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Discussione: Iraq Libero

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    IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO



    Bollettino del 18 aprile 2007

    http://www.iraqiresistance.info

    iraq.libero@alice.it







    1. RESISTENZA

    2. LA FINTA OPPOSIZIONE DEL CONGRESSO ALLA GUERRA DI BUSH di Lucio Manisco

    3. ANCORA SULLA CENSURA DEL MANIFESTO – Alcune note e una lettera

    4. PRESTO IL DOPPIO CD SULLA CONFERENZA

    5. ANCORA UNO SFORZO!



    -------------------------------------------------------



    RESISTENZA



    Resistenza! Quattro anni fa eravamo in pochi a scommetterci.

    Oggi, anche chi la nega deve farci i conti.

    A Chianciano la Resistenza, le Resistenze, hanno avuto finalmente la parola. Anche questo è un segno della forza delle opposizioni popolari armate alla guerra infinita a stelle e strisce.

    Una forza senza la quale non ci sarebbe futuro per le stesse mobilitazioni contro la guerra in occidente.

    A Chianciano non ci siamo nascosti i problemi, le difficoltà, le differenze tra le varie resistenze. Ma lo abbiamo fatto nella prospettiva dell’affermarsi della tendenza all’unità tra le forze che combattono contro l’imperialismo americano.



    Najaf! Come tutti sanno è la città santa degli sciiti, luogo di tante battaglie, a partire da quella combattuta contro gli occupanti dalle forze di Muqtada al Sadr nell’agosto 2004.

    Successivamente sappiamo quel che è successo. Gli invasori hanno giocato la carta della divisione, lavorando ad innescare in tutti i modi lo scontro interconfessionale, ottenendo quanto meno il risultato di impedire l’unità delle forze che si oppongono all’occupazione..

    Ma, a quanto pare, non tutte le ciambelle riescono col buco. Lunedì 9 aprile, diverse centinaia di migliaia (c’è chi dice un milione) di sciiti iracheni hanno marciato da Kufa a Najaf al grido di <<abbasso Bush e l’America>>. I manifestanti hanno calpestato la bandiera americana e quella israeliana, mentre a migliaia sventolavano le bandiere irachene, simbolo della lotta per la liberazione del paese e per la sua unità contro i progetti di tripartizione.

    A questa manifestazione è seguito l’annuncio (16 aprile) dell’uscita di 6 ministri del movimento di al Sadr dal governo al Maliki. Motivo di questa rottura la richiesta di un calendario certo del ritiro delle truppe di occupazione, richiesta che al Maliki non ha voluto accettare.

    Vedremo nelle prossime settimane quali saranno i prossimi sviluppi, ma intanto il piano di “stabilizzazione” Usa ha ricevuto un altro duro colpo.



    Baghdad “normalizzata”! Mentre a Najaf si manifestava, a Baghdad i progetti di normalizzazione sono stati addirittura irrisi dalla deflagrazione che ha colpito il palazzo del parlamento.

    Non solo: gli stessi dati ufficiali degli occupanti sui primi mesi del 2007 indicano un notevole aumento degli attacchi della guerriglia e delle perdite tra le truppe degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. La “normalizzazione” è dunque un’illusione del vertice politico di Washington che non trova alcun riscontro sul terreno.



    Afghanistan – Italia. Mentre accade tutto questo, l’Italietta bipartisan sembra essersi scordata l’Iraq, sembra ignorare che sia in corso una guerra globale, e discute delle vicende afghane come fossero scisse ed isolate da questo contesto generale.

    Naturalmente, e per ben comprensibili motivi, questa operazione chirurgica è condotta dai servi di Washington del centrosinistra, mentre ai servi di destra è sufficiente rinverdire e rivendicare il loro servilismo che oggi – segno dei tempi! – è per loro motivo di gran vanto.

    In Italia, la discussione non è mai sulla guerra, sulla partecipazione ad essa, ma solo ed esclusivamente sul come partecipare, sulle singole scelte, sui singoli dettagli.

    Del resto, il parlamento, quasi all’unanimità, ha votato il rifinanziamento della cosiddetta “missione”. Ed un’identica unanimità si ritrova nel mondo dell’informazione.

    In questa occasione non contano neppure i sondaggi che, con tutta la buona volontà dei sondaggisti al servizio, non riescono ad occultare l’opposizione maggioritaria alla spedizione a Kabul e dintorni.



