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    Arrow Origini Del Nome Di Milano E Suo Significato.

    Prendiamo come esempio le interessanti prime pagine dell'Antologia dialettale del prof. Beretta, riguardo appunto l'etimologia del nome. Innanzitutto bisogna dire che la Milano antica comprendeva un territorio che partiva da piazza Duomo, fino ad arrivare a p.zza della Scala, p.zza Cordusio e p.zza Missori.

    Bonvesin de la Riva nel suo De Magnalibus Mediolani cita un autore sconosciuto che ci descrive la Milano antica chiamata Alba, e già presente prima del VII° sec. a.C. In questo secolo la città aveva come fiumi importanti l'Olona, il Lambro (da cui presero probabilmente il nome gli Insubri lambriani) ed il Seveso.

    Perché sono così importanti questi fiumi? Proprio per delimitare l'area cittadina che in quell'epoca già esisteva ed aveva una sua importanza. Plutarco ce lo conferma: "I Galli Cisalpini considerano Milano loro capitale". Ora si sappia che il simbolo di Milano è una scrofa semilanuta, che si diceva essere stata bianca. Alba ha il significato di "chiara" "bianca". Scrofa associata alla divinità femminile per eccellenza che è Belisama, identificata successivamente dai romani con Venere.

    Non a caso gli stessi romani una volta conquistata la città attorno al 222 a.C., trovarono nell'area oggi occupata dal Duomo, un tempio "pagano" dedicato ad Atena, afferma Polibio, ossia presso i Celti a Belisama. In questo tempio vi erano custodite delle insegne auree, definite dai Celti inamovibili.

    Lo stesso Cesare afferma nel De Bello Gallico che in Gallia era venerata una dea, che lui identifica con Minerva, che "insegna i principi delle arti e dei mestieri". Ovviamente una volta diventata romana, la città aveva assunto come lingua quella latina, che alla fine gli abitanti conoscevano alla perfezione. Nonostante questo i milanesi, però, continuarono ad usare l'antico loro alfabeto che è quello leponzio, fino al primo secolo della nostra era, “…negando la romanità per un'affermazione ideologica di autoidentità politico/culturale e per volontà ideologica di autoidentificazione nazionale”.

    Sul nome di Milano si sono fatte molte altre ipotesi e congetture. Quella che riteniamo più valida e verosimile è la forma Medhelan. Quella "dh" sembra poco milanese, autoctona, ed assomiglia più ad un suono gaelico irlandese: ebbene non è così. Nei vocaboli del milanese antico ne troviamo splendidi esempi leggendo lo scrittore duecentesco Bonvesin de la Riva.

    Doradha = aurea, d'oro
    Crudho = persona dai modi burberi
    Mudha = cambia
    Ornadha = ornata
    e così via dicendo.

    Di esempi eclatanti se ne trovano molti altri. Questo per far capire come questo suono poco latino, abbia invece costituito l'anima della città di Milano e dei milanesi.

    Medhelan, significa non solo "terra di mezzo" ma anche "santuario di mezzo". Pare infatti che i druidi, sacerdoti degli Insubri, erano soliti recarsi a Medhelan per completare la loro formazione spirituale e magica, a giustificare ancora una volta la grande importanza che rivestiva questa città. Il nome si è poi evoluto in Milàn, noto ormai a tutti. Dicevamo precedentemente che l'area cittadina, che in origine era un villaggio, esisteva già nel VII° sec. a.C. Il che ci riporta inevitabilmente a ipotizzare che la prima pietra fu "posta" in un'epoca ancora più remota.

    Perché? Perché non solo negli anni settanta fu scoperta una "strana" pietra o menhir, proprio sotto al Duomo, ma anche perché ne furono trovate altre entro l'area centrale. Tra queste ve ne sono alcune lavorate risalenti a ben il 4.500 a.C., trovate nei pressi della chiesa di San Giovanni in Conca, in piazza Missori, lo stesso importante luogo dove fu rinvenuta l'effige della scrofa semilanuta. Come si nota la nascita di Milano e la formazione linguistica sono del tutto di origini celtiche e gli autori classici e moderni ce lo confermano a più riprese.

