
Originariamente Scritto da
Hellsan
"Non dire che sei razzista, sennò finisci in galera." Così - mi hanno riferito - parlò una seppia (Freda era uso rivolgere tale appellativo ai giornalisti che spandevano inchiostro sulle sue 'res gestae') virtuale.
Ma se avessimo da decidere la nostra vita a partire dallo spauracchio della galera staremmo tutti a intonare il belato democratico, a 'scurdare 'o passato' pre '45, a piegarci ad angolo retto di fronte alle 'magnifiche sorti e progressive'. Invece, dello spauracchio della galera, dei tabù democratici, del vivere cauto, degli usi mediocri, ce ne 'freghiamo' bellamente. Non per scelta: siamo nati così. E' inscritta nel nostro sangue la distanza, il distacco, la diversità dall'animale da mandria, e la nostra opzione ideologica non è che una spontanea conseguenza di tale carattere (anche in ciò siamo razzisti: e biologisti, per giunta). E se c'è da finire in collegio si va pure in collegio, se c'è da correre rischi si corrono rischi. Che sarà mai l'angustia del chiostro rispetto alle angustie di un'anima serva, di un cuore supino? E che sarà una disavventura individuale rispetto allo sfiguramento terribile che minaccia la nostra stirpe? L'impersonalità non è suicidio. La decenza non è demenza. La fedeltà non è follia.
Quello che con perifrasi ipocrita chiamano 'lo scontro tra culture', oppure 'lo scontro tra civiltà', è e resta, e non lo si ripeterà mai abbastanza, l'urgenza capitale di oggi: gli altri argomenti dell'agenda politica sono minuzie. Di ciò occorre essere consapevoli almeno per agire sul piano interiore, del portamento, ove quello esteriore, per penuria di uomini e mezzi, fosse precluso. Per rimanere 'nel solco del gigante di Sils-Maria, di Licurgo e di Manu. Contro Ulisse e per Achille.' (Salvatore G. Verde)
5 aprile 2007
Tratto da
www.cultrura.net