverso una serie di intermediari, hanno raggiunto un accordo e si
    sono incontrati. Come succede abitualmente in questi casi, quando si apre un
    canale nuovo, il primo scambio è sempre un po' di prova. Chi compra vuole
    avere garanzie sulla qualità del prodotto che acquista e chi vende essere
    sicuro della solvibilità dell'altro. Oltre a questo entrambi vogliono essere
    sicuri che nessuno faccia il furbo o giochi sporco. Così il primo scambio è
    più che altro un modo per mostrare il campionario e per prendersi
    reciprocamente le misure. Gli uomini che vi partecipano è abbastanza
    limitato. Se mio fratello avesse agito in quel momento avrebbe potuto
    sequestrare solo una piccola parte del gruppo che mi teneva prigioniera e
    poi avrebbe dovuto probabilmente fare la guerra per venirmi a liberare, con
    scarse possibilità di successo. Il primo appuntamento fila liscio. A questo
    ne segue un secondo perché, i miei carcerieri, vogliono verificare alcune
    cose sull'esplosivo che stanno trattando e avere maggiori ragguagli sui
    tempi per la consegna degli anticarro. Nel primo incontro, inoltre, mio
    fratello per rendere le cose il più lisce e interessanti possibili gli aveva
    parlato della possibilità di acquistare anche un certo numero di
    mitragliatrici leggere che sono molto richieste e possono essere vendute con
    enormi profitti. Sono armi serbe e per questo i miei carcerieri prima di
    trattarle vogliono prenderle in visione e verificarne la funzionalità e l'efficacia.
    Si arriva così a un terzo appuntamento dove sarà consegnato l'intero carico
    precedentemente stabilito e un paio di mitragliatrici in prova. Il primo
    stock di un carico che, se l'acquirente troverà di suo gradimento, sarà
    regolato in un successivo incontro. Si arriva così alla consegna del carico.
    Il posto scelto è in una zona aperta di campagna dove la visuale è ottima e
    tutti possono rendersi conto che nessuno sta giocando sporco. Il posto lo
    avevano scelto i miei carcerieri e mio fratello lo aveva accettato senza
    problemi. Subito dopo l'accordo però, mio fratello e il suo gruppo, avevano
    scavato dei tunnel in zona dentro i quali, tre giorni prima della consegna
    molti di loro si erano nascosti, rimanendo del tutto invisibili. Due giorni
    prima della consegna alcuni dei miei carcerieri fanno un sopraluogo e lo
    ripetono il giorno successivo mentre, per tutta la notte che precede l'incontro,
    alcuni di loro presidiano il posto. Quando arriva l'ora della consegna,
    anche se sempre vigili, sono completamente rilassati. Tutta lascia
    presupporre che non vi saranno sorprese. Mio fratello arriva con i furgoni
    carichi di armi, munizioni ed esplosivo e con fare molto tranquillo e
    amichevole va incontro ai compratori. Controllano la merce, tutto è ok.
    Alcuni dei compratori salgono sui furgoni per portarli a destinazione,
    mentre una valigia di dollari e una di marchi sono consegnate a mio fratello
    e ai suoi uomini. Ormai tutto sembra essersi concluso, mio fratello e i suoi
    fanno per tornare indietro quando, senza che nessuno se ne rendesse conto,
    alle spalle dei compratori sono spuntati una ventina di uomini armati che
    gli puntano contro oltre ai fucili mitragliatori tre delle famose
    mitragliatrici leggere. Rapidamente mio fratello e gli altri puntano le armi
    sugli autisti obbligandoli a scendere mentre tutti gli altri non possono
    fare altro che arrendersi. A quel punto prendono un paio di questi e li
    interrogano su quanti uomini armati sono rimasti intorno ai bordelli e ai
    locali. Non impiegano molto a ricevere le informazioni che gli servono. Per
    fortuna un po' di tutti, gli uomini che ci tenevano segregate aveva dei
    grossi fuoristrada con i vetri scuri perciò, da fuori, non era possibile
    riconoscere chi c'era alla guida. Dopo averli disarmati e fatti prigionieri
    prendono il capo e se lo portano dietro. Adesso comincia la parte più
    difficile dell'operazione perché, dopo poco, entreranno in una zona
    controllata dalle truppe NATO. La fortuna, come ti ho detto, sono questi
    fuori strada con i vetri scuri che i soldati della NATO conoscono bene e
    quindi li fanno passare senza problemi. In questo modo possono arrivare
    tranquillamente nella zona riservata allo svago dei soldati dove io e le
    altre siamo tenute prigioniere. Non c'è molta sorveglianza e neppure grande
    attività. È appena mezzogiorno e la maggioranza di noi è ancora lì che
    dorme. Qualcuna è in compagnia di qualche soldato o ufficiale NATO che si è
    fatto tutta la nottata. Arrivano nel piazzale e scendono dalle jeep con
    molta tranquillità. Precedentemente, con una telefonata, il capo era stato
    obbligato a preavvertire il loro ritorno insieme al buon esito dell'operazione.
