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Discussione: Teoria della Sicilia

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    Predefinito Teoria della Sicilia

    Teoria della Sicilia

    F. Battiato


    Là, dove domina l'elemento insulare, è impossibile salvarsi.

    Ogni isola attende impaziente di inabissarsi.

    Una teoria dell'isola è segnata da questa certezza: un'isola può sempre sparire.

    Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull'instabile.

    Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio.

    Il sentimento insulare è un'oscuro impulso verso l'estinzione.

    L'angoscia dello stare in un'isola come modo di vivere rivela l'impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale.

    La volontà di sparire è l'essenza esoterica della Sicilia.

    Poichè ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere.

    La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori, ma dietro il tumulto dell'apparenza si cela una quiete profonda.

    Vanità delle vanità è ogni storia;

    la presenza della catastrofe nell'anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo tedium storico fattispecie del nirvana.

    La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico,

    solo nel momento felice dell'arte, quest'isola è vera.

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  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Lepanto Visualizza Messaggio
    Teoria della Sicilia

    F. Battiato


    Là, dove domina l'elemento insulare, è impossibile salvarsi.

    Ogni isola attende impaziente di inabissarsi.

    Una teoria dell'isola è segnata da questa certezza: un'isola può sempre sparire.

    Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull'instabile.

    Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio.

    Il sentimento insulare è un'oscuro impulso verso l'estinzione.

    L'angoscia dello stare in un'isola come modo di vivere rivela l'impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale.

    La volontà di sparire è l'essenza esoterica della Sicilia.

    Poichè ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere.

    La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori, ma dietro il tumulto dell'apparenza si cela una quiete profonda.

    Vanità delle vanità è ogni storia;

    la presenza della catastrofe nell'anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo tedium storico fattispecie del nirvana.

    La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico,

    solo nel momento felice dell'arte, quest'isola è vera.
    ...non vorrei sembrare pedante...mi preme, tuttavia, precisare che l'autore del testo sopraccitato non è Franco Battiato, bensì il filosofo Manlio Sgalambro...

    ...perdonate la pignoleria...

    Saluti.

  3. #3
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    XI) De insula o di un itinerario dell’ambiguità