    Potremmo anche analizzare tutta la simbologia, pervenutaci sotto forma "pietrificata", presente in città, anche della forma poetica vicina a quella bardica, ed ancora una volta di matrice celtica, chiamata dai milanesi "la Bosinada", canto che celebra, descrive o satireggia persone e/o avvenimenti, proprio come era in uso in tutti gli altri paesi "celtofili" e che rimase in uso fino a quasi ai giorni nostri.

    LA CIVILTA’ DI GOLASECCA.

    A partire dall’Età del Bronzo finale, nel territorio della Regio Insubrica si venne a delineare una nuova espressione culturale che caratterizzerà a fondo la storia del nostro territorio, archeologicamente nota con il termine di Cultura di Golasecca. Le sue testimonianze materiali si trovano sparse in un ampio territorio che va dal Sesia al Serio, dalla linea dello spartiacque alpino centrale al Po, e dunque ricalca, a grandi linee, i limiti dell’Insubria storica, oggi amministrativamente suddivisi fra Canton Ticino, Lombardia e Piemonte. Le nostre origini vanno ricercate in questo periodo perché la vocazione naturale di questo territorio - un ponte di collegamento tra il mondo centro-europeo e mediterraneo - fu per la prima volta valorizzata proprio dalle genti della Cultura di Golasecca: la continuità dello sviluppo culturale che seguì ne fece uno spazio storico-etno-culturale ben definito, destinato a mantenersi nel tempo.

    Il nome del territorio deriva dall’etnonimo della tribù celtica degli Insubri. Secondo le fonti storiche greco-latine, gli Insubri erano la tribù più potente della Gallia Cisalpina. Tito Livio racconta che quando il principe celta Belloveso, intorno al 600 a.C., attraversò il Ticino provenendo da ovest, apprese di trovarsi nell’agrum Insubrium, nome di un pagus degli Edui, una tribù della Gallia transalpina al suo seguito. Ritenendo questo un segno di buon auspicio decise di fondarvi Medhelan, latinizzato successivamente in Mediolanum.

    IMPORTANTI RISULTATI DALLE RICERCHE CONTEMPORANEE.

    Gli sviluppi della ricerca negli ultimi trent’anni, soprattutto dal punto di vista archeologico, epigrafico e linguistico, hanno permesso di risolvere il problema etnografico delle popolazioni golasecchiane, che soprattutto in base al dato linguistico sono oggi riconosciute celtiche. Non è possibile rintracciare nella documentazione archeologica le prove di un cambiamento radicale dovuto all’arrivo di una massa enorme di uomini intorno al 600 a. C., come vorrebbe la leggenda liviana: lo sviluppo di questa antica cultura celtica è ininterrotto dal XII secolo a. C. (e forse anche prima se consideriamo l’antecedente del Canegrate) fino al IV sec. a. C. quando arrivarono in Cisalpina altre tribù che rinnovarono la tradizione celtica del nostro territorio. Le popolazioni golasecchiane sono dunque gli Insubri e gli altri popoli celti pregallici: Leponti, Orobii, Laevi e Marici. È dunque possibile parlare di un celtismo autoctono sud-alpino, fatto questo nemmeno ipotizzabile fino a pochi decenni fa” (Giancarlo Minella, A Varese per parlar di Celti, in «Insubria», 23 giugno 2001).

    GLI INSUBRI.

    "Gli Insubri, invece, ci sono ancora oggi. Essi avevano come metropoli Mediolanum, che anticamente era un villaggio (tutti infatti abitavano sparsi in villaggi); ora invece è una città importante, al di là del Po, quasi ai piedi delle Alpi."
    Strabone, Geografia, V-6.

    Gli Insubri furono definiti da Polibio la più importante tribù celtica della penisola, mentre secondo la versione liviana sarebbero stati i primi Celti ad abitare la Gallia Cisalpina, agli inizi del VII secolo AC. Avrebbero occupato il territorio corrispondente all'odierna Lombardia centroccidentale, il cui unico confine sicuro sembra essere quello meridionale, ossia il fiume Po: il territorio degli Insubri si distingue dagli altri territori insediati dai Celti, in quanto rivela la presenza di una capitale, Medhelan, latinizzata da Livio in "Mediolanum", centro politico-religioso di una certa rilevanza per la confederazione insubre. Gli Insubri appartenevano alla cultura di Golasecca, che prende il nome da una località vicino a Varese, Golasecca appunto, dove avvennero i maggiori ritrovamenti celti in Lombardia. È una cultura che si è sviluppata alla fine dell'Età del Bronzo finale tra il Lago Maggiore e il Serio, avendo il Po come confine naturale a sud e che ha come corrispettivo centro-europeo la civiltà di Hallstatt.