    Anche in questo caso, Resistenza! Sissignori, se oggi si discute ancora di Afghanistan, se i governi delle potenze occidentali (a partire da quello italiano) non sanno bene che pesci prendere, se la guerra infinita sembra potersi trasformare in un gigantesco pantano per gli avvoltoi nord-americani e per i loro alleati, il merito è della Resistenza popolare che ha impedito, in Afghanistan come in Iraq, la normalizzazione del paese, cioè in sostanza la pax americana.

    E’ questo il filo conduttore, la speranza per i popoli.



    *************************



    LA FINTA OPPOSIZIONE DEL CONGRESSO ALLA GUERRA DI BUSH

    di Lucio Manisco



    Con il voto della Camera dei Rappresentanti del 23 marzo e con quello del Senato quattro giorni dopo il Congresso degli Stati Uniti a maggioranza democratica avrebbe imposto al presidente George Bush il ritiro delle truppe dall’Iraq e dintorni entro il 2008 e questo ritiro sarebbe stato la conditio sine qua non per concedere al Capo dell’Esecutivo i 124 miliardi di dollari da lui destinati al finanziamento dell’invio di altri 21.500 o 31.000 militari a Bagdad e Anbar. Secondo quanto riferito dai corrispondenti dei maggiori quotidiani italiani negli Usa si sarebbe trattato di una svolta decisiva, di una “stimmungsbrechung”, di una rottura, di un cambiamento radicale dalla guerra alla pace negli umori dell’opinione pubblica e dei suoi rappresentanti che il presidente, malgrado le minacce di veto, non potrà ignorare.

    Il problema dei corrispondenti italiani nella repubblica stellata è che non leggono i testi delle risoluzioni delle due camere, gli atti del Congresso, le dichiarazioni dei maggiori esponenti democratici. Se lo avessero fatto avrebbero riferito che la Camera dei Rappresentanti ha approvato lo stanziamento dei 124 miliardi e che la scadenza indicata per il ritiro parziale delle truppe – il 1° settembre 2008 – potrà essere evitata dal Capo dell’Esecutivo con una semplice informativa al Congresso sui progressi registrati entro i prossimi 17 mesi e sulla necessità di stanziare altri fondi necessari a prolungare l’occupazione dell’Iraq. E’ stata la stessa Nancy Pelosi, nuova leader democratica della Camera, a fornire ulteriori chiarimenti sui compiti delle forze USA da “ridislocare” in Iraq qualora Bush dovesse accogliere la scadenza indicata: “Potranno essere impiegate solo per operazioni anti-terrorismo, per l’addestramento dell’esercito irakeno e per la protezione del personale diplomatico”. Più o meno gli stessi compiti menzionati da Bush il 10 gennaio quando decise di inviare altre truppe. Più generica e ancor meno vincolante la scadenza del marzo 2008 indicata dal Senato per “ridislocare” il corpo di spedizione a rifinanziamento avvenuto del suo incremento numerico. Il capo gruppo democratico della Camera alta, Senatore Harry Reid, ha assicurato che i soldati non verranno comunque rimpatriati ma trasferiti in Afganistan “per combattere Al Qaeda”. Il Senatore Joe Biden candidato alle presidenziali è stato più specifico: “La data del marzo 2008 è solo l’identificazione di un traguardo: spetterà ai comandanti sul campo decidere tra un anno se quel traguardo è stato o può essere raggiunto”.

    Particolarmente interessante sempre nello stesso contesto dare un’occhiata agli atti del Congresso concernenti le voci del bilancio della difesa che senza lo stanziamento suppletivo di 134 miliardi ammontava già a circa 500 miliardi di dollari: decine e decine di miliardi verranno spesi per completare l’allestimento di 14 grandi basi in Iraq e il potenziamento della “Green Zone” nella capitale che oltre ad ospitare l’ambasciata USA più grande del mondo difenderà i ministeri irakeni e dozzine di compagnie paramilitari USA. Quattro delle basi, con piste di atterraggio lunghe quattro e cinque miglia per bombardieri strategici, occupano aree di 25 chilometri quadrati: su quella di Anaconda stanno per essere ultimate abitazioni per 21.000 soldati, quella di Camp Taji disporrà di una metropolitana, di catene di Mc Donald, Burger King e Pizza Hut; un immenso lago artificiale circonderà Camp Victory con abitazioni per 14.000 militari, alberghi e sale di conferenze in cemento armato. Tutte le basi ad eccezione della “Green Zone” sono dislocate in località lontane dai centri abitati perché si è appresa a caro prezzo la lezione di Ho Chi Minh: “Gli americani possono essere combattuti solo da vicino, afferrandoli per la cintura”.

