in ricordo di sergio ramelli
l
Milano - E' nato un nuovo reato: il "funerale sedizioso"
Ramelli, un morto che fa paura


A ridosso dell'obitorio, uno schieramento incredibile di polizia in perfetto assetto da guerriglia: caschi con la visiera abbassata, manganelli, scudi di plastica, fucili. I funzionari della questura milanese hanno un ordine ben preciso: questo funerale non s'ha da fare. Non crediamo di peccare di ottimismo se diciamo che tra loro c'è chi, in quel momento, si vergogna. Non dev'essere gradevole, minacciare di arresto uomini e donne, giovani e adolescenti che escono dalla camera ardente con il volto rigato dalle lacrime.
La cassa è ancora aperta, Sergio Ramelli è vegliato sino all'ultimo dai parenti e dai coetanei del Fronte e del Fuan. Ha la testa bendata sino alle sopracciglia, il volto tirato e sofferto: i 49 giorni di atroce agonia hanno lasciato il segno. Qualcuno dice che è irriconoscibile.

La stampa del regime ha fatto l'impossibile per evitare un cordoglio di massa attorno a questo ragazzo. Notizie distorte, contraddittorie, orari sballati, dichiarazioni inventate di sana pianta ed attribuite ai genitori: un guazzabuglio artificiosamente creato per tenere la gente lontana dalla mesta cerimonia. I funzionari di PS hanno i nervi tesi: fermano il consigliere comunale missino Staiti, fermano altrisconosciuti, spintonano bruscamente e minacciano a sua volta di arresto un prete che osa protestare. Qualcuno cerca l'incidente a tutti i costi per trasformare questo pellegrinaggio in una rissa. La sporca speculazione elettorale non si ferma neppure davanti a un ragazzo diciannovenne assassinato nel modo barbaro che sappiamo. In questa Italia culla del cattolicesimo, guidata da trent'anni da un partito che ha fatto della croce un volgare simbolo di potere si discriminano anche i morti. C'é chi ha diritto al corteo in piazza del Duomo e chi non ha neppure diritto a un normale funerale dall'obitorio alla chiesa.

"E' uno schifo", protesta qualcuno "cose del genere non sono avvenute neppure per Jan Palak a Praga"; "Non è questa l'Italia per la quale ho combattuto", gli fa eco un religioso che esibisce il fazzoletto azzurro dei Volontari della Libertà "Questa non è un'Italia né libera né democratica". Poiché la gente continua ad arrivare, poiché i marciapiedi nereggiano ormai di folla, c'é un tentativo di far sparire anzitempo la salma del ragazzo. Dovrebbe lasciare la camera ardente alle 15.15, ma si vogliono stringere i tempi, fare uscire alla chetichella questo morto scomodo. Vi si oppongono, indignati, il fratello e gli zii, invitati a firmare il visto in assenza dei genitori. Nessuno firma.

Gli animi, attorno all'obitorio, si scaldano. Un fotografo si permette di rivolgere l'obiettivo verso alcuni poliziotti: gli saltano addosso, e salva a stento macchina e rullino. In compenso, dall'adiacente università c'è chi con il volto coperto da un fazzoletto rosso mitraglia indisturbato con teleobbiettivi la gente che sosta sul piazzale. Serviranno ad ingrossare gli schedari dei guerriglieri comunisti e a organizzare nuove spedizioni punitive del tipo di quella che ha assassinato Sergio Ramelli. C'è chi vorrebbe reagire, visto che la polizia non fa una piega, ma l'autocontrollo prevale. Non bisogna cadere nel gioco della provocazione, non si deve offrire il destro agli avvoltoi della speculazione. "Per noi il funerale è un corteo non autorizzato", ribadisce il funzionario della questura "e questa è un'adunata sediziosa. O la sciogliete oppure siamo costretti a caricare. Abbiamo degli ordini precisi, e dobbiamo farli rispettare, è inutile che vi mettiate a discutere con noi". Senatori, deputati, dirigenti federali e giovanili fanno opera di moderazione, tentano di spegnere la legittima, comune esasperazione. Almeno per rispetto ai genitori di Sergio, non si può trasformare l'obitorio in un campo di battaglia.