    Dal IX al VII secolo a.C. la popolazione insubre preferì stanziarsi nella fascia pedemontana, forse a causa della crisi climatica che, intorno all'XI-VIII secolo a.C. ha segnato l'inizio del periodo subatlantico, con clima più freddo e piovoso: l'impaludamento delle aree pianeggianti e l'azione erosiva nelle valli dovevano aver limitato l'area ideale per gli insediamenti. Oltre alle urne cinerarie, due tombe di nobili hanno restituito a Sesto Calende un carro a due ruote, morsi e briglie per due cavalli e il corredo da combattimento, databili proprio all'epoca dell'arrivo di Belloveso, fine VII, inizi VI secolo a.C. Gli oggetti contenuti nelle due tombe di Sesto Calende dimostrano l'ampiezza degli scambi commerciali intrattenuti dagli Insubri, con oggetti d'importazione etrusca, picena e transalpina sia orientale (Stiria) che occidentale. Gli sviluppi della ricerca negli ultimi trent'anni (tra cui quelli del Dott. Minella dell'Associazione culturale "Terra Insubre"), soprattutto dal punto di vista archeologico, epigrafico e linguistico, hanno permesso di risolvere il problema etnografico delle popolazioni golasecchiane, che soprattutto in base al dato linguistico sono oggi riconosciute celtiche.

    Non è possibile rintracciare nella documentazione archeologica le prove di un cambiamento radicale dovuto all'arrivo di una massa enorme di uomini intorno al 600 a.C., come vorrebbe la leggenda liviana: lo sviluppo di questa antica cultura celtica è ininterrotto dal XII secolo AC (e forse anche prima se consideriamo l'antecedente del Canegrate) fino al IV secolo AC quando arrivarono in Cisalpina altre tribù che rinnovarono la tradizione celtica di questo territorio. Le popolazioni golasecchiane sono dunque gli Insubri e gli altri popoli celti pregallici: Leponti, Orobii, Laevi e Marici. È dunque possibile parlare di un celtismo autoctono sud-alpino, fatto questo nemmeno ipotizzabile fino a pochi decenni fa.

    LA FONDAZIONE DI MILANO.

    «Circa il passaggio dei Galli in Italia conosciamo queste cose: mentre a Roma regnava Tarquinio Prisco, la parte dei Celti, che è la terza parte della Gallia, era sotto il dominio dei Biturigi; questi fornivano un re al popolo celtico. Questi fu Ambigato, potentissimo per valore e ricchezza tanto propria quanto pubblica, perché sotto il suo regno la Gallia fu a tal punto abbondante di messi e di uomini, da sembrare che una tale abbondante popolazione potesse a stento esser governata. Costui, desiderando alleviare il proprio regno da quella sovrabbondante popolazione, annunciò che avrebbe inviato Belloveso e Segoveso, figli di sua sorella, baldi giovani, nelle sedi che gli dèi, per mezzo degli auguri, avrebbero indicato; essi convocassero il numero di uomini che desiderassero, affinché nessuna tribù potesse opporsi a loro che arrivavano. Allora per sorte furono assegnati a Segoveso i balzi dell'Ercinia; a Belloveso gli dèi concedevano la strada verso l'Italia. Questi prese con sé i Biturigi, gli Arverni, i Senoni, gli Edui, gli Ambarri, i Carnuti e gli Aulerci. Quindi si erano trovati di fronte le Alpi; e non mi stupisco che esse apparissero vie invalicabili, non essendoci nessuna via secondo ricordo, se non si vuole credere che siano state valicate, secondo le leggende relative ad Ercole. Essi attraversarono le Alpi attraverso il territorio dei Taurini; e, dopo aver sconfitto in battaglia gli Etruschi non lontano dal fiume Ticino, vi fondarono una città; la chiamarono Mediolanum».

    Già sappiamo, da ricerche approfondite compiute da noti archeologi e storici, che Milano fu fondata dagli Insubri: ma quando esattamente? La maggior parte degli studiosi ha le idee poco chiare in merito, in quanto se ci affidiamo unicamente alle leggende, abbiamo dati contrastanti.

