di Fulvio Grimaldi - 10/04/2007
E ora si va in Africa! Usa, Israele, Italia, Europa, Vaticano: dai "selvaggi" ai "terroristi islamici"
In Somalia ci arrivai nel 1991 con Alberto, sardo tosto e cameraman temerario, pochi giorni dopo che una rivolta nazionalpopolare aveva cacciato, il 31 gennaio, l'amico intimo e sodale preferito di Bettino Craxi, il dittatore Siad Barre, per un decennio filosovietico e per l'altro filoamericano. Un satrapo dei peggiori, che il colonialismo in ritirata agevolava ad assumere la funzione della continuità neocoloniale negli interessi propri e nei bagordi loro. Eravamo finiti nella parte Nord di Mogadiscio,dopo l'avventuroso viaggio su una carretta volante da Gibuti.Lì ci aveva indirizzato dall'aeroporto il gallonato "comandante" di una polizia che non esisteva più. Esisteva già, invece, il consueto burattino degli ex-padroni italiani, caro anche lui al politicamente e giudiziariamente agonizzante predecessore di Berlusconi.Era un capotribù locale di nome Ali Mahdi che mi ricevette sotto un colonnato tipo Acropoli, sopravvissuto tra le macerie della Mogadiscio semidistrutta. La residua macerizzazione l'avrebbe compiuta, due anni dopo, il primo "intervento umanitario" della serie,con tanto di carabinieri, parà e militari vari, diventati famosi soprattutto per le torture all'elettrodo sui testicoli e alla bottiglia in vagina e, poco dopo, per la loro precipitosa fuga al seguito del consueto, benedetto, ultimo elicottero statunitense. Allora Mogadiscio era divisa in sole due parti, appunto quella del proconsole occidentale Ali Mahdi, in un caos in cui già nuotavano i pesci pilota del pescecane-capo, futuri "Signori della Guerra",e quella al Sud, del liberatore della Somalia dalla dittatura e dal neocolonialismo, Mohammed Farah Aidid.Ed era questa parte che per ordine, convivenza, saggezza amministrativa, stava all'altra come Cuneo sta al Bronx Non era questione di clan, come più tardi si sarebbe stereotipicamente calunniata una delle poche nazioni africane a unità etnico-confessionale, giacchè entrambi i personaggi appartenevano allo stesso grande gruppo degli Awiya.
Fu grazie all'imbeccata di un italiano che operava con Save the children, l'unica Ong rimasta nel trambusto della rivoluzione – quasi tutte queste conventicole se la danno a gambe appena la greppia si inaridisce e le pallottole cominciano a volare – che venimmo a conoscere l'altra metà della questione somala, quella vera, quella che ovviamente in Italia e in Occidente già si era meritata la definizione di "tribale" ed "estremista".Più tardi, si sarebbe aggiunto una primizia allora ancora poco consumata:"integralista islamico", paradigma-alibi di "interventi umanitari" cui non si sottrasse, in mala o buona fede, proprio nessuno degli/delle inviati/e dei media italiani. Compresa la mia giovanissima collega Ilaria Alpi, venuta qualche mese più tardi, che tuttavia si riscattò alla grande quando pretese di rompere l'omertà che legava i giornalisti al malaffare economico-militare italiano, mettendo il naso nel più colossale e criminale traffico di rifiuti tossici e armi che ci sia mai stato tra Nord e Sud del mondo. Come sappiamo – e piangiamo – mal gliene incolse.
Aidid, un generale dell' esercito somalo, poi epurato da Barre, aveva partecipato alla lotta di liberazione del dopoguerra contro gli italiani mandati e gli inglesi mandanti.Poi era stato l'indiscusso leader delle formazioni che, raccolte nell'interno, avevano assediato e poi conquistato Mogadiscio e la maggioranza degli altri centri somali. Nell'intervista che gli feci per il TG3 mi fece un convincente quadro del suo progetto per una Somalia integralmente sovrana, non allineata, fuori da ogni dipendenza dalle superpotenze, avviata su un cammino di ricostruzione nazionale lungo linee di giustizia sociale.Mi anticipava quello che l'Occidente stava tramando e che sarebbe successo da lì a poco: l'intervento per la riconquista di una posizione strategica assolutamente irrinunciabile per l'imperialismo, a cavallo tra Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Arabo-Persico e alla porta di un Corno d'Africa aperto sulla regione più ricca di risorse minerarie e di biodiversità di tutto il continente.