Così la gente si avvia alla spicciolata verso la chiesa distante circa un chilometro. Le decine e decine di corone, vengono trasportate da gruppi di giovani. I negozi, lungo il percorso, hanno le saracinesche abbassate in segno di lutto. I proprietari, i commessi, sostano sui marciapiedi. Attendono, illusi, il passaggio del corteo funebre. Hanno dei fiori in mano, ma non potranno gettarli sulla bara. Volenterosi spiegano cosa sarebbe accaduto se ci si fosse permessi di fare un funerale "non autorizzato" e il numero degli increduli sovrasta quello degli indignati.

Quasi tutti, allora, si trasferiscono sul sagrato della chiesa, dove Sergio Ramelli arriverà a bordo di un'auto delle pompe funebri. Tre quarti del vasto sagrato sono occupati da giovani e giovanissimi, da ragazzine, sono facce pulite assolutamente nuove, estranee alla politica: i coetanei di un intero quartiere si sono radunati per porgergli l'estremo saluto. Ci sono ex-compagni di scuola dello stesso Molinari, amici del bar, compagni della squadra di calcio in cui Sergio giocava con buon profitto. Sul verde delle aiuole, sotto un sole già estivo, tutte quelle magliette colorate, quei jeans suggerirebbero l'idea di un festival giovanile. Invece è l'epilogo dell'ultimo viaggio milanese di Sergio Ramelli.

Al passaggio della bara, portata a braccio negli ultimi metri da Almirante e Servello, qualcuno applaude, qualcuno getta dei fiori, qualcuno piange. Le navate della chiesa sono gremite. Sui muri esterni, allineate, le corone di fiori, a decine. C'è anche quella del presidente della Repubblica. In mattinata un fiorista l'aveva scaricata in via Amadeo 40, sotto la casa di Sergio. Era partita per ultima, perché invano si erano attesi i tradizionali corazzieri o i meno tradizionali vigili urbani. Visto che non arrivava nessuno, due ragazzi avevano provveduto al trasporto.

Dopo la funzione religiosa, dopo la breve orazione funebre di Almirante, l'ultimissimo viaggio per Lodi, dove un centinaio di ragazzi si unisce altre centinaia di giovani provenienti da Milano. Una delle tante corone, finisce aventi metri dalla tomba di Sergio, a ridosso di una croce senza fotografia e pressoché anonima. Sotto, riposano le spoglie di Giancarlo Esposti, un giovane che, in buona fede, aveva scelto una strada sbagliata e quando se ne accorse era ormai troppo tardi.

Leo Siegel











C'è un partito, in Italia...


C'è un partito, in Italia, che da qualche settimana sta invadendo tabelloni pubblicitari e pagine di rotocalchi con l'elogio di se medesimo. E' il partito responsabile delle nostre peggiori disgrazie, il partito dei sepolcri imbiancati dei mercanti del tempio.
Questo partito si attribuisce il merito di aver garantito sino ad oggi al paese la libertà, la democrazia, la civiltà. Noi chiediamo a questo partito , al di là di ogni altra considerazione, se sia un atto di libertà, di democrazia, di civiltà, e aggiungiamo di carità cristiana, quello di vietare il funerale di un ragazzo massacrato dai barbari rossi. Il fatto che questo ragazzo abbia pagato con la vita le proprie idee, sarebbe di per sè sufficiente ad illustrare quale tipo di libertà, di democrazia, di civiltà, regnino oggi in Italia. il fatto poi che a questo ragazzo siano stati addirittura negati i funerali, la dice ancora più lunga in proposito.

L'insegnante di religione ci spiegava, anni addietro, che davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali, e che ancora più uguali dovrebbero essere i morti. Evidentemente, da allora qualcosa è cambiato. In qualche congresso democristiano dev'essere stato approvato il principio secondo il quale ci sono morti serie A e morti di serie B. Alla prima categoria appartenono gli antifascisti, alla seconda i cosiddetti neofascisti e, più esattamente, anticomunisti.