    Uno fra gli storici dell'Impero Romano, Tito Livio, ci offre un'ipotesi alternativa ma più valida delle altre, che retrodata la fondazione di Milano ad almeno al VII secolo a.C., durante il regno di Tarquinio Prisco (616-579 a.C.). Questo racconto della fondazione di Milano, però, potrebbe anche riferirsi ad un periodo antecendente, in quanto il resoconto riportato da Livio, era stato "ascoltato" da un Gallo (abitante della Gallia Cisalpina) che glielo aveva raccontato. Questo dato è confutato dal fatto che durante gli scavi compiuti in Via Moneta, della Metropolitana della linea 3, e di altre zone centrali limitrofe, sono stati ritrovati reperti del periodo Golasecchiano.

    Biblioteca Ambrosiana (Piazza Pio XI n. 2 - Milano). Sono stati trovati materiali del V secolo a.C. tipici della fase di Golasecca IIIA, come frammenti di vasi, una fibula, due urne funerarie di finitura piuttosto grossolana, contenenti resti umani e di pecora o capra, e altro materiale residuale di un banchetto funebre. Considerando che i Celti, golasecchiani o transalpini, collocavano le proprie necropoli fuori dagli insediamenti abitativi, si è dedotto che questa sepoltura sia piuttosto arcaica, e comunque collocabile nell'età del bronzo, senza ulteriori dettagli (Notiziario Soprintendenza Archeologica del 1990).

    Via Moneta (vicino a Cordusio, di fronte alla Banca d'Italia): dal 1987 in poi sono stati eseguiti differenti scavi. In uno di questi sono state ritrovate 130 buche che attestano l'esistenza di un focolare dell'età golasecchiana (X - VIII secolo a.C.) (orientato in direzione differente da quella tipica degli edifici romani), in un altro sono stati ritrovati frammenti vascolari della stessa epoca. (Notiziario Soprintendenza Archeologica del 1987-1990-1994). Gli scavi connessi ai lavori per la costruzione della linea metropolitana 3 hanno evidenziato elementi di grandissimo interesse. La stranezza di Milano è che la fase romana ha visto una strutturazione della città decisamente anomala rispetto al classico modello basato su cardo e decumano. Gli scavi hanno confermato l'esistenza di importanti assi viabilistici pre-romani, dunque celtici, che collegavano Milano a Como, Bergamo, Brescia, che hanno condizionato in modo decisivo la Milano romana.

    La leggenda che più si avvicina e si ricollega a questi dati archeologici, è quella del racconto liviano secondo il quale un pago degli Edui, provenienti dalla Gallia Transalpina (Francia), erano giunti nella Pianura Padana perché avevano sentito dire che questo territorio era chiamato «Insubrio», proprio come il nome della loro tribù principale, gli Insubri. Ritenuto il fatto un segnale sacro, decisero di fermarsi in quel luogo e di chiedere ai loro sacerdoti, i Druidi, di dialogare con gli dei per capire dove poter fondare il loro villaggio. Gli dei ascoltando le loro invocazioni, mandarono come messaggero una scrofa semilanuta bianca di cinghiale che li condusse presso una radura di Biancospini, attraversando un bosco di querce e castagni. Qui fondarono Medhelan che in lingua insubre significa «centro sacro».

    Perché questi segni erano ritenuti sacri?

    La scrofa bianca. In quel periodo la Pianura Padana era popolata da un numero incredibile di cinghiali. Il fatto però di vedere una scrofa bianca, era raro e quindi, secondo la superstizione degli antichi era di buon auspicio. Il colore bianco era simbolo di purezza.

    La siepe di Biancospino. Il biancospino era la pianta che più rappresentava una delle divinità più venerate dagli Insubri: Belisama.

    A questo punto, avendo ricevuto due elementi sacri, decisero di fermarsi ed iniziare a costruire il villaggio, servendosi del legno di questa pianta per recintare il luogo sacro. I druidi posero la prima pietra, un menhir (letteralmente significa «pietra allungata»), nel punto di congiunzione tra una fonte d'acqua sorgiva e, osservando il Cielo, (i Druidi erano abili astronomi) il punto riportato in terra per speculazione, della stella che in quel momento era più brillante: Sirio. Anche quest'ultima non era casuale, in quanto era una delle tante rappresentazioni della dea Belisama.