    "L’identità è un modello ideale fondante. L’insieme dei connotati che la definiscono è il referente ideologico e psicologico nel quale ed attraverso il quale i singoli e le collettività si conoscono e si riconoscono. E' un centro la cui perdita determina processi alienatori individuali e sociali. E' garanzia laica dell’esserci e del durare.
    L’insita affermazione da parte delle diverse comunità territoriali o professionali dei propri tratti distintivi, come le così dette identità etniche o di mestiere, è, in questo senso, molto significativa.
    Per quanto le identità siano proiezioni di un illusorio colletivo, costruito con dati enfatizzati e dilatati di una memoria ipotizzata, piuttosto che vissuta, esso finisce, tuttavia, a volte, con l’essere un fattore storico concreto. Come accade per i miti, l’immaginario finisce per convertirsi in storia.
    Popoli, nazioni, singole comunità (ancor più se minoritarie) perdurano in forza della loro identificazione etnica. E' il caso degli Ebrei che hanno continuato e continuano a riconoscersi e ad essere riconosciuti come tali anche in mancanza di tratti fisici e connotazioni culturali comuni. E' anche il caso dei carrettieri siciliani che continuano a rappresentarsi come comunità omogenea, anche se il loro mestiere, un tempo a livello popolare tra i più prestigiosi ed ambiti, non esiste più ormai da decenni.
    La ricerca dell’identità esprime un bisogno di durata, è affermazione di vita contro la morte. Il diverso da noi è sentito come interruzione dei ritmi del conosciuto: caos incontrollato che mette permanentemente in discussione l’ordine del cosmos.
    Tanto a livello popolare quanto borghese, ogni individuo è sempre, più o meno, insistentemente travagliato dalla ricerca di un altro sé stesso sociale o psicologico. Nessuno è mai del tutto soddisfatto di quello che fa e, poiché ciascuno è ciò che fa, nessuno si riconosce in quello che è.
    In modo esplicito o implicito si insegue un’identità altra. Attraverso parrucche e pettinature speciali, maschere di bellezza particolari, si persegue il desiderio di apparire diversi. Anche l’abbigliamento, tra le sue diverse funzioni, svolge lo stesso ruolo. Il ricorso anche ad ambiti speciali da parte di certi gruppi di individui esprime, appunto, il desiderio di darsi un’identità diversa. Un’esigenza che si esplicita in termini rituali e più complessi anche attraverso l’uso delle maschere. L’identificazione dei ruoli sociali ed individuali è ottenuta attraverso diversificazione di segni, in questo caso, visivi.
    Un individuo è come si rappresenta. La sua vera identità non è data da come egli è, ma da come egli vuole essere, ma si tratta pur sempre di una proiezione dell’identità in un’alterità positivamente connotata. La propria identità si riconosce nell’alterità. Ciò che appare di noi non è, mentre ciò che è non appare.
    L’identità che si manifesta è menzogna, mentre la personalità che riteniamo di possedere è il nostro inesauribile segreto (secondo la chiave di lettura greimasiana).
    Più si riflette, più il fenomeno che si sta osservando si carica di ambiguità, una polisemia segnalata anche dal duplice significato della parola identità. Essa indica specificità, singolarità. L’aggettivo che ne deriva ha, però, un valore del tutto opposto. Quando l’identità come unicità è positivamente connotata, come è nell’assiologia della cultura egemone europea a partire dall’affermarsi del capitalismo (cioè dell’individualismo), l’identico ad un altro (in quanto seriale) è svalutato.
    L’aggettivo ‘identico’ può, però, assumere connotazioni positive se si riferisce ad un prodotto eseguito così bene da apparire uguale all’originale. In questo caso risulta messa in valore la capacità dell’esecutore, la sua identità professionale. La copia non è mai l’originale. In esso si concentra ogni valore, in quanto unicuum irripetibile.
    Presso molte società, accanto all’enfatizzazione positiva dei propri tratti distintivi, convive la supposizione di altri mondi le cui leggi ed abitudini sarebbero da preferire.
    L’alterità avvertita con valore positivo, in effetti, non corrisponde solo ad un disagio dell’‘io’: spesso, le sue motivazioni sono profondamente radicate nelle particolari condizioni in cui vengono a trovarsi le società sia rispetto al livello del loro regime di sussistenza, sia conseguentemente alla dialettica delle loro stratificazioni.
    L’assiologia del Cristianesimo è, con maggiore evidenza, organizzata sulla connotazione positiva dell’alterità. Nella lettura cristiana dell’opposizione ‘vita’ vs ‘morte’, risulta scontato che la morte fisica per il credente è solo morte apparente, ed è attraverso di essa che ci si libera da una vita sofferente che è solo veicolo per la vita vera, quella eterna. Solo chi ha la forza di rinunciare alla realtà mondana è data certezza di una condizione beata nelle quale non solo si avrà la vita eterna, ma le ingiustizie subite nella vita saranno riparate, mentre l’universo sociale sarà ricomposto attraverso la mortificazione dei potenti e l’esaltazione degli oppressi. Non come si è, quindi, viene connotato il positivo, ma come si sarà. Solo l’alterità sconfigge la crudeltà del tempo e del mondo; solo essa assicura riscatto e durata.