    Mentre alcuni si dirigono all'interno, un piccolo gruppo, armato di
    coltelli, neutralizzano le sentinelle all'ingresso. Gli altri entrano nei
    locali senza trovare resistenza. Molto velocemente hanno il pieno controllo
    della situazione. Dopo poco entrano nelle stanze e ci liberano. Il nostro
    inferno è finito. Qualcuna, me compresa, prima di andarsene si prende
    qualche rivincita sui nostri carcerieri e sugli uomini NATO trovati ancora
    addormentati nei letti, poi ce ne andiamo. Saliamo a bordo delle jeep dei
    paramilitari che però non bastano, quindi dobbiamo prendere anche un paio di
    altri mezzi che però non hanno i vetri oscurati. C'è un posto di controllo
    NATO che dobbiamo attraversare per forza di cose e che potrebbe, come
    infatti sarà, essere un problema. È la terza volta che le jeep vanno avanti
    e indietro e in più adesso ci sono anche i due mezzi con noi a bordo. A
    qualcuno del controllo viene in mente che tutto quel movimento potrebbe
    nascondere qualcosa di strano e poi il trasbordo di noi gli deve risultare
    strano. In giro non ci sono nuove postazioni di truppe e non c'è alcun
    motivo logico per il nostro spostamento. Così ordinano l'alt. Ma mio
    fratello e i suoi non erano impreparati, avevano preso in considerazione una
    simile eventualità e si comportano di conseguenza. Quando gli viene intimato
    l'alt rallentano e si dirigono verso le due piazzole utilizzate per fare i
    controlli. Due jeep da una parte e due dall'altra. Anche noi, insieme al
    resto del convoglio ci fermiamo anche se i mezzi tengono i motori accesi.
    Sul fondo dei nostri furgoni sono piazzate due mitragliatrici che i nostri
    corpi nascondono. In mezzo a noi si intravede solo un uomo mentre gli altri
    sono tutti acquattati a terra. I finestrini delle jeep si abbassano e
    iniziano a sparare. A quel punto gli autisti partono, varchiamo il controllo
    e subito dopo le mitragliatrici iniziano a sparare. Presi tra due fuochi i
    soldati della NATO scappano precipitosamente, mio fratello e gli altri
    scendono dalle jeep e continuano a mitragliarli, quindi ripartono. Dopo un
    viaggio di mezz'ora scendiamo a terra e iniziamo a camminare, per sicurezza
    mentre le auto vanno per strada noi e una parte del gruppo seguiamo dei
    sentieri per raggiungere un rifugio sicuro in un territorio che è fuori dal
    controllo della NATO. Siamo libere.
    Come si svolge, da quel momento, la tua vita e quella delle altre ragazze
    liberate?
    Alcune cercano di tornare a casa e di loro ho perso le tracce. Io e altre
    rimaniamo con mio fratello e il suo gruppo ma su questi aspetti della mia
    storia non ritengo sia il caso di raccontare nulla. Posso, tutt'al più,
    dirti che dentro il casino che è diventata tutta questa zona, abbiamo deciso
    di non fare né la parte delle vittime né quella dei poveri e, quando ci è
    possibile, farvi pagare a caro prezzo le rovine che ci avete portato.