    Dobbiamo considerare che gli Insubri come tutte le altre tribù celtiche, non facevano le cose così per caso: quando dovevano edificare un villaggio, un tempio, prendevano in considerazione non solo la posizione geografica, ma anche la presenza di particolari stelle o elementi del territorio che consideravano significativo. Questo perché erano elementi che rappresentavano un centro d’equilibrio tra Cielo e terra. Dell’origine celtica di Milano, ai giorni nostri, si possono vedere ancora dei simboli particolari. Prima di tutto è bene ricordare la «scrofa semilanuta» posta in piazza Mercanti e che rappresenta uno dei simboli più antichi della città. Abbiamo poi la quercia, pianta simbolo dei Druidi, visibile sul portone di sinistra del Duomo. All’interno della cattedrale sul soffitto di destra possiamo vedere tanti bei Triskell, simbolo per eccellenza che rappresenta il percorso che il Sole compie durante tutto l'anno e simbolo di perfezione. Ma di questi esempi, se ne trovano parecchi girando per le vie di Milano. Non ultimo, la pietra tanto venerata dai milanesi che San Barnaba utilizzò per evangelizzare i cittadini di Milano. È, questa, una pietra antica importante per il popolo Insubre in quanto rappresenta, coi suoi 13 raggi, il calendario luni-solare e la ruota della Vita, simbolo del dio Belenos e della Dea Belisama.

    Non a caso, quando giunse San Barnaba, i milanesi si erano radunati attorno alla pietra per compiere «strani rituali», che oggi sappiamo essere legati proprio alle feste del calendario insubre. Questa pietra è meglio conosciuto col nome di «tredesin de Marz», e la possiamo vedere presso la chiesa di Santa Maria della Passione. Altro simbolo di origine celtica, ma non ultimo, è la rosa a sei petali, o stella a sei punte, chiamata anche Sole delle Alpi, che rappresenta la ruota solare e la consolidazione dell’unione tra Uomo e Cosmo. La rappresentazione simbolica del Sole è di origine antica e la ritroviamo in molte valli e paesi del Nord Italia.

    LA LEGGENDA DELLE INSEGNE AUREE DI MILANO.

    Secondo alcuni studiosi, l'area del Duomo sarebbe stata occupata da edifici sacri già due millenni e mezzo di anni fa. Qui si sarebbe trovato un tempio in cui, secondo quanto racconta lo storico Polibio, i Galli insubri custodivano le loro sacre insegne, stendardi tessuti di lana e d'oro chiamati immobili, che venivano tolti dal tempio solo in caso di estremo pericolo e che i guerrieri dovevano difendere a prezzo della vita, non indietreggiando oltre il punto in cui venivano piantati nel terreno. In questo luogo si sarebbero radunati i giovani Insubri quando i romani, guidati dal Console Marcello, posero l'assedio vittorioso alla città nel 225 AC, consacrando a Minerva il tempio dei nemici sconfitti. In seguito, sull'area attualmente occupata dal Duomo, sorsero quattordici tra chiese e battisteri, tra cui Santa Maria Maggiore, dotata di una torre campanaria alta quasi 147 m (40 m in più della più alta guglia del Duomo), abbattuta nel 1162 per volontà dell'imperatore svevo Federico I Barbarossa che considerava la chiesa una sfida all'autorità imperiale. Le insegne furono portate in luogo sicuro, in montagna. Da allora se n’è persa traccia.

    Ecco la fonti storiche antiche sui Celti Insubri (che occupavano le terre dell'odierna Lombardia occidentale e del Piemonte nord Orientale):

    POLIBIO, Storie, II,17.
    "…(le terre) che sono situate nei dintorni delle foci del Po furono abitate dai Laevi e dai Lebeci, e dopo di loro dagli Insubri, il più grande di questi popoli; e a valle lungo il fiume, vivevano i Cenomani. Le contrade prossime ad Adria erano occupati da un'altra popolazione antichissima, i Veneti… che poco differiscono dai Celti per gli usi e i costumi ma parlano un'altra lingua… Al di là del Po si sono fissati per primi gli Anari, poi i Boi, in direzione dell'Adriatico i Linoni, infine, vicino al mare, i Senoni".