Ignoriamo se il congresso democristiano abbia provveduto a notificare al Padreterno questa civile e democratica distinzione. Sappiamo solo che Sergio Ramelli era un morto scomodo, e che due ministri hanno impartito la rigorosa disposizione che questo morto doveva sparire dalla circolazione. Questa volta, diciamolo chiaro, non c'entrano i comunisti e non c'entrano gli extraparlamentari, i quali hanno usufruito di un regalo inatteso, null'altro. Questa volta è stato il partito dei sepolcri imbiancati e dei mercanti nel tempio a impartire un ordine vergognoso, degno in tutto e per tutto della peggiore dittatura atea e marxista.

Alla vigilia delle elezioni, per questi squallidi politicanti, non era tollerabile che dietro la bara di un ragazzo antcomunista, dietro i genitori e i parenti in lacrime, si componesse un chilometrico corteo di gente sicuramente anticomunista, mai come in questa occasione rappresentante di una maggioranza silenziosa e commossa.

Questo ragazzo faceva paura, e tutti i regimi che si fondano sulla forza, sul ricatto, sull'inganno, hanno paura. A maggior ragione se si trovano sulle spalle (non osiamo dire sulla coscienza perchè è improbabile che costoro ne abbiano una) un ragazzo che si è immolato per la libertà. Accadde ieri a Praga per Jan Palak, è accaduto ora a Milano per Sergio Ramelli.

Non sembri esagerato, l'accostamento. Noi giudichiamo i fatti, non le parole. E i fatti dicono che se qualcuno dall'obitorio milanese avesse azzardato un corteo funebre, la polizia avrebbe eseguito il vergognoso ordine ricevuto dall'alto: caricare i vivi, sequestrare il morto. Questa, dunque, la libertà, la democrazia e la civiltà di cui godiamo dopo trent'anni di maggiornaza democristiana e in pieno regime clerico-marxista. Il resto, verrà tra non molto, quando, dal sequestro dei morti scomodi, passeremo a quello dei vivi. Allora, come oggi, diremo grazie alla DC.

Parla la mamma di Sergio Ramelli
"Povero il mio teston d'oro"


E' una tiepida serata della primavera milanese. In via Amadeo, all'Ortica, si respira un profumo di campagna. Siamo in una zona di estrema periferia: poche centinaia di metri più in là, il ponte della ferrovia, quindi la strada per l'idroscalo. Sotto il numero civico 40, un volantino incollato al muro, una bandiera tricolore imbrunata, alcuni mazzi di fiori, due giovani sull'attenti che montano la guardia. Più scostati, altri giovani che parlano tra loro. I rari passanti si fermano danno un'occhiata e se ne vanno senza commenti. Solo alcuni giovani, dopo aver letto il volantino, fanno delle domande e scrollano la testa visibilmente scossi. Ragazzi che non fanno politica, evidentemente, ragazzi che non riescono a capire come sia possibile ammazzare a sprangate un coetaneo colpevole unicamente di pensarla a modo suo. Sul marciapiede di fronte, una "125" blu della Polizia controlla la situazione. C'è il pericolo che da un minuto all'atro arrivino i "cinesi" e profanino a bastonate anche quei pochi metri di strada divenuta porto franco del dolore.
Ad un tratto, dietro il portone di vedro, si accende la luce delle scale e compare una figura di donna minuta, con gli occhiali. Fa scattare il dispositivo che apre il cancello, esce, e si ferma tra noi. E' la mamma di Sergio. Ha il volto scavato dal dolore, due occhiaie impressionanti, le labbra che tremano. Ci guarda, stringe qualche mano, poi scoppia in lacrime. Un ragazzo le passa un braccio atorno alle spalle e la stringe a sé. La donna si toglie gli occhiali e con il fazzoletto si asciuga le lacrime. E' un gesto meccanico, che si ripete dall'ormai lontano 13 marzo, quando il suo, il nostro Sergio stramazzò su quello stesso marciapiede sotto la furia de ibarbari. Sino al girono prima, la confortava, in questo dolore, una briciliola di speranza. Da poche ore la dura realtà, il miracolo atteso e sospirato, non è venuto.