    In tutto questo, e in ciò che fate, c'è un qualche ragionamento politico?
    No. C'è nel gruppo qualcuno che ha qualche nostalgia politica del passato,
    qualche altro che ha un po' di sentimento nazionale ma sono cose che si
    tengono per loro. Certo, la nostra, volendo la puoi anche vedere come una
    piccola guerriglia e forse lo è anche ma non abbiamo in mente alcun ideale o
    progetto politico. Se, come in alcuni casi è capitato, abbiamo avuto a che
    fare con qualche formazione o gruppo politico è stato solo per caso ma non è
    nostra intenzione legarci a niente e a nessuno. Non miriamo a liberare
    nessuno ma solo a essere liberi, indipendenti, rispettati, temuti e perché
    no anche ricchi noi. Il resto sono solo chiacchiere. Una cosa è sicuramente
    certa, se dobbiamo scontrarci preferiamo che nei nostri mirini finiscano i
    soldati della NATO o i loro soci civili piuttosto che dei poveracci.
    Nella storia di Anna solo una dose di ingenuità al limite della stupidità
    può cogliere qualcosa di eccezionale. Se qualcosa rende anomala la sua
    vicenda è il finale, non certo la sorte alla quale, insieme alle parti più
    deboli del suo popolo, era destinata. Con ogni probabilità se il fratello
    non fosse riuscito a fuggire ai paramilitari in cerca di forza lavoro coatta
    e, nella sua fuga, non avesse incontrato un piccolo gruppo di soldati che
    avevano deciso di darsi alla macchia, di lei ben difficilmente avremmo avuto
    notizia. Più realisticamente avrebbe continuato a far parte del "logistico"
    dei vari eserciti posti a difesa dei "diritti umani" o degli operatori
    umanitari e civili che gli corrono appresso e, una volta resa inservibile
    per quel tipo di mansioni ricondotta, sempre in condizioni di servitù, in
    una qualche fabbrica liberista oppure, com'è accaduto a molte, finire
    sacrificata in una delle numerose performance estreme di cui i soldati e gli
    operatori civili occidentali sembrano essere particolarmente ghiotti.
    Nella sua sconcertante banalità la storia di Anna è tuttavia in grado di
    raccontare qualcosa di significativo sulle guerre contemporanee. Le
    popolazioni, soccorse e/o liberate, agli occhi degli occidentali non sono
    altro che animali e in particolare uno: il maiale. Al pari di questo, di
    loro, non si butta via niente. La loro veloce e continua riconversione in
    una qualche attività utile e proficua per l'uomo bianco non sembra conoscere
    intoppi di qualche sorta. Alla fine rimane solo la verità vera delle guerre
    attuali il cui tratto neocoloniale è difficile da ignorare. Allora vale
    forse la pena di ricordare che è pur sempre dai nostri territori che tali
    operazioni prendono il via e che, a ben vedere, la differenza tra missioni
    militari, civili, economiche e finanziarie non sono altro che gradi e
    articolazioni diverse ma complementari di un unico modello di dominazione.
    Resta da chiedersi chi, sottigliezze teoretiche a parte, tra le donne e gli
    uomini del Palazzo da tutto ciò può realisticamente chiamarsi fuori.

  2. #2
    Kether è Malkuth del NM
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    Quadrelli è una delle menti tra le più lucide del panorama italiano. Tra aprile e maggio Idea Sherwood dovrebbe organizzare almeno una conferenza (e forse anche di più) insieme a lui.
    Vi terremo informati.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Palvesario Visualizza Messaggio
    Quadrelli è una delle menti tra le più lucide del panorama italiano. Tra aprile e maggio Idea Sherwood dovrebbe organizzare almeno una conferenza (e forse anche di più) insieme a lui.
    Vi terremo informati.
    Scrive anche bene! Restiamo in ascolto...

 

 

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