    Popoli e nazioni, per millenni ed ancora oggi, hanno condiviso e condividono (più o meno consapevolmente) un’ideologia che rifiuta quello che si è e come si è per un altrove extramondano di cui, in certi secoli, si sono persino stabiliti i caratteri fisici e strutturali. Anche le grandi utopie (quelle che prefigurano società ideali), pur proposte come soluzioni laiche ad inadeguate situazioni sociali e politiche, di fatto hanno esercitato un’influenza concreta sui comportamenti di classi e nazioni, lo hanno fatto grazie alla loro forte carica sacrale.
    Ben individuabili, nella cultura cristiana delle origini, sono le radici ideologiche dei socialismi utopistici. Anche l’utopia marxista si disponeva in una dimensione religiosa, infatti non è stato difficile, per Greimas, dimostrare l’omologia strutturale tra il Marxismo ed il mito: la rappresentazione al futuro della storia si articola in 6 attanti ben riconoscibili: Soggetto (Uomo), Oggetto (Società senza classi), Destinatore (Storia), Destinatario (Umanità), Oppositore (Borghesia), Aiutante (Proletariato).
    Tra l’utopia marxista ed altre utopie, residua una differenza che appare di dettaglio, ma come tutti i dettagli non è privo di significato. La prima si propone come soluzione totale e globale; le seconde si propongono come soluzioni parziali sia relativamente alla loro estenzione spaziale, sia alla quantità che alla qualità dei partecipanti.
    Non è un caso che Platone, primo grande teorico dell’utopia, abbia collocato la sua società ideale nell’isola di Atlantide. Del bisogno d’inversione totale della realtà, l’isola rappresenta tanto il referente fisico, quanto simbolico.
    L’isola è, inoltre, simbolo dello statuto ambiguo dell’alterità, sia nelle topografie ideali quanto concrete. Lo stesso termine esprime l’unicità dell’essere e la molteplicità del divenire. L’idea di ‘isola’ individua uno spazio edenico (da Eden), ma anche terrificante.
    San Brandano parla di un'isola con fabbri e rumori di martelli su metallo, e prega per riuscire ad allontanarsi dall’isola con la nave che portava anche i suoi confratelli. Un chierico ignoto descrive la sua Irlanda.
    Il Purgatorio di San Patrizio, provincia dell’immaginario descritta come una cavità situata su un’isola, oggi chiamata Station Island, nella contea di Donegal, in Irlanda: sofferenze e gioie dell’aldilà e purificazione dai peccati; ambiente ricco e dolce, dove non cala mai la notte (anche nella Divina Commedia di Dante, il Purgatorio è un’isola).
    Ariosto dà dell’isola di Alcina due rappresentazioni contrarie (Eden ricchissimo, ma popolato da esseri mostruosi).
    Dall’antichità (con Omero, Osiodo, Pindaro, Ecateo, Teopompo, Giambulo), l’isola, o valli e luoghi isolati, costituivano una dimensione privilegiata del meraviglioso e del diverso. La letteratura occidentale, mutando l’immaginario orientale attraverso la mediazione classica e poi araba, è cosparsa di isole elisie (dei Beati, Fortunate, Felici), abitate spesso da animali o uomini mostruosi, o da donne tanto belle quanto mangiatrici di uomini sia in senso figurato che letterale.
    Bestiari, relazioni di viaggio in terre lontane ed improbabili, visioni di paradisi terreni, alimentarono, nel Medioevo, una geografia dell’immaginario fantastico che produsse anche veri e propri isolati. Tale carattere ha il Libro di Benedetto di Bordone (XVI sec.); il Liber monstruorum; il Romanzo di Alessandro; il Milione; la Vita di San Macario Romano; ecc.. Temi e motivi si inseguono, sovrappongono e confondono, tanto da farne un unico ordito del quale le isole finiscono con l’essere l’annodatura simbolica e, come è dei simboli, ambigua.
    L’isola come referente simbolico di un altrove della paura e della beatitudine, territorio impossibile reso vero dal sogno e dal mito, tracima il Medioevo e, filtrando attraverso rappresentazioni favolose delle origini, della natura, del selvaggio, dell’Oriente, si ripropone con forza nell’età moderna e contemporanea. Anche qui, il dipositivo del pensiero mitico e le opposizioni ultime che lo fondano vangono a concettualizzari ed a trovare espressione figurativa nell’isola, convertendosi in simbolo.
    L’isola, come figura simbolica ed ambigua del mito dell’altrove, nella sua connotazione nostalgica, riemerge con forza in Paolo e Virginia di Guido Gozzano. Il poema tende esplicitamente al recupero della tessitura mitica che trama ed intrama luoghi e personaggi di questo autore e della letteratura francese del suo tempo. Alla fine, l’amore si incontra con la morte (amare è morire nel proprio egoismo). L’isola, nella sua espressione simbolica, è la proiezione figurativa del mito dell’altrove, in termini da consentire la sua assunzione a modello esemplare della struttura fortemente contrastiva dei prodotti mitici e della natura ambigua dei loro significati.
    L’isola è un confine, il limes dove si combatte l’eterno conflitto tra il logos ed il caos, la linea che definisce ogni cosmos, la frontiera invalicabile, ma anche il punto di non ritorno, la soglia della presenza e dell’assenza; l’ultima thule dell’essere e del non essere.
    "

    Sintesi del saggio di Antonino Buttitta, tratto dal suo libro Dei segni e dei miti.

 

 

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