Fondamentale anche come piattaforma di partenza per ridurre alla ragione i non allineati Eritrea e Sudan. La contesa era dunque tra il fantoccio degli interessi di rapina di stranieri ed élite somala, e l'uomo che aveva guidato una rivoluzione nazionale contro la dittatura e la corruzione generalizzata, concretizzata simbolicamente nelle famigerate cattedrali nel deserto, specialità della cooperazione italiana di quei tempi. Era nell'ordine delle cose democratiche che dovesse prevalere il primo. O chi per lui. Difatti, l'invasione di marines, bersaglieri e professionisti esteri vari, lanciata sotto la sarcastica denominazione di Restore Hope, "ricostruisci la speranza" (1992-1994), che costò al popolo somalo 10.000 morti e finì in un'ingloriosa fuga tipo Saigon, non senza aver versato all'Occidente colonialista il solito tributo di molto sangue altrui e di poco sangue proprio, aveva l'obiettivo di eliminare Aidid e il suo progetto di emancipazione nazionale. Aidid cadde in combattimento contro i briganti "signori della guerra", nel 1996.
Ilaria Alpi e la nostra Cooperazione: altro "mistero d'Italia"
Dalla scia dei massacri euro-statunitensi, benedetti ancora una volta da quell'Onu che alcuni si ostinano ad invocare come toccasana dell'"unilateralismo" Usa, emersero, soluzione B nel caso che la riconquista militare fosse fallita, i cosiddetti "signori della guerra". Gente a cui i partenti avevano affidato il compito di far uccidere fra di loro i propri seguaci, così mantenendo il Paese, salvo alcune fette a Nord (Somaliland, Puntland), già in mano a fiduciari anglostatunitensi, in uno stato di perenne anarchia, sottosviluppo e frammentazione. Da quella scia non emersero, invece, le testimonianze di Ilaria Alpi e di Miran Khrovatin, suo operatore, come erano state registrate nei diari e blocchi-notes della coraggiosa giornalista. Sparirono nel volo dell'aeronautica militare italiana da Mogadiscio a Roma, mentre le testimonianze oneste furono fatte evaporare nel solito processo del solito "porto delle nebbie" romano. A essere condannato fu solo un povero ragazzo somalo che si era illuso di poter venire a Roma per raccontare a giudici onesti i suoi ricordi di come i due furono assassinati, al di là di tutte le balle dei vari ominicchi e faccendieri che da sempre si muovono in Somalia come vermi nelle carogne. Ma tutti sapevamo, come Pasolini sapeva di Piazza Fontana, che Ilaria aveva bruciato i suoi 26 anni per aver scoperto uno dei massimi crimini di uno Stato della malavita: l'interramento in Somalia (a partire da una cosca spezzina e con transito per un'altra a Trapani) di scorie nucleari e tossiche da tutta Europa, mentre, in cambio, Siad Barre riceveva armamenti e prebende varie. Già a me avevano riferito a Mogadiscio che nell'area desertica dove venne costruita un'inutile autostrada della Cooperazione italiana c'era stata una spaventosa moria di bestiame, almeno 40.000 capi, e di tantissimi pastori e contadini, "probabilmente per le radiazioni e le esalazioni di quanto era stato sepolto sotto l'asfalto".
Fare bella figura fregando...
Per i lunghi mesi in cui, dopo la caduta del tiranno amico di Craxi, la popolazione somala era in preda alla guerra civile e a ogni genere di drammatica carenza, l'Italia, già potenza coloniale e poi mandataria e, infine, definita "nazione sorella" della Somalia, non mosse un dito. I somali se li portava via a decine la dissenteria, la malaria, la tubercolosi, la fame. Qualche televisione mostrava le fila sconfinate di madri rinsecchite con i bimbetti gonfi al seno, ma lì per tutto quel tempo c'erano rimaste solo gli svizzeri di Save the children e Medicins sans frontieres. Non mi ricordo quante volte dovetti buttare gli occhi per terra in risposta alla disperata domanda "Ma l'Italia, nostra amica, che fa?" Poi, d'un tratto, fece. Sotto i miei occhi e quelli affossati in cupe grotte dei bambini somali. E il fatto merita di essere ricordato: ci sono le carte legali e le testimonianze di Save the children. Un giorno della primavera 1991 un grosso aereo da trasporto atterra a Mogadiscio. Dalla sua pancia escono beni, farmaci, viveri di ogni genere. Il velivolo porta i colori italiani. L'Italia ha finalmente avuto un sussulto di coscienza? Macchè. Quell'aereo è stato noleggiato a Nairobi, nel vicino Kenya, proprio dalla Ong svizzera rimasta a presidiare lo sfacelo. E' Save the children che lo aveva, a costi altissimi, imbottito di rifornimenti. Ma c'era stato un colpo di mano, poi finito davanti alla magistratura keniota. Colpo di mano all'italiana. Nostri rappresentanti diplomatici, kenioti conniventi, s'erano impadroniti dell'aereo e di tutto il suo contenuto, gli avevano dipinto sopra il tondino tricolore e lo avevano portato a Mogadiscio. Bellissima figura. Raccontai la cosa in diretta nello Speciale del Tg3. I testimoni somali presenti confermarono. Il sottosegretario con delega per l'Africa, Mario Raffaelli(PSI), ebbe uno scatto di nervi e ci accusò di essere una cosca di bugiardi. Mario Raffaelli è tuttora l'uomo dell'Italia per quella regione, ora che a Mogadiscio, dopo la breve tregua di unità nazionale realizzata dalle "Corti Islamiche", si è insediato un nuovo gruppo di personaggi cari all'Occidente.