    Nessuna exit strategy dunque, bensì gli allarmanti preparativi di una grande guerra mediorientale ed al tempo stesso il tentativo di facciata di un Congresso a maggioranza democratica di andare incontro all’insoddisfazione dell’opinione pubblica per un conflitto sanguinoso e dissennato e preparare così la rivincita sui repubblicani nelle elezioni presidenziali del prossimo anno.



    4 aprile 2007

    da www.luciomanisco.com



    *************************



    ANCORA SULLA CENSURA DEL “MANIFESTO”



    Nell’ultimo bollettino abbiamo denunciato, nel quadro generale del silenziamento di regime, la censura operata dal Manifesto nei confronti della conferenza di Chianciano.

    Nelle settimane scorse ci sono giunte diverse telefonate di sdegno verso il comportamento di questo giornale.

    Solo il 7 aprile, cioè due settimane dopo la conferenza, il Manifesto ha pubblicato un articolo di Marinella Correggia contenente delle interviste ad alcuni esponenti iracheni presenti a Chianciano.

    Una “tempestività” informativa che non ha bisogno di commenti. Il tutto condito dal titolo quanto meno equivoco: <<A Baghdad sotto il tiro incrociato. Resistere ogni giorno al terrore>>.

    Mentre ringraziamo Marinella Correggia per il suo impegno a fianco del popolo iracheno, non possiamo che denunciare di nuovo il ruolo assunto dal Manifesto a copertura del governo Prodi.

    Il regime ha chiesto il silenzio, il Manifesto lo ha osservato insieme agli altri organi di “informazione”. Niente di più, niente di meno.



    -----------------------------------



    Tra le persone che hanno inviato (senza peraltro ottenere alcuna risposta) la loro protesta al Manifesto, riportiamo quanto ha scritto Ino Cecchinelli di La Spezia.

    Premettiamo che alla fine del 2006 Cecchinelli, vecchio lettore e sostenitore del Manifesto, precisando di aver sempre aderito a tutte le campagne di sottoscrizione, inviava a Valentino Parlato una lettera di protesta sulla linea editoriale impostasi a partire dalla costituzione del governo Prodi, chiedendo – a titolo di risarcimento politico - la restituzione simbolica di una cifra molto inferiore a quella versata.

    Parlato rispondeva solo 3 mesi dopo (28 marzo) chiedendo, come caduto dalle nuvole, “spiegazioni”.

    Ed ecco la risposta di Ino Cecchinelli:



    Cercando invano una notizia

    Lettera di Ino Cecchinelli a Valentino Parlato


    Dunque, nella tua lettera di risposta alla mia richiesta di "rimborso spese", mi chiedi di spiegare le ragioni della mia critica. Piuttosto tu dovresti spiegarmi il motivo della vostra disgregazione da un anno a questa parte. Da Prodi in poi è come se l'incanto e l'importanza di trovare in edicola un qualcosa di leggibile sia svanita. E tu sai bene perché. Ho sfogliato il tuo giornale a ridosso della fine di marzo 2007. Da prima cercavo un articolo in prima pagina, poi qualche rigo, in qualunque
    pagina. Niente. Sto parlando della conferenza tenutasi a Chianciano il 24/25 marzo. Mi piacerebbe pensare che la pubblicità pubblicata sull'avvenimento sia stata gratuita ma non lo credo, purtroppo.
    A uno come te, che ne ha viste e raccontate tante di storie, non è venuto in mente di andare a vedere cosa succedeva a Chianciano? Sai cosa è passato?

    Una conferenza dove hanno avuto voce coloro che di solito non ce l'hanno. Un avvenimento epocale. Assolutamente silenziato. Fammi provare a indovinare. Non siete venuti per non disturbare l'uomo in cashmire. Lui e l'altro suo collega sindacalista presidenti delle camere. Non operai ma sindacalisti alle più alte cariche dello stato. Vorrà pur dire qualcosa. Voi siete con loro. Una vostra scelta, che fa ribrezzo. Concludo raccontandoti come tutto è iniziato: verso la metà di marzo 2006 vi ho inviato una e-mail nella quale esponevo la mia volontà di non presentarmi a votare, rifiutando così di dover scegliere fra Berlusconi oppure un governo berlusconizzato. Ho atteso invano che la pubblicaste, poi mi sono domandato se un giornale come il tuo (e il mio), che si comporta come tutti gli altri, censurando, meritasse il mio sostegno. Ho pensato: "Sono diventati come Liberazione (e ce ne vuole!). Pentito di avervi dato i soldi ve li ho richiesti indietro. Punto. Ora che sia tu a rendermeli non mi pare il caso, comunque fai come credi. Ti lascio e resto in attesa. Ti lascio ai vostri discorsi, ora tutti pieni di se e di ma. Sembra una vita, ma è passato solo un anno: allora non si facevano eccezioni. Bello è averci creduto. Comunque dovevo capirlo: qua, vicino a noi, dicono: "I se e i ma i ne cunten".



