Cacciari: o Prodi si sveglia e fa il leader o il Pd muore
Andrea Carugati
«Non è una questione di regole e ingegnerie procedurali, ma culturale e politica: in questo clima di confronto così povero non si può costruire un partito nuovo». No, le primarie per eleggere l’assemblea costituente del Partito democratico decise ieri dai coordinatori dell’Ulivo non hanno ridimensionato il pessimismo di Massimo Cacciari. Il sindaco di Venezia continua a vedere una «sproporzione evidente», tra «la grande ambizione del progetto» di unire tradizioni cattoliche e socialiste, «un fatto assolutamente inedito in Europa», e il modo in cui ci si sta arrivando. «Finora non c’è stato un clima di dibattito anche spregiudicato sulla storie che nel Pd devono confluire. E neppure sui programmi e le strategie: il seminario di Orvieto è stato più che fallimentare, tutto animato dalla preoccupazione continuistica di rassicurare, con relazioni deboli e col freno a mano tirato; il manifesto dei saggi non tocca i temi caldi della storia e del futuro, è irrealismo politico puro e non può rappresentare la base di nessuna discussione politica». «Dunque è evidente - ragiona Cacciari- che in questo clima emergano perplessità e dubbi nel popolo del centrosinistra e anche nel ceto politico. E i sondaggi sono inequivocabili: l’appeal del Pd sta scemando giorno dopo giorno, così come aumentano le resistenze di chi difende posizioni di rendita nelle rispettive casematte». Come recuperare? «Ds, Margherita e le associazioni coinvolte devono stabilire un’agenda di confronto reale: fissare subito, a partire da maggio, delle convention apertissime su politica estera, lavoro, welfare, federalismo, con relazioni che sappiano rileggere criticamente il passato e proporre soluzioni. Un nuovo partito si fa se si avverte la drammaticità della situazione, non per rideclinare decrepite identità». Dunque, dice Cacciari, «basta baloccarsi con meccanismi elettoralistici, serve un’agenda che consenta a chi è interessato di prendere la parola nel processo costituente. Inventino i meccanismi che vogliono per far votare la gente, ma non si perdano in questo. È chiaro che il congresso di fondazione dovrà essere aperto anche a chi oggi non è iscritto, bella scoperta! Lo fu anche quello del Pds». «Non so se i gruppi dirigenti di Ds e Margherita - dice Cacciari- hanno capito che si stanno giocando la pelle, che il punto di non ritorno è ormai superato, che alla casematte ormai si è dato fuoco. Che adesso bisogna scommettere tutto su questo numero». Tra le cause di questa impasse Cacciari individua anche una carenza di leadership: «C’è una debolezza culturale e di strategia: nessuno di noi è Moro, Berlinguer, Togliatti o De Gasperi, manca la capacità di decidere perché tutti sono deboli e devono sopportare veti e interdizioni. Ma lo strappo c’è quando ci sono leader, come Blair, Gonzales o Zapatero. Prodi non è un leader politico, è una persona che pensa di poter dirigere i partiti da capo del governo: ma non esiste un capo che è non è anche leader del partito più consistente della coalizione». Per questo si sta facendo il Pd...«Prodi l’ha sostenuto- dice Cacciari- ma senza farlo sentire suo. La gente non lo sente come il partito di Prodi, diciamo che è uno spettatore benevolo di cui non si capisce bene fino a che punto è impegnato in questo progetto. E quando si è impegnato è venuto fuori il niente di Orvieto, cui peraltro non è stato dato seguito. Forse Prodi temeva il fallimento del Pd e non voleva restarci sotto: ma ci resterà sotto comunque, perché siamo tutti imbarcati. E se il Pd fallirà, la cosa riguarderà anche quelli che lo combattono: perché sarà la struttura complessiva del centrosinistra a collassare, come una casa senza fondamenta o solai. Dovrebbero capirlo anche le altre forze dell’Unione, senza farsi obnubilare dalle rendite di posizione». Lei invita a una discussione aperta su lavoro, welfare, politica estera: non teme che entrando nel merito nascano nuove divisioni? «E perché mai? Se fosse così allora cosa lo faremmo a fare un nuovo partito? Lo si fa perché si pensa di essere coesi sulle grandi questioni strategiche: io credo che lo siamo e questo significa essere a tre quarti dell’opera. E allora parliamo di questo, non di quanto amiamo l’Italia: non spacciamo genericità per valori!». E le questioni etiche? «Su queste dobbiamo essere un’agorà di elaborazione e discussione seria». E i dubbi di Parisi e Veltroni? «Credo che Veltroni la pensi come me, anche se si esprime in modo più diplomatico. Quanto a Parisi, bah, bisognerebbe chiedere a Prodi...». Lei, Veltroni: sindaci in prima linea tra i critici del Pd? «Ci sono anche Cofferati, Domenici, Chiamparino...È normale che i maggiori tifosi del Pd siamo noi, che la debolezza dei partiti la viviamo ogni giorno, assillati come siamo di domande e richieste che non trovano più mediazione. Per questo imploriamo che il Pd si faccia, anche se siamo stati praticamente tagliati fuori dalla sua costruzione». Conclusione: «Il tempo per rilanciare il progetto c’è. Ma evitiamo di dire che i congressi sono andati bene perché Fassino ha avuto il 75%, o che il manifesto va bene: i problemi non vanno messi sotto il tappeto, perché prima o poi ci salteranno addosso».




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