"Grazie, ragazzi, grazie per tutto quello che state facendo - mormora quasi balbettando - Ma state attenti, adesso ho paura anche per voi... Datemi una copia di quel volantino, lo voglio tenere di ricordo..."Gesù, ma perché l'hanno fatto?... Adesso il mio Sergio non c'è più, non ci sarà mai più..."

Un ragazzo tenta di confortarla, le dice che per noi, per tutti noi Sergio non è morto, che continuerà a vivere nei nostri cuori, cha da domani ci batteremo civilmente anche per lui, per quegli Ideali che lui stesso nutriva e difendeva con entusiasmo e coraggio.

"Sì, sì, però non lo rivedrò mai più"- replica la madre riprendendo a piangere e pronunciando parole strozzate dal singhiozzo - Povero il mio "teston d'or", era buono, non aveva mai fatto del male a nessuno. Andava in giro senza niente in mano, quando l'hanno colpito aveva una mano in tasca e con l'altra teneva i libri di scuola... Ecco, i libri adesso dovrò buttarli via, dovrò buttare via anche tutti i suoi vestiti, non servono più... Anche il suo pigiama, è ancora sul letto, sotto il cuscino... Un lettto che lo ha aspettato invano per settimane e settimane... La bambina più piccola qualche minuto fa mi aveva chiesto se poteva dormire lei, in quel lettino. Povera piccola anche lei... Domattina doveva andare in gita con la scuola, ma oggi la maestra mi ha telefonato e mi ha chiesto se potevo tenerla a casa, mi ha detto che dopo la morte di Sergio sarebbe stato meglio così.

Un ragazzo si allontana, ha anche lui le lacrime agli occhi, eppure lo conoscevo come un "duro", come uno di quelli che sono sempre stati in prima fila. Si strofina il naso con una mano, fa qualche passo, poi torna con gli occhi lucidi. Qualche macchina si ferma, ne scendono altri giovani del Fronte e del Fuan, portano fiori e parole di incoraggiamento. Si stabiliscono turni di guardia, si andrà avanti per tutta la notte e per tutti i giorni che verranno sino all'ora del funerale.

Parla anche di questo la povera donna: "Mi raccomando - sono le sue parole - state bravi, state calmi, venite solo con una vostra corona, non portate altro... Già, il funerale, mio Dio, ma perchè l'hanno fatto? ... Io lo capivo che stava morendo, ero accanto al suo letto e Sergio mi stringeva disperatamente la mano, però la sua mano era sempre più debole, sempre più debole, alla fine sembrava solo una carezza... L'ho rivisto sul marmo gelido dell'obitorio, con quel grosso buco nella testa.... Che roba, che roba."

L'obitorio dista qualche centinaio di metri dall'abitazione di Ramelli, questa povera donna c'è andata in compagnia del marito prima di cena, prima di una cena che non c'è stata perchè il dolore blocca la gola e lo stomaco. Quando è tornata a casa era stravolta, pareva sull'orlo di un collasso. Poi si è ripresa.

Quei ragazzi sotto il portone le fanno piacere. La fanno sentire meno sola. Si è sempre rifiutata di ricevere giornalisti e fotografi. Non ha mai voluto parlare con nessuno, ma ora con quei giovani si sfoga, si confessa. Capisce che potrebbero essere tutti figli suoi, come lo era Sergio. Dal citofono, la bambina la chiama. "Amore, salgo subito..." sono le sue ultime parole. Un cenno di saluto, e scompare nella penombra delle scale.

Arrivano altri ragazzi, altre ragazze, si avvicina la mezzanotte, ma il marciapiede anziché svuotarsi, si riempie sempre più. LE finestre di casa Ramelli si spegneranno a notte fonda, ma qualcuno non dormirà. Sotto, a turni, si veglia per tutta la notte. All'alba, arrivano i cambi. Arrivano nuovi fiori, nuovi curiosi si fermano.Qualche pendolare, qualche studente, qualche massaia. Il sole, il volantino affisso al muro. I negozi adiacenti lavorano con le saracinesche mezze abbassate. Sergio, dall'alto, capirà di non essere stato dimenticato. I suoi amici gli saranno sempre vicini.



corteo in ricordo di Ramelli, Pedenovi, Borsani
Milano piazzale Susa 29 Aprile