    Un saluto

    Ino Cecchinelli



    *************************



    PRESTO IL DOPPIO CD SULLA CONFERENZA



    Sarà presto disponibile il doppio CD con le immagini e tutte le relazioni e gli interventi della conferenza tradotti in italiano.

    Il costo sarà di 10 euro.

    E’ possibile prenotarlo fin da ora scrivendo a iraq.libero@alice.it



    *************************



    ANCORA UNO SFORZO !



    Come abbiamo già scritto, siamo soddisfatti dell’andamento della sottoscrizione.

    Ancora uno sforzo e ce la faremo a coprire tutti i costi della conferenza.

    Sottoscrivete!

    Inviate i vostri versamenti sul ccp n° 57286221 intestato a Leonardo Mazzei, mettendo nella causale CONFERENZA.

  2. #2
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    L'ho sempre sostenuto, e non certo solo io, che l'unica vera differenza tra repubblicani e democratici ( modello che sempre più si sta imponendo in Europa nell'angoscioso bipolarismo) è l'impressione che si cerca di dare delle cose che si fanno e l'apparente metodo per giungere ad uno scopo che nel fondo è identico.
    Semplice: i democratici pigliano voti da chi non è strutturalmente e culturalmente nè guerrafondaio nè nazionalista ( parlo di sentimenti da vetrina delle idee, perché nel fondo chi appoggia un governo democratico come Clinton è guerrafondaio, nei fatti, quant chi appoggia un gverno come quello guidato da Bush), i repubblicani da chi è guerrafondaio e nazionalista anche nel gioco della vetrina delle idee.
    Quindi i democratici cercano di fingere di distinguersi dai repubblicani per un ( falso ) spirito meno guerriero, i repubblicani fanno l'esatto contrario.

    Tutte cose già note...

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    L'ho sempre sostenuto, e non certo solo io, che l'unica vera differenza tra repubblicani e democratici ( modello che sempre più si sta imponendo in Europa nell'angoscioso bipolarismo) è l'impressione che si cerca di dare delle cose che si fanno e l'apparente metodo per giungere ad uno scopo che nel fondo è identico.
    Semplice: i democratici pigliano voti da chi non è strutturalmente e culturalmente nè guerrafondaio nè nazionalista ( parlo di sentimenti da vetrina delle idee, perché nel fondo chi appoggia un governo democratico come Clinton è guerrafondaio, nei fatti, quant chi appoggia un gverno come quello guidato da Bush), i repubblicani da chi è guerrafondaio e nazionalista anche nel gioco della vetrina delle idee.
    Quindi i democratici cercano di fingere di distinguersi dai repubblicani per un ( falso ) spirito meno guerriero, i repubblicani fanno l'esatto contrario.

    Tutte cose già note...

    Che poi se uno la vuole allargare questa analisi viene a valere negli Stati Uniti anche per buona parte di quell'ala radical che dovrebbe essere alternativa di sinistra ai democratici. Basterebbe ricordare che durante il maccartismo l'AFL che doveva essere il sindacato di sinistra radical si schierò con la caccia alle streghe anticomunista e tra i tanti nomi illustri come i coniugi Rosemberg finirono alla gogna e nelle patrie galere tanti wobbies dell'IWW. Il discorso si ripeterà poi per la guerra del Vietnam con parte consistente dei radicals, della new left e la totalità dell'AFL schierata con gli Stati Uniti (motivazione del sindacato: l'imperialismo porterà benefici ai lavoratori statunitensi) e quel che rimaneva dell'IWW, l'ala comunista della new left e gruppi come il BPP e i Wheatermen costretti a subire ogni genere di persecuzione fino all'omicidio politico da parte della polizia e quindi ad entrare in latitanza.

    A luta continua

 

 

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