Una Nato a stelle e strisce per l'Africa
Il progetto Usa era maturato nel corso della seconda guerra all'Iraq, dato che la bonanza petrolifera che ci si attendeva da quell'ecatombe si era volatilizzata nelle esplosioni degli oleodotti e pozzi ad opera dei mujaheddin iracheni. Era stato ulteriormente accelerato dalla politica antiamericana di Hugo Chavez, che faceva presagire rischi ai rifornimenti petroliferi dal quel paese in evoluzione rivoluzionaria. Il progetto era un nuovo comando di combattimento unificato, il Comando dell'Africa (Africom), con un'area estesa di responsabilità che include l'intero continente, fino allora diviso tra Comando Europeo, Pacifico e Centrale. Questo Comando, dislocato in Africa e che ha come principale forza d'intervento rapido la 173ma Divisione Aerotrasportata, ora destinata all'infelice Vicenza, diventa pienamente operativa nel settembre 2008. Intanto il Pentagono lo sta facendo crescere rapidamente attraverso un'intensa attività militare in Africa, dove ha stipulato accordi militari con Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania, Mali, Nigeria, Senegal, Gibuti e Ciad. In molti di questi paesi gli Usa addestrano forze armate locali, sistematicamente favorendo le élite militari e reprimendo i processi di sviluppo ed emancipazione, provocando guerre e vendendo armi. Nello strategico Corno, nell'Etiopia del fido vassallo Meles Zenawi, altro brutale dittatore e guerrafondaio, e a Gibuti, gli Usa hanno addirittura dislocato la Task Force 88, unità segreta per "operazioni speciali". Obiettivo dell'Eucom è di integrare le forze armate di questi paesi in un unico sistema di comando, controllo, comunicazioni e informazioni, denominato C3IS, ossia nella catena di comando del Pentagono. Come in Afghanistan, come con la Nato. Corollario del progetto sono le basi militari, soprattutto in Ghana e in altri paesi dell'Africa Occidentale. Mentre dal Golfo di Guinea proviene il 15% del petrolio importato dagli Usa, la sponda opposta, orientale, è presidiata per il controllo dello scacchiere Oceano Indiano, Golfo, Mar Rosso e, all'interno, dei grandi detentori della ricchezze minerarie africane: Sudan e Congo.
Corti Islamiche: un virgulto schiacciato dagli stivali etiopico-statunitensi
Questo spiega la tempestività e brutalità dell'intervento Usa, con l'uso dell'ascaro etiopico, contro quella normalizzazione della Somalia che nel 2006, grazie all'avvento delle Corti Islamiche, associazione di religiosi relativamente moderati e a forte coscienza nazionalista, dopo 15 anni di caos pianificato aveva visto la sconfitta dei boss mafiosi dei traffici e della guerra endemica. E aveva dato a Mogadiscio e a gran parte della Somalia la possibilità di tornare a respirare, vivere in pace, lavorare, evolversi. Proibendo il traffico del Khat, stupefacente anfetaminico a larghissimo consumo e massima fonte, oltre al commercio delle armi, dei profitti dei capimafia, riattivando un minimo di sviluppo economico con il recupero di infrastrutture fondamentali come aeroporti, porti e vie di comunicazione, e sostenendo allevamento e agricoltura, le Corti, sotto la guida di Sharif Hassan Sheikh Ahmed, avevano aperto il cammino verso il recupero della statualità, dell'unità nazionale, della dignità. Una prospettiva intollerabile per la strategia della riconquista coloniale e della militarizzazione continentale sotto il dominio anglosassone, con quote per europei e israeliani. Alla demonizzazione delle Corti dà la solita mano quella conventicola dei "diritti umani" che, come ai tempi della "salvezza delle donne afgane", peraltro libere ed emancipate sotto i governi progressisti che precedettero lo scatenamento del fanatismo integralista nel 1979, si straccia le vesti per il divieto della proiezione nei cinema delle partite mondiali di calcio, adottato dalle Corti per impedire che decine di migliaia di cittadini abbandonassero per settimane l'urgente lavoro di ricostruzione e riorganizzazione dello Stato.