    POLIBIO, Storie, II,17.
    "I Celti abitavano in villaggi non fortificati, ed erano privi di ogni altra comodità. Dormivano su letti di fieno e di paglia, mangiavano solo carne e non esercitavano altro mestiere che la guerra o l'agricoltura, tutt'altra scienza, tutt'altra arte era loro sconosciuta. L'avere di ciascuno consisteva in bestiame e in oro poiché erano le sole cose che potevano, secondo le circostanze, portare con loro e spostare a loro grado. Portavano la più grande attenzione a formare delle associazioni (etaireìas), poiché presso di essi il più temibile e potente è colui che mostra di avere il maggior numero possibile di uomini pronti a servirlo e a fargli da corteo".

    POLIBIO, Storie, II,22, 23.
    "I più grandi di questo popolo, gli Insubri e i Boi, si concertarono e mandarono degli inviati presso i Galli che abitavano lungo le Alpi e il Rodano, quelli che sono chiamati, perché facevano la guerra per soldo, Gesati - è il significato della parola… I Galli Gesati, dopo aver messo in piedi una armata, magnifica e potente, valicate le Alpi, arrivarono al Po otto anni dopo (nel 225 a.C.) la spartizione del paese (tra i coloni romani)".

    TITO LIVIO, Historiae, V, 34.
    "A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la Selva Ercinia; a Belloveso invece gli Dei indicavano una via ben più allettante: quella verso l'Italia. Quest'ultimo portò con sé il soprappiù di quei popoli, Biturgi, Arverni, Senoni, Edui, Ambarri,Carnuti, Aulirci. Partito con grandi forze di fanteria e di cavalleria, giunse nel territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l'ostacolo delle Alpi… Ivi, mentre i Galli si trovavano come accerchiati dall'altezza dei monti e si guardavano attorno chiedendosi per quale via potessero, attraverso quei gioghi che toccavano il cielo, passare in un altro mondo… Essi poi, attraverso i monti Taurini e la valle della Dora, varcarono le Alpi; e, sconfitti in battaglia gli Etruschi non lungi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome che aveva un cantone degli Edui, accogliendo l'augurio del luogo, vi fondarono una città che chiamarono Mediolanium".

    STRABONE, Geografia, V,3.
    "... Da questi confini, pertanto, è chiusa la Celtica Cisalpina (…). Questa regione è una pianura fertile, ornata di colli fruttiferi. Il fiume Po la divide quasi nel mezzo e le due regioni si chiamano Cispadana e Transpadana; si chiama Cispadana la parte che è situata verso gli Appennini e la Liguria, Transpadana la restante. La Cispadana è abitata dai popoli Liguri e Celtici che abitano i primi sui monti, i secondi in pianura; la seconda dai Celti e dai Veneti. I Celti appartengono alla stessa stirpe dei Celti d’oltralpe. Quanto ai Veneti, c'è su di loro una duplice tradizione: alcuni, infatti, sostengono che sono anch'essi coloni di quei Celti omonimi che abitano lungo le coste dell'Oceano; altri invece sostengono che, dopo la guerra di Troia, alcuni dei Veneti della Paflagonia, trovarono scampo qui, sotto la guida di Antenore e adducono, a testimonianza di ciò, la cura con cui attendono all'allevamento di cavalli, attività che oggi è quasi scomparsa del tutto, ma che una volta era tenuta in grande onore presso di loro a ricordo dell'antico zelo verso le cavalle generatrici di muli. Di ciò fa menzione anche Omero quando dice: "di tra gli Eneti, da dove proviene la stirpe delle mule selvagge".

    STRABONE, Geografia, V,6.
    "Anticamente, dunque, come ho detto, la regione intorno al Po era abitata per la maggior parte dai Celti. Le stirpi più importanti tra i Celti erano quelle dei Boi e degli Insubri e, inoltre, quelle dei Senoni che con i Gesati avevano occupato al primo assalto la città dei Romani. Questi popoli furono completamente distrutti dai Romani e i Boi furono cacciati dalle proprie sedi. Essi andarono ad insediarsi nelle regioni dell'Istro e qui abitarono insieme con i Taurisci, combattendo contro i Daci finché tutta la loro stirpe fu sterminata. Abbandonarono così, come pascolo per i popoli vicini, quella terra che faceva parte dell'Illiria. Gli Insubri, invece, ci sono ancora oggi. Essi avevano come metropoli Mediolanum, che anticamente era un villaggio (tutti infatti abitavano sparsi in villaggi); ora invece è una città importante, al di là del Po, quasi ai piedi delle Alpi".

    BIBLIOGRAFIA

    Giancarlo Minella: articoli vari su “Terra Insubre”.
    Venceslas Kruta: La Grande storia dei celti, Newton & Compton edizioni - Roma 2003.
    Kruta V.- Manfredi: I Celti in Italia, Mondadori, Milano 1999.
    Kruta, V.: L'Europa delle Origini, Rizzoli, Milano, 1993.
    Elena Percivaldi: I Celti. Una civiltà europea, Giunti Firenze, 2003.


    Associazione Celtegh Medhelan



    http://www.centrostudilaruna.it/originedimilano.html

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  2. #2
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  3. #3
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    Interessantissimo l'aritcolo postato da Der, complimenti.

    P.S. non è che si riesce a silurare anche il celebroleso qua sopra?

  4. #4
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    hem.. visto che in calce all'articolo c'è la fonte dell'articolo segnalo anche la homepage dell'associazione Celtegh

    http://www.celtegh.com/

    e aggiungo un paio di foto di S. giovanni in conca che provengono dal sito...





    (guerriero celtico senza testa)

    e un'ascia trovata a Milano in piazza S. Stefano e che si trova ora al museo del Castello Sforzesco


  5. #5
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    Grazie DER. Spantegherò. Impariamo on quajcòss, assimilate, ricordate e spantegate. Pensate, ieri ho guardato per un secondo Telenova. C'era un medico..parlavano delle verdure e una sciora insegnante aveva incominciato a raccontare come si prepara una insalata. Ha detto due..dico due parole in Milanese. Il conduttore l'ha interrotta e l'ha pregata di tradurre in itagliano. E a noi a tutte le ore del giorno e della notte :films di totò, banfi..pubbliscità in mediterroneo. "Se a un popolo togli la lingua è morto per sempre". E' quelòlo che vogliono. Milano è una città ricchissima di tesori d'arte..che vengono nascosti dalle istituzioni. Ne parleremo un'altra volta.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da FdV77 Visualizza Messaggio
    Interessantissimo l'aritcolo postato da Der, complimenti.

    P.S. non è che si riesce a silurare anche il celebroleso qua sopra?
    non te la prenderefdv77 è solo un poveraccio che non sa leggere qualcosa che sia un po' più complicato dei titoli in grassetto della PADAGNA...

    buona pasqua ragazzi

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Der Wehrwolf Visualizza Messaggio
    Quella "dh" sembra poco milanese, autoctona, ed assomiglia più ad un suono gaelico irlandese: ebbene non è così. Nei vocaboli del milanese antico ne troviamo splendidi esempi leggendo lo scrittore duecentesco Bonvesin de la Riva.

    Doradha = aurea, d'oro
    Crudho = persona dai modi burberi
    Mudha = cambia
    Ornadha = ornata
    e così via dicendo.

    Di esempi eclatanti se ne trovano molti altri. Questo per far capire come questo suono poco latino, abbia invece costituito l'anima della città di Milano e dei milanesi.

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    http://www.centrostudilaruna.it/originedimilano.html
    attento
    quel DH è un digramma che quell'autore ha utilizzato per rendere il suono "D" intervocalico frutto della lenizione della T latina
    infatti sono tutte parole latine lenite, come il sardo

    doratum > doradu (sardo logudorese)
    mutam > muda (che noi ancora usiamo per turno e per cambio)

    e così via

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Perdu Visualizza Messaggio
    attento
    quel DH è un digramma che quell'autore ha utilizzato per rendere il suono "D" intervocalico frutto della lenizione della T latina
    infatti sono tutte parole latine lenite, come il sardo

    doratum > doradu (sardo logudorese)
    mutam > muda (che noi ancora usiamo per turno e per cambio)

    e così via
    dal dizionario gaelico-irandese -ingelse
    Gearrfhoclòir Gaeilge-Béarla

    Doraidh=dorato, incantato
    Crodh = persona selvaggia
    Mudh/Muidh = in perenne trasformazione
    Ornaidh = ornamento

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da soldier Visualizza Messaggio

    non te la prenderefdv77 è solo un poveraccio che non sa leggere qualcosa che sia un po' più complicato dei titoli in grassetto della PADAGNA...
    Io invece mi chiedevo se l'autore del 3d è capace anche di postare qualcosa di suo oltre al copia incolla...

 

 

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