Tra Gibuti e Nairobi, nel frattempo, era stato messo in piedi un "Governo di transizione", composto da fuorusciti di lunga data (alimentati dagli Usa) e da alcuni signori della guerra tra i più sanguinari. Un governo privo anche della minima parvenza di legittimazione popolare. Presidenti, primi ministri e parlamento si erano autonominati al classico tavolo della spartizione delle faccende ed erano stati legittimati dalla famosa "Comunità Internazionale". Un governo di malavitosi e corrotti. tipo Karzai in Afghanistan e Al Maliki in Iraq. Una banda di ladroni, faccendieri, assassini, capeggiati da Abdallahi Yussuf, foderati di dollari Usa, insediati a Nairobi, incapaci anche solo di affacciarsi sul confine somalo a scanso di venire presi a pedate, data l'assoluta mancanza di consenso popolare. Questo gabinetto di Quisling, per avere un minimo di quella credibilità che la "Comunità Internazionale" era avida di concedergli, doveva poter sedere a Mogadiscio. Con gli Usa impegnati alla morte in Iraq e Afghanistan e ancora lontani dalla realizzazione dell'Eucom, ci voleva un sicario. Dal 2002 l'Etiopia cristiana fruisce di un programma Usa di aiuti militari, da utilizzare anche contro la ostinatamente renitente Eritrea. Forniti nell'autunno 2006 anche di mezzi di ricognizione aerea e di ascolto satellitare statunitensi, gli ascari etiopici si apprestarono a sbranare la Somalia, preda ambita da secoli e già parzialmente mutilata con la separazione dell'Ogaden. Contro 28.000 militari dotati di armi pesanti, coadiuvati da cacciabombardieri Usa e sospinti dal solito coro bianco-cristiano-democratico contro il "terrorismo di Al Qaida", manco questa fosse la protagonista della Guerra dei Mondi (e non un reparto dell'intelligence Usa-Mossad), ai liberatori pro tempore della Somalia, muniti di soli Kalachnikov, non rimaneva che sottrarsi all'eccidio e andare in clandestinità. Mogadiscio, bombardata a tappeto, cade alla fine del 2006. Nel febbraio successivo, spartendo feudi e commerci tra i redivivi signori della guerra, il regime di Yussuf può installarsi nella capitale e offrire alla "Comunità Internazionale" un interlocutore tanto poco legittimo, quanto obbediente.
Una nuova guerra asimmetrica contro l'imperialismo
La storia non finisce qui. Da allora la resistenza si è riorganizzata, non c'è giorno o luogo in cui non colpisce mercenari etiopici e pretoriani di regime, fin nelle loro roccaforti più munite, come, nella primavera 2007, ripetutamente lo stesso palazzo presidenziale del fantoccio Yussuf. Arrivano, sponsorizzate dagli Usa, le forze "di pace" dell'Unione Africana, principalmente prelevate da paesi clienti, come l'Uganda, ma ciò non impedisce il dilagare di una nuova guerra asimmetrica che, come dimostrano Iraq, Libano e Afghanistan, per l'imperialismo e le sue marionette è invincibile. Il Nuovo Medio Oriente di Bush, che comprende in unità geostrategica anche il Corno d'Africa, subisce un'ulteriore crepa. Intanto il governo italiano di centrosinistra offre il suo apporto, non solo con la piena adesione all'operato del Quisling somalo, ma addirittura con una mossa spietata contro l'Eritrea, schieratasi con le istanze di liberazione somale: nel febbraio del 2007 il ministero degli esteri Massimo D'Alema sospende il lavoro umanitario dei medici italiani in Eritrea. Ancora una volta l'Italia usa la cooperazione – responsabile il viceministro Patrizia Sentinelli, del PRC – come strumento di pressione e di ricatto nelle relazioni politiche con altri